venerdì 30 maggio 2014

Verba volant (94): burrone...



Burrone, sost. m.

Il 22 agosto 2012, in un articolo intitolato Suicidi in Fiat, l'operaia Maria Baratto scriveva
Non si può continuare a vivere per anni sul ciglio del burrone dei licenziamenti.
In quell'articolo Maria raccontava la storia di due operai della Fiat di Nola: uno aveva tentato il suicidio e l'altro purtroppo era arrivato fino in fondo, dopo aver ucciso la moglie e ferito la figlia. Maria aveva voluto raccontare quelle due storie di disperazione perché le conosceva bene, erano suoi colleghi di lavoro e lei pensava fosse importante quella testimonianza. Forse aveva deciso di raccontare quella disperazione per esorcizzarla. Gli ultimi sei anni li aveva passati in cassa integrazione; il suo periodo di cassa sarebbe finito a luglio, ma lei evidentemente non aveva fiducia che sarebbe tornata al lavoro.
Raccontare quella storia però non le è bastato per allontanare quell’angoscia. Martedì 20 maggio Maria si è uccisa, in un modo terribile, piantandosi un coltello nello stomaco. Maria aveva 47 anni e non è riuscita a fermarsi sul ciglio del burrone.
Faccio fatica a parlare di questo argomento, perché in un passato recente ho conosciuto le difficoltà che si provano ad avere un lavoro precario, con la tensione che spesso ti tiene sveglio la notte e ti fa vedere nero il futuro. Maria è una nostra sorella che non ha avuto la forza di resistere, una vittima del lavoro che non c’è. Quando ricordiamo le vittime del lavoro dovremmo ricordarci anche di lei.
Naturalmente so che ogni suicidio è una storia a sé, un evento drammatico e privato, che coinvolge quella singola persona, le sue paure, le sue debolezze, le sue disillusioni; un suicidio è l’apice di una storia personale, di un dissidio insanabile con la propria coscienza, qualcosa di strettamente privato, che naturalmente ricade e coinvolge le persone vicine, le famiglie. E per questo ritengo anche che sia un errore leggere in questi fatti una causa comune, un unico elemento scatenante, anche perché sono naturalmente ben di più i lavoratori senza lavoro che decidono di andare avanti, di non rinunciare alla vita. Eppure tutti questi suicidi, che coinvolgono persone diverse, in paesi diversi, con culture diverse, ci raccontano qualcosa di quello che sta succedendo nel nostro mondo. Ed è qualcosa che dovrebbe preoccuparci tutti.
I lavoratori sono sempre meno tutelati, sono sempre più in balia di decisioni che vengono prese in luoghi che non conoscono e su cui loro non possono incidere. I lavoratori sono e si sentono soli. Di fronte alla perdita del lavoro o anche solo alla minaccia - reale o immaginata - di perderlo, non hanno strumenti per reagire, si sentono impotenti. E in qualche modo - come ha scritto e raccontato anche Maria - si sentono traditi dalle imprese per cui hanno lavorato, hanno investito tempo, risorse, intelligenza e si sentono traditi dallo stato.
Ha scritto Maria:
A 22 anni montavo il tergilunotto sull’Alfa 33 da sola, oggi prendo psicofarmaci.
In questi giorni abbiamo parlato d’altro, di elezioni europee, di equilibri politici, e la notizia della morte di Maria è stata relegata nelle pagine interne dei giornali o infondo alle home pages dei siti. Anche quando alcuni di noi hanno parlato del pericolo che le manovre speculative mettano in grave difficoltà le nostre economie, forse lo abbiamo fatto in maniera asettica, parlando di numeri, di percentuali, delle ripercussioni sulle monete e sulle banche. Certo c’è anche questo, ma la crisi è soprattutto crisi del lavoro, che ricade immediatamente su chi è più povero. E soprattutto ci sono le storie delle persone, la storia di Maria come la storia delle persone senza nome che in Cina si suicidano nelle grandi fabbriche dove si producono i telefonini e i computer che usiamo tutti i giorni e che ci danno l’illusione della libertà.
Maria aveva lottato, insieme ai suoi colleghi e al sindacato per difendere il proprio posto di lavoro, aveva raccontato la sua storia, era in qualche modo riuscita ad uscire dal novero degli invisibili, eppure è stata comunque travolta. Le organizzazioni sindacali, i partiti, le amministrazioni locali dovrebbero cominciare a pensare a forme di aiuto e di sostegno che non siano generiche, ma rispondano ai bisogni di ciascuno: a Maria non sono bastate le consuete forme di sostegno al reddito - che pure per la maggioranza dei suoi colleghi sono state sufficienti a non lasciarsi vincere dalla disperazione - sarebbe servito un sostegno psicologico, per salvarla dal male che alla fine ha vinto e l’ha fatta cadere.
Ricordiamoci che questa crisi è una crisi delle persone e che queste persone non sono numeri, ma sono storie, vite, amori. Questo esercizio della memoria e della consapevolezza potrebbe farci sentire più vicini, farci vedere negli occhi degli altri la sofferenza che è anche nostra, farci essere meno soli, meno indifesi. Naturalmente non è detto che questo possa bastare, magari a qualcuno comunque non basterà. Io credo però che se sul ciglio del burrone non ci arriviamo da soli e soprattutto non ci stiamo da soli, sia molto più difficile che compiamo quell’ultimo, fatale, passo.

martedì 27 maggio 2014

Verba volant (93): piazza...

Piazza, sost. f.

In latino platea, con la e breve, significa letteralmente via larga, piazza, e deriva dal greco plateia, una forma femminile dell'aggettivo platus, largo. In latino c'è anche la stessa parola, ma con la e lunga, per indicare lo spazio centrale del teatro, da cui appunto l'italiano platea.
Una piazza può essere importante per gli edifici che le stanno intorno e la circondano oppure per i monumenti che le stanno al centro - pensate ad esempio a piazza del Nettuno - mentre in altri casi una piazza diventa fondamentale in sé, proprio come spazio fisico della città.
Il caso di piazza Maggiore a Bologna è emblematico: pur essendo circondata di edifici storici di grande interesse artistico e architettonico, è essa stessa un monumento, una testimonianza viva della storia della città. Anzi i palazzi e la cattedrale nascono dopo e acquistano senso e funzione proprio per il fatto che si affacciano su quella piazza.
La vasta area che adesso conosciamo con questo nome si è sviluppata nel corso del XIII secolo, quando i bolognesi sentirono l’esigenza di avere uno spazio sufficientemente ampio in cui riunirsi, in cui poterci stare tutti, o quasi.
In quegli anni Bologna con i suoi circa 60.000 abitanti era la quinta città europea per popolazione e quindi la piazza doveva essere molto grande. Proprio perché servivano dimensioni tali non è stato scelto il centro della città romana, il punto d’incontro del decumano e del cardo più importanti - più o meno l’incrocio tra le odierne vie Indipendenza e Ugo Bassi - ma una area leggermente più a sud, dove sorgevano molti edifici popolari che furono acquistati dal Comune e successivamente abbattuti. C’è quindi un’idea politica nella costruzione di quella piazza che segna inevitabilmente la storia di Bologna: nella piazza ci devono stare tutti, perché la città è di tutti.
E non è un caso che uno dei primi grandi appuntamenti si svolse il 25 agosto 1256, quando i cittadini bolognesi furono chiamati in piazza per ascoltare l’annuncio della liberazione dei servi. Furono riscattati dal Comune con il pagamento di 10 e di 8 lire bolognesi rispettivamente per quelli che avevano più e meno di 14 anni, senza distinzione fra maschi e femmine. Per liberare 5.855 servi furono pagate 54.014 lire.
Bologna fu la prima città in Europa a rendere liberi i servi della gleba. L’anno successivo fu pubblicato un libro, il Liber Paradisus, in cui era contenuto il testo della legge e l’elenco dei servi liberati e dei loro ex padroni. Il libro si chiama così perché Paradisus è la prima parola del testo.
Paradisum voluptatis plantavit dominus Deus omnipotens a principio, in quo posuit hominem, quem formaverat, et ipsius corpus ornavit veste candenti, sibi donans perfectissimam et perpetuam libertatem.
Ecco la traduzione.
In principio il Signore piantò un paradiso di delizie, nel quale pose l’uomo che aveva formato, e aveva ornato il suo stesso corpo di una veste candeggiante, donandogli perfettissima e perpetua libertà.
Lunedì 19 maggio sono tornato in piazza Maggiore per una manifestazione politica dopo moltissimi anni di assenza. C’era la conclusione della campagna elettorale della lista L’Altra Europa con Tsipras e l’occasione di vedere e sentire dal vivo il compagno Alexis era troppo ghiotta, tanto da convincermi di lasciare il mio buen retiro salsese.
Per molti anni ho avuto l’opportunità di partecipare all’organizzazione delle manifestazioni del centrosinistra, in quella splendida piazza, ho ricordi molto belli di alcuni di quegli appuntamenti. Ricordo la tensione della prima volta che tornammo in piazza dopo la batosta alle comunali del ’99 e la gioia della sera in cui festeggiammo la vittoria di Cofferati. Ricordo l’impegno e la passione delle compagne e dei compagni che lavoravano per la riuscita di quelle manifestazioni. La piazza mi mancava.
La politica è anche comunità, la bellezza di stare insieme, di salutare compagne e compagni che magari non vedi da anni, ma con cui sai di avere qualcosa in comune: ecco perché per me - come per molti altri “esodati della sinistra” - è stato importante partecipare a quella manifestazione, vedere sventolare le bandiere - rosse, finalmente  cantare con gli altri Bella ciao. La politica - ce lo dimentichiamo troppo spesso, o meglio ci costringono a dimenticarlo – è anche emozione, passione, è qualcosa di appagante. Chi ha partecipato al lavoro di una Festa dell’Unità credo sappia bene a cosa mi riferisco.
La politica parla alla testa, ma anche al cuore.

venerdì 16 maggio 2014

Verba volant (91): barba...

Barba, sost. f.

Questa è una parola dall'etimologia incerta. Secondo il Pianigiani il termine latino deve in qualche modo essere collegato alla radice bhar del sanscrito antico, che significa portare, in quanto "ciò che l'uomo porta al mento"; l'etimologista ricorda anche un'altra parola del sanscrito, barbaras, che significa chioma lanosa.
Come noto, l'apparizione della barba segna nel maschio il passaggio dall'adolescenza alla virilità ed è uno dei cosiddetti caratteri sessuali secondari maschili. L'attesa del momento fatidico in cui spuntano i primi timidi e radi peluzzi sul mento è un ricordo comune a molti di noi maschietti, così come i primi tentativi di raderci, imitando i nostri padri.
Curiosa è la storia del rapporto tra noi uomini e la barba, già dal mondo antico. Mentre gli antichi Egizi consideravano il radersi un dovere religioso, oltre che un’utile pratica di igiene personale, i popoli mesopotamici consideravano la barba lunga, accuratamente pettinata, un segno distintivo della dignità regale. Nell’antica Grecia la barba venne considerata un segno di forza e di virilità, anche se durante l’età macedone si diffuse l’uso del rasoio, tanto che le immagini di Alessandro il grande sono tutte rigorosamente senza barba.
La barba è rimasta un attributo tipico dei filosofi. Probabilmente proprio dall’iconografia del filosofo è derivata, nell’arte paleocristiana, la figura di Gesù barbuto, mentre nelle immagini più antiche era imberbe. Anche il Dio dei cristiani è solitamente rappresentato con una fluente barba bianca - così come Zeus prima di lui - e in genere questo è diventato un attributo di saggezza, legato alla senilità e all’esperienza, più che di virilità.
Io sono uno di quelli che si è lasciato crescere la barba per pigrizia, anche se poi ho visto che mi serviva per dimostrare qualche anno in più, cosa di cui a quel tempo avevo bisogno, per sembrare più autorevole, avendo in genere a che fare con persone più “grandi” di me. Ovviamente non è la barba che ti fa essere rispettato – e non ti fa diventare neppure un filosofo, anche se qualcuno se l’è lasciata crescere con questo scopo precipuo – ma io continuo a tenerla, anche perché mia moglie mi ha conosciuto così e mi ha scelto così. E tanto basta ormai, visto che ho definitivamente rinunciato a diventare saggio e autorevole. E tantomeno filosofo.
Immagino che in questi giorni avrete visto qualche immagine di Conchita Wurst, la vincitrice austriaca dell’European song contest - quello che noi nostalgici continuiamo a chiamare Eurofestival. Conchita indossa abiti da donna, è pettinata e truccata come una donna, soprattutto canta come una donna, ma porta la barba. E riesce, nonostante questo piccolo particolare, a essere attraente come una donna.
Conchita Wurst è all’anagrafe Thomas Neuwirth, un giovane cantante austriaco, che qualche anno fa, dopo essersi esibito in abiti maschili (e senza barba), ha creato il personaggio di Conchita, una drag queen dalle forme sinuose e dalla barba curatissima. Sono passati cinquant’anni esatti da quando in questa manifestazione vinse la nostra Gigliola Cinquetti e oggettivamente da allora sono cambiate parecchie cose.
Devo ammettere che quando ho visto Conchita durante la semifinale di giovedì scorso la mia prima impressione non è stata particolarmente positiva, anzi ho provato un po’ di fastidio: mi è sembrata una scelta fatta ad arte per stupire, per fare parlare di sé, per fare diventare fuori dell’ordinario un personaggio che, senza la barba, probabilmente non ricorderemmo più, come avviene per la stragrande maggioranza dei cantanti di quella competizione. Ho avuto l’impressione, sgradevole, di un fenomeno da circo, usata - e sfruttata - come la “donna scimmia” del capolavoro di Marco Ferreri del ’64, lo stesso anno di Non ho l’età. Poi la mia idea è radicamente cambiata e sono stato molto contento, nella finale di sabato, che abbia vinto proprio lei l’European song contest, nonostante la mia canzone preferita fosse quella del concorrente, anche lui con la barba, della Svizzera.
Io non so se Thomas sia un furbetto che in questo modo è riuscito a ritagliarsi i suoi quindici minuti di fama e comunque, anche se fosse soltanto questo, credo abbia fatto un buon servizio all’Europa. Le reazioni sdegnate dei tanti benpensanti basterebbero da sole a farmi stare simpatica Conchita.
In particolare nei paesi dell’Europa orientale, Conchita è stata vista come uno scandalo. I bielorussi stavano per ritirare il loro concorrente, un personaggio di cui s’è persa memoria, e in Russia ci sono state reazioni vibranti. Il vicepremier di quel paese ha detto:
Il risultato di Eurovision ha mostrato ai sostenitori dell’integrazione europea il loro futuro europeo… una donna barbuta.
Si sa che in genere i vicepremier non li scelgono tra i più intelligenti - pensate all’Italia - ma l’affermazione è stata forte, così come quella di un leader nazionalista, che ha rimarcato:
È la fine dell’Europa. Loro non hanno più uomini e donne, hanno ”questo”.
E’ vero, noi abbiamo Conchita, e ne dobbiamo essere orgogliosi, in barba agli omofobi di tutto il mondo, e ce la dobbiamo tenere cara. Quasi sempre questi giudizi vengono dati da uomini seri, magari con la barba, segno evidente che gli antichi si sbagliavano: la vecchiaia non è sempre sinonimo di saggezza. Che barba questi vecchi omofobi!
Io sono contento che l’Europa sia “questo”.
Francamente credo sia stata più volgare di Conchita l’esibizione di molte altre partecipanti al concorso, tutte ugualmente belle, tutte ugualmente svestiste, tutte ugualmente provocanti. Ovviamente non ce l’ho con loro, fanno il loro mestiere, ma con chi le “alleva” e le fa esibire così, sfruttando soltanto la loro bellezza e la loro sensualità.
Conchita ha spiegato in un’intervista che ha deciso di usare questo nome d’arte, perché in tedesco la parola wurst viene utilizzata in sostituzione dell’espressione non me ne importa niente. Cos’è esattamente Conchita? Un uomo? una donna? un uomo che si veste da donna? una donna che si fa crescere la barba? Se a lui/lei non importa, non dovrebbe importare neppure a noi; Conchita ci insegna che la cosa importante sono le emozioni.
Che sia Conchita la filosofa della nuova Europa? La barba ce l’ha.

martedì 13 maggio 2014

Considerazioni libere (390): a proposito del mio voto per il Greco...

Io voterò per il Greco, ma questo credo che ormai lo abbiate capito. Lo voterei anche se non fosse l'unica alternativa disponibile. E - purtroppo - è l’unica alternativa disponibile.
Non posso e non voglio votare per un partito di destra, di centrodestra, di centro moderato e quindi questo esclude praticamente tutte le opzioni possibili, dai fascisti di Forza nuova al Pd di Matteo Renzi. Devo dire che, se non ci fosse Tsipras, la campagna furibonda e sguaiata del sedicente presidente della Repubblica contro Grillo sarebbe una tentazione fortissima per farmi votare il Movimento Cinque stelle. Il vecchio che occupa abusivamente il Quirinale è ormai passato dalle blandizie dei mesi scorsi alle minacce esplicite in stile mafioso, diventando un problema sempre più grave per la democrazia di questo paese. Comunque sia, nonostante Napolitano, basta che Grillo e il suo guru aprano bocca per dissuadermi dal votare per loro.
Anzi credo che, spero loro malgrado, stiano diventando sempre più indispensabili al mantenimento dello status quo. Fino a quando in Italia ci sarà il "pericolo Grillo", Napolitano avrà una giustificazione buona per sospendere la Costituzione e per sostenere il governo delle larghe intese. E qualcosa di simile avverrà in Europa, dopo il voto del prossimo 25 maggio: Merkel e Schultz - solidi alleati a Berlino - si augurano un risultato importante e significativo dei cosiddetti euroscettici, da Grillo alla Le Pen. Anzi più questi sono pericolosi e impresentabili meglio è per loro: potranno infatti giustificare in questo modo il governo europeo delle larghe intese che stanno preparando Ppe e Pse, sotto l'egida della Banca centrale, in nome della "salvezza" dell'Europa, contro i barbari e i nemici interni. D'altra parte ogni dittatura si rafforza nell'individuazione di un nemico interno e la troika, che governa in maniera illegittima e antidemocratica l'Unione europea, non fa certo eccezione a questa regola generale.
Comunque il mio voto a Tsipras disturba Napolitano e già questo basterebbe a giustificare la mia scelta.
A dire la verità è la prima volta da diversi anni, ossia da quando si sono suicidati i Ds, che io partecipo convintamente alle elezioni. In questi anni sono passato dal non voto alla scheda nulla, a voti sofferti e sbagliati - alle ultime politiche ho fatto l'errore di votare Pd, per esempio - e questa volta, se non ci fosse stata la Lista Tsipras sarei tornato alla scheda nulla, ossia alla rinuncia al voto, una decisione che per me rimane sofferta, anche quando è inevitabile.

Voterò convintamente per il Greco perché è un greco. Ovviamente questo da solo non basta, visto che naturalmente non voterei per un Renzi greco. Credo che sia stata un'ottima scelta da parte del Partito della Sinistra europea individuare come proprio candidato il leader di Syriza, visto cosa è successo in Grecia in questi anni. La Grecia è stata la prima vittima della troika, spogliata dei propri beni e svenduta ai profittatori internazionali. Le ricette della troika non funzionano, o meglio funzionano secondo i loro obiettivi, ossia favorire le privatizzazioni, smantellare lo stato sociale, a partire dalla previdenza, rendere più facili i licenziamenti e meno stabile il lavoro, eliminare le garanzie di carattere sociale introdotte nelle costituzioni nate dopo la seconda guerra mondiale e ridurre i poteri delle istituzioni democratiche elette (se questi punti vi ricordano il programma del governo Renzi qualcosa vorrà dire). In Grecia ci sono praticamente riusciti, e adesso hanno bisogno di una nuova vittima. E il nostro paese è lì, pronto a farsi sbranare, visto il lavoro fatto dai governi Monti-Letta-Renzi per andare in questa direzione, con il complice e fattivo assenso del Pd.
Voterò convintamente per il Greco perché si tratta di una proposta veramente europea. Votare per il parlamento europeo significa prima di tutto scegliere i propri rappresentanti all'interno di un organismo sovranazionale; votare per l'Europa tenendo conto unicamente delle dinamiche nazionali o addirittura locali - come troppe volte succede - credo sia il peggior servizio che ciascuno di noi può fare alla causa europea. Tsipras non è il candidato della Grecia o dell'Italia o di qualche altro paese, ma della sinistra europea e gli europarlamentari che riusciremo ad eleggere, in Italia come in tutti gli altri paesi dell'Unione, costituiranno probabilmente il terzo gruppo parlamentare a Strasburgo. Forse il risultato italiano sarà deludente - e di questo proverò a parlare dopo - forse non riusciremo a superare la soglia di sbarramento del 4%, ma dobbiamo avere la capacità di guardare al risultato complessivo e a come il nostro gruppo riuscirà a condizionare le dinamiche all'interno di un europarlamento in cui domineranno le larghe intese tra democristiani e socialisti.
Voterò convintamente per il Greco perché alla base della sua proposta c'è l'idea che l'Europa debba tornare ad essere una Comunità - come nello spirito del Manifesto di Ventotene. Una "comunità" non avrebbe dovuto accettare che i suoi paesi più in difficoltà, afflitti da debiti accumulati nel corso di decenni, fossero costretti a scegliere tra l'uscita dall'euro o il sottoporsi a regimi di rientro dal debito con misure da salasso. Una vera "comunità" avrebbe dovuto accogliere i paesi più deboli, prima socializzando il debito e poi favorendo la progressiva integrazione economica, sociale e politica di tutti i suoi membri.
Voterò convintamente per il Greco soprattutto perché è una proposta concretamente di sinistra. Perché il programma contiene alcuni obiettivi precisi, per i quali credo sia giusto battersi: fermare il programma di austerità, imposto dal gover­no neo­li­be­ri­sta della Bce e dele altre istituzioni finanziarie internazionali, abolire il fiscal compact, introdurre una vera Tobin tax sulle tran­sa­zioni finanziarie, istituire il sala­rio minimo euro­peo, difendere i ser­vizi pub­blici dalle privatizzazioni selvagge, impostare un nuovo modello di svi­luppo eco­lo­gi­ca­mente sostenibile e un piano di interventi pubblici che, superando la logica delle grandi opere, sia indirizzata alla tutela del territorio e alla promozione delle culture, demo­cra­tiz­zare le isti­tu­zioni dell'Unione europea, promuovere politiche attive per i diritti di tutti coloro che subi­scono discriminazioni. Sono le cose in cui credo, che provo a sostenere nelle riflessioni che adesso ho l'occasione di scrivere e che ho provato a fare, quando, nel mio piccolo, ho avuto qualche responsabilità politica.

E per quanto riguarda l’Italia? Cosa succederà il 26 maggio? Che ne sarà di questa esperienza? Su questo sono pessimista, molto pessimista. Io credo sia onesto dire che la Lista Tsipras è stata l'ennesima occasione mancata della sinistra italiana. Vedremo cosa succederà in questi prossimi giorni e soprattutto quale sarà il risultato elettorale, ma è probabile che già domenica sera ognuno di noi se ne andrà per la propria strada.
Un problema è che non siamo riusciti a essere presenti nei territori, a diventare un soggetto vero, riconosciuto e riconoscibile. Ovviamente su questo ha pesato molto il sostanziale oscuramento della nostra proposta sui media più tradizionali, in televisione in particolare. La Lista Tsipras semplicemente non c'è stata e, quando sono stati costretti ad invitarla, l'hanno ridicolizzata, come ha fatto Floris a Ballarò. D’altra parte l'ordine arrivato dal Quirinale è stato duro e capillare: la Rai ha dovuto fare campagna elettorale ventre a terra per Renzi e per il suo infelice partito, per B. e per i loro alleati, seguendo una rigida proporzione. Noi dovevamo essere esclusi, così come il Movimento Cinque stelle doveva essere presentato come il "male". Però non è questa la ragione di fondo per cui non siamo mai stati in partita, sarebbe un alibi troppo comodo tirare fuori le scorrettezze della maggioranza, che pure ci sono state e che vanno denunciate, per provare a tenere alta la guardia sui rischi che sta correndo la democrazia in Italia e in Europa.
Il problema vero è che non abbiamo fatto abbastanza, ciascuno di noi non ha fatto abbastanza; ovviamente tutti abbiamo avuto i nostri motivi, tutti legittimi, per spiegare questo disimpegno, ma a questo punto le ragioni personali contano poco.
C'è stato un problema iniziale, non ancora risolto e probabilmente irrisolvibile, che riguarda i compagni di Sel, ossia il partito più strutturato nella galassia delle sigle che hanno dato vita alla Lista Tsipras. I compagni di Sel non vogliono tagliare i ponti con il Pd, non possono, in particolare in un momento in cui elezioni europee vengono condotte insieme ad elezioni amministrative. I più cattivi possono dire che non vogliono rinunciare alla loro fetta, contingentata e lottizzata, di sottogoverno, e credo che questo abbia effettivamente pesato, ma soprattutto ha prevalso in loro l'idea - per me l'illusione - di poter essere una sorta di sinistra del Pd, di essere il nucleo attorno a cui si coaguleranno quelle forze di sinistra che sono ancora nel Pd e che per ora, sotto il "regno" di Renzi, non riescono a esprimersi. I compagni di Sel si cullano nell'idea che esista un Pd "buono", di cui loro saranno le levatrici; il Pd "buono" non esiste in natura. L'idea - tutta figlia di una politique politicienne, in cui la tattica è l'elemento prevalente - che il Pd sia riformabile, porterà alla morte anche i compagni di Sel; mi dispiace per loro, ma temo che la loro fine sia già scritta.
Il fatto di non aver risolto questo equivoco di fondo con quelli che avrebbero potuto guidare noi "sinistri sparsi", ci ha lasciato in balia di errori, che però sarebbero stati risolvibili, avremmo potuto superare l'impasse della formazione delle liste, che ci ha indebolito, facendoci perdere per strada alcuni compagni - penso ai Comunisti italiani - e alcune ingenuità, come il "lato b" di Paola Bacchiddu, di cui abbiamo parlato in maniera francamente sproporzionata, ma che - nel vuoto pneumatico del resto - è finito per diventare quello di cui ci ricorderemo in questa campagna elettorale.
Avremmo potuto superare anche l'altro limite di fondo della Lista Tsipras, ossia la difficoltà, quasi l'imbarazzo, di definirci come la sinistra, anche a partire dal nome. So che ci sono ragioni giuste dietro questa scelta, in particolare il tentativo di rivolgersi a un elettorato potenzialmente più ampio, in particolare quello Cinque stelle - cosa peraltro non avvenuta - e a quei giovani che, avvicinatisi alla politica negli ultimi anni, non sanno neppure più cosa sia la sinistra, visto che non ne hanno mai vista una, ma soltanto una sua pallidissima copia. Forse il fatto che non abbiamo ragionato abbastanza su questo punto - ossia che per un giovane di venti/venticinque anni sinistra è una parola che non ha ormai alcun senso - è stato il limite maggiore del nostro tentativo. Finché non risolviamo questo punto avremo delle delusioni, quindi prepariamoci.

Nonostante tutto, c'è spazio per la sinistra in Europa e, per quanto sia difficile da credere e oggi perfino da immaginare, c'è uno spazio per la sinistra anche in Italia. Quindi fate come me il prossimo 25 maggio: votate il Greco.

lunedì 12 maggio 2014

Verba volant (90): lobbista...


Lobbista, sost. m. (e, seppur raramente, f.)

Questa è una parola entrata da poco nella nostra lingua ed è un calco dell'inglese lobbyst. Il termine lobby deriva dal latino tardo laubia - peraltro è la stessa etimologia dell'italiano loggia, e questa parola già provoca a noi italiani un brivido lungo la schiena - e significa propriamente loggia, tribuna, e quindi, per estensione, la tribuna del pubblico nelle aule parlamentari. Il lobbista è chi, pur non avendo una carica pubblica e quindi non sedendo nelle sedi deputate, è capace di avere un ruolo - e un potere, spesso considerevole - nella vita pubblica, condizionandola. Immagino che Primo Greganti possa essere definito un lobbista e forse non disdegnerebbe questo appellativo.
Non ho conosciuto personalmente Greganti, immagino soprattutto per ragioni anagrafiche: quando io ho cominciato a lavorare nel partito lui era già stato arrestato, la prima volta. Altrimenti, visto il lavoro che facevo in quegli anni, credo proprio che avrei avuto la probabilità e l’occasione di incontrarlo. Sinceramente non so se sia uno che “lavorava” in proprio o uno che agiva esclusivamente in nome e per conto del partito.
Ricorderete che all’epoca di Mani pulite i giornali che non ci erano amici - ma anche qualcuno che fingeva di esserci vicino - lo presentò come una sorta di campione della fedeltà al partito: il “compagno G“, come cominciarono a chiamarlo, venne descritto come quello che, trovato con le mani nella marmellata, fece il sacrificio di prendersi tutta la colpa, senza tirare in ballo il partito, come fecero invece i suoi “colleghi” che svolgevano lo stesso lavoro per la Dc e soprattutto per il Psi. In qualche modo Greganti divenne perfino un personaggio positivo, in quel mare melmoso di traditori e delatori.
La verità non la so e probabilmente, come dicevano gli antichi, sta nel mezzo, perché Greganti in quegli anni - e anche molto recentemente, a quanto pare - operava in una zona grigia dove è molto difficile individuare le responsabilità personali e distinguere tra cosa è lecito e cosa non lo è.
Come dicevo, in quegli anni non ho conosciuto Greganti, ma ho conosciuto diverse persone che facevano un lavoro simile al suo, che oggettivamente non è facile da definire. Sono persone che stanno al centro di reti di relazioni, che conoscono moltissime persone, che favoriscono incontri e facilitano affari, sono appunto quelli che negli Stati Uniti chiamano lobbisti e che noi non avevamo una parola per definire, per cui ci siamo affidati a questo termine inglese.
Il problema per queste persone non è propriamente la loro onestà o la loro disonestà - anche se ovviamente questa distinzione è determinante per la loro fedina penale, oltre che per la loro coscienza, quando ce l’hanno - ma il fatto che lavorano nel ventre molle della nostra società, dove c’è perfino più incompetenza di quanta sia la disonestà, che pure è tanta e diffusa. Il Gatto e la Volpe sono certamente due ladri e due imbroglioni, ma non andrebbero probabilmente molto lontano se non trovassero qualcuno disposto a credere che le monete possano moltiplicarsi, semplicemente piantandole per terra.
I lobbisti nostrani vivono proprio grazie a questa incapacità diffusa, ad esempio nella pubblica amministrazione, ma anche in gran parte del tanto decantato privato. Prosperano grazie alla mediocrità di persone che, pur avendone la funzione e la responsabilità sulla carta, non sanno prendere una decisione da soli e quindi si affidano a qualcuno che pensano possa aiutarli, colmando le loro lacune. Si alimentano in una rete di favori reciproci, per cui tutti tendono a fare le stesse cose e soprattutto a non scontentare nessuno. Il problema non è tanto incontrare questo o quel personaggio - anzi avere l’opportunità di conoscere più persone o più offerte può essere utile e quindi il lavoro di questi “facilitatori” di incontri può davvero servire, in molte occasioni - ma capire chi sia quello che ti sta di fronte e soprattutto se ti proponga una soluzione e un’opportunità o una fregatura e un un imbroglio. Troppo spesso chi decide accetta la proposta del lobbista di turno, solo perché non sa che pesci pigliare e si affida al primo che passa, magari consigliato da qualche amico. O da un amico degli amici.
Si può anche decidere di incontrare il diavolo - a volte è inevitabile - l’importante è non acquistare da lui le pentole.
Ecco i lobbisti vivono in questa mediocrità incompetente ed arrogante, fatta di meschinerie, indecisioni, rinvii, furberie, prevaricazioni, che è il brodo di coltura della nostra società, il vero carattere originario del nostro paese. E naturalmente in questa mediocrità è più facile essere disonesti. Ovviamente gli stessi lobbisti condividono con la classe dirigente di questo paese - di cui fanno parte a tutti gli effetti - questa stessa mediocrità e di questo tutti paghiamo le conseguenze. A suo modo aveva ragione Craxi quando definì Mario Chiesa un “ladro di polli”: spesso questi non sono neppure capaci di rubare.
Mi pare significativo il caso di Expo 2015, i cui vertici, uno dopo l’altro, vengono inquisiti ed arrestati, insieme alla rete di faccendieri, lobbisti, consulenti vari, che hanno messo le mani sui tanti soldi che girano intorno a quel progetto. Di Expo mi è già capitato di parlare, alla voce retribuzione, per il fatto delle persone non pagate o sottopagate che lavoreranno all’evento. Leggiamo con soddisfazione che ora questo problema è stato parzialmente risolto, visto che alcune persone che lavorano intorno a quella manifestazione, per quanto non giovanissimi e di prima esperienza - come il compagno G - sono stati retribuiti. Indubbiamente Expo è davvero la vetrina di quello che è capace di offrire il nostro paese, non capisco perché trovi tanti detrattori.
Scherzi a parte, evidentemente anche la politica condivide questa crisi, se in questi anni non ha avuto la capacità di sviluppare anticorpi per immunizzarsi da personaggi come Greganti. E anche noi non siamo riusciti ad essere quell’eccezione che pure ci vantavamo - o ci illudevamo - di essere. Greganti e quelli come lui stavano al nostro fianco, a volte ci davano una mano, spesso si approfittavano di noi e noi non abbiamo fatto abbastanza per allontanarli. Fino a che la mediocrità non ci ha travolto. Anzi a lei ci siamo arresi, consegnando le chiavi - e le casse - del partito al compagno R.
E adesso il diavolo non ha neppure più bisogno di noi per piazzare le sue pentole; anzi ha cominciato a produrre anche i coperchi.

sabato 10 maggio 2014

Verba volant (89): sciacallo...


Sciacallo, sost. m.

Lo sciacallo è un animale che gode indubbiamente di una cattiva fama, peraltro condivisa con gli altri animali che sono soliti cibarsi di carogne.
Questa parola italiana deriva da quella francese chacal, a sua volta derivata da quella turca ciaqal. Si tratta comunque di una parola molto antica che risale, attraverso il persiano shagāl, al sanscrito antico. Già queste brevi note etimologiche dimostrano quanto sia antico il rapporto tra l'uomo e lo sciacallo. Gli sciacalli sono diffusi soprattutto in Africa, in un'area che va dalle coste mediterranee fino alla savane subsahariane. Lo sciacallo dorato, probabilmente la specie più diffusa di questo carnivoro, è presente anche in diverse zone del Vicino e Medio Oriente, fino all'Europa orientale; in pratica lo sciacallo è diffuso in quella vasta area, dalla Mesopotamia al corso del Nilo, conosciuta come mezzaluna fertile, in cui è nata la nostra civiltà. Già questo ci dovrebbe far rispettare di più questo antico animale.
Nell’antico Egitto, proprio a causa del rapporto dello sciacallo con la morte, questo animale era considerato in qualche modo sacro. Immagino che tutti avrete visto una qualche rappresentazione del dio Anubi: la testa nera di uno sciacallo dalle lunghe orecchie su un corpo umano. Anubi era per gli antichi egizi il signore della morte e dell’oltretomba, il protettore delle necropoli, per cui veniva anche chiamato Il Signore degli Occidentali. La sua testa era nera perché questo colore indicava sia la putrefazione dei corpi sia il bitume impiegato nelle pratiche di mummificazione; ma il nero è anche il colore del limo, ossia dell’elemento che rendeva fertile la valle del Nilo ed era simbolo di rinascita. Inoltre Anubi, il dio dalla testa di sciacallo, era considerato figlio di Osiride e di Nefti, gli dei dell’oltretomba, ma anche rispettivamente dell’agricoltura e dei parti, perché vita e morte sono sempre e comunque solidamente intrecciate.
Bisogna ricordare che la tradizione di personaggi mitologici con la testa di cane è presente in tante altre culture antiche, compresa quella cristiana. San Cristoforo cinocefalo, uomo con la testa di cane, presenta diversi caratteri comuni con il dio egizio: san Cristoforo traghetta Gesù bambino, portandolo sulle spalle, così come Anubi “traghetta” le anime fra il regno dei vivi a quello dei morti.
Per tornare alle notizie di carattere etologico, occorre ricordare che tutte le specie di sciacallo hanno denti robusti, con lunghi canini, e zampe lunghe e affusolate che li rendono buoni corridori, capaci di mantenere un’andatura costante, fino ai 16 km/h, per un lungo periodo di tempo. Gli sciacalli sono carnivori, predatori di uccelli e di piccoli animali e, soprattutto, mangiatori di carogne, come le iene e gli avvoltoi, svolgono quindi un insostituibile servizio per il mantenimento dell’ecosistema. Sono animali notturni, attivi prevalentemente all’alba e al tramonto. E sono rigorosamente monogami, non essendo abituati a vivere inbranco. Una coppia di sciacalli occupa un territorio sufficientemente grande per sfamare se stessi e i propri cuccioli, fino a quando questi sono abbastanza grandi da andarsene per occupare loro stessi un nuovo territorio. E il rapporto tra uomo e sciacallo continua, visto che in Africa questi animali vivono sempre più spesso attorno alle nostre discariche di rifiuti
In questi giorni questa parola viene usata di frequente, ovviamente nel suo significato figurato, perché lo sciacallo è chi approfitta delle disgrazie degli altri, in particolare per rubare. Chi, in occasione di cataclismi o di eventi bellici, saccheggia case e luoghi abbandonati, deruba cadaveri o persone indifese, è certamente da condannare. Esiste anche una forma più sottile di sciacallaggio, non ancora introdotta nei vocabolari. Pensate al politico che, appena avutanotizia di una disgrazia, arriva sul posto per farsi riprendere, giusto in tempo per itelegiornali di prima serata: in fondo è uno sciacallo anche quello.
Il nostro beneamato presidente del consiglio, peraltro piuttosto abile a essere nel posto giusto al momento giusto, ossia quando si accende la luce rossa della telecamera, ha elevato lo sciacallo a categoria politica: da una parte ci sono lui, i suoi servi e i suoi corifei, e dall’altra ci sono gufi e sciacalli, in sostanza tutti quelli che non lo considerano il più bravo e il più moderno, anche quelli che si permettono soltanto di avere qualche dubbio. Per Renzi - il primo leader davvero post-ideologico e davvero post-novecentesco - non esiste più la differenza tra destra e sinistra, ma solo quella tra lui e quelli che non sono d’accordo con lui. Io, nel mio piccolo, mi iscrivo a questo secondo partito.
E quindi viva i gufi e gli sciacalli.
Finisco questa definizione con un piccolo racconto di Antonio Gramsci, intitolato Perché uno sciacallo fu fatto re.
Nella giungla si erano uniti in clan, per poter cacciare con più profitto e meno pericolo, e babbuini e lupi e leopardi ed altre bestie di vario pelo e colore. Tra di loro però si era intrufolato un piccolo sciacallo che mangiava i rifiuti e spolpava le ossa dei succulenti banchetti. Era sopportato perché nella giungla lo sciacallo è temuto da tutti come diffusore di idrofobia e di malattie infettive, ma l’irritazione e il malcontento era grande e tutti del “clan” avrebbero benedetto la buona occasione che li avesse liberati dal poco piacevole socio.
Fu una scimmietta molto accorta e giudiziosa che trovò la via di scampo: “Perché non lo facciamo nostro re? - propose in una privata assemblea da lei appositamente convocata - lo potremmo così collocare nella sua nicchietta, ben pasciuto e immunizzato dalla sua stessa autorità, e noi non avremmo più a soffrire del contatto da pari a pari con chi ci fa continuamente rabbrividire e drizzare il pelo. Potrà fare collezione di tutti i cocci colorati e le cartine inargentate che troveremo nelle nostre incursioni, di cui gli faremo doveroso omaggio, e così saremo tranquilli”.
Sapete quale era il titolo originario di questo apologo? ‘L sindich.

domenica 4 maggio 2014

Considerazioni libere (389): a proposito di uno sciopero e di una città...

Per lunedì 5 maggio i sindacati confederali - Cgil, Cisl e Uil - hanno proclamato una giornata di sciopero dei dipendenti del Comune di Parma. In sé non sarebbe neppure una notizia particolarmente rilevante, se non fosse che in quello stesso giorno comincia Cibus, la fiera più importante dell'agroalimentare italiano - un appuntamento particolarmente atteso per l'economia di questa città - e lo sciopero dei vigili urbani causerà notevoli disagi alla circolazione stradale. Se non ci fosse stato Cibus lo sciopero dei colleghi di Parma sarebbe passato sostanzialmente inosservato, se non per le famiglie che portano i bambini all'asilo nido e per quei pensionati che, cascasse il mondo, devono andare in un ufficio comunale proprio quel giorno lì, perché nel resto della settimana non hanno tempo.
Se lavorassi nel Comune di Parma, sicuramente non farei questo sciopero, che trovo sbagliato per molti motivi.
Da dipendente pubblico, e da iscritto alla Cgil, da tempo sostengo che lo sciopero sia per noi un'arma spuntata, poco efficace dal punto di vista politico e comunicativo e sostanzialmente inutile dal punto di vista sindacale, visto che, nonostante gli scioperi che abbiamo fatto - e a cui anch'io ho regolarmente partecipato, da buon iscritto, per quanto critico - il nostro contratto continua a non essere rinnovato da diversi anni. Il problema è che molte persone, i cittadini per cui lavoriamo e i nostri colleghi del settore privato, ci considerano non una risorsa, ma un peso, pensano che siamo, nella migliore delle ipotesi, dei passacarte inutili. Tanto è vero che tutti i governi che si sono succeduti in questi anni - di centrodestra e di centrosinistra - per rendersi popolari hanno parlato male di noi, certi di guadagnare consenso. E ovviamente non è da meno l'attuale governo di centrodestra, che ha messo tra le suo priorità la riforma della pubblica amministrazione.
I sindacati hanno indetto questo sciopero, perché lamentano una difficoltà di dialogo con l'attuale amministrazione e soprattutto la mancata definizione delle risorse da destinare a indennità e produttività. In sostanza mentre gli altri lavoratori lottano per conservare il posto di lavoro o perché non sia ridotto il loro stipendio - cosa ormai frequente, anche per aziende un tempo sane, anche in questo territorio, da sempre ricco - noi "pubblici", che abbiamo posto di lavoro e salario garantiti, lottiamo per le indennità: immagino sia difficile trovare la solidarietà degli altri su questa battaglia di civiltà.
Curiosamente poi questo sciopero viene proclamato contro un'amministrazione grillina, l'unica in Italia - o almeno la più importante - e io, pur essendo un notorio antipatizzante grillino, temo che questa sia la vera - e sola - ragione di questa forma di lotta. Non c'è modo di fare la controprova, ma penso che se il sindaco fosse del Pd questo sciopero non ci sarebbe stato. Da iscritto alla Cgil mi spiace molto che il mio sindacato si sia prestato a questo giochino, magari per tirare la volata a una sua autorevole ex segretaria in vista delle prossime primarie per la scelta del candidato sindaco del centrosinistra. Io sono uno che crede che il sindacato debba far politica - molto di più di quanto lo stia facendo oggi - ma non in questo modo. Bisogna che la Cgil - come sapete io gli altri due non li considero nemmeno, essendo ormai da tempo tristi "sindacati gialli" - sostenga i valori e i temi della sinistra, visto che non c'è più un partito di riferimento per questa vasta area politica.
Perché allora dobbiamo per forza dar addosso al sindaco di Parma? Questi tra l'altro ha accettato, grazie anche alla lotta e alla capacità di persuasione della Cgil, di introdurre la valutazione del reddito nel calcolo della Tasi: un segnale importante, uno dei pochissimi in Italia, che ci dovrebbe far capire che non ci troviamo di fronte a un "nemico" - a Parma li abbiamo avuti eccome i "nemici" nell'amministrazione comunale - ma a qualcuno con cui si può parlare, che tra l'altro ha qualche problema con i leader nazionali del suo movimento. Forse, se proprio la Cgil voleva fare "bassa" politica, sarebbe stato meglio dialogare con Pizzarotti, magari favorendo il suo distacco da Grillo. No, la Cgil vuole in tutti i modi favorire il Pd, perché evidentemente ha nostalgia di essere "cinghia di trasmissione" del partito. Un conto però è esserlo del Pci di Berlinguer e un altro del Pd del clown fiorentino: forse qualche compagno della Cgil di Parma non ha ancora capito bene la differenza tra le due situazioni.
Tra l'altro mi pare che i compagni della Funzione pubblica di Parma, nella loro foga antigrillesca, abbiano smarrito la capacità di individuare da dove arriva davvero il pericolo. Sono troppo deboli ora i sindaci - tutti i sindaci - sono troppo pochi i loro margini di manovra, per pretendere da loro, qualsivoglia sia il loro colore politico o il loro orientamento sindacale, una qualche azione positiva a favore di noi lavoratori. In questi ultimi anni abbiamo assistito - e Renzi ha già mostrato di accentuare questa tendenza - a una forte centralizzazione del potere verso il governo, tagliando fuori il parlamento e le autonomie locali. A sindaci che non contano più un c... cosa possiamo chiedere? E soprattutto perché lottiamo contro di loro, finendo poi per danneggiare i cittadini e le città in cui noi stessi viviamo?
I nostri veri avversari stanno a Roma - e forse ormai neppure lì, visto che il nostro governo è commissariato di fatto - se scioperiamo adesso perché Pizzarotti non ci concede le briciole delle indennità, cosa faremo quando Renzi e Draghi ci toglieranno un pezzo di stipendio o ci cominceranno a licenziare? In Grecia è già successo, i dipendenti pubblici sono stati individuati come il capro espiatorio dei problemi di quel paese e contro di loro la troika è andata con la mano pesante. Noi avremmo bisogno adesso di riannodare i fili tra noi e i cittadini, tra noi e i colleghi del privato, dovremmo spiegare cosa facciamo e che il nostro lavoro è importante per loro, serve a loro. Se non lo faremo adesso, quando "lorsignori" ci licenzieranno, non solo gli altri non ci aiuteranno, ma anzi li applaudiranno. Io spero che prima o poi - e spero il prima possibile - il mio sindacato capisca che abbiamo bisogno di prepararci a questa lotta, non di ottenere venti o trenta euro di indennità.

giovedì 1 maggio 2014

Verba volant (87): lavoro...

Lavoro, sost. m.

Questa è la parola del Primo maggio, come libertà lo è del 25 aprile, due bellissime feste che, insieme al 2 giugno, rappresentano l'anima della nostra Repubblica. Credo dovremmo valorizzare di più queste feste e non considerarle soltanto l'occasione di qualche ponte primaverile.
Lavoro deriva dal sostantivo latino labor, che significa fatica; quindi il Pianigiani spiega che laborare vuol dire prima di tutto
operar faticando
Il grande studioso di etimologia spiega che in questa parola troviamo la radice labh, che ha come primo significato quello di afferrare e poi quello figurato di agognare. In questa parola c'è quindi uno sforzo e un desiderio, che rende bene, a mio avviso, il valore che il lavoro ha per ciascuno di noi. O che dovrebbe avere.
Per capire cosa significhi davvero questa parola, credo sia utile andare a rileggere le pagine dei verbali delle sedute dell’Assemblea costituente in cui è stato deciso che il lavoro dovesse essere l’elemento fondante della nostra Costituzione, da collocare nel primo comma del primo articolo della legge più importante della Repubblica.
Dai lavori della Commissione dei settantacinque il testo dell’articolo 1 era uscito con questa formulazione:
L’Italia è una Repubblica democratica. La Repubblica italiana ha per fondamento il lavoro e la partecipazione effettiva di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. La sovranità emana dal popolo ed è esercitata nelle forme e nei limiti della Costituzione e delle leggi.
Bello certamente, ricco di significati, ma non proprio facile da ricordare. Quel richiamo al lavoro e soprattutto ai lavoratori fu fortemente voluto dai comunisti e dai socialisti. Fu però il democristiano Amintore Fanfani a proporre nella seduta plenaria dell’Assemblea del 22 marzo 1947 il dettato dell’articolo come poi fu approvato e come tutti lo conosciamo. Credo meriti rileggere queste sue parole.
Dicendo che la Repubblica è fondata sul lavoro, si esclude che essa possa fondarsi sul privilegio, sulla nobiltà ereditaria, sulla fatica altrui e si afferma invece che essa si fonda sul dovere, che è anche diritto ad un tempo per ogni uomo, di trovare nel suo sforzo libero la sua capacità di essere e di contribuire al bene della comunità nazionale. Quindi, niente pura esaltazione della fatica muscolare, come superficialmente si potrebbe immaginare, del puro sforzo fisico; ma affermazione del dovere d’ogni uomo di essere quello che ciascuno può, in proporzione dei talenti naturali, sicché la massima espansione di questa comunità popolare potrà essere raggiunta solo quando ogni uomo avrà realizzato, nella pienezza del suo essere, il massimo contributo alla prosperità comune.
E’ ingiusto - e anche anacronistico - fare paragoni tra chi allora scrisse la Costituzione e chi oggi la vorrebbe riformare; troppo diverse sono le condizioni storiche, politiche, culturali e sociali tra l’Italia di allora e quella di oggi. E non possiamo solo dire che la classe politica è peggiorata, dobbiamo dire che anche la società è peggiore, noi tutti non riconosciamo e non seguiamo i valori che c’erano allora. E parimenti è sbagliato mettere su un piedistallo quella classe politica, senza riconoscerne i limiti, gli errori, in alcuni casi le nefandezze. Nonostante tutto questo però, quando si leggono parole come queste, scopri davvero un abisso e ti prende un senso di nostalgia e di sconforto, pensando a cosa saremmo potuti diventare e a cosa siamo diventati.
Al di là di questo inciso, ci sono due aspetti che credo sia giusto sottolineare nella parole di Fanfani, che penso possano essere utili anche per la riflessione dei nostri giorni su un tema così importante per la vita di tutti noi.
Il nostro lavoro, il lavoro di tutti, deve essere uno sforzo libero. Pare scontato, ma non lo è: lo sforzo di uno schiavo, di un uomo o di una donna costretti a cedere il proprio tempo e le proprie energie, non può essere considerato lavoro. Ci sono schiavi che nell’antichità hanno costruito capolavori architettonici e ci sono oggi schiavi che producono le magliette che indossiamo o i telefonini con cui ci teniamo continuamente in contatto, ma questo non è lavoro. E non serve andare in Asia o in Africa, basta fermarsi a Prato o nelle campagne dove si raccolgono le arance e i pomodori, solo per fare qualche esempio. Lo dobbiamo ricordare quando valutiamo la crescita di un paese: la schiavitù conviene dal punto di vista puramente economico, dal momento che garantisce bassi costi di produzione e crescita della ricchezza complessiva. Però quello non è lavoro e non realizza la prosperità comune.
Il secondo aspetto è che il lavoro di ciascuno di noi realizza a un tempo noi stessi e la società. E’ abbastanza semplice capire che il lavoro libero di ciascuno di noi contribuisce al bene della comunità, è qualcosa di cui abbiamo immediata evidenza. Forse non abbiamo ancora capito quanto il lavoro sia importante per ciascuno di noi. A me è successo, intorno ai quarant’anni, di non avere un lavoro e vi assicuro che si è trattato davvero di un momento buio della mia vita, che ricordo con dolore e ansia e che faccio di tutto per non ricordare. Chi non lavora non esprime la sua capacità di essere, in qualche modo non è.
Per questo mi arrabbio tantissimo quando mi capita di vedere qualche collega che non si rende conto della fortuna che ha e che lavora male. Lavorare male è sbagliato non solo perché danneggi quello che fai e chi quel lavoro te l’ha dato - e questo discorso vale tanto di più per noi “pubblici”, i cui datori di lavoro sono i cittadini - ma perché mina la tua dignità. Dobbiamo ricordare sempre che il lavoro è un diritto, ma anche un dovere, e che quindi richiede tutta la nostra responsabilità e tutto il nostro impegno.
Allo stesso modo chi ha responsabilità di governo dovrebbe ogni giorno rileggere queste parole di Fanfani per capire che l’articolo 1 della nostra Costituzione non è una formula, un espediente retorico - per quanto ben riuscito - ma un impegno cogente, per tutti.

giovedì 24 aprile 2014

Verba volant (84): progresso...

Le_ProgrèsProgresso, sost. m.

Lo spunto per scrivere questa definizione mi è venuto guardando un'immagine che ho trovato casualmente su Facebook, che ho condiviso e su cui alcuni amici hanno avviato una discussione interessante. L'anonimo ha unito due foto, una recentissima e una degli anni Settanta: nella prima, a colori, le tre donne che governano Brasile, Argentina e Cile - rispettivamente Dilma Rousseff, Cristina Fernàndez de Kirchner e Michelle Bachelet - nella seconda, in bianco e nero, i militari che governavano quegli stessi paesi quarant'anni fa.
Il primo istinto è quello di tirare un sospiro di sollievo: evidentemente questo tempo non è passato invano, se quelle terribili dittature sono finalmente finite. Questo infatti è stato il mio primo commento, dopo il quale alcune persone hanno sottolineato i danni profondi che il governo di Cristina Fernàndez sta facendo a quel paese.
Ripeto quello che ho scritto là, in un post successivo al mio commento a caldo dell’immagine, rispondendo proprio a queste critiche. Io non sono un sostenitore acritico di nessuna di quelle tre donne di governo, tanto meno della presidente dell’Argentina, che è protagonista di una politica economica che ha fatto e fa danni; se fossi argentino immagino che sarei decisamente all’opposizione, senza farle alcuno sconto, e lo stesso probabilmente farei in Brasile. E, come sapete, ho molte riserve sul funzionamento delle attuali democrazie, sempre più condizionate da poteri economici internazionali, che agiscono senza alcun controllo e sono di fatto legibus soluti.
Però la soddisfazione rimane, perché queste due foto raccontano un mondo che è cambiato, non come avremmo voluto probabilmente, e che dovrebbe essere cambiato ancora, in maniera radicale e rivoluzionaria. Intanto però, se fossi argentino, le critiche a Cristina de Kirchner le potrei esprimere, senza paura di essere ucciso e senza temere per la vita dei miei familiari, come succedeva invece ai tempi di Videla, e questo è comunque un progresso.
Questa parola deriva dal verbo latino progrĕdi, che significa andare avanti, avanzare. Ora andare avanti non è per forza sinonimo che si sta andando nella direzione giusta. Anche chi procede verso un burrone e non riesce a fermarsi, va avanti, ma non per questo il suo procedere è auspicabile o deve essere imitato.
E’ comunque prevalso un significato positivo, per cui il progresso è l’avanzamento verso gradi superiori, con implicito quindi il concetto di perfezionamento, di evoluzione, di una trasformazione graduale e continua dal bene al meglio. E così progresso è diventata parola cara prima agli illuministi e poi ai socialisti e adesso è certamente una parola “nostra”, che ci è molto cara, tanto che amiamo definirci progressisti, anche al netto della campagna elettorale del ’94, in cui la coalizione del centrosinistra - la “gioiosa macchina da guerra” di occhettiana memoria - scelse proprio questo nome, senza troppa fortuna.
In questi quarant’anni, da quando sono nato ad oggi, c’è stato un progresso? Ci sono stati dei cambiamenti in meglio? Sì, ci sono stati.
E’ finita la sanguinosa stagione delle dittature militari nell’America latina. E’crollato il Muro di Berlino e sono caduti i regimi comunisti nell’Europa orientale. Cattolici e protestanti governano insieme l’Irlanda del nord e non c’è più il terrorismo basco. E’ finito il regime dell’apartheid in Sudafrica e i neri governano un paese in cui, fino a pochi fa, non godevano dei diritti civili e politici. Quarant’anni fa alcune di queste cose ci sembravano impossibili da realizzare, in qualche caso impensabili.
Io, come sapete, sono un inguaribile pessimista e per ciascuna di questi miglioramenti potrei citarvi gli aspetti negativi. Nell’89 - l’anno fino ad ora più importante per quelli della mia generazione - avevamo molte speranze che sono andate deluse. Gli esiti sono stati molto diversi, da paese a paese: sono nate democrazie mature, come quelle polacca, quella ungherese, quella ceca, ma sono anche sorte dittature molto dure, come quella di Lukasenko in Bielorussia e regimi autoritari, come in Russia. Ci aspettavamo che in ogni paese ci fosse un Havel, ma ci siamo ritrovati troppi Putin. Alcuni paesi si sono divisi in maniera consensuale, come la Repubblica ceca e la Slovacchia, mentre nei Balcani abbiamo assistito a conflitti sanguinosi, tra il cinismo e l’indifferenza dell’Europa. Srebrenica è una pagina buia della nostra storia, quanto la caduta del Muro di Berlino è luminosa.
Un po’ di strada l’abbiamo già fatta, tanta ne dobbiamo ancora fare. In fondo non potremmo dirci progressisti se non fossimo sempre in attesa di qualcosa di meglio e non provassimo a lottare per ottenerlo.

martedì 22 aprile 2014

Verba volant (83): madre...

Madre, sost. f.

In tutte le lingue indoeuropee - ed è uno dei rarissimi casi in cui c'è questa uniformità - la parola che indica la femmina che ha concepito e partorito deriva dalla radice del sanscrito antico ma. Questa radice ha come primo significato quello di misurare, ordinare, da cui deriva quello di preparare, formare. La madre è appunto colei che forma e prepara, è colei che genera. E' anche quella persona che, per anni, ci fatto mettere in ordine la nostra stanza, ma questa è un'altra storia. C'è evidentemente un valore divino in questo atto e non è un caso che nelle religioni più antiche della nostra civiltà la divinità fondamentale e primigenia sia sempre la Grande madre.
Vale la pena di ricordare che invece la radice pa, sempre nel sanscrito antico, contiene in sé il concetto di proteggere e di nutrire, assegnando così questi compiti al padre - altra parola che troviamo sostanzialmente uguale in tutte le lingue indoeuropee.
A dire la verità, in questo caso ho pensato prima alla definizione che alla parola da definire, cosa piuttosto inconsueta per un lessicografo: sembrerebbe una contraddizione, ma spero di riuscire a spiegarvela arrivando alla fine. Per dire quello che voglio dire, avrei potuto scegliere anche la parola padre o la più neutra genitore, anche se in questo caso non volevo innescare il dibattito su genitore 1 e genitore 2, che so appassionare tanti di voi. Ho deciso alla fine di scegliere madre perché in questa nostra epoca - da pochissimi anni, a dire il vero - ormai non vale più l’antico principio del diritto romano, secondo il quale
mater semper certa, pater numquam.
Ammetto che fino a quando non sono venuto a vivere a Salsomaggiore non sapevo quali fossero le proprietà terapeutiche di queste acque termali; ho scoperto da poco che vengono utilizzate da tempo anche per curare l’infecondità femminile. Devo anche dire che i miei amici salsesi, quelli che da più tempo abitano qui e ricordano gli anni d’oro della città, pur senza sminuire gli effetti benefici delle acque salsobromoiodiche, ritengono che al successo delle cure abbia contribuito anche una forma empirica, ma sperimentata da secoli con notevole efficacia, di “fecondazione eterologa”.
A parte questa nota scherzosa, finalmente anche nel nostro paese è stato concesso alla coppie che non possono avere figli di utilizzare questa tecnica - quella moderna, scientifica - senza essere costretti ad andare all’estero; ci sono voluti dieci anni di battaglie legali per raggiungere questo risultato, ottenuto soltanto grazie ad una sentenza della Corte costituzionale, vista l’incapacità della politica di affrontare il tema.
Come ho detto però, ora non solo è possibile avere due padri, ma si possono avere anche due madri, una che concepisce e una che partorisce. Si tratta evidentemente di qualcosa di assolutamente nuovo per la storia della nostra specie, a cui dobbiamo trovare il modo di adattarci. E che ci pone domande a cui dovremo dare delle risposte. Per convenzione si dice che la madre “vera” è quella che ci mette l’ovulo, ma sappiamo anche che in alcuni casi non è stato semplice per la madre “surrogata”, che ha tenuto dentro in sé un bambino per nove mesi e lo ha fatto nascere, separarsene: quel figlio, in qualche modo, è anche suo. Con qualche ragione.
E poi ci possono essere gli errori, che non dovrebbero esserci in casi come questi, ma sono possibili, perché questa è la natura umana e la perfezione, si sa, non è di questo mondo. La paura dello scambio dei neonati è sempre esistita, a volte è stata l’occasione e lo spunto per scrivere opere letterarie, ma cosa succede quando l’errore avviene a monte, in fase di inseminazione e di impianto, come pare sia avvenuto all’ospedale Pertini di Roma? Di chi sono i figli che stanno per nascere? Di quale coppia?
Personalmente non ho mai dato - e non do - un grande valore ai legami di sangue. Non ho ragione di credere che i miei genitori non siano quelli biologici - e anzi alcuni indizi fisiologici e fisiognomici me lo confermano - ma loro sarebbero i miei genitori, indipendentemente dal fatto che mi abbiano generato o meno. Lo sono ormai, nel bene e nel male, per i 44 anni che abbiamo passato insieme fino ad ora e per quelli che passeranno ancora, per i momenti belli e anche per quelli brutti, per i conflitti che ci sono stati e soprattutto per il modo in cui mi hanno cresciuto ed educato. Io sono il loro figlio per questa storia, non per una combinazione cromosomica.
Immagino ricorderete la storia raccontata nel Primo libro dei Re di cui è protagonista Salomone (1Re 3, 16-28). Peraltro, come ci spiegano gli antropologi Frazer e Gressman, questa storia è raccontata con poche varianti, in tradizioni molto diverse.
Due prostitute si presentano di fronte al re di Israele, reclamando ciascuna la maternità di un bambino. Entrambe le donne, che vivono nella stessa casa, hanno avuto un figlio - i padri sono ignoti e comunque ininfluenti per il prosieguo della storia - ma uno dei due è morto alla nascita. Non ci sono stati testimoni né delle due nascite né di quello che è successo dopo e ciascuna delle due donne afferma che di essere la madre del bambino che ancora vive.
Evidentemente il re non può sapere quale dice le verità, in base a valutazioni scientifiche, e quindi Salomone afferra una spada e sentenzia che il bambino sarà diviso a metà tra le due donne. A questo punto l’atteggiamento delle due donne, che nel corso del processo avevano usato le stesse parole, cambia: la prima accetta il giudizio del re, mentre la seconda rinuncia alle proprie pretese e dice che il figlio dev’essere dato all’altra donna. Salomone a questo punto affida il bambino alla seconda, ossia a quella che aveva rinunciato, spiegando che proprio con questa rinuncia ha dimostrato di essere la vera madre.
Era davvero lei la madre del bambino? Naturalmente non lo sapremo mai, ma certo è quella che ha dimostrato di amarlo di più.
Questo è bastato a Salomone. Deve bastare anche a noi.

lunedì 14 aprile 2014

Verba volant (81): rappresentare...

Rappresentare, v. tr.

Questo è un verbo difficile da spiegare, anche se, all'apparenza, tutti noi ne conosciamo i diversi significati. Tento comunque l'impresa, sperando nella vostra benevolenza.
Deriva, come è facile immaginare, dal latino repraesentare, composto dalla particella re, che vale di nuovo, e dal verbo praesentare, ossia rendere presente. Il primo significato, quello etimologico, è quindi, secondo la dottrina del Pianigiani, a cui spesso attingo per le voci di questo mio povero vocabolario:
render presenti cose passate o lontane
I miei amici amanti del teatro - per non parlare di quelli che calcano le scene - credo abbiano immediatamente pensato a questo significato del verbo, che infatti viene usato per indicare chi sostiene la parte di un personaggio, assumendone le vesti e la figura. Da qui si passa, per facile analogia, al suo significato politico, che probabilmente è venuto subito in mente ad altri amici, appassionati di questa nobile arte - o scienza, a seconda delle interpretazioni.
Certo anche la politica è rappresentazione. L’attuale presidente del consiglio è un politico che rappresenta, con notevole efficacia - lo devo ammettere, per quanto l’uomo mi sia profondamente antipatico - una parte, quella dell’ingenuo di talento, della pecora in mezzo ai lupi. L’uso delle parole, dei gesti, è studiato nei minimi particolari proprio per apparire naturale e spontaneo. Qualcuno, dopo aver visto una delle sue televendite, potrebbe dire che è un perfetto rappresentante, un venditore porta-a-porta di riforme; almeno ai rappresentanti possiamo non aprire, lui invece ci piomba in casa sempre e comunque.
Non è ovviamente il primo e non sarà l’ultimo, anzi la rappresentazione è una componente ineliminabile della politica. I grandi comizi di Berlinguer erano anch’essi rappresentazioni, con migliaia di personaggi, ciascuno dei quali aveva una parte, anche minima; i suoi funerali sono stati una grandiosa rappresentazione popolare, probabilmente l’ultima grande della sinistra italiana. Consapevole e dichiarata. Così come i congressi del Psi all’epoca di Craxi erano rappresentazioni, spettacoli, al netto dei nani e delle ballerine. Disturba quando questa onestà manca, quando si confondono volutamente i piani, come fa appunto l’ex sindaco di Firenze, fingendo che una rappresentazione non ci sia.
A me però oggi interessa di più ragionare della rappresentanza, ossia dell’altro significato fondamentale di questo verbo.
Chi mi rappresenta, in Comune, in Regione, nel parlamento italiano ed europeo, a ogni livello e in ogni sede - vale anche per il sindacato ovviamente - è colui che interviene in mia vece e a mio nome, assolve le funzioni che io dovrei compiere e agisce per conto mio. Capite che è difficile scegliere una persona a cui delegare un tale potere, deve essere qualcuno di cui ho la massima fiducia, qualcuno che possibilmente conosco.
Questo è un punto vitale della democrazia, perché sarebbe certamente bella la democrazia diretta, sarebbe probabilmente auspicabile in un mondo perfetto, ma - assunto ormai come acquisito che il nostro non è un mondo perfetto - non è un sistema realizzabile. Noi abbiamo bisogno di farci rappresentare da qualcun altro. Ovviamente il tema è capire attraverso quali meccanismi noi selezioniamo questi rappresentanti; oltre naturalmente a decidere fino a che punto può spingersi il loro mandato. Per questo non è oziosa la discussione sulla riforma della legge elettorale, come qualcuno a volte tenta di convincerci, dicendo che “ben altri” sono i problemi.
Mi è venuto in mente di trattare questo verbo, perché in questi giorni nella mia città è scoppiata una durissima polemica tra Federico Pizzarotti e il leader del suo partito, Beppe Grillo, proprio in merito ai criteri con cui sono stati scelti i rappresentanti di quel movimento per le liste del parlamento europeo. La notizia ha avuto una qualche eco anche a livello nazionale, ma ne riporto brevemente i contenuti. Come noto Grillo, Casaleggio e il “cerchio magico” che guida quel partito hanno deciso di avviare una consultazione attraverso la rete che ha raggiunto il risultato per loro straordinario - per altri osservatori, più o meno ostili, deludente - di aver fatto votare poco più di 33.000 persone. Il sindaco grillino di Parma, prima sommessamente poi con un po’ più di coraggio, ha criticato questo metodo, dicendo che praticamente nessuno dei prescelti aveva mai partecipato ad incontri di partito nel territorio.
Se fossi stato un cittadino di Parma nel 2012 probabilmente non sarei andato a votare per il ballotaggio per l’elezione del sindaco: non avrei potuto scegliere votare né il “vecchio” Bernazzoli né il “giovane” Pizzarotti, troppo del peggior Pd il primo, troppo grillino il secondo. Se diventassi cittadino di Parma nel 2017 molto probabilmente voterei per il secondo mandato di Pizzarotti. Nel frattempo io non sono diventato grillino, anzi Grillo mi diventa ogni giorno che passa più umanamente antipatico e politicamente distante, né il sindaco è diventato un fenomeno. Semplicemente, vedendo quello che fa attraverso le lenti di un’informazione che non gli è certo amica, essendo finanziata dall’Unione industriali, mi sembra che lui e la sua amministrazione stiano facendo il possibile nelle condizioni date, che sono davvero difficili.
Chi amministra la città ducale in questi anni non solo deve fare i conti con i debiti lasciati dalle pessime amministrazioni precedenti, ma soprattutto condivide con tutti gli altri sindaci italiani la sostanziale abolizione dei Comuni - a cui, per ragioni politiche, non è riservato il trattamento subito dalle Province - ma che si sono visti di fatto togliere poteri, risorse, capacità di gestione. Questa ultima vicenda ha ribadito il mio giudizio positivo su Pizzarotti, ribattezzato da Grillo “Capitan Pizza” e di fatto sfiduciato in questi giorni, con gran gioia delle iene del Pd che pregustano già di cibarsi della carogna del sindaco morente: oltre a questo, poveretti, non sanno fare.
Per tornare comunque al tema della rappresentanza il punto portato da Pizzarotti è valido e meriterebbe un’attenzione in più, al di là delle polemiche. L’attività sul territorio è un criterio con cui scegliere quelli che ci dovrebbero rappresentare. E’ più facile, se ci abbiamo lavorato insieme - anche solo per qualche ora - se lo abbiamo conosciuto, anche soltanto per un caffè, dare un giudizio su una persona, decidere se ci possiamo fidare di lui, se gli possiamo delegare il nostro potere, in sostanza se può fare le nostre veci. Altrimenti dobbiamo affidarci unicamente alla rappresentazione, al modo in cui chi chiede la nostra fiducia è capace di porsi. E in questa rappresentazione è più facile nascondere un inganno. Naturalmente si possono prendere cantonate incredibili anche con il primo sistema; a me è successo qualche volta - quando facevo un altro mestiere - di dare un giudizio positivo di qualcuno con cui avevo lavorato insieme, che poi si è rivelato un perfetto cretino. Ma sono state decisamente di più le scelte azzeccate.
Una volta questo era uno dei compiti che avrebbero dovuto svolgere i partiti. Non sempre lo facevano, spesso lo facevano male, ma a volte lo facevano bene. Mettevano le persone in condizione di conoscere quelli a cui stavano per delegare la propria rappresentanza. Ora naturalmente questo ruolo non lo svolgono più, perché si preferisce la cooptazione oppure il sistema delle primarie, che non ha a che fare per nulla con la rappresentanza, ma sta tutto dentro l’ambito della rappresentazione.
Che il tema della rappresentanza non l’abbiano affatto risolto neppure quelli che - come Grillo e il suo guru - si autoproclamano ideologici della “nuova politica”, oltre i partiti, e che l’abbia sostanzialmente eluso il “rottamatore” del partito, l’uomo che ha completato il suicidio del Pd - che infatti ha deciso le liste per le europee a tavolino, senza nessun tentativo, neppure mascherato, di coinvolgere i territori - mi rende paradossalmente contento e in qualche modo mi tranquillizza. Neppure i “geni” del secolo nuovo hanno trovato il modo di sostituire, almeno teoricamente, i partiti del secolo scorso e la loro idea di rappresentanza, che in qualche modo, carsicamente, continua a vivere: qualcosa di buono evidentemente c’è ancora.

giovedì 3 aprile 2014

Verba volant (79): latte...

Latte, sost. m.

Come credo di aver già raccontato, questa bevanda a me è particolarmente cara, anche se devo confessare che non ne sono un gran consumatore. Comunque sia uno come me, nato e cresciuto a Granarolo, con la madre che ha lavorato in una latteria e il padre che è stato uno dei primissimi autisti del Consorzio Bolognese Produttori Latte (che diventerà negli anni la Granarolo), insomma uno che alla Lola dà del tu, quando si parla di latte non può non intervenire. Potrei raccontare - mio padre lo ricorda spesso - quando nel suo camion, un Leoncino Fiat, invece di scriverci 4 ci scrissero 14, con una rudimentale, ma efficace, strategia di marketing o potrei parlare della crisi della logistica che ha portato alle contestazioni dei facchini delle scorse settimane, ma temo di andare troppo fuori dal seminato.
Il latte è sostanza vitale e sacra, e non è un caso che in gran parte delle lingue indoeuropee i nomi che lo indicano derivino dalla stessa radice greca gal.
Per i bolognesi immagino non serva chiarire perché ho scelto di scrivere questa definizione. Per i non bolognesi occorre invece dare qualche informazione in più. Nell’ambito di La scienza in piazza, una bella iniziativa che ogni anno viene realizzata dalla Fondazione Marino Golinelli nella città felsinea, è stata presentata un’installazione con il video, intitolato Head, dell’artista statunitense Cheryl Donegan; nel video si vede un contenitore verde da cui esce uno zampillo di latte e la testa di una donna che “gioca” con il liquido, fino a simulare una sorta di fellatio.
Ciascuno di voi può guardare il video - dura solo tre minuti - quindi può farsi un’idea, anche al di là della polemica contro i censori, che peraltro sono quello che sono - non li cito per non fare loro eccessiva pubblicità - ma chi di voi ha qualche dimestichezza con la politica bolognese sa bene che non arrivano all’asse del pane.
Secondo i curatori della mostra questo video “rappresenta il legame fra le memorie dell’infanzia e la prima sensazione di piacere associata al nutrimento, metafora del sacro e santo rapporto fra madre e figlio che passa attraverso un gesto innocente”, invece per alcuni consiglieri comunali già citati - del Pd e quindi della maggioranza e di Forza Italia e quindi dell’opposizione - si tratta di un’inutile volgarità. Non ho esattamente capito se il video è poi stato utilizzato e mostrato, ma ormai, a questo punto, la cosa in sé non è neppure troppo significativa. I consiglieri cattolicissimi sono riusciti a far sì che questo video sia stato visto e commentato da molte più persone di quante avrebbero mai visitato la mostra. A ulteriore dimostrazione della loro scarsa perspicacia.
Nella scheda della mostra è scritto che “tra l’ironia ed erotismo, nel video di Donegan, l’atto necessario del nutrirsi si trasforma in eccitante, divertente e gustoso, un gioco in grado di coinvolgere tutti i sensi“. Al di là della grammatica zoppicante di questa frase - ecco una cosa davvero diseducativa per i bambini frequentanti la mostra - francamente devo dire che a me il video non è piaciuto e che non colgo né l’ironia né l’erotismo, figuriamoci tutti gli altri significativi antropologici suggeriti in questi giorni. E’ un video brutto, che non lascia nulla a chi lo guarda e che temo sia stato realizzato soprattutto per stupire e per creare polemiche. Oggettivamente ha raggiunto questo suo scopo, ma nulla di più. Io sarò anche un po’ rozzo - d’altra parte ho fatto le scuole in campagna - ma penso che se un’opera d’arte, per essere giudicata bella, debba essere spiegata e rispiegata, allora tanto bella non sia.
L’arte si deve misurare secondo il criterio della bellezza, criterio che, per me, solo apparentemente è soggettivo. O meglio è soggettivo nel presente: a me adesso questo video non piace, mentre a voi adesso piace e abbiamo ragione tutti. Ma, visto che il tempo è galantuomo, tra qualche secolo rimarranno le cose belle e rimarranno, anche se per fortuna saranno un po’ meno, le cose brutte. Se ci pensate, è avvenuto lo stesso anche con le opere d’arte arrivate dai secoli passati: sono rimaste quelle belle, che continuano a essere belle, anche se magari ai critici del loro tempo non erano piaciute, e sono rimaste, un po’ meno, quelle brutte o meno belle, che hanno un interesse storico, archeologico e antiquario, e diventano magari l’oggetto dei più iperbolici televenditori, ma continuano a essere brutte. Però quello che è bello davvero resterà tale e verrà fuori, quello che è brutto non è destinato a migliorare. Per questo credo che la bellezza sia oggettiva, nel tempo.
Sono convinto quindi che il video della Donegan rientri tra le cose brutte, destinate a rimanere tali, come molta dell’arte contemporanea; naturalmente se, tra trecento anni, sarà ritenuto bellissimo, mi sarò sbagliato; per allora sarò morto e dubito che qualcuno leggerà ancora queste note. Se lo farà è autorizzato fin d’ora a considerarmi un imbecille.
La censura in campo artistico non funziona, spero se ne rendano conto anche i critici più zelanti, anche se ovviamente penso che non lo capiranno mai i consiglieri comunali protagonisti della vicenda, ma - come ho detto - nel loro caso la natura è stata matrigna.
Trovo che negli stessi giorni la città sia stata offesa molto di più che da questo video - che tutt’al più potrebbe insegnare ai bambini nuovi modi per sporcare le cucine delle proprie case - dall’ennesima archiviazione di un processo per una persona accusata di aver partecipato alla strage del 2 agosto 1980. La mancanza della verità è qualcosa che ci offende tutti, qui ed ora.
A proposito di latte, voglio fare una mia piccola proposta, che prende spunto - anche in questo caso - dai miei ricordi. Ritengo infatti sia molto più utile, educativo e salutare quello che succedeva a me e ai miei compagni quando andavamo alla scuola elementare, diversi anni fa ovviamente. Non ci è mai stato mostrato un video come quello della Donegan - immagino la faccia della mia maestra - ma venivamo ogni anno portati a vedere una stalla: in questo modo per noi allora era piuttosto chiaro che il latte veniva da una mucca e non dal bancone del supermercato. Mi piacerebbe che anche i bambini di oggi fossero portati in una stalla. E soprattutto ogni giorno, a merenda, ci veniva dato il bicchiere di latte. Sinceramente non so se quel latte era compreso nel servizio della mensa o se veniva offerto dalla nota azienda di cui sopra ai bambini del Comune in cui era nata e cresciuta, comunque era una sana iniziativa, che ci “costringeva” ogni giorno a bere un bicchiere di latte, senza rovesciarlo, a differenza di quello che fa la donna del video. Adesso, nel tempo in cui i genitori devono pagarsi anche la carta igienica, alla nota azienda magari si chiederebbe un’altro tipo di sponsorizzazione, ma allora funzionava così.
Forse un po’ più di latte vero ci farebbe bene, a tutti.

mercoledì 2 aprile 2014

Considerazioni libere (388): a proposito della smania di fare (e di disfare)...

E' un errore grave - e lo commettono in tanti purtroppo - considerare Renzi come una sorta di epigono di B., ossia pensare che il renzismo sia la continuazione del berlusconismo con altri mezzi. Certamente i due personaggi hanno molti tratti in comune, ma c'è una differenza sostanziale che credo non sia stata ancora valutata in maniera sufficiente e in tutta la sua portata. Proprio questa mancanza di analisi ci ha fatto commettere degli errori su Renzi e ce ne ha fatto sottovalutare il pericolo.
Per età, per convinzione profonda e anche per opportunismo politico, B. ha sempre rivendicato di essere un esponente di destra, anzi ha voluto essere - e lo è stato per molti anni - il capo di tutta la destra italiana, dai nostalgici del fascismo agli ultraliberisti, passando per il clericalismo vandeano. La sua capacità anzi è stata proprio quella di tenere insieme cose che in natura non starebbero insieme, portandole diverse volte alla vittoria elettorale. B. in sostanza è riuscito a fare quello che alla scuola elementare ci spiegano sia impossibile: sommare le mele con le pere. L'orizzonte politico di B. era quello novecentesco della distinzione tra destra e sinistra e infatti uno degli elementi della sua retorica è sempre stato un costante, orgoglioso e mai abiurato anticomunismo, che peraltro gli è stato necessario anche per raccogliere una parte significativa dell'eredità, non solo elettorale, dei socialisti italiani, che hanno sempre avuto un forte carattere anticomunista.
Naturalmente quel concetto aveva bisogno di essere aggiornato - anche perché nel frattempo i comunisti erano spariti - e il bersaglio polemico di B. sono diventati via via gli esponenti della vecchia politica, i burocrati italiani ed europei, i salotti buoni del capitalismo, i giornali, in buona sostanza - a fasi alterne e successive - tutto l'establishment, di cui pure lui era parte e che lo sosteneva. La sua abilità è stata quella di riuscire a etichettare di volta in volta tutti questi suoi avversari come comunisti. In questo bisogna dire che lo abbiamo aiutato parecchio anche noi: in questi vent'anni, mentre perdevamo via via l'anima, ci siamo aggrappati ai peggiori figuri, dai "capitani coraggiosi" di dalemiana memoria ai tecnocrati di rito montiano, e quindi è stato facile per gli aedi del berlusconismo sia sottolineare queste nostre sempre più evidenti contraddizioni sia additare i cosiddetti "poteri forti" come succubi dei comunisti.
Come ho già avuto modo di scrivere, B. è stata la fortunata invenzione della destra per coprire il vuoto che si era creato con lo sfaldamento dei partiti, soprattutto della Democrazia cristiana, che avevano garantito la stabilità del paese dalla fine della seconda guerra mondiale e soprattutto avevano impedito qualsiasi avanzamento delle forze progressiste. Come alla fine degli anni Sessanta decisero di usare le bombe e le stragi, così, nel passaggio storico segnato dalla caduta del Muro di Berlino, usarono B., uno strumento meno cruento, ma non meno pericoloso. Tra l'altro B. ha permesso a questo mondo oscuro di riavviare un rapporto organico con la mafia, che si era interrotto con l'uscita di scena di Andreotti.
L'ex sindaco di Firenze ora sta svolgendo sostanzialmente lo stesso compito che quelle stesse forze di conservazione avevano prima assegnato all'imprenditore lombardo e poi avevano demandato ai tecnici. Ma Monti e Letta si sono rivelati assolutamente inadeguati all'incarico a loro assegnato, almeno in una prospettiva temporale medio-lunga. Certo hanno portato a casa dei risultati importanti: l'adesione dell'Italia al fiscal compact e il commissariamento di fatto della politica economica, la distruzione del sistema previdenziale, l'avvio del processo di privatizzazioni e, dal punto di vista politico, la fine dell'esperienza storica del maggior partito di centrosinistra in Italia. Dopo aver indotto al suicidio il Pd, grazie anche alle trame di Napolitano, il compito di questi killer dell'ultraliberismo era finito: ormai il lavoro sporco era stato fatto. Adesso serviva qualcuno che portasse il paese in una stagione diversa: e Renzi è perfetto per questo ruolo.
Renzi - o chi per lui, personalmente non credo che il giovane fiorentino sia così intelligente da averci pensato da solo o da essere pienamente consapevole del suo ruolo - però ci ha messo qualcosa di più e di più grave, secondo me. Ha scardinato del tutto lo schema destra/sinistra che utilizzava B. e così ha le mani molto più libere nel trovare nemici, interni ed esterni, a cui addossare la colpa delle mancate riforme. Fausto Anderlini, in sua bella analisi, ha parlato di peronismo ed effettivamente l'esempio del dittatore sudamericano è l'unico che in qualche modo può servire a spiegare questo fenomeno. Renzi però, a differenza di Peron, non può più essere battuto in quel campo di gioco - ossia lo scontro novecentesco tra destra e sinistra - semplicemente perché lui non ci gioca più, e si è anche portato via il pallone. Adesso noi, anche solo per sperare di opporci a Renzi - non oso dire di sconfiggerlo - dobbiamo accettare le sue regole, e quindi lui ovviamente parte molto favorito.
In queste poche settimane di governo Renzi ha già potuto indicare come propri nemici - e quindi come nemici dell'Italia - la Confindustria, la Cgil, i rigoristi del fiscal compact, i "professoroni" che hanno firmato un appello contro la sua proposta di riforma costituzionale e così via; ovviamente non c'è nessuna coerenza in questo elenco, ma Renzi non insegue una coerenza, impone la propria coerenza. Da una parte c'è Renzi, ossia il nuovo, il bello e il buono che verrà, e dall'altra parte ci sono tutti gli altri, senza distinzione di ruoli e di schieramenti, ossia il vecchio, il cattivo che ci portiamo dietro dal passato. In questo modo lui ha le mani assolutamente libere e l'unico discrimine che rimane in campo è quello tra il fare - questa è la parola chiave della sua ideologia nuovista - e l'immobilismo del passato. Non importa cosa il governo stia facendo, l'importante è che stia facendo qualcosa.
Adesso è anche più chiaro perché per Renzi era così indispensabile diventare capo del governo. La sua non era e non è una battaglia politica o culturale che poteva essere combattuta dal ruolo di segretario di partito, per quanto in questo ruolo fosse legittimato da un mandato ampio. Lui doveva assolutamente entrare nella "stanza dei bottoni", come avrebbe detto Nenni; questo non l'abbiamo capito subito e lui ci ha battuto in velocità. Ora, dal governo, essendo riuscito a far prevalere questa idea distorta della politica, Renzi è diventato invincibile, perché ha la possibilità di fare e nessuno lo può giudicare per il merito delle cose che fa, ma tutti lo possono applaudire solo perché fa.
Provate a parlare con uno dei tanti sacerdoti del renzismo che popolano la rete; io per fortuna li ho praticamente cancellati tutti dalla mia lista di amici. Quando si critica il "caro leader", la prima cosa che ti dicono è che però lui sta facendo, mentre noi non abbiamo mai fatto nulla. Emblematico è il caso delle riforme istituzionali. Effettivamente sono anni che si discute della necessità di superare il bicameralismo perfetto e non si è giunti a nessuna conclusione; Renzi ha fatto approvare al suo governo un disegno di legge costituzionale in cui non solo si modifica il bicameralismo perfetto, ma si abolisce tout court il Senato. E temo ci riuscirà, perché chi avrà il coraggio di opporsi a questa legge - come ha tentato, seppur tardivamente, il presidente Grasso - finisce immediatamente nella gogna dei vecchi. Renzi ha gioco facile adesso a dire che Grasso e chi vuole difendere il Senato vuole soltato difendere i propri provilegi e un popolo, stanco dei privilegi di una classe politica autoreferenziale, accetta di buon grado l'abolizione del Senato, anzi la vive come una propria vittoria, e sente Renzi come il campione della propria vendetta. Non a caso Renzi, per giustificare questa proposta, non parla del farraginoso meccanismo di formazione delle leggi, ma la pone tutta sul piano economico: i senatori costano - e costano tanto - quindi aboliamoli. Bravo. Grazie. Il sistema della autonomie locali è complesso, i livelli di decisione sono troppi e troppo confusi. E' vero, per questo servirebbe una riflessione e una semplificazione del sistema delle autonomie, ma questa è una discussione che non ha alcun appeal. Per questo Renzi la butta sui soldi: le Province costano - e costano tanto - quindi aboliamole. Bravo. Grazie.
Persone ben più preparate dal punto di vista costituzionale di me hanno spiegato perché abolire il Senato è un pericolo molto grave: si scardina un sistema che aveva una sua coerenza, togliendo dei pezzi in maniera incoerente. L'obiettivo di Renzi - naturalmente uso sempre il nome del presidente del Consiglio per semplicità, ma voglio sempre indicare chi sta dietro di lui, i poteri che lo sostengono e lo dirigono - è proprio quello di limitare la democrazia nel nostro paese, perché meno democrazia significa anche minori diritti sociali e maggiore diseguaglianza economica. Chi sta dietro a Renzi e al suo infelice partito ha questo scopo; credo sarebbe ora che lo capissero anche gli amici della sinistra che si ostinano a far loro da stampella, che credono ancora che ci sia qualcosa di riformabile in quel partito; penso ad esempio ai compagni di Sel che si dedicano a questo obiettivo con una perseveranza che sarebbe encomiabile, se non fosse ormai indice di ottusità. Il Pd dei renziani - e dei servi sciocchi che fanno la minoranza - non è riformabile e quindi è sbagliato, secondo me, continuare a tentare un'alleanza con loro.
Francamente non so se la lista Tsipras avrà un risultato incoraggiante e soprattutto non so se, da lì - nonostante i rancori, i sospetti, le divisioni - potrà nascere qualcosa di diverso, qualcosa che almeno ci permetta di resistere, di riordinare le fila, qualcosa che ci dia il tempo di pensare. Agire in fretta in questa fase ci potrebbe far commettere degli errori esiziali. Ricordate i vecchi film western? Attaccati dagli indiani, i pionieri mettevano i carri in circolo e cercavano di resistere, in attesa del provvidenziale arrivo del settimo cavalleggeri. Ora, noi dobbiamo mettere i carri in circolo e provare a resistere, anche se sappiamo che non verrà nessuno a trarci d'impaccio; anzi, i cavalleggeri, quando arriveranno, cominceranno a spararci addosso anche loro.   

domenica 30 marzo 2014

Verba volant (78): rifiuto...

Rifiuto, sost. m.

Il rifiuto che mi interessa e che è l'oggetto di questa definizione non è quello che fece un tempo, per viltade - almeno a sentir Dante - il povero Celestino V, ma quella cosa che noi tutti giorni scartiamo, buttiamo, non utilizziamo più. In italiano infatti il rifiuto è sia l'atto di scartare sia ciò che viene scartato, anche se in questo valore più concreto si preferisce in genere il plurale rifiuti: evidentemente già la morfologia della nostra lingua ci dice che noi abbiamo la cattiva abitudine a buttare troppo.
Aprendo un bidone o un cassonetto dei rifiuti possiamo trovare davvero di tutto, anche dal punto di vista etimologico. A Bologna si usa comunemente il termine rusco, parola di origine celtica; in italiano rusca è propriamente la scorza della sughera e da qui è probabilmente venuto il significato di cosa da gettare. Permettetemi un piccolo inciso. Quando facevo un altro mestiere, mi capitava di fare incontri con compagni di altre regioni per dare indicazioni su come mettere in piedi una festa campestre. In una di queste assemblee, a Napoli, ricordai che, tra i vari adempimenti, gli organizzatori delle Feste dell'Unità dovevano informarsi anche sul regolamento comunale della tassa del rusco; i miei ascoltatori ovviamente non capirono, a parte alcuni compagni pugliesi che, avendo studiato a Bologna, avevano dovuto subito imparare le due espressioni base dello slang bolognese: "dammi il tiro" e, appunto, "porta giù il rusco".
Un po’ in tutto il nord Italia le parole che indicano i rifiuti hanno la stessa radice. Noi a Parma lo chiamiamo rudo, a Milano lo chiamano rüff (peraltro in milanese rusca è la buccia), in Liguria invece rumenta, che viene probabilmente dal latino ramentum, che significa scheggia e anche scarto della piallatura. Ovviamente scrivetemi per dire come si dice rusco nella vostra città e nella vostra regione.
So che i veneti invece chiamano i rifiuti scoassa: con tutta evidenza, in questo caso l’azione dello scuotere - scossare dice anche il Pascoli - indica chiaramente anche quello che viene gettato via.
Abbastanza consueta è anche la parola pattume; si tratta di una forma toscana, che deriva dal latino pactus, compatto, e indica la roba sudicia e inutile che si raccoglie spazzando, o che si ammassa per terra. Immondizia e monnezza hanno evidentemente la stessa radice, ma curiosamente arrivano allo stesso punto, partendo da due aggettivi opposti; immondizia, parola che deriva dall’aggettivo latino immundus, indica propriamente la cosa sporca, sudicia; il romano monnezza deriva invece dall’aggettivo mundus, perché è inteso ciò che si porta via spazzando, facendo pulizia, ossia si guarda al risultato finale.
Di rifiuti noi parliamo continuamente. Da qualche anno sui rifiuti i politici fanno le loro campagne elettorali; a Parma, ad esempio, la promessa di non far partire l’inceneritore è stata una dei cavalli di battaglia del grillino Pizzarotti e adesso il fumo dell’inceneritore, nonostante tutto entrato in funzione, è una delle sue spine nel fianco). Con i rifiuti si fanno enormi affari, leciti e meno leciti e non per caso le mafie si sono gettate in questo lucroso traffico. Per la gestione dei rifiuti si prendono tangenti: l’ultima vicenda di questo genere è recentissima.
Noi tutti ci lamentiamo quando ogni anno dobbiamo pagare la tassa sui rifiuti - pare che quest’anno si chiamerà Tari, le cambiano spesso nome per renderla più sopportabile - ma siamo piuttosto riottosi quando ci viene chiesto di fare la raccolta differenziata. Anzi la raccolta differenziata ci piace, la troviamo un grande segno di civiltà, auspichiamo che aumenti, ma vorremmo sempre che cominciassero gli altri. Non ci piacciono gli inceneritori, figuriamoci le discariche, specialmente quelle che vengono fatte vicino a casa nostra e non ci curiamo che ci siano paesi del mondo in cui arrivano tutti i nostri rifiuti.
Noi giustamente ci indigniamo per quello che avviene nella Terra dei fuochi, dove le industrie del nord hanno portato i loro rifiuti, spesso tossici, facendo un accordo con la camorra. Ma ci sono paesi in cui questa è la regola. Uno degli asset - come dicono quelli che parlano bene - dell’India è proprio il mercato dei rifiuti. Il governo di quel paese ha deciso di eliminare ogni regola e di liberalizzare le importazioni di rifiuti. Questo crea danni all’ambiente e alla salute di chi lavora? Probabilmente, ma quello che avviene là a noi non interessa troppo, questa forma estrema di riciclaggio ci permette di avere oggetti a prezzi sempre più bassi, che quindi potremo buttare via prima, per comperarne dei nuovi. E così via
Saramago, in suo celebre romanzo, La zattera di pietra, immagina che la penisola iberica si stacchi dall’Europa e si metta a navigare per l’oceano: fantasie di un poeta.
Nell’oceano Pacifico da diversi anni si trova il cosiddetto Pacific trash vortex, noto anche come Great Pacific garbage patch, ossia la grande chiazza di immondizia del Pacifico: un accumulo galleggiante, formato prevalentemente di plastica, che “naviga” tra il 135° e il 155° meridiano ovest e tra il 35° e il 42° parallelo nord. Secondo alcune stime quest’isola avrebbe un’estensione di 700mila kmq - ossia sarebbe più grande della penisola iberica - per un totale di 3 milioni di tonnellate di plastica. Ma ci sono scienziati che danno numeri ben più preoccupanti, perché non è facile misurarla.
L’accumulo di rifiuti in quella zona è cominciato a partire dagli anni ’50, per effetto di una corrente oceanica che provoca un movimento a spirale in senso orario, che fa sì che i rifiuti tendano ad aggregarsi. Naturalmente la corrente era presente ben prima degli anni ’50 e probabilmente c’erano anche prima dei rifiuti, ma solo dalla metà del secolo scorso esiste la plastica, che non è biodegrabile e continua a galleggiare sull’oceano. I rifiuti arrivano per l’80% dalla terraferma, ossia dalla costa occidentale dell’America del nord e dalle coste orientali dell’Asia e per la restante parte dai rifiuti delle navi e delle piattaforme petroliferee dalla perdita di container.
La “fortuna” del Pacific trash vortex è quella di essere abbastanza lontano dalla terraferma perché nessun governo se ne preoccupi troppo e così può continuare a navigare indisturbato.
Ovviamente è giusto fare la raccolta differenziata, è necessario riciclare, è doveroso trovare dei modi di raccolta e distruzione dei rifiuti che siano il più possibile compatibili con l’ambiente, affinché le nostre città non facciano la fine di Leonia, come racconta Italo Calvino nelle Città invisibili, travolta dai suoi stessi, incombenti, rifiuti. Ma dovremmo anche cominciare a fare meno rifiuti, a gettare via meno, e su questo mi pare che il lavoro sia tutto da cominciare.