giovedì 26 settembre 2019

Verba volant (714): schiava...

Schiava, sost. f.

Nella Rane, quando Euripide cerca di accampare a proprio merito di aver dato la parola nei suoi drammi a tutti, anche alle donne e agli schiavi, il vecchio Eschilo gli risponde che per questo avrebbe meritato piuttosto la morte. Ma come - ribatte Euripide - io agivo da democratico. E qui interviene Dioniso, che è il giudice della contesa - un giudice che sappiamo assolutamente parziale, che si è già espresso a favore di Euripide, anzi che è sceso negli inferi proprio per riportarlo sulla terra - e gli dice: lascia stare la democrazia, non è roba per te. Aristofane che mette in scena questa contesa - e che è un deciso avversario di Euripide - sembra dirci: attenzione, cari spettatori, non fate l'errore di questo autore, una cosa è la democrazia e un'altra l'uguaglianza, perché la democrazia funziona solo se ci sono gruppi, le donne e gli schiavi, che hanno meno diritti dei maschi liberi, se ci sono alcuni che sono meno uguali degli altri.
Quando Aristofane scrive questi versi probabilmente ha in mente, tra le molte tragedie di Euripide, Ecuba, la cui protagonista è donna e schiava. Ma non smette mai di essere regina.
La tragedia comincia - come Amleto - con lo spettro di un uomo che racconta da chi e come è stato ammazzato. E' Polidoro, il più giovane dei figli di Priamo ed Ecuba, che i genitori hanno mandato alla corte di Polimestore, per salvargli la vita nel caso Troia fosse caduta. Ma il re tracio, quando vede la città bruciare, decide di violare il patto di ospitalità: fanno gola le grandi ricchezze che Priamo ha dato al figlio e poi è sempre meglio schierarsi con i vincitori, con i nuovi padroni dell'Egeo.
Ecuba non sa ancora cosa è successo a Polidoro, ma è turbata per la sorte dei propri figli. La flotta greca non riesce a partire, non c'è un alito di vento e il mare è completamente piatto. I soldati sono in subbuglio. Appare un altro spettro, questa volta è quello di Achille, che dice che i greci potranno partire solo se sarà vendicato, se sarà uccisa la donna che è stata la causa della sua morte, Polissena, un'altra delle figlie di Priamo ed Ecuba. La bellissima giovane ha finto di ricambiare l'amore di Achille solo per carpire il segreto della sua invulnerabilità: è solo grazie a lei se Paride ha potuto scoccare la freccia mortale che ha colpito il tallone del guerriero greco.
Neottolemo vuole che sia rispettata la volontà del padre, Agamennone naturalmente rifiuta, perché Achille gli è nemico anche da morto e perché non vuole uccidere la sorella di Cassandra, la donna che ama, anche se è una schiava. Odisseo però - è lui che al solito deve risolvere queste questioni - riesce a convincere Agamennone e i greci che il sacrificio deve essere compiuto: come all'inizio c'è stato, in un'analoga situazione, quello di Ifigenia.
Come al solito la morte non avviene in scena, ma è raccontata da un messaggero, in questo caso Taltibio. E l'araldo descrive la morte di Polissena, che pretende di offrirsi volontariamente alla spada di Neottolemo: vuole morire da donna libera e non da schiava. Agamennone, che presiede al sacrificio, acconsente, e sembra che perfino Neottolemo vacilli nel momento di compiere la propria vendetta, e comunque fa in modo che la morte sia rapida e rispetta il cadavere. La schiavitù non esiste in natura, come crederà ancora qualche decennio dopo questa tragedia Aristotele: Polissena è nata libera e, nonostante quello che è successo alla sua famiglia e alla sua città, rimane sempre tale.   
Ecuba deve seppellire la propria figlia, invia un'ancella sulla spiaggia per prendere una brocca d'acqua di mare con cui pulire il corpo, ma la giovane torna con un tragico carico: il cadavere di Polidoro che le correnti hanno spinto fino lì. Ecuba sembra sul punto di impazzire, ma è proprio in questo momento che, anche se formalmente è una schiava, torna a essere la regina di Troia, quella che, morto Priamo, è chiamata a reggere il suo popolo, per quanto sconfitto e disperso. E' la regina che tratta con il suo pari Agamennone e si accorda per vendicarsi su Polimestore, è la regina che, attirato il re tracio con l'inganno nella sua tenda, guida le donne troiane, ne uccide i figli e lo acceca, ed è ancora la regina che, di fronte ad Agamennone - che, sopraggiunto alle grida di Polimestore, è chiamato a giudicare l'accaduto - difende la sua vendetta, accusando l'uccisore di Polidoro di aver violato, per cupidigia, il patto di ospitalità. E proprio in forza di questi argomenti, il verdetto del re di Micene sarà favorevole alla donna.
Non esiste la schiavitù, ci dice Euripide. Un'idea eversiva per il pensiero comune dell'Atene di quel tempo, la cui economia si reggeva grazie al lavoro degli schiavi che, impiegati nelle botteghe e coltivando i campi, permettevano ai loro padroni di partecipare alla vita politica e sociale della città, e che, lavorando nelle miniere d'argento del capo Sunio, assicuravano alla città le risorse per armare la più potente flotta dell'Egeo. E - ci dice ancora - non è più accettabile che le donne abbiano meno diritti degli uomini. Un'idea eversiva per il pensiero comune dell'Atene di quel tempo, che infatti gli preferì sempre altri autori di tragedie. Un'idea che, dopo appena duemilacinquecento anni, sembra ancora eversiva.

martedì 24 settembre 2019

Verba volant (713): gazzosa...

Gazzosa, sost. f.

Lo confesso: amo la gazzosa. Ma notoriamente io sono antico, un residuo del Novecento. E amo birra e gazzosa. In Francia ho scoperto che i supermercati te la vendono già fatta: si chiama panaché. Buona, ma ti toglie il gusto di mescolare i due ingredienti, di scegliere i dosaggi, a seconda della voglia, del gusto, o delle possibilità, perché oggettivamente la gazzosa è sempre costata meno della birra e quindi c'è stato un tempo in cui era molto più la prima rispetto alla seconda. Come quando avevo un mosquito e facevo io la miscela, anche se in quel caso le dosi erano obbligate. Forse mi piace fare birra e gazzosa più di quanto mi piaccia berla.
Zaira - che, come sapete, legge i giornali - mi ha raccontato una storia capitata in questi giorni, una storia di ordinario capitalismo. C'è questo "superdroghiere", uno che va molto di moda, uno che va sempre in televisione a pontificare su tutto, che vi ha venduto per anni, a caro prezzo, una marca di gazzosa, e ve l'ha venduta facendovi credere che bere quella gazzosa fosse un gesto a suo modo rivoluzionario. E così voi, un po' perché in buona fede ci avete creduto e un po' perché volevate fare i "fighetti", avete comprato in massa la sua gazzosa, per far vedere che non compravate una molto più nota bevanda gassata, uno dei simboli del più bieco capitalismo. Poi questa bevanda scura ed eccitante la bevete comunque, magari di nascosto, magari giustificandovi, quando siete scoperti, dicendo che l'avete ordinata perché non c'era la gazzosa, anzi non c'era quella gazzosa lì. Comunque sia, avete contribuito a rendere ricco il droghiere, che, per diventarlo ancora di più, ha deciso di vendere la vostra marca preferita di gazzosa, quella che vi fa essere così di moda e così di sinistra, alla stessa multinazionale che produce la bevanda gassata del diavolo. Un po' vi sta bene, così imparate a diffidare di ogni ciarlatano che passa per la strada.
Chissà se nel 1840 era di moda bere la gazzosa? Forse non così come oggi, anche perché non c'era ancora la bevanda scura, che nella seconda metà del Novecento è diventata globale, uno dei simboli della pax americana. Però c'è stato un tempo in cui anche la gazzosa era, a suo modo globale. Infatti la prima gazzosa di cui siamo certi risale proprio a quell'anno, prodotta a Ceylon - che non si chiamava ancora Sri Lanka - quando l'isola, ceduta dagli olandesi, era un dominion della corona britannica. In quest'isola la Clarke Romer & Co produceva una bibita gassata al limone. Sappiamo che in quegli anni c'è stata un'epidemia di colera e probabilmente la diffusione di queste bottigliette sigillate con quello sciroppo dissetante aveva anche uno scopo igienico. Comunque, a largo di Kirinda, è stata recuperata una nave che, nonostante il naufragio, conservava ancora intatte alcune casse di bottigliette di gazzosa, la prima gazzosa industriale della storia.
Perché pare che la gazzosa l'abbiano inventata in Svizzera. E se fosse vero dovremmo ripensare allo sprezzante giudizio di Orson Welles, che Nel terzo uomo dice che quel popolo in cinquecento anni di pace e democrazia è stato capace di produrre solo orologi a cucù. Sono stati gli svizzeri a sperimentare che in una bottiglia d'acqua che contiene sciroppo aromatizzato al limone, chiusa con un tappo di sughero, fissato con il ferro - come lo champagne - alla lunga, esattamente come il vino, si attiva un processo di fermentazione provocando quelle dissetanti bollicine. Però fu un inglese, Hiram Codd, a brevettare un sistema per cui la bottiglia veniva chiusa da una biglia di vetro, che bastava far scendere, facendo uscire un po' di gas, per poter bere quella bibita rinfrescante, diventata quindi lo "champagne della palletta". Visto che adesso il sistema di Codd non si può più usare per ragioni igieniche, i puristi difendono il tappo a macchinetta, mentre noi accettiamo ormai la gazzosa in bottiglie di vetro con il tappo a corona e anche in bottigliette in plastica. Non so si ci sono i brick in tetrapack, non so se esiste l'equivalente del Tavernello per la gazzosa. Se non ci fosse credo bisognerebbe inventarlo: cosa c'è di più squisitamente proletario? 

sabato 21 settembre 2019

Verba volant (712): tela...

Tela, sost. f.

Carissima Charlotte,
mi manchi tanto. Qui è dura: alla mattina seguo le lezioni alla League, il pomeriggio torno a casa, dormo qualche ora e poi alla sera, fino alle due, sono a servire hamburgher e chili da Mel. Ogni giorno passo almeno un paio d'ore in metropolitana. Però New York è bellissima, non vedo l'ora che tu possa vederla.
Il professor Brown mi incoraggia, dice che ho talento. Per fortuna spendo poco per i corsi qui alla Art student League. Lo stipendio è davvero basso, ma quando non ci sono clienti posso disegnare. Mel mi chiama Van Gogh. Due notti fa ho venduto un ritratto a un cliente: mi ha dato un nichelino. Lo voglio conservare: sarà il mio portafortuna.
Ti amo.
Tuo Jack

Carissima Charlotte,
mi è servito fare il cameriere nel ristorante di zia Judith a Baltimora. Non lavoro più da Mel. Mi hanno assunto al Four seasons a Park avenue: è il più bel ristorante di Manhattan. Lo hanno aperto da nemmeno un anno. Pensa che è stato progettato da uno dei più importanti architetti tedeschi. E' splendido, sembra un tempio, tutto vetro e bronzo.
E anche il ristorante è stato progettato dagli stessi architetti. Per dividere le due sale c'è il sipario che Picasso ha disegnato per un balletto a Parigi e su una parete c'è un grande quadro di Jackson Pollock.
E' incredibile essere qui. Due sere fa sono venuti a cena Katharine Hepburn e Spencer Tracy. Ieri c'era il sindaco di New York. Tra tre giorni ci sarà il compleanno di Rockfeller. In mezzo a una delle due sale c'è una piscina e agli angoli quattro alberi che cambiano quattro volte l'anno, a ogni stagione. Qui non ho più tempo di disegnare. E dormo sempre poco. Però il nichelino sta funzionando.
Ti amo.
Tuo Jack

Carissima Charlotte,
ieri sera sono venuti a cena Mark Rothko e sua moglie e li ho potuti servire io. I suoi quadri mi interessano molto, anche se sono così diversi dalle cose che dipingo io. A volte sono inquietanti. Dicono che tra qualche settimane saranno finalmente pronte le grandi tele che ha dipinto per il ristorante. Sembra che per questo lavoro verrà pagato 35mila dollari. E' così strano immaginare i suoi quadri nel ristorante.
Rothko fuma di continuo. Mentre gli ho portato l'aragosta, gli ho detto che sto studiando alla League: so che c'è stato anche lui. E' stato gentile. Io gli ho detto che sono felice che ci saranno i suoi quadri. Mi ha guardato con un'aria strana.
Ti amo.
Tuo Jack

Di dove sei ragazzo?
Di Baltimora. La mia fidanzata Charlotte vive ancora lì, ma presto verrà anche lei a New York.
E porteresti Charlotte a cena qui?
No di certo, non potrei mai permettermelo, signor Rothko.
Ecco, mi fa arrabbiare dipingere qualcosa che tu e Charlotte non potreste mai vedere. Dipingere qualcosa solo per i più ricchi bastardi di New York che vengono qui a mangiare e a farsi vedere.
Con tutto il rispetto, signore, sapeva che ristorante era.
Hai ragione. Ma sono stato tentato dall'idea di intrappolare questi stronzi in una stanza dove tutte le porte e le finestre fossero murate. E ho dipinto i quadri così, per rovinare loro l'appetito. Ma ora non lo so...

Caro Jack,
stamattina è arrivata una ditta di trasporti e mi ha consegnato un quadro. Per te e per me. Nel biglietto c'è solo la firma: Rothko.

giovedì 19 settembre 2019

Verba volant (711): popolare...

Popolare, agg. m. e f.

Il 22 febbraio 1955 debutta alla Scala di Milano Porgy and Bess

volete sapere come va avanti questa storia? dovrete aspettare il libro in cui ho raccolto tutte queste storie...

martedì 17 settembre 2019

Verba volant (710): brutto...

Brutto, agg. m.

La guerra di Troia è un conflitto senza soldati, almeno così ce la racconta Omero, che regolarmente si dimentica di loro. Al massimo li descrive come gli spettatori - ovviamente interessati - degli scontri tra gli eroi. I soldati di Omero sono in sostanza una claque. Eppure sappiamo che ci sono: ogni eroe greco è il capo di un proprio esercito personale, e più questo è numericamente consistente più la voce di quell'eroe è ascoltata nei consigli di guerra. Anche in questo caso i soldati sono soltanto numeri, utili per "sedersi al tavolo della pace".
Ma esattamente cosa fanno i soldati nell'Iliade? Sono i rematori che hanno condotto lì le navi, sono quelli che hanno costruito l'accampamento, sono quelli che gestiscono i rifornimenti e la salmeria, verosimilmente saranno loro a costruire il cavallo. In sostanza i soldati di Omero sono artigiani e contadini che lavorano per il loro signore. E qualcosa del genere avviene anche nel campo troiano. Combattono anche, ma le loro battaglie, in cui muoiono - da una parte e dall'altra - non meritano mai un racconto.
A un certo punto però questi invisibili riappaiono. E' il nono anno di guerra: il momento peggiore per l'esercito greco, perché Achille ha deciso di ritirarsi, adirato con Agamennone per il possesso di una schiava. Non esattamente un nobile motivo. L'autorità del re di Micene vacilla, gli altri re sono sempre meno disposti a seguirlo: neppure loro amano quel presuntuoso di Achille, ma capiscono che anche a loro potrebbe succedere la stessa cosa. A questo punto Agamennone si ricorda che ci sono i soldati e quindi decide di fare una bella operazione "democratica" per legittimare il proprio potere. Convoca tutte le truppe, spiega che ormai la situazione è perduta, che - sottinteso per colpa di Achille - Troia non cadrà e quindi chiede loro cosa fare. Naturalmente i soldati non possono davvero scegliere: hanno solo l'opzione di chiedere al loro duce di continuare a combattere. E Agamennone confida nella loro avidità: conquistare Troia significa saccheggiarla e ci saranno oro e donne per tutti. Si sta per ratificare il voto favorevole a continuare la guerra, ma a questo punto prende la parola Tersite. Va bene, torniamo a casa - dice il greco - siamo stanchi di questa guerra. E rinfaccia ad Agamennone la sua avidità, il suo attaccamento morboso alle ricchezze, lo accusa anche per la vicenda di Briseide, usando peraltro parole meno violente e volgari di quelle usate da Achille poco prima contro lo stesso Agamennone. Tersite dice la verità, dice quello che molti soldati pensano, ma non hanno il coraggio di dire.
Agamennone - come al solito - non sa cosa fare. E' Odisseo che risolve la questione, sicuramente maledicendo in cuor suo il re di Micene per quella idiozia del referendum. Il re di Itaca non usa la sua celebre astuzia, né la sua proverbiale oratoria. Semplicemente afferra lo scettro e riempie di botte Tersite finché questo scappa in lacrime verso le navi. L'autorità è ripristinata e i soldati - lieti dello scampato pericolo - deridono Tersite. La guerra continua.
E Tersite continua a parteciparvi. Anche Achille ha ripreso il suo posto. In uno scontro uccide la fortissima regina delle Amazzoni, Pentesilea, che in precedenza ha già sconfitto molti greci. Come uso le toglie le armi e accorgendosi di quanto sia bella, ancora carico di testosterone dalla battaglia, la possiede. Un atto che non fa onore al più valoroso dei greci. Tersite, ancora una volta, non sta zitto e denuncia questa oltraggiosa necrofilia. E Achille reagisce esattamente come Odisseo, con la forza, ma questa volta uccide quel piantagrane, che ha questa odiosa abitudine di dire sempre la verità.
La forza però non basta. Bisogna trovare una soluzione più efficace. E definitiva. Se ne occuperà Omero, nel suo ruolo di ministro della propaganda degli achei. Tersite è brutto - ci racconta il poeta - è zoppo, è gobbo, ha le gambe arcuate e la testa dalla forma ovale. E' uno scherzo di natura - eppure questi evidenti difetti fisici sono sfuggiti durante la visita di leva in cui è stato reso abile - e uno così brutto è sicuramente un poco di buono, un vile, un bugiardo. E poi è uno che gioca sempre a dadi; e comunque per giocare bisogna essere almeno in due, quindi c'era qualcun altro con questo vizio nel campo acheo, forse anche tra i re.
E così l'unico soldato che diventa in qualche modo un personaggio dell'Iliade è questo screditato vigliacco dal corpo deforme. E gli eroi possono continuare a rifulgere della loro gloria, grazie ai versi degli aedi. Per i soldati neppure un'ipocrita stele al milite ignoto.  

lunedì 16 settembre 2019

a proposito di un blog che compie dieci anni...

Il 16 settembre 2009 era mercoledì: quella sera in televisione c'erano Inter-Barcellona, per il gruppo F della Champions, la seconda puntata di X Factor e l'ennesima replica di Il diavolo veste Prada. Con una breve spiegazione del relativismo gnoseologico di Protagora di Abdera, ossia della sua celebre frase - e praticamente l'unica giunta fino a noi - sull'uomo misura di tutte le cose, cominciava questo blog. Sinceramente non credevo che sarebbe stata una creazione così longeva e soprattutto così importante per me. Devo a Zaira l'idea di aver cominciato a scrivere: una delle molte cose di cui le sono grato.
In dieci anni questo blog è cambiato un paio di volte nella veste grafica - anche se ho sempre cercato di tenere una qualche tonalità di rosso, un colore che mi è caro - e un po' anche nei contenuti. Devo ad Antonella e a Filippo l'idea di Verba volant, questo inconsueto dizionario, che è diventato la sezione più ricca del blog, quella che in qualche modo ha acceso di più la vostra curiosità e il vostro interesse. Perché il blog vive di io che scrivo e di voi che leggete: senza lettori uno scrittore non esiste.
In dieci anni sono cambiato più io del blog. Sono certamente più vecchio e malmostoso. Questo blog continua a essere militante, ma se dieci anni fa si potevano trovare ancora alcune scintille di speranza, oggi le ho accuratamente spente.
Ho riguardato le prime riflessioni che ho lasciato dieci anni fa sul blog. Una riguarda la guerra in Afghanistan. Dopo dieci anni quella guerra c'è ancora. E c'è ancora perché ad alcuni conviene che ci sia, perché quella guerra assicura commesse e alimenta ricchezze. La guerra in Afghanistan è un grande affare e per questo finirà soltanto quando ne troveranno un altro più redditizio. E se nel frattempo muore qualche soldato occidentale e molti civili afghani non frega nulla a nessuno. Un'altra riflessione di quei giorni di metà settembre riguarda l'omicidio di una giovane donna, Sanaa, italiana di origine pachistana, uccisa dal padre perché aveva rifiutato un matrimonio combinato. In questi dieci anni ho dovuto raccontare su questo blog tante storie come quella di Sanaa, tante storie di donne uccise. Ho dovuto raccontare tante volte la storia di Ifigenia. Sono certo che dovrò farlo ancora. E' per me una sorta di imperativo categorico, per dirla con Kant.
Dare voce agli ultimi, dare voce - per quanto la mia sia flebile - a chi non ce l'ha, è un mio dovere. E cerco di farlo sempre, anche quando racconto storie che apparentemente non c'entrano nulla con questo, quando racconto storie di canzoni o di vecchi film. Per questo in dieci anni i pensieri di Protagora... è cambiato così poco, rimanendo il modo in cui ho scelto di fare politica.

venerdì 13 settembre 2019

Verba volant (709): presenza...

Presenza, sost. f.

Carlo è morto. Lo so, voi non lo avete conosciuto. Non l'ho conosciuto neppure io, anche se la sua morte mi ha profondamente scosso. A dire la verità nessuno di tutti quelli che hanno pianto per la sua morte lo ha davvero conosciuto. Perché non ne abbiamo avuto il tempo. Neanche i suoi genitori lo hanno avuto. Appena quello per imparare i suoi sorrisi e il suo pianto, e poco più. Perché Carlo è vissuto solo quattro mesi e poi è morto improvvisamente, come talvolta succede, in maniera inspiegabile, lasciando noi qui, con il nostro dolore e le nostre domande.
Per non usare una parola che ci fa paura, quando una persona muore, noi preferiamo dire che se n'è andata, che ci ha lasciato. Lo abbiamo detto anche di Carlo. Apparentemente sembra un modo per rendere meno traumatica la perdita, per attenuarne il dramma. Naturalmente non funziona. E poi, a ben pensarci, rende ancora più crudo il dolore, accentua una ferita, rimarca una distanza.
Dovremmo invece pensare a Carlo come a qualcuno che non se n'è andato, che non ci ha lasciato. Io, con tutto l'affetto che provo per loro, vorrei augurare alla madre e al padre di Carlo di sentirlo presente per il resto della loro vita, nelle piccole e nelle grandi cose, nelle scelte importanti e nelle minuzie quotidiane. Questa presenza non deve essere un'ossessione, ma qualcosa che farà sempre parte delle loro vite.
Io - ormai lo sapete - non credo. E quindi non credo che Carlo sia un angelo che veglierà su di loro, non è questa la presenza a cui penso. Ma credo fermamente che esista l'amore e l'amore è qualcosa che rimane, se vogliamo rimanga, se sappiamo custodirlo e coltivarlo. L'amore per Carlo è quello che rimane. So bene che non è tutto quello che questi amici potevano legittimamente sperare: loro volevano conoscere Carlo. E questo è qualcosa che non accadrà più. Ma l'amore è una pianta rigogliosa, che si porta dietro molti frutti. E molte speranze.

martedì 10 settembre 2019

Verba volant (708): accogliere...

Accogliere, v. tr.

A me quel troiano non è piaciuto fin dall'inizio. Ho capito subito che è uno che porta guai. Ma a noi serve nessuno ci ascolta mai. Io l'ho detto alla padrona: quella storia del cavallo di legno con la pancia piena di soldati non regge. Nessuno con un po' di sale in zucca ci può davvero credere. Quanta legna ci vuole per fare un macchinario del genere? E poi chi l'avrebbe fatto? Quei re greci che da soli non sono capaci di fare nulla? Ce li vedete Odisseo e Agamennone e tutti gli altri che si mettono lì con seghe e pialle, con funi e chiodi, per costruire un cavallo di legno? Ma la regina niente: si è bevuta tutta la storia. Anche la parte dei draghi usciti dall'acqua per stritolare quello che non voleva far entrare in città il cavallo. Dovevate vedere come piangeva quando il troiano raccontava.
E poi il ragazzino? Per me non è neppure suo figlio: non gli assomiglia nemmeno. E scommetto che neppure il vecchio è suo padre. Quello è un trucco per impressionare una qualche vedova credulona: guardate come sono bravo, mi porto dietro il padre e il figlio. E la vedova ci casca. E infatti la regina ci è caduta. E così abbiamo dovuto dare da mangiare a tutto il suo seguito di perdigiorno. Ci aveva provato già un paio di volte in Sicilia e una volta a Creta - me l'ha raccontato uno dei suoi servi in cucina, dopo che l'ho fatto ubriacare - ma quelle sono state furbe: hanno dato loro un po' di pane e li hanno mandati via.
Invece la regina dice che bisogna soccorrere i naufraghi, che bisogna aiutare gli esuli. Aiutiamoli pure, ma devono venire tutti a Cartagine? E le altre città quanti profughi accolgono?
E poi questi troiani da cosa fuggono? La guerra ci sarà stata davvero. Ma non è detto che sia tutta colpa dei greci: questi troiani a me sembrano infidi. Hanno detto che la loro città è bruciata. Mi spiace, costruitene un'altra. Noi ci siamo costruiti Cartagine quando ci hanno cacciati da Tiro, e quelli che c'erano qua attorno non ci hanno certo trattato bene: andate via, ci dicevano, non vi vogliamo. Abbiamo dovuto lottare per costruire Cartagine e adesso arrivano questi profughi che non hanno voglia di lavorare, che non vogliono fare la fatica di costruire una nuova città, e pretendono di usare la nostra.
Ha fatto un bel discorso la regina: vi ricordate di quando noi eravamo gli esuli, di quando eravamo noi che vagavamo sul mare in attesa di trovare un approdo sicuro? E tutti a commuoversi. E tutti ad applaudire. Ma a Cartagine non c'è più posto. Non possiamo salvare tutti. E poi noi eravamo onesti. Noi non abbiamo mai raccontato panzane come quella del cavallo. Noi meritavamo di essere aiutati. Questi proprio no.
E la regina non si va a innamorare del troiano? Se Creusa l'ha lasciato ci sarà il suo motivo. Capisco, la regina è giovane, non può rimanere sempre vedova, ma non si poteva scegliere un nobile cartaginese, qualcuno di cui conosciamo i genitori? Il troiano dice che sua madre è Afrodite e che da parte di padre discende da Zeus. Lo so io chi è sua madre, ma accidenti è meglio se sto zitta. Qua finisce che quel ragazzino troiano diventa re di Cartagine. E le nostre tradizioni? E la nostra cultura? La regina dice che è una ricchezza mescolarsi, che nascerà una nuova grande civiltà, che non sarà più né troiana né fenicia. Balle. Ognuno deve stare a casa sua.

Ma per fortuna in città qualcosa sta succedendo. Ormai siamo in molti a pensarla così. Se alle prossime elezioni vince il nostro partito, Didone sarà costretta ad ascoltarci, dovrà nominare chi diciamo noi capo del governo e finalmente manderemo via i troiani. Allora sì che Cartagine vincerà.

sabato 7 settembre 2019

Verba volant (707): verosimile...

Verosimile, agg. m. e f.

Pepito osserva con attenzione quel gentiluomo italiano che sta entrando nel suo locale, al 40 di rue Fontaine: è la terza sera consecutiva che si presenta. Lo saluta con un cenno, come fa con ogni cliente di riguardo. E' un drammaturgo famoso, i Pitóeff hanno rappresentato una sua commedia qualche anno prima, ma Pepito non l'ha vista: non è il suo genere. 

volete sapere come va avanti questa storia? dovrete aspettare il libro in cui ho raccolto tutte queste storie...

martedì 3 settembre 2019

Verba volant (706): illusione...

Illusione, sost. f.

E' il 31 gennaio 1901, al Teatro d'Arte di Mosca - diretto da Konstantin Stanislavskij e Vladimir Nemirovič-Dančenko - viene rappresentato il dramma di Anton Čechov Tre sorelle: comincia, non solo cronologicamente, il Novecento.
Quella sera la reazione del pubblico è piuttosto tiepida: gli interpreti sul palco parlano, parlano, parlano, ma non succede mai nulla. Non è affatto così. Succede di tutto in quella complicata storia familiare: matrimoni, realmente celebrati o solo sognati, storie d'amore, più o meno lecite, perfino un incendio e un duello. Alla fine del dramma nessun personaggio sarà come lo abbiamo conosciuto all'inizio: tutti in qualche modo sono cambiati. Ma nessuno di loro cambia come avrebbe voluto, non succede nulla di quello che i personaggi sperano accada.
Non solo ogni loro speranza - e si sa che le speranze si possono facilmente trasformare in illusioni - ma anche ogni loro sforzo, ogni loro più serio proposito, viene vanificato. Čechov sembra dire agli spettatori che non c'è nulla da fare, che ogni loro azione è destinata a perdersi nel flusso della vita. Certamente non è il miglior augurio che si possa fare a una società carica di speranze per il secolo che sta per nascere. Sono gli anni in cui nascono la radio e il cinema, in cui i fratelli Wright sperimentano le loro macchine volanti, in cui si fanno nuove e straordinarie scoperte scientifiche. E molte di queste saranno messe in pratica nel grande conflitto che sta per scoppiare. Sembra che non possano esserci limiti al progresso, eppure questo quarantenne scrittore russo racconta questa terribile storia in cui nessuno riesce a essere felice, in cui nessuno riesce a realizzare i propri sogni. Come se Čechov voglia dirci cosa sarebbe successo nel secolo che stava per cominciare.
Irina non riesce a tornare a Mosca. Masha non riesce a stare con Vershinin. Olga non riesce a non diventare direttrice di collegio. Andrej non riesce a diventare professore dell'università di Mosca. Il barone non riesce a diventare un borghese. Solyony non riesce a sposare Irina. Vershinin non riesce a sfuggire alla prigionia della propria famiglia. Čebutykin non riesce a essere un uomo senza preoccupazioni.
Solo la "cattiva" Natasha riesce nel proprio scopo: diventa la rispettabile sposa di Andrej, che pure tradisce in maniera piuttosto plateale, e soprattutto diventa la padrona incontrastata di quella piccola proprietà. Al pubblico non piace vedere i cattivi che vincono e i buoni che perdono, eppure Čechov dice che nel secolo nuovo succederà proprio così, esattamente come succedeva nel vecchio. Nel dramma i personaggi filosofeggiano spesso sui tempi nuovi, immaginando chissà che progressi, forse addirittura una nuova età dell'oro. Čechov sorride di queste illusioni. Il Novecento sarà il secolo di Natasha.
L'unica davvero felice, inconsapevolmente felice, alla fine del dramma è la vecchia balia Anfisa, che, a ottantuno anni, può finalmente riposare nella sua stanza del grande palazzo governativo, dove ha sede il collegio di cui Olga è diventata direttrice, potendo addirittura dormire su un "letto governativo". Certo ha sofferto molto nel corso della sua vita, ma non ha mai sperato in nulla - non se l'è mai potuto permettere - e ora quell'inattesa fortuna, per quanto a noi possa apparire modesta, le sembra una specie di dono del cielo.
Solo Kulygin a suo modo è un uomo felice, anche se sa che sua moglie Masha non lo ama e l'ha tradito con Vershinin: lui vuol bene a Masha, è l'unico nella storia che è riuscito a sposare la donna a cui vuol bene, sa che è un fortuna e accetta anche che Masha ami un altro. Alla fine è lo "sciocco" Kulygin - quello che gli altri prendono in giro perché si è tagliato i baffi da quando se li è tagliati anche il proprio direttore - ad avere capito l'amara verità che Čechov dimostra con graffiante realismo. Le nostre speranze sono sempre illusioni: allora è meglio smettere di sperare e accettare quel poco che la vita ci offre.

p.s. Se fossi mai riuscito a farvi avere la voglia di vedere Tre sorelle, questa è una bella edizione, di quando la Rai faceva la Rai. 

sabato 31 agosto 2019

Verba volant (705): baccante...

Baccante, sost. f.

Tebe è nel caos da quando in città è arrivato un misterioso straniero, proveniente dall'oriente. Nessuno sa chi sia né da dove di preciso venga; dice che è arrivato in Beozia per portare finalmente anche in Grecia il culto il Dioniso. Ha voluto cominciare proprio da quell'antica città perché la madre del dio è Semele, una delle quattro figlie di Cadmo e Armonia, sedotta da Zeus e per questo punita con la morte da Era. Lo straniero racconta che Zeus, volendo salvare il figlio dalla furia vendicativa della propria sposa, ha raccolto il feto e lo ha tenuto in una propria coscia, facendolo nascere una volta sviluppato, per farne un nuovo e potente dio. A Tebe, anche nella famiglia di Semele, non credono però a questa storia, pensano che la giovane si sia inventata di essere stata posseduta dal re degli dei solo per nascondere una storia molto più umana. E che per questo sia stata punita dagli dei. E quindi non considerano affatto Dioniso un dio: per loro è soltanto un mistificatore, uno che usa questa storia per provare a metter radici in una delle famiglie più nobili della Grecia.
Eppure quello straniero è riuscito a convincere tutte le donne di Tebe, comprese le principesse della famiglia di Cadmo, a seguirlo sul monte Citerone per celebrarvi dei riti misteriosi. Tebe è rimasta all'improvviso senza donne. E' una situazione strana: le donne non combattono, non partecipano alla vita politica, le donne non sono cittadine allo stesso titolo dei maschi, eppure senza le donne pare che la città non funzioni. Forse è questo che fa arrabbiare davvero i maschi di Tebe: lo straniero ha dimostrato che la città senza donne non può esistere. E poi cosa fanno lassù? Da sole, e con loro c'è quello straniero. I maschi di Tebe naturalmente immaginano le situazioni più turpi, e segretamente invidiano quell'unico uomo che vive in mezzo a tante donne finalmente libere.
Come affrontare questa crisi? I due uomini più saggi della città, il vecchio re Cadmo - che ha ormai ceduto il trono al nipote Penteo - e l'indovino Tiresia sembra si vogliano adeguare a quel nuovo culto. Forse non credono che Dionisio sia un dio, non ne sono certi, ma pensano sia meglio non rischiare: certo alla loro età appaiono ridicoli nelle vesti di baccanti. Penteo ha per il nonno parole di vergogna: i vecchi non capiscono davvero più nulla. E crede che Tiresia si adatti a quel travestimento per interesse: un indovino non può che guadagnarci da una nuova religione.
Il re decide che bisogna arrestare lo straniero. E l'ordine viene eseguito, più velocemente e più facilmente di quanto tutti si aspettino: lo straniero si è fatto trovare e si è fatto arrestare, anzi sembra desideroso di incontrare il re. E Penteo decide di interrogare personalmente quel nemico dell'ordine.
Lo straniero non nega di aver fatto le cose di cui Penteo lo accusa. Anzi rivendica queste sue azioni con orgoglio: dopo aver convinto l'oriente a celebrare Dioniso, è ora la volta della Grecia riconoscere la potenza di questo nuovo dio. Penteo però non sente ragioni, non vuole che nella sua città si celebrino questi nuovi riti, che gli appaiono pericolosi per l'ordine. In una città sana non c'è spazio per queste estasi, per queste follie, non c'è spazio per una religione in cui le donne hanno un tale riconoscimento e potere: lo straniero è un terrorista, un nemico dell'ordine e per questo deve essere imprigionato.
Penteo sembra aver avuto la meglio: lo straniero è ai ceppi e adesso viene organizzato un gruppo di uomini per riportare le donne in città. Tra poco l'ordine sarà ristabilito. Ma il successo del re appare subito effimero. Lo straniero ricompare davanti a lui, libero: è evaso dalle catene, ma non è fuggito, è ancora lì davanti all'uomo che lo vuole arrestare. Penteo è infuriato, non sa cosa fare, ma a questo punto arriva un messaggero che porta notizie dal monte Citerone: le donne sembrano ormai fuori controllo e dimostrano di avere una forza sovraumana. E soprattutto di essere ormai senza freni. Hanno attaccato un'intera mandria di mucche al pascolo, dopo aver messo in fuga i bovari, hanno sbranato a mani nude anche i capi più grossi. Poi hanno preso d'assalto due villaggi di contadini, mettendoli a ferro e fuoco. Hanno fatto fuggire gli uomini e rapito i bambini. Ora sono di nuovo asserragliate sulla vetta del Citerone. A questo punto Penteo decide che deve essere guerra: dovrà essere l'esercito a stanare quelle donne dalla cima del monte.
Ma lo straniero lo ferma: sarà lui stesso a riportare le donne in città. Poi chiede a Penteo se prima non voglia vedere con i propri occhi cosa succede lassù. Il re ha una curiosità morbosa di vedere quei riti - e lo straniero lo sa e se ne approfitta - è disposto a tutto pur di vedere cosa stanno facendo, è disposto perfino a fidarsi e affidarsi a quello straniero che non conosce e che pochi minuti prima avrebbe voluto imprigionare. Segue i suoi consigli, si veste da donna per non destare sospetti, si fa lui stesso baccante, e segue lo straniero sul Citerone.
Poco prima di arrivare si fa convincere a salire su un grande albero dove potrà vedere senza essere visto. Penteo accetta, ma in questo modo si è messo in trappola. Lo straniero raggiunge le donne e dice loro che il re le sta spiando: le sue seguaci sono fuori di sé, attaccano l'albero, lo sradicano e si avventano furiose contro l'uomo che ha tentato di nascondersi per spiarle. E' Agave, figlia di Cadmo e madre di Penteo, a guidare le donne, è lei che si scaglia con più violenza, Penteo cerca di farsi riconoscere, ma è ormai tutto vano: il re viene ucciso e il suo corpo fatto a pezzi.
Adesso è la stessa Agave che decide di tornare a Tebe, di tornare a casa, portando infilzata in un bastone la testa sanguinante del figlio. La accoglie Cadmo, atterrito a quella vista. Agave non è in sé, mostra al padre quel trofeo, vantandosi di aver catturato e ucciso un leone. Ma lentamente si rende conto di quello che ha fatto. E ritorna anche lo straniero che si rivela come Dioniso. Ha tentato di dirlo più volte a Penteo durante l'interrogatorio, ma il re non l'hai mai davvero ascoltato. E adesso si è vendicato: Penteo è morto, Agave e le sue sorelle saranno bandite dalla città e anche Cadmo e Armonia se ne andranno da Tebe e dovrà passare molto tempo prima che trovino pace. E questo male ricadrà sulla città. E' terribile la vendetta di Dioniso, ma soprattutto è ingiustificata e lui non dice nulla per dare un senso a quello che ha fatto: lo ha fatto e basta.

Finisce così, senza alcuna speranza, Le Baccanti, una delle ultime tragedie composte da Euripide. Il tragediografo ha lasciato Atene, deluso per i continui insuccessi, si è esiliato presso la corte di Archelao in Macedonia, dove muore. Sarà il nipote a mettere in scena queste tragedie - nella stessa tetralogia c'è anche l'Ifigenia in Aulide - e questa volta Euripide riuscirà a vincere. Forse l'omaggio tardivo - e un po' ipocrita - degli spettatori ateniesi a un autore che non riescono proprio ad amare fino in fondo, nonostante ne riconoscano il valore.
Perché Le Baccanti è una tragedia dal perfetto meccanismo teatrale, è una storia che letteralmente ti tiene incollato alla sedia, ma è anche un terribile atto d'accusa, verso la società, e verso tutti i suoi valori. E' un mondo senza redenzione quello raccontato in questa tragedia, in cui le uniche due possibilità sono o uccidere o essere ucciso.
Chi è lo straniero? E' davvero un dio, come lui stesso sostiene, o è un impostore, come crede Penteo? Francamente non so cosa pensasse davvero Euripide, ma probabilmente anche lui era ateo: io - che certamente lo sono - penso che su questo punto abbia ragione Penteo. Dioniso è solo un abile manipolatore che cerca vendetta. E la ottiene - forse al di là dei propri propositi, perché alla fine anche lui è uno sconfitto - non solo perché è abile e scaltro, ma soprattutto perché Tebe è ormai una città senza speranza, governata da un tiranno il cui unico scopo è quello di preservare il proprio potere, in cui la vecchia generazione è fatta di opportunisti, che si piegano al vento del momento, in cui gli uomini sono nelle loro case piccoli despoti ossessionati dal sesso e in cui le donne, una volta liberate dal giogo dei maschi, finiscono per diventare violente come loro, l'unica arma che sembrano conoscere è la forza. Euripide ci racconta che non serve certo un dio per abbattere questa società putrescente, bastiamo noi.     
 

martedì 27 agosto 2019

Verba volant (704): tempo...

Tempo, sost. m.

Herman Hupfeld lascia raramente la cittadina di Montclair nel New Jersey, dov'è nato il 1 febbraio 1894 e dove vive insieme alla madre. E dove morirà l'8 giugno 1951, sei anni prima della signora Hupfeld. A volte, seppur di malavoglia, prende il treno e va a New York: quelle due ore scarse di viaggio sono il massimo dei suoi spostamenti. 

volete sapere come va avanti questa storia? dovrete aspettare il libro in cui ho raccolto tutte queste storie..

domenica 25 agosto 2019

Verba volant (703): scrivere...

Scrivere, v. tr.

Ecateo è il giovane rampollo di una delle famiglie più nobili e ricche di Mileto: può permettersi di viaggiare per tutto il Mediterraneo, ossia per tutto il mondo allora conosciuto. Arrivato in Egitto, risale il Nilo e arriva a Tebe, la città dalla cento porte - i cui resti sono ancora visibili vicino a Karnak. Qui, come ogni greco impegnato in questo grand tour, visita il tempio di Amon e incontra i sacerdoti che gli raccontano le storie della loro antica religione. Ecateo ascolta interessato, ma, tradito dalla vanità, dichiara che anche lui ha origini divine. I sacerdoti di Amon guardano quel greco con benevolo scetticismo e gli chiedono come lo può dimostrare. A quel punto il giovane di Mileto - che è nato intorno al 550 a.C. - illustra la propria genealogia, che, risalendo di ben sedici generazioni, arriva fino agli dei. I sacerdoti lo lasciano finire e con un sorriso, stavolta di compatimento, lo accompagnano in una grande sala dove sono raccolte trecentoquarantacinque statue. Ogni statua rappresenta uno dei sacerdoti del tempio e soprattutto una generazione, perché quell'onore si trasmette di padre in figlio: di fronte ad Ecateo c'è una storia ben più lunga di quella che gli hanno sempre raccontato, perché anche il primo di quei sacerdoti era ancora un uomo. Sappiamo che i sacerdoti del tempio di Amon hanno fatto lo stesso "numero" anche in altre occasioni, specialmente con viaggiatori provenienti dalla Grecia. Comunque quell'incontro è destinato a cambiare profondamente la vita di Ecateo e - vedrete - anche la nostra.
Ecateo continua a viaggiare, ma osserva quello ha di fronte con occhi diversi e, una volta tornato nella sua città, si mette a scrivere. Purtroppo noi non abbiamo la possibilità di leggere quello che egli ha scritto, perché è andato perduto. A credere a quello che dice Porfirio, il filosofo allievo di Plotino, che era anche un importante filologo, e che evidentemente nel III secolo d.C. poteva ancora leggere l'opera di Ecateo, Erodoto ne ha copiato interi passi, limitandosi a modificarne qualche parola. Lo storico di Alicarnasso peraltro cita Ecateo quasi solo per parlarne in maniera sprezzante e per mettere in evidenza quando è in disaccordo con lui, ma è decisamente più reticente quando lo usa come fonte.
Comunque sia dell'opera di Ecateo ci rimane l'incipit e questo basta per fare di questo sconosciuto autore uno dei nostri "padri".
Ecateo di Mileto racconta questo: io scrivo ciò che mi pare sia vero, perché i discorsi degli Elleni sono, come mi appaiono, molti e ridicoli.
Sono poche righe, ma con questa frase Ecateo ha "inventato" la scrittura. E la storia.
Confrontate questo folgorante inizio con il primo verso dell'Iliade, ovviamente va benissimo la levigatissima traduzione di Vincenzo Monti:
Cantami, o diva, del Pelide Achille...
e tutto quello segue. Omero ci dice che non è lui l'autore della storia che sta raccontando, ma è la musa che racconta attraverso lui. Ecateo non tira in ballo nessun altro: è lui che scrive.
Ed egli usa proprio la parola γράφω, grapho. Naturalmente gli uomini scrivevano anche prima di Ecateo, ma fino ad allora scrivere significava soltanto, usando la definizione dei "colleghi" della Treccani:
Tracciare sulla carta o su altra superficie adatta i segni grafici appartenenti a un dato sistema di scrittura, e che convenzionalmente rappresentano fonemi, parole, idee, pensieri, numeri, in modo che possano poi essere interpretati mediante la lettura da chi quel sistema conosca.
E infatti riconosciamo in questo verbo greco un'etimologia che richiama l'idea di scolpire, ossia l'atto meccanico di incidere.
Dopo Ecateo, grazie alla sua geniale "invenzione", questo verbo ha cominciato a significare esprimere idee, raccontare storie, trasmettere conoscenze. E anche noi, nel nostro piccolissimo, che non "incidiamo" nulla e che battiamo più o meno velocemente su i tasti di un computer, siamo figli di Ecateo di Mileto. A cui deve andare tutta la nostra riconoscenza.
E poi Ecateo ci dice non solo quello che fa, ossia scrivere, ma anche quello che scriverà: "ciò che mi pare sia vero". Quando si è trovato di fronte alle statue dei sacerdoti del tempio di Amon, Ecateo ha capito che quello che gli avevano raccontato sulla storia della sua famiglia era falso. Certamente non l'hanno voluto deliberatamente ingannare, semplicemente hanno continuato a raccontare delle storie come a loro qualcun altro le aveva raccontate, senza porsi la domanda se quelle storie fossero vere. Ecateo dice che proverà a chiedersi se sono vere. E sappiamo che ha provato a farlo, senza aver paura di affrontare le autorità riconosciute.
Ad esempio, parlando della storia di Danao e delle sue figlie, dice che è improbabile che Egitto e i suoi figli si siano recati ad Argo e soprattutto che è impossibile che Egitto avesse cinquanta figli, nonostante lo dica Esiodo. In un altro punto spiega dice che all'altezza del capo Tenaro, ossia del punto più meridionale della terraferma greca, non c'è l'ingresso dell'Ade. Eppure la tradizione vuole che proprio lì Eracle abbia iniziato il suo viaggio negli inferi, incontrando il terribile cane Cerbero; Ecateo spiega che più semplicemente - e molto meno poeticamente - in quella zona vive un serpente, molto velenoso, che è conosciuto come "cane dell'Ade".  
Nasce così il primo libro, ossia il primo testo di uno che ha deciso consapevolmente di scriverlo, e quel libro si intitola la Periegesi. Non potendolo leggere non sappiamo esattamente quale ne sia il genere. Probabilmente un libro di storia, o meglio di storie, e anche di geografia. O un libro di racconti di viaggio, ma anche una guida perché ad esempio le indicazioni delle distanze erano piuttosto dettagliate. E infatti Ecateo ha anche disegnato una carta del mondo per illustrare quello che stava raccontando.
Merita raccontare qualcosa su questa carta. E sul modo in cui è stata usata. Erodoto ci racconta che Ecateo è in città quando comincia, proprio da Mileto, la grande rivolta delle città della Ionia del 499 a.C.. Anzi Ecateo è uno dei pochissimi a dichiararsi contrario e per sostenere la sua tesi mostra la propria carta, descrive i paesi che ha visitato, vuole far capire ai suoi concittadini quanto sia esteso l'impero persiano, quante risorse abbia a disposizione rispetto alle città della Ionia e quindi quanto sia temerario sfidarlo. Quando poi la posizione di Aristagora a favore della guerra appare nettamente vincente, Ecateo sostiene che quella guerra può essere vinta solo sul mare e quindi esorta Mileto e le altre città a dotarsi di una flotta navale molto più numerosa; ma per armare una flotta occorrono soldi e quindi propone di usare l'oro depositato nel tempio dei Branchidi: un altro segno del suo forte realismo, che tocca uno dei simboli della religione cittadina. 
Scoppiata la guerra sempre Erodoto ci racconta di un'ambasceria dello stesso Aristagora a Sparta per convincere quella città a sospendere la propria neutralità e a schierarsi al loro fianco. Il comandate di Mileto si è portato dietro una carta del mondo  - verosimilmente quella disegnata da Ecateo - e la usa in maniera del tutto opposta a come lo ha fatto il suo avversario. Illustra ai capi di Sparta quanto sia grande l'Asia e - Erodoto ci dice che lo fa indicando sulla carta terra dopo terra - quanti territori e quali ricchezze siano a disposizione in caso di vittoria di Sparta. La lusinga non funziona e Sparta non scende in guerra, ma è significativo come la stessa carta possa essere usata, a seconda di come viene raccontata. Anche questa una vittoria di Ecateo, dell'uomo che ci ha insegnato a scrivere ciò che ci sembra vero.

mercoledì 21 agosto 2019

Verba volant (702): condannato...

Condannato, sost. m.

Quella notte Joan Miró non dorme, ha di fronte a sé i tre grandi quadri a cui sta lavorando in quei giorni di fine inverno, osserva i tratti neri e le grandi macchie di colore, dà gli ultimi colpi di pennello. Sono ormai finiti, e anche se i suoi occhi fissano quelle opere, la sua mente è rivolta a una piccola cella del Modelo, il grande carcere che si trova sul carrer d'Entença. In quella cella, la 443, chiamata "la cappella", è rinchiuso un ragazzo di ventisei anni. Anche lui non sta dormendo e non stanno dormendo le guardie che lo devono sorvegliare a vista: è stato condotto in quella cella alle nove di sera, dopo aver abbracciato per l'ultima volta le sorelle e aver ringraziato l'avvocato che ha fatto di tutto per difenderlo. Alle nove di domani sarà eseguita la sua condanna a morte con la garrota.
Il suo nome è scritto su tutti i muri di Barcellona, nonostante la polizia cerchi di impedire quegli appelli clandestini. Ma la città è troppo grande e troppe persone vogliono che a quel ragazzo venga salvata la vita. Per alcune settimane hanno sperato che le loro proteste, sempre più estese, sempre più coraggiose, nonostante la repressione del regime, avrebbero portato almeno a sospendere la pena. Nel mese di gennaio sono state organizzate manifestazioni in diverse piazze di tutta la Spagna e anche nelle più grandi città d'Europa. Duemila studenti universitari hanno sfilato per le vie di Barcellona, portando al braccio una fascia nera, senza scandire alcuno slogan: ma il loro silenzio levava altissimo il proprio urlo. A metà gennaio un corteo di automobili che esponevano un drappo nero hanno percorso le strade della città catalana, si sono fermate al passeig de Fabra Puig, davanti alla sede del Banco Hispano-Americano, hanno bloccato il traffico e hanno cominciato a suonare, tutti insieme, i loro clacson. Il 2 febbraio di un anno prima il ragazzo che ora sta nella cella 443, seduto in auto proprio in quel punto della strada, aveva suonato il clacson per avvertire i compagni che stavano facendo un "esproprio" dell'arrivo della polizia. E dappertutto in città ci sono scritte, manifesti e volantini frettolosamente attaccati sui muri. Le persone non hanno paura di sottoscrivere appelli e di inviare telegrammi al governo per chiedere clemenza.
Ma il regime vuole una vittima. Anche come vendetta per l'uccisione da parte dell'Eta di Louis Carrero Blanco, il capo del governo, il 20 dicembre '73. Franco vuole che quel ragazzo venga ucciso, non prende in considerazione gli appelli che riceve anche da governi "amici" e  quando Paolo VI lo chiama al telefono nel mese di febbraio, si fa negare. Il 1 marzo durante una seduta dell'esecutivo a cui partecipa lo stesso presidente si decide che l'indomani la condanna a morte sarà eseguita. Le forze di polizia e le milizie del regime vengono posizionate in modo da far fronte alla reazione popolare, in in tutti i punti strategici di Barcellona vengono predisposti dispositivi di sicurezza e i soldati restano consegnati nelle caserme. E' una notte di attesa.
Tanti sono svegli quella notte, grigia e umida. Quelli che lo sono sempre: i fornai che preparano il pane, gli operai dei turni di notte, gli scaricatori che lavorano al porto, e quelli che sono rimasti svegli proprio quella notte, perché sperano o temono che succeda qualcosa. E tutti, sia quelli che sono sempre svegli sia quelli che lo sono soltanto quella notte, pensano a quel ragazzo chiuso nella cella 443. Nella "cappella" è sveglio Salvador Puig Antich, aspettando di essere ucciso.

Salvador è nato a Barcellona il 30 maggio 1948, il terzo dei sei figli di Joaquim, che aveva combattuto per la Repubblica, era stato costretto all'esilio e poi, al ritorno in Spagna, era stato condannato a morte, pena commutata poco prima dell'esecuzione. Salvador a sedici anni si avvicina agli anarchici e ben presto aderisce al Movimento Iberico di Liberazione, facendo parte della colonna armata. Partecipa a diverse rapine che servono al gruppo per trovare i soldi che vengono usati per aiutare gli operai licenziati perché contrari al regime e per stampare i propri giornali. I militanti del Mil sono convinti che la più importante azione rivoluzionaria sia quella di stampare e diffondere la propria propaganda; nessuno come loro, in così pochi mesi, pubblica tanti libri e riviste, sia con materiali scritti da loro che con traduzioni e ristampe. La loro prima grande rapina è stata in una tipografia e da allora le loro azioni sono sempre state legate alle "scadenze" editoriali. Anche perché i ragazzi - hanno tutti poco più di vent'anni - che formano il Mil - a differenza di altri gruppi che lottano contro la dittatura fascista di Franco - non si considerano un'avanguardia, ma vogliono che siano i lavoratori, tutti i lavoratori, a essere consapevoli della necessità di lottare per la libertà e per i diritti sociali ed economici. Sono anticapitalisti, il loro nemico non è solo il franchismo, ma soprattutto il capitale, vogliono partecipare alla guerra di classe e, pur essendo profondamente catalani, immersi nella loro comunità, non sono nazionalisti. Salvador e i suoi compagni del Mil sono dei veri anarchici e questa è anche la loro debolezza, perché rifiutano ogni forma troppo rigida di gerarchia, e questo finirà per renderli più vulnerabili agli attacchi del regime.
Contro il Mil la repressione è durissima. E si abbatte su un gruppo che è già indebolito dai propri problemi. Dopo aver passato alcuni mesi in Francia, Salvador torna a Barcellona nel settembre del 1973, si rifiuta di partecipare a rapine il cui unico scopo è quello di finanziare i compagni in clandestinità, alcuni dei quali sono ormai sbandati. Continua, per quanto può, ad aiutare le famiglie dei lavoratori che si oppongono al franchismo. Il 25 settembre, grazie alla confessione di un compagno che non ha resistito alle torture, la polizia organizza una retata per arrestare un altro componente del Mil , Xavier Garriga. I poliziotti non si aspettano che con lui ci sia anche Salvador: le fasi dell'arresto sono confuse e concitate. Salvador viene ferito due volte, di cui una al volto - il poliziotto che lo vuole uccidere sbaglia la mira - muore invece un giovanissimo subispettore della Brigada politica. Durante il processo, che si svolge davanti a una corte militare, Salvador ammette di aver esploso dei colpi di pistola, ma, essendo anche lui ferito, di non aver mirato al poliziotto, peraltro in borghese. L'accusa però è certa che il colpo mortale sia partito dalla pistola di Salvador, anche se non viene svolto alcun esame balistico. L'accusa chiede per Salvador due condanne a morte, una per la rapina al Banco Hispano-Americano in cui ha fatto il palo e una per l'omicidio di Francisco Anguas Barragán. Per entrambi i reati viene chiesta l'aggravante per "attentato contro l'unità della patria, l'integrità dei suoi territori e contro l'ordine costituito". La sentenza viene emessa rapidamente: trent'anni per la rapina e la pena di morte per l'omicidio.

Alle 9.40 del 2 marzo 1974 il boia fissa l'anello di ferro della garrota intorno al collo di Salvador Puig Antich e stringe. La morte è veloce: come la ghigliottina, la garrota è un sistema per rendere più "umana" la condanna a morte. Nonostante i divieti, le ramblas si riempiono di persone che sfilano in silenzio sventolando le loro bandiere rosse e rosso-nere dell'anarchia, in molte chiese vengono celebrate delle messe, nell'ospedale civico centinaia di medici e infermieri vanno al lavoro indossando una fascia nera al braccio. Il 3 marzo il cadavere di Salvador viene tumulato nel cimitero di Montjuïc, la polizia ha l'ordine di disperdere la folla che vorrebbe assistere alla sepoltura: l'ordine è di arrestare chiunque porti un "fiore rosso". In quel cimitero c'è anche la tomba di Buenaventura Durruti. 
Joan Miró ha finalmente capito a cosa sta lavorando: decide che quei tre quadri saranno intitolati La speranza del condannato a morte.

martedì 20 agosto 2019

Verba volant (701): postino...

Postino, sost. m.

Ci sono dischi - non molti ovviamente - che fanno la storia. E ce ne sono pochissimi che sono leggenda. Kind of blue ha fatto la storia ed è diventato leggenda.
Io non voglio raccontarvi di questo disco o di Miles Davis. Almeno per oggi. L'eroe di questa storia è Roger Wendell "Buck" Hill, il sassofonista che non ha suonato in Kind of blue.
Buck è nato il 13 febbraio 1927 in un sobborgo a nord-est di Washington D.C. e in questa stessa città è morto il 20 marzo 2017, a novant'anni. Washington, con la sua fortissima comunità nera, è sempre stata una delle città del jazz e qui Buck, all'età di tredici anni ha imparato a suonare il sassofono. A sedici ha cominciato a esibirsi in una band di ragazzi neri in cui suonava la batteria un suo compagno di liceo, Jimmy Cobb, che ha suonato in Kind of blue. A diciotto anni Buck si è diplomato e poi è entrato per qualche anno nell'esercito, dove ovviamente ha continuato a suonare nella banda militare. Una volta congedato è tornato a Washington, si è sposato con Helen Weaver ed è diventato postino, un lavoro che gli permetteva di sostenere la propria famiglia, che intanto ha cominciato a crescere.
Nella capitale Buck può continuare a suonare il sassofono ad alti livelli durante la notte e nei fine settimana, mentre la mattina fa il suo giro per consegnare la posta. Negli anni Cinquanta il "suo" club è il Showboat Lounge, dove suona nell'orchestra del chitarrista Charlie Byrd, che negli anni Sessanta mescolerà il jazz con i ritmi della bossa nova e della musica brasiliana. In quegli anni a Washington bianchi e neri potevano suonare insieme.
A Washington passano tutti e tutti suonano con Buck: Sonny Rollins, Dizzy Gillespie, Miles Davis. I sassofonisti che arrivano in città sfidano Buck in lunghe jam session, ma the jazz mailman vince sempre. Famosi sono i suoi "scontri" con Sonny Stitt "il lupo solitario", ma Buck ha quasi sempre la meglio. 
Nel '58 Davis, tornato negli Stati Uniti dopo aver creato per Louis Malle la colonna sonora di Ascensore per il patibolo e aver rivisto l'amata Juliette Gréco, gli offre di entrare nel suo gruppo, al posto di John Coltrane, licenziato perché faceva uso di eroina. Buck rifiuta: seguire Miles avrebbe significato rinunciare al lavoro sicuro alle poste e alla sua famiglia.
Il 2 marzo e il 22 aprile del 1959, il sestetto di Miles Davis incide le cinque tracce di Kind of blue. Con lui ci sono Bill Evans al pianoforte - l'unico bianco, ma soprattutto l'unico che, prima di registrare, abbia qualche idea di quello che Davis vuole fare - Julian "Cannonball" Adderley al sax contralto, Paul Chambers al contrabbasso, Jimmy Cobb alla batteria, e infine John Coltrane al sax tenore. La sua "punizione" è durata poco, anche perché Miles sa bene cosa significa la dipendenza e sarebbe stato ipocrita privarsi solo per questo di un artista come Coltrane.
E Buck? Continua a consegnare la posta al mattino e a suonare la notte e nei fine settimana nei locali di Washington. Fino al 1998, quando va finalmente in pensione. E' ormai il leader di un proprio gruppo, compone alcuni brani, incide dischi - comincia tardi, a più di cinquant'anni - tanti giovani musicisti vanno a Washington solo per poter suonare con lui. Con il suo sassofono accompagna spesso la cantante Shirley Horn, anche lei una figlia della comunità jazz di Washington, che come lui ha deciso di stare in quella città e di fermarsi qualche anno per allevare la figlia.
Aveva rimpianti Buck? Sarebbe ipocrita pensare che non ne abbia avuti: poteva fare la storia ed entrare nella leggenda. Forse non amava il soprannome the wailin' mailman con cui i giornali di Washington lo hanno salutato quando è morto: Buck non era triste. Ha sempre potuto fare quello che amava fare di più: suonare. Mi piace pensare che Buck abbia capito, forse molto prima di quanto lo capiamo noi - e qualcuno non lo capisce affatto - che è la vita che sceglie per noi. E che, una volta accettato questo, occorre impegnarsi per far bene quello che dobbiamo fare. Per questo Buck è diventato una leggenda.

p.s. in rete trovate molti pezzi suonati da Buck Hill: io ho scelto Tenor madness

lunedì 19 agosto 2019

Verba volant (700): sigaraia...

Sigaraia, sost. f.

Omicidio Carmen
Confermata la pena lieve per José. Continuano le manifestazioni di protesta

Siviglia. Il Tribunale superiore dell'Andalusia ha confermato in appello la sentenza di primo grado: omicidio preterintenzionale. José Lizarrabengoa potrebbe uscire dal carcere già alla fine del mese.
Ricordiamo brevemente i fatti. Lizarrabengoa, un brigadiere della Guardia civil di origine basca, di stanza a Siviglia, si è innamorato di Carmen Montijo, una giovane operaia di una fabbrica di sigarette con alcuni precedenti penali per furto e spaccio di droga. A causa di questa relazione José ha favorito la fuga di Carmen durante una retata. Scoperto dai suoi superiori, è stato licenziato e così si è guadagnato da vivere partecipando insieme alla compagna ad alcune attività criminali. Intanto la storia tra i due si è fatta sempre più complicata e burrascosa, fino alla lite del 3 marzo dell'anno scorso, culminata tragicamente con la morte di Carmen per mano di José. Il tribunale di primo grado di Siviglia e poi quello di appello hanno determinato che José non voleva uccidere la donna. Nella decisione dei giudici hanno pesato le testimonianze a favore di José sia del suo ex-superiore, il tenente Zuniga della Guardia civil, che della precedente fidanzata Micaëla: entrambi hanno detto che José è stato sedotto da Carmen, che prima l'ha costretto a commettere alcuni reati e poi lo ha esasperato con i suoi continui tradimenti. È stato ascoltato anche Escamillo, noto attaccante del Siviglia, che ha ammesso di aver avuto una breve relazione con la donna, poco prima dell'omicidio. Proprio il tradimento con il calciatore è stato il motivo dell'ultima violenta lite tra José e Carmen.
Il processo ha diviso l'opinione pubblica del paese e questa sentenza, anche se ha messo la parola fine alla vicenda giudiziaria, non placa certo le polemiche. Durante tutto il processo davanti al tribunale alcuni gruppi di donne hanno continuato a manifestare per chiedere una pena più dura per l'uomo.
"È stato un processo contro Carmen" - ha dichiarato a caldo una delle attiviste - "In televisione e sui giornali sono state mostrate di continuo le sue foto private, in cui la donna appare in pose provocanti. La sua vita è stata offerta all'attenzione morbosa dell'opinione pubblica per far vedere che era una poco di buono, una che se l'è cercata". Come detto ci sono state anche molte manifestazioni a favore di José, diversi gruppi hanno sostenuto che l'unica sua colpa è stata quella di invaghirsi di una donna "sbagliata" e credono che Carmen abbia sedotto il brigadiere proprio per ottenerne dei vantaggi nella sua attività criminale. Alcune forze politiche pensano di candidare José alle prossime elezioni per il rinnovo del parlamento andaluso.

Come sapete il nostro giornale ha scelto di non pubblicare le foto private di Carmen, ma solo quelle che la donna ha condiviso sui suoi profili social, perché pensiamo che divulgare quelle immagini che Carmen aveva fatto per sé e per le persone che amava sia inutile al fine di stabilire la verità giudiziaria. Sapete anche che rispettiamo la magistratura, ma questo non ci impedisce di criticare una sentenza che consideriamo profondamente sbagliata. Carmen era bella? Certamente, ma questo è ininfluente ai fini della storia. Carmen ha commesso dei reati? Certamente, ma non capiamo perché quegli stessi reati, dimenticati per l'uomo, debbano pesare solo sulla donna. Carmen ha amato più uomini? Certamente, e anche qui non capiamo perché una cosa considerata "normale" per un uomo, debba essere un'aggravante per una donna. Carmen è stata uccisa? Certamente, eppure è finita per essere la colpevole e chi l'ha uccisa, un uomo, ora è libero.
Noi siamo oggi tra quelli che piangono Carmen come una vittima.
E la vogliamo ricordare con alcuni versi che lei stessa ha pubblicato sul suo profilo Facebook.

L'amour est enfant de bohème
Il n'a jamais, jamais, connu de loi
Si tu ne m'aimes pas, je t'aime
Et si je t'aime, prends garde à toi

domenica 18 agosto 2019

Verba volant (699): solitudine...

Solitudine, sost. f.

Deianira, quando osserva il corteo delle prigioniere condotte a palazzo dagli uomini di Eracle, si accorge immediatamente di Iole e non sono necessarie le parole del messaggero Lica per sapere che suo marito vuole fare di lei la sua concubina. Iole è davvero molto bella, è normale che Eracle voglia possederla; è convinto perfino di amarla. Tanti anni fa era convinto di amare anche lei.
Deianira non odia Iole per aver preso il suo posto nel cuore di Eracle. Certo quella giovane principessa della città di Ecalia non ha fatto nulla per ottenere l'attenzione di Eracle: la bellezza non può essere una colpa. Semplicemente è una preda inerme ed Eracle è un cacciatore. Anche lei è stata una preda: Eracle tanti anni fa ha combattuto contro Acheloo, il più potente dei fiumi, per possederla. E poi ha ucciso il centauro Nesso, quando anche lui ha tentato di avere il suo corpo.
Iole potrebbe essere sua figlia: Deianira istintivamente le vuole bene. Chiede agli uomini di Eracle che sia condotta da lei: almeno fino al momento in cui il suo sposo guerriero non tornerà, che Iole possa sentire l'affetto sincero di una donna che condivide la sua stessa sorte. Perché Deianira sa che Iole non sarà mai amata, sarà posseduta, sarà esposta come un trofeo, sarà usata per far nascere dei figli, ma non sarà amata. Deianira lo sa, perché è quello che è successo a lei. Nessuno di quelli che hanno lottato per lei l'ha amata, volevano soltanto il suo corpo. E questo le doveva bastare. E allora - quando aveva l'età che ora ha Iole - le bastava: si era convinta che quello fosse l'amore. Ci sono voluti i quindici anni in cui è rimasta sola, mentre Eracle se ne andava in giro per il mondo per le sue bravate, per capire la sua condizione.
Ora Iole è qui davanti a lei. La ragazza guarda Deianira e non parla. Si sente in colpa di fronte alla moglie tradita? Deianira vorrebbe rassicurarla: in quindici anni non è certo la prima volta che Eracle è andato con altre donne. Deianira spera che quel silenzio non sia una sfida. Vorrebbe tranquillizzarla anche su questo: non si sente in competizione con lei. Deianira ormai ha capito. Si avvicina a Iole, vorrebbe accarezzarla. Ma teme che la ragazza possa immaginare che quel suo gesto nasconda un'insidia. O una lusinga. Deianira non vuole possedere Iole, vorrebbe solo liberarla.
La regina e la schiava sono una di fronte all'altra: Iole abbassa lo sguardo, le hanno insegnato che una schiava deve fare così. Ma è Deianira che vorrebbe inginocchiarsi davanti a Iole. Si vergogna di non sapere cosa dirle, di non sapere cosa fare. Si vergogna di sapere la verità e di non avere il coraggio di rivelargliela. Deianira vorrebbe dire cosa ha imparato in quei quindici anni di solitudine, che quello non è amore, ma teme che Iole non le crederebbe, che considererebbe quelle sue parole soltanto lo sfogo amaro di una donna tradita. Il suo estremo tentativo di riprendersi il marito.
Deianira non vuole affatto che Eracle torni da lei. Sa che si fermerà lì qualche giorno, ma anche che poi ripartirà, lasciandola finalmente sola. La solitudine è diventata la sua forma di libertà. Ma come può raccontare tutto questo a Iole? Come può salvare questa sua giovane figlia?
Eracle arriverà a breve. Deianira deve trovare un modo per salvare la giovane principessa dal destino che è toccato a lei. Se Eracle rinuncerà a Iole, forse Deianira avrà il tempo di spiegarle, di raccontarle la verità, di farla diventare una donna libera. Deve sacrificarsi: se Eracle tornerà da lei, se vorrà di nuovo possedere solo lei, Iole allora sarà libera. Deianira ricorda che Nesso, al momento di morire, le ha fatto raccogliere alcune gocce del suo sangue e del suo seme, dicendole che sarebbe stato il mezzo di avere l'amore del marito tutto per sé. Si era dimenticata di quel filtro, perché non voleva che Eracle tornasse, ma ora è necessario. Per Iole.
Eracle le ha mandato un messaggero per chiederle una tunica con cui tornare in città: al solito si ricorda della moglie quando ha bisogno di vesti pulite. La donna cosparge la tunica con il filtro, la consegna a Lica e aspetta. Sono le sue ultime ore di libertà: tra poco dovrà tornare a essere la sposa di Eracle.
Quando un messaggero ritorna con la notizia che Eracle, una volta indossata la tunica, ha cominciato a lamentarsi e a soffrire di un male misterioso, Deianira capisce di essere stata lo strumento della vendetta di Nesso: quel sangue e quel seme non erano un filtro d'amore, ma un potente veleno. L'unico modo per uccidere Eracle. Deianira osserva Iole che tace ancora: adesso non crederà certo a una donna che ha ucciso il marito, accecata dalla gelosia, come racconteranno tutti. Deianira si sente sconfitta, non può salvare Iole, e ancora una volta è stata lo strumento di un uomo. Ancora una volta è stata posseduta. Ma questa sarà l'ultima volta. E lucidamente sceglie il modo di morire: non si ucciderà con il veleno o impiccandosi, come si uccidono le donne. Ma con la spada: perché sono gli uomini che hanno ucciso Deianira.


lunedì 12 agosto 2019

Verba volant (698): surreale...

Surreale, agg. m. e f.

Primavera del 1917: la Francia è prostrata dalla guerra. Dall'inizio del conflitto, ossia dai primi giorni di agosto del 1914, sono già morti sui campi di battaglia un milione di soldati francesi, su una popolazione di venti milioni di maschi di ogni età: ogni famiglia francese ha perso qualcuno in guerra.
In aprile il comandante in capo dell'esercito Robert Nivelle promette ai soldati di aver studiato un piano che li porterà sicuramente alla vittoria e in poche settimane alla fine del conflitto. Le illusioni delle truppe francesi si infrangono amaramente lungo il corso dell'Aisne e sulla strada denominata Chemin des Dames: 350mila soldati morti e conquiste sul terreno insignificanti. 
Il 3 maggio la 2ª divisione dell'esercito francese si rifiuta di riprendere i combattimenti: i soldati si presentano a rapporto ubriachi e senza armi. Episodi analoghi si susseguono lungo tutto il fronte: i soldati organizzano manifestazioni, a volte eleggono dei propri rappresentanti per chiedere la fine delle ostilità; in alcuni casi si tratta di rivolte violente, mentre in altri, quando gli ufficiali cercano di instaurare un dialogo con le truppe, rimangono proteste pacifiche. Comunque sia si tratta di qualcosa di molto esteso. Nel 1917 l'esercito francese era composto da 113 divisioni: consultando gli archivi della stato maggiore risulta che nove si sono ammutinate completamente, quindici hanno avuto episodi molto diffusi di rivolta, e in venticinque ci sono stati casi isolati, ma ripetuti, di ammutinamento. Di fatto quasi la metà dell'esercito francese in quelle settimane ha conosciuto una qualche forma di ammutinamento. E non si tratta solo di "teste calde", in molti casi sono veterani, uomini di esperienza, che protestano contro le azioni, come quelle ordinate da Nivelle, in cui le truppe sono mandate a morire senza scopo. Nelle trincee si diffondono le notizie di quello che è avvenuto qualche mese prima in Russia: in quel paese i soldati si sono ribellati e si sono uniti agli operai in sciopero, lo zar è stato costretto ad abdicare ed è nata una "nuova" repubblica. L'Internazionale viene spesso cantata dai soldati francesi che decidono di ammutinarsi. Il 15 maggio Nivelle viene destituito e al suo posto viene nominato il generale Philippe Pétain.
Parigi dista meno di duecento chilometri dal fronte, ma degli ammutinamenti non si sa nulla. Naturalmente si sa che l'offensiva di Nivelle non ha dato l'esito sperato e che questo ha provocato la sua sostituzione, ma le notizie che arrivano dal fronte sono poche e molto controllate. Degli ammutinamenti non viene a sapere nulla neppure il comando tedesco e quando, mesi dopo, il kaiser Gugliemo II saprà quanto è stata estesa la rivolta dei soldati francesi, sarà furibondo con i responsabili dei suoi servizi di spionaggio. 
Pétain - d'intesa con il presidente della Repubblica Raymond Poincaré - decide di affrontare questi ammutinamenti con equilibrio, nonostante una parte consistente della stato maggiore richieda di intervenire con la linea dura. Gli arresti - a cui sono seguiti i processi davanti alle corte marziali - sono stati molti, ma le condanne non altrettante. Dagli oltre tremila processi sono state comminate "solo" 629 condanne a morte, e di queste ne sono state eseguite 43. Pétain risponde agli ammutinamenti con la concessione di più licenze e soprattutto con la fine degli attacchi di massa: i soldati, quando vedono che una parte delle loro richieste vengono soddisfatte, rientrano nei ranghi.

In questo clima di attesa - Pétain aspetta le truppe e i carri armati che stanno arrivando dagli Stati Uniti - il 18 maggio al Théâtre du Châtelet la compagnia dei Ballets Russes di Sergej Diaghilev mette in scena il balletto Parade. Se non un ammutinamento, un gesto plateale di rivolta.
L'autore del libretto è Jean Cocteau, la musica è di Erik Satie, Pablo Picasso ha disegnato i costumi, le scene e perfino il sipario, il ballerino russo Léonide Massine ha creato la coreografia. E Parade è davvero un lavoro collettivo, in cui tutti e quattro questi artisti sono impegnati e a tutti e quattro ne va riconosciuto il merito. A suo modo, nonostante le ovvie specificità del lavoro di ciascuno, tutti e quattro partecipano a tutta la creazione.
Il balletto - che dura poco meno di mezz'ora - ha una trama piuttosto semplice. Presentati dai loro manager - uno europeo e uno americano - alcuni artisti di un circo di periferia escono in strada e presentano ai passanti distratti e poco interessati allo spettacolo i loro numeri: sono un prestigiatore cinese (interpretato dallo stesso Massine), una ragazza americana e una coppia di acrobati (lei è Lydia Lopokova, che nel 1925 diventerà la moglie di John Maynard Keynes), oltre a un cavallo ammaestrato, animato da due ballerini. Alla fine però il pubblico si allontana: ormai ha già assistito allo spettacolo e non intende pagare un biglietto per qualcosa di già visto.
Picasso disegna una scena in cui, a destra e a sinistra del baraccone da cui escono gli artisti, ci sono balaustre e palazzi con prospettive diverse e soprattutto diversi punti di fuga; e poi i colori, in cui dominano il grigio e l'ocra, sono quelli tipici del cubismo. Ma l'invenzione più decisamente cubista, oltre al muso del cavallo, sono i grandi costumi dei due manager, due vere e proprie "sculture" che impediscono ai ballerini che le indossano di muoversi agevolmente. E proprio i due personaggi sono del tutto invenzioni del pittore, che convince gli altri a inserirli nel balletto: vuole creare queste due figure che raccontano attraverso i vestiti e tanti altri elementi - le cui visuali si incrociano come nei suoi coevi ritratti cubisti - il mondo nuovo, l'America, grande per i suoi grattacieli, ma un po' rozzo con i suoi stivali da cow-boy, contrapposto all'elegante marsina con le code della vecchia Europa, che per camminare si appoggia a un bastone.
Satie crea una musica nuova, in cui, oltre ai normali strumenti di un'orchestra, il ticchettio di una macchina da scrivere, il fischio di una sirena, i rumori delle dinamo e degli aeroplani, raccontano, in uno spirito futurista, i suoni delle macchine che animano la vita moderna. E poi c'è il jazz, il ragtime: la musica sincopata con Satie incontra - per la prima volta - il balletto. E' evidente nel finale, ma anche nel pezzo della ragazza americana, che è una serie di citazioni dei film muti: un altro omaggio all'arte "nuova" destinata a rivoluzionare il secolo appena nato. E la musica accompagna tutte queste novità. E naturalmente anche le coreografie di Massine si scostano da quelle più tradizionali dei Ballets Russes per contaminarsi con quelle dei music-hall e dei cabaret.
Al poeta Guillaume Apollinaire viene chiesto di scrivere la nota per il programma di sala e per descrivere la novità di Parade non può fare altro che inventare una nuova parola: dice che il balletto è une sorte de surréalisme. Il surrealismo ancora non esiste, o almeno non si chiama ancora così, ma questo balletto è già qualcosa che rompe tutti gli schemi della realtà.

Il pubblico accoglie freddamente Parade, perché quella musica, quei disegni, quei movimenti di danza sono troppo diversi da quelli che normalmente sono abituati a vedere a teatro, e soprattutto perché in un paese in guerra - e che sta soffrendo così amaramente - quelle scenette da cabaret vengono giudicate inappropriate. Cocteau conosce bene la guerra, presta servizio nella Croce rossa come autista di ambulanze, vede la morte ogni volta che arriva al fronte. Eppure quando vuole scrivere un balletto immagina questa storia leggera, surreale appunto. 
Ma cos'è davvero surreale? Il balletto in cui è rappresentata questa vicenda grottesca e bizzarra o la guerra? Il vero surrealismo non è forse quel conflitto che, partito da un colpo di pistola sparato a Sarajevo, ha coinvolto l'intero pianeta? Non è surreale la guerra contro cui gli stessi soldati si stanno ribellando, anche se ovviamente né gli autori del balletto né gli spettatori sanno cosa sta succedendo al fronte? Essere surrealisti per gli artisti che creano Parade significa denunciare quanto sia ormai screditato il mondo di prima della guerra, comprese le sue espressioni artistiche. Serve una nuova arte - sembrano dire Cocteau e gli altri - visto che quella di prima ci ha condotti alla guerra mondiale. C'è molta ingenuità in questa ribellione e noi sappiamo che, nonostante l'arte nuova, che pure si affermerà dopo la guerra, ne scoppierà un'altra, ancora più terribile di quella che era appena finita. E dopo non sarà più possibile sorridere: dopo ci sarà ancora posto per un cavallo cubista, ma sarà quello tragico di Guernica

venerdì 9 agosto 2019

Verba volant (697): musica...

Musica, sost. f.

Passeggiando lungo la 42esima strada di New York, tra i grandi teatri e Times square, tra la sede delle Nazioni Unite e la Grand Central station, tra il Chrysler building con la sua caratteristica guglia art déco e la storica sede della biblioteca pubblica della città, potreste non notare l'edificio di soli diciotto piani che si trova al 33 west, che attualmente ospita il Dipartimento di optometria dell'Università di New York. 

volete sapere come va avanti questa storia? dovrete aspettare il libro in cui ho raccolto tutte queste storie...

mercoledì 7 agosto 2019

Verba volant (696): sette...

Sette, agg. num.

Tebe è assediata: l'esercito di Argo dilaga nella pianura che circonda la città e si è schierato davanti alle sue sette porte. Il popolo ha paura, è pronto alla resa, ma il re si mostra forte e riesce a infondere coraggio al suo esercito che, contro ogni previsione, riesce a sventare l'assalto nemico. Le vittime sono tante nel campo tebano, anche il re viene ucciso durante il combattimento, ma alla fine le perdite degli argivi sono ancora più ingenti e la guerra è vinta.
E' questa, in buona sostanza, la trama della tragedia di Eschilo I sette contro Tebe. Un'opera inconsueta, a partire dal titolo: si tratta infatti dell'unica tragedia tramandata fino a noi in cui nel titolo non è citato il nome di uno dei personaggi o quello del coro: nella tragedia che porta il loro nome nessuno dei sette è mai in scena, neppure il fratello del re di Tebe, l'uomo che ha voluto la guerra, convincendo suo suocero, il re di Argo, a muovere le proprie truppe contro quella che un tempo era stata la sua città e da cui è stato bandito. La tetralogia con cui Eschilo ha vinto le Grandi Dionisie del 467 a.C. è composta da altre due tragedie, intitolate rispettivamente Laio ed Edipo e dal dramma satiresco La sfinge: questi titoli rendono subito chiaro di cosa si parlerà. Evidentemente con quel titolo "strano" Eschilo vuole dire qualcosa al suo pubblico.
Poi è una tragedia un po' più corta delle altre, con meno personaggi e una struttura arcaica, tanto che negli anni successivi è stata ripresa da altri drammaturghi che vi hanno aggiunto un paio di scene per raccontare cosa è successo subito dopo la battaglia: ma evidentemente a Eschilo non importa approfondire il tema della sepoltura dei fratelli nemici, che invece è il punto centrale di questa successiva aggiunta, un motivo diventato celebre grazie a Sofocle e alla sua Antigone.
Infine Eschilo mescola un po' le carte ed è particolarmente reticente sul motivo per cui la guerra è scoppiata, ossia quello che dovrebbe essere il tema centrale della narrazione. Se la tragedia si fosse intitolata - come avremmo potuto aspettarci, viste le due precedenti - Eteocle, sarebbe stato chiaro il disegno dell'autore: raccontare in successione, l'una dopo l'altra, le vicende delle tre generazioni colpite dalla terribile maledizione che Pelope ha scagliato contro Laio quando ha scoperto che il re di Tebe, mentre era suo ospite nel Peloponneso, si è invaghito di suo figlio Crisippo, lo ha rapito e ha abusato di lui, motivo per cui il ragazzo si è ucciso. La maledizione di Pelope, come sappiamo, ha avuto un'indubbia efficacia. Ma ciascuno dei "maledetti" ha fatto poi qualcos'altro per peggiorare la propria posizione: Laio ha voluto uccidere il proprio figlio Edipo - peraltro senza riuscirci - Edipo invece ha ucciso il padre, mentre Eteocle ha la colpa di non aver rispettato il patto che ha stretto con suo fratello Polinice, quando, scoperto il suo delitto, Edipo si è condannato all'esilio, ossia che avrebbero regnato un anno a testa; ma al momento di cedere la corona a Polinice, la sua sete di potere è stata più forte di quel solenne impegno. Questa è la colpa di Eteocle, su cui Eschilo sorvola, ricordandoci soltanto che sui due giovani principi tebani pesava una maledizione che li avrebbe portati a uccidersi a vicenda.
Eschilo mette in scena un'altra storia: fa scontrare i buoni e i cattivi. La parte centrale e più lunga della tragedia è il dialogo tra Eteocle e il messaggero che gli spiega come si stanno organizzando gli argivi. Per sette volte, con uno schema molto simile, il messaggero descrive il campione scelto dal re di Argo e cosa è rappresentato sul suo scudo e per sette volte Eteocle decide chi dei loro affronterà quella sfida. Le immagini sugli scudi dei guerrieri argivi - almeno di sei tra di loro - sono raffigurazioni di superbia, di sfida agli dei e all'ordine della polis, addirittura su quello di Ippomedonte è rappresentato Tifone, che ha avuto la sfrontatezza di sfidare gli dei fin sulla vetta dell'Olimpo.
Eschilo, citando nel titolo i sette, vuole dire agli ateniesi - qualche anno dopo la fine delle guerre persiane, in un periodo che si annuncia particolarmente propizio per la città - che il disordine può tornare in qualunque momento. La tragedia non racconta - come fa ad esempio la trilogia dell'Orestea - la fondazione di un ordine, non racconta ciò che è stato fatto per sempre, ma quello che per sempre sarà a rischio. Il tragediografo chiede ai suoi concittadini di essere pronti a combattere queste forze che possono tornare e distruggere l'ordine della città. Per questo I sette contro Tebe non è la tragedia di Eteocle, ma quella di una società che deve difendersi, anche al suo interno, dalle forze che la possono disgregare e distruggere. Non è una tragedia sulla colpa, ma sul pericolo. E la risposta di Eschilo è la più tradizionale possibile, quella del coraggio maschile, dell'ordine patriarcale, dei valori della religione olimpica.
O sventura, o mi sia la sorte amica
e nei giorni più cari, o non mi trovi
mai una donna al fianco.
Sono le sprezzanti parole con cui Eteocle rimprovera le donne di Tebe che costituiscono il coro. La guerra e la virtù sono cose da uomini.
Cinquantasette anni dopo - quando il disordine è tornato ad Atene, anzi dopo che il disordine ha vinto - sarà Euripide a rispondere al venerato maestro, mettendo in scena la sua versione della storia dell'attacco delle truppe di Argo alla città di Tebe, con l'obiettivo di togliere dal trono Eteocle e di sostituirlo con il fratello Polinice.
E, in maniera classica, decide di intitolare la sua tragedia Le Fenicie, perché il coro è composto da un gruppo di giovani donne di Tiro che, in attesa di recarsi a Delfi, si fermano a Tebe e assistono, loro malgrado, a quella terribile guerra. Non è più la storia di Tebe, o almeno non è più la storia della sola Tebe, è la storia del mondo, sembra dirci Euripide, scegliendo questo coro così inusuale.
E, a differenza di quella di Eschilo, è una tragedia piena di personaggi e ricca di intrecci. Euripide, come spesso fa, inventa una storia diversa. Immagina che Edipo, una volta scoperta la sua colpa, si sia accecato e abbia rinunciato al trono, ma non abbia lasciato Tebe e soprattutto che Giocasta non si sia uccisa. Sarebbe stato troppo facile togliersi la vita, Giocasta è prima di tutto una madre e, come tale, deve prendersi cura di quella sua strana famiglia, di quel suo figlio-sposo cieco e così segnato dalle prove delle vita e dei quattro figli che insieme hanno generato, due maschi e due femmine, a cui non deve essere stato facile spiegare che il padre è anche loro fratello e la madre è anche loro nonna. Giocasta non può concedersi il lusso di morire, ha una famiglia da portare avanti.
Poi Euripide riprende la storia come l'ha raccontata Eschilo: dopo l'abdicazione di Edipo, i due figli maschi decidono di alternarsi sul trono, ma Eteocle non rispetta i patti e Polinice, dopo aver sposato la figlia del re di Argo, convince il suocero a muovere guerra contro Tebe.
E ancora Euripide inventa una scena di magistrale forza teatrale. Giocasta fa in modo che Eteocle e Polinice si incontrino, anzi si offre lei stessa come mediatrice e tenta di convincere i figli a non combattersi. Euripide ci dice che un ordine diverso è possibile, è quello di Giocasta, è quello delle donne trattate in maniera così dura da Eschilo. Ma non c'è nulla da fare: la guerra è decisa, Eteocle e Polinice si parlano, ma non si ascoltano, sanno che il loro ordine prevede la guerra, e soltanto la guerra.
Lo scontro - come racconta anche Eschilo - è terribile e i due fratelli si uccidono a vicenda. E' solo a questo punto che Giocasta si arrende, capisce che, nonostante tutti i suoi sforzi, il suo ordine non riuscirà mai a prevalere. E si uccide. E il nuovo re, Creonte, decide che è il momento che quel vecchio cieco se ne vada da Tebe. Deve trionfare l'ordine maschile, l'ordine della guerra e deve andarsene chi non accetta quell'ordine, come Antigone, a cui ora spetta di continuare la lotta della madre, o non vi si adatta più, come Edipo, che lasciando la città e tutti quei morti, dice
Ma che vale ormai piangere
e lamentarsi? E' vano! Chi è mortale deve
piegarsi agli eventi.
Sono le ultime parole della tragedia. Non c'è più nulla della forza eroica raccontata da Eschilo. I sette hanno vinto.