In queste ore, in cui leggiamo e ascoltiamo, fino alla noia, i commenti dei risultati elettorali, c'è una frase che mi ha colpito più di altre: la sconfitta mi appartiene. L'ha detto Roberto Giachetti, commentando l'esito del voto di Roma e l'ha detto, praticamente usando la stessa formula, il candidato della Lega a Varese. L'espressione ha perfino una sua qualche nobiltà retorica: il candidato sconfitto, con questa formula autoaccusatoria, sembra volersi far carico - unico e solo - degli errori che hanno portato appunto alla sconfitta. Temo non sia solo questo, purtroppo. Dietro questa frase c'è l'idea - diffusa, molto diffusa - che la politica non sia altro che lo scontro, più o meno muscolare, di due campioni, uno che vince e uno che necessariamente perde. E anche questi ultimi ballottaggi sono stati rappresentati come una sorta di rinnovata battaglia tra Orazi e Curiazi.
La politica è - o dovrebbe essere, o almeno a noi l'hanno insegnata così - un'altra cosa: impegno collettivo, condivisione di idee e di valori, sforzo comune, assunzione delle responsabilità da parte di tutti. In fondo i partiti rappresentavano anche questo, soprattutto questo: il luogo dove si faceva sintesi. E certo c'erano i leader - grandi leader - e c'erano i candidati, ma la responsabilità delle sconfitte - così come l'onere delle vittorie - era condiviso. Quando l'Italia era diversa, non credo che a nessun candidato sconfitto sarebbe venuta in mente una frase del genere - e non per schivare la propria parte, non piccola, di responsabilità - ma perché era quell'entità collettiva, il partito appunto, che aveva vinto o perso, e quindi la sconfitta - come la vittoria - non apparteneva al candidato, ma al partito. E infatti una delle funzioni fondamentali dei partiti era quella di selezionare e di scegliere i candidati. I meccanismi di questa selezione e di questa scelta non sempre erano trasparenti, non sempre erano lineari, non sempre erano giusti, ma comunque sia portava il livello della responsabilità dal singolo al collettivo. Sempre, in ogni occasione.
Se un giovane che non ha conosciuto quell'Italia lì mi chiedesse qual è la vera differenza tra quelle che ci siamo abituati a chiamare la prima e la seconda repubblica, direi che è proprio questa. In pochissimi anni, distrutti i partiti storici, la politica è diventata via via il campo di leader nazionali e locali sempre più autonomi, sempre più "padroni" delle sconfitte e delle vittorie.
Ci sono state precise scelte istituzionali che hanno portato a questo: l'introduzione dell'elezione diretta degli amministratori locali, dal sindaco al presidente della Regione, la scelta del maggioritario, la decisione di indicare il candidato alla presidenza del consiglio nella scheda elettorale e così via. Scelte a cui non ci siamo opposti, ma che anzi abbiamo auspicato e reso concrete, tagliando il ramo su cui eravamo seduti.
Poi ci sono state le scelte politiche che hanno accompagnato - e in qualche modo esasperato - questa tendenza a personalizzare la politica. La prima risposta, all'inizio degli anni Novanta, alla fine dei partiti della Costituente è stata la creazione di un partito inedito per la storia di questo paese, come Forza Italia, un partito personale, un partito in cui le candidature venivano assunte - quando non per ragioni clientelari o per le particolari "simpatie" del proprietario del partito - secondo criteri dettati dal marketing: quello veniva candidato perché più adatto a vincere. E quindi se non vinceva era lui il responsabile della sconfitta, la sconfitta era sua. Ecco dove è cominciato. Poi nel campo cosiddetto progressista è stata introdotta l'ideologia delle primarie, togliendo al partito l'ultimo potere rimasto, per consegnarlo a una sorta di ordalia dalle regole incerte, cambiate in funzione dell'obiettivo da raggiungere e del candidato da far emergere, e in cui spesso si sono inseriti interessi altri e diversi, pilotandone l'esito. Infine è nato un partito che ha rifiutato da subito di essere considerato tale - e anzi ha fatto di questo rifiuto di essere definito partito il suo principale tratto ideologico - e in cui le scelte dei candidati vengono fatte in maniera oscura, per usare un eufemismo. E in questa crisi sono nate in tutto il paese leadership locali, più o meno estese, a volte ereditarie, a volte legate in maniera clientelare ai partiti nazionali, a volte slegate e in contrapposizione a essi. L'esito di questa nuova tornata amministrativa è sintomatico di questa svolta: a Salerno è stato eletto l'erede politico del ras Vincenzo De Luca, a Benevento è stato eletto il redivivo Clemente Mastella, a Napoli ha vinto Luigi De Magistris, personaggi diversi, molto diversi tra di loro, eppure tutti il segno della crisi della politica dei partiti e dell'affermarsi di una personalizzazione molto spinta. Che spesso non va oltre la figura del leader. Emblematico il caso di Milano: Giuliano Pisapia è stato eletto cinque anni fa con un grande consenso, ha governato bene la città e probabilmente sarebbe stato rieletto, ma, una volta che ha deciso di non continuare la sua esperienza amministrativa, la lista da lui promossa ha avuto esiti ridicoli; e temo succederà qualcosa di simile a Napoli, quando De Magistris sarà costretto a lasciare, se non sorgerà intanto un'altra "stella" popolare come lui.
Il dramma è che è ormai impossibile tornare indietro, perché in questi quasi trent'anni è stata fatta una campagna sistematica contro i partiti, a favore della personalizzazione della politica. Quando un esponente del Movimento Cinque stelle ha provato a porre il problema e ha proposto una sorta di congresso costitutivo di quel soggetto politico, è stato isolato e poi espulso: la vicenda di Federico Pizzarotti è tutta qui, al di là delle altre considerazioni di facciata. Il dramma è che i partiti sarebbero il vero e unico strumento per ridare un potere ai cittadini, un potere sostanziale e reale, ma sono gli stessi cittadini che beneficerebbero di ciò a rifiutare questo strumento, a voler espungere perfino questa parola dal lessico politico, a disprezzare l'unico strumento che in qualche modo li potrebbe difendere dalle oligarchie, dalle scelte dettate da forze i cui interessi sono sempre in contrasto con quelli dei cittadini. Guardate come sono riusciti a trasformare il referendum di ottobre, che non è più il confronto tra due opzioni di riforma costituzionale, ma il plebiscito su una persona; quando - come spero - vinceremo il referendum, loro avranno comunque riportato una vittoria, perché noi ci saremo piegati alla loro logica, una logica antidemocratica e profondamente oligarchica.
Mi chiedo spesso come siamo arrivati a questo, se avremmo potuto fare qualcosa per fermare questo attacco così violento alla democrazia, il più violento della storia repubblica, ancora più violento di quello subito negli anni della strategia della tensione e delle stragi fasciste. Ricordo però che avvenne tutto in fretta, molto in fretta: nel 1990 quando io venni eletto per la prima volta in consiglio comunale a Granarolo, alle elezioni si erano presentati la Dc, il Pci e il Psi, ossia i tre partiti della Costituente, e dopo cinque anni, alla fine di quel mandato, nessuno dei tre partiti esisteva più. Allora non capimmo che qualcuno aveva voluto che sparissero, qualcuno che poi negli anni successivi avrebbe colmato il vuoto lasciato dalla mancanza dei partiti, qualcuno che ancora adesso sta tramando per diminuire gli ambiti democratici del paese, per rendere più deboli gli strumenti della democrazia rappresentativa, per far diventare la nostra repubblica un'altra cosa, anche attraverso le cosiddette riforme e anche attraverso la nostra accettazione di questo stato di cose sancita da un voto referendario. Per questo è così importante votare NO.
Fino a che non faremo i conti con questa storia, con gli errori che facemmo allora, e che per troppo tempo abbiamo fatto finta di non vedere, allora non riusciremo a ricostruire qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo, qualcosa che potremo lasciare - non vergognandoci - a quelli che verranno dopo di noi.
lunedì 20 giugno 2016
sabato 18 giugno 2016
Verba volant (279): ballottaggio...
Ballottaggio, sost. m.
Magari qualcuno ha già smesso di leggere, perché pensava che scrivessi qualcosa sul voto di domenica prossima, sui ballottaggi nelle quattro città più grandi d'Italia e a Bologna. E forse qualcuno smetterà di leggere adesso, perché è stufo di questa politica. Comprensibile. Verba volant è un vocabolario atipico, che segue regole tutte sue.
E' una situazione molto difficile, per molte ragioni inedita. Stiamo giocando un'altra partita. Con regole diverse, regole che non abbiamo scritto noi, regole che probabilmente non ci piacciono, ma a cui dobbiamo in qualche modo adeguarci. Al di là delle affermazioni di questi ultimi giorni, in queste elezioni amministrative le questioni locali sono state per lo più in secondo piano, anche perché i sindaci hanno sempre meno poteri e l'elaborazione sulle politiche locali è sempre meno incisiva. Queste elezioni sono state considerate per lo più come una sorta di primo tempo rispetto al referendum di ottobre: in questo modo le ha gestite il partito di maggioranza, che ha dedicato tutte le proprie energie a fare propaganda per le ragioni del sì invece che a sostenere i propri candidati. Ora che il voto non ha avuto l'esito sperato, è stata cambiata un po' la prospettiva: il presidente-segretario viene tenuto il più possibile in disparte dalla campagna elettorale e vengono sfumati i toni polemici, specialmente verso la sinistra. Non so se l'abbiano spiegato anche a renzi, vista la sua ultima dichiarazione sul lanciafiamme, ma questa è comunque la strategia.
In particolare si sta facendo una sorta di chiamata alle armi contro i "barbari", leghisti o grillini poco importa. A Bologna il candidato del pd ha detto, più o meno esplicitamente, che si tratta di un referendum tra civiltà e barbarie, tra chi ama la città e chi la vuole distruggere. Immagino che, nonostante tutto, nonostante la palese inadeguatezza di questa amministrazione, nonostante renzi, Merola vincerà, perché questo appello sta facendo presa in una parte importante della sinistra bolognese. Molti compagni che non l'hanno votato al primo turno dicono che al ballottaggio voteranno Merola, per evitare che il loro mancato voto faccia vincere Borgonzoni. Ragionamento comprensibile, ma che evidentemente è figlio di categorie politiche che ormai sono saltate. Quei compagni stanno giocando la vecchia partita, con le vecchie regole: un modo certo per perdere. Francamente se fossi ancora bolognese non saprei cosa fare, ma certamente non voterei per Merola, per il pd, per chi vuole cambiare la Costituzione. Immagino che annullerei la scheda, questa mi sembra l'unica possibilità che mi rimane per non offrire un sostegno a chi oggi rappresenta il pericolo maggiore per la democrazia. E accetterei i rischi che questo voto comporta, compresa la vittoria di Borgonzoni. Allo stesso modo, se vivessi in una delle altre città interessate al ballottaggio, mentre voterei convintamente De Magistris - l'avrei votato anche al primo turno - non voterei né Giachetti, né Sala, né Fassino. A Roma e a Torino voterei le due candidate del Movimento Cinque stelle, a Milano voterei Parisi, per essere sicuro di far perdere Sala.
Su una cosa in fondo renzi ha ragione: l'appuntamento più importante, decisivo, di questi mesi, sarà il referendum di ottobre, l'esito di quel voto avrà conseguenze a lungo nei prossimi anni, molto più di questa tornata amministrativa. Io ho rispetto del voto amministrativo - anche per la mia storia personale - e sinceramente mi dispiace svilirlo in questo modo, usandolo per qualcosa che non c'entra con il governo delle città. Ma siamo in una situazione di emergenza e dobbiamo agire di conseguenza, anche facendo qualcosa che non avremmo mai fatto, che fatichiamo a fare. E vi assicuro che per me è ancora fatica favorire in qualche modo l'elezione di un sindaco leghista a Bologna. Però tra un candidato del partito del sì e una candidata di un partito che voterà NO, non mi convincerete che il primo è migliore della seconda. E se questo mia scelta in qualche modo servisse a indebolire il pd, a rendere il suo leader ancora più arrogante - renzi sa solo vincere e quando perde non sa come comportarsi - a svelare le contraddizioni di quel partito, allora quel mio voto contro il pd sarebbe un voto utile.
Evitando di fare dei balottini.
venerdì 17 giugno 2016
Verba volant (282): europea...
Europea, agg.
Di solito i dizionari quando definiscono un aggettivo presentano la sua declinazione al maschile singolare. Verba volant, essendo molto poco convenzionale, può permettersi di non rispettare questa regola e infatti ho deciso di usare la forma al femminile, perché questo aggettivo mi serve per raccontare Jo Cox.
Fino ad ora rischiamo di ricordare questa edizione dei campionati europei di calcio più per gli scontri delle bande di tifosi che precedono quasi ogni partita piuttosto che per le partite stesse. Mi sembra una metafora perfetta delle tenebre che sono calate sul nostro continente, sempre più vecchio, sempre più esausto, ormai moribondo. Sono giorni difficili per l'Europa, in cui molti di noi cittadini europei siamo chiamati a fare delle scelte che incideranno sul nostro futuro e probabilmente su quello della generazione dopo la nostra, eppure non c'è speranza, solo paura. Non c'è gioia, solo livore. Non c'è voglia di lottare, solo rabbia, impotente, vana, senza scopo. Quelle bande di giovani violenti ci raccontano molto di più di quello che vorremmo ammettere.
Come noto nel Regno Unito si gioca molto di quello che sarà l'Europa nei prossimi anni, perché - nonostante le rassicurazioni un po' patetiche del presidente-segretario - se quel paese uscisse dall'Unione le conseguenze sarebbero negative per tutti, anche per l'Italia, specialmente per l'Italia, che è così debole, così soggetta a forze che stanno fuori dal nostro paese. Io, come sapete, non amo questa Europa, non amo l'Europa del finanzcapitalismo, l'Europa delle larghe intese, l'Europa che si è consegnata a un pugno di multinazionali, eppure non riesco a pensare all'Europa - perfino a questa Europa, che non mi piace e contro cui combatto - senza il Regno Unito, anche se a volte quel paese ha pensato a se stesso senza di noi. L'Europa, prima di essere un'espressione geografica - come avrebbe detto il vecchio Metternich, uno che di Europa se ne intendeva - è la sua cultura e io sono europeo perché c'è stato Shakespeare - e anche perché ci sono stati i Beatles - e non riesco a immaginarmi senza la cultura di quel paese.
Nel Regno Unito si stanno evidentemente fronteggiando due paure, due visioni negative del futuro. Non c'è uno schieramento che agita la speranza, che lotta per un'idea di progresso. Non c'è uno schieramento che esprime gioia nel suo voto. Sia i sostenitori del remain che quelli del leave giocano sulla preoccupazione del futuro e chiunque vincerà il referendum ha comunque espunto dalla propria prospettiva questa speranza. Forse il tragico omicidio di Jo Cox sposterà il giudizio - e il voto - di quel po' di opinione pubblica sufficiente a mantenere il Regno Unito in Europa, perché quel gesto così odiosamente razzista ha spaventato molti. Vincerà comunque la paura: non più la paura del diverso che viene da fuori, ma la paura del diverso che è già all'interno della società. Comunque vincerà la paura, che non è quello che avrebbe voluto Jo, che ci piace ricordare con quel sorriso che sembra capace di scacciarla. E Jo evidentemente non aveva paura se girava tranquillamente tra i suoi elettori, per fare propaganda, ma anche per ascoltare le loro ragioni. Ma né il suo sorriso né la sua determinazione l'hanno salvata.
L'omicidio di quella giovane deputata laburista, per anni impegnata in associazioni umanitarie e per i diritti, specialmente delle donne, è il segno della sconfitta dell'intera società europea. Uccidere la Cox ha significato uccidere un barlume di speranza che ancora si trovava in uno degli schieramenti, l'idea che la battaglia a favore della permanenza del Regno Unito nell'Unione fosse anche la battaglia per una società diversa, più aperta, più solidale, capace di aprirsi al mondo.
E non è qualcosa che riguarda solo quel paese. Pensate a cosa è la campagna elettorale qui da noi, al livore che ci mettiamo. Io stesso ammetto di aver annunciato un voto senza speranza, un voto che mi lascia pieno di amarezze. E sinceramente ho visto poco gioia anche nelle grandi manifestazioni sindacali in Francia, che pure rappresentano il meglio che in questa fase c'è nel nostro continente, un segno che la lotta può continuare, che non tutto è perduto. Ma non c'è sorriso, c'è più rassegnazione, la stessa rassegnazione con cui io a Milano voterei il candidato proposto da Berlusconi e dalla Lega solo per fermare il disegno autoritario di renzi. E ho pensato di farlo perfino nella città in cui ho fatto politica per tanti anni, la città in cui ho imparato a essere quello che sono.
Viviamo in un'Europa che lotta senza speranza. Per questo l'omicidio di Jo Cox ci ha fatto così male, ci ha colpito così duramente. Perché era giovane, perché era una donna, perché era impegnata a migliorare la politica e la società, perché ci credeva. Se dovessi dare un volto all'Europa che vorrei - come ogni tanto i francesi scelgono che fattezze dare alla loro amata Marianne - sceglierei il sorriso di Jo Cox, europea.
mercoledì 15 giugno 2016
Verba volant (281): proprietà...
Proprietà, sost. f.
Io e mia moglie non siamo ricchi, siamo due lavoratori dipendenti "normali". Ma siccome, purtroppo, in questo sfortunato paese essere normali è ormai una fortuna, io e mia moglie possiamo considerarci due persone fortunate. Grazie ai nostri risparmi e a qualche sopportabile attenzione nelle spese - non uso volutamente la parola sacrifici, perché quelli li hanno fatti i nostri genitori, e quindi è una parola che noi non abbiamo neppure il diritto di usare - abbiamo potuto acquistare la casa in cui viviamo, su cui ovviamente grava un'ipoteca, perché abbiamo acceso un mutuo. Quindi ne diventeremo proprietari a tutti gli effetti tra diversi anni.
Io e mia moglie non siamo ricchi, siamo due lavoratori dipendenti "normali". Ma siccome, purtroppo, in questo sfortunato paese essere normali è ormai una fortuna, io e mia moglie possiamo considerarci due persone fortunate. Grazie ai nostri risparmi e a qualche sopportabile attenzione nelle spese - non uso volutamente la parola sacrifici, perché quelli li hanno fatti i nostri genitori, e quindi è una parola che noi non abbiamo neppure il diritto di usare - abbiamo potuto acquistare la casa in cui viviamo, su cui ovviamente grava un'ipoteca, perché abbiamo acceso un mutuo. Quindi ne diventeremo proprietari a tutti gli effetti tra diversi anni.
Forse non sarebbe stato neppure necessario diventare proprietari, visto che non abbiamo figli a cui pensare; diciamo che è stata una scelta di sicurezza, probabilmente derivata dal fatto che veniamo da famiglie di origine contadina, che quindi danno un particolare valore alla proprietà, valore che noi abbiamo in qualche modo interiorizzato. In questa parola c'è la radice dell'avverbio latino prope, che significa vicino, e infatti noi sentiamo che è nostra questa casa perché ci è così vicina, perché ci ripara, perché è il luogo dove torniamo ogni sera. Per questo ci è parso importante possederla, diventarne proprietari, consapevoli che su questa proprietà avremmo dovuto pagare una tassa.
Invece da quest'anno mia moglie e io - come molti di voi - non pagheremo più nessuna tassa su questa nostra proprietà, perché il governo ha deciso di togliere questa imposizione fiscale alle case in cui si ha la residenza, indipendentemente dal reddito del proprietario. Noi quella tassa l'avremmo potuta pagare senza troppa fatica, come abbiamo fatto negli anni precedenti. Naturalmente non fa mai piacere pagare una tassa, ma francamente non capisco perché noi due non dovremmo pagarla e anzi trovo profondamente ingiusto che chi ha una proprietà non paghi su di questa una tassa, quando è nelle condizioni per farlo. Noi godiamo di una proprietà, che magari non sarà un furto - come diceva il vecchio Proudhon - ma è qualcosa su cui dobbiamo pagare le tasse. La proprietà è anche un privilegio, è un segno di ricchezza, e in quanto tale va tassata. Sempre.
Invece in questo paese questa proprietà non viene più tassata. Il presidente-segretario ha deciso di organizzare una festa nelle piazze italiane proprio in occasione del 16 giugno, il giorno in cui fino all'anno scorso scadeva il pagamento di questa tassa, che una volta si chiamava Ici, poi si è chiamata Imu e infine Tasi. Per lui, in evidente affanno di consensi e in vista dell'appuntamento referendario di ottobre, questa è una bella occasione per farsi propaganda, perché in questo paese chi toglie una tassa riscuote sempre un notevole successo. E infatti una decisione analoga l'aveva presa anche un suo predecessore, assicurandosi un'imprevista vittoria elettorale.
Invece in questo paese questa proprietà non viene più tassata. Il presidente-segretario ha deciso di organizzare una festa nelle piazze italiane proprio in occasione del 16 giugno, il giorno in cui fino all'anno scorso scadeva il pagamento di questa tassa, che una volta si chiamava Ici, poi si è chiamata Imu e infine Tasi. Per lui, in evidente affanno di consensi e in vista dell'appuntamento referendario di ottobre, questa è una bella occasione per farsi propaganda, perché in questo paese chi toglie una tassa riscuote sempre un notevole successo. E infatti una decisione analoga l'aveva presa anche un suo predecessore, assicurandosi un'imprevista vittoria elettorale.
Sarebbe però riduttivo considerare questa decisione solo una regalia in vista delle elezioni, come la scarpa di Lauro o come gli 80 euro. C'è un disegno in questa scelta, perché il presidente-segretario vuole spiegarci che togliere questa tassa sulla casa è stato un gesto di sinistra. Non è vero, e non solo perché lo dice Proudhon. Il problema è che in questi anni noi che abbiamo provato a rappresentare la sinistra in questo paese non siamo mai riusciti a spiegare - spesso non abbiamo neppure tentato di farlo - che la questione non è se pagare o meno una tassa sulla proprietà della casa, ma chi dovrebbe pagarla e a fronte di quali servizi.
Il problema fondamentale, sempre eluso, è definire il reddito di chi deve pagare quella tassa. Se sei povero, veramente povero, e non solo uno che mente quando compila la dichiarazione Isee, allora è giusto che quella tassa venga molto abbassata, se non addirittura annullata. Ma se te la puoi permettere, la devi pagare. Ci sono poi altre storture. Dal momento che è stata tolta la tassa sulla cosiddetta "prima casa", ovvero sulla casa in cui si ha la residenza, i Comuni hanno alzato - spesso a sproposito - le tasse sulle altre case, che non sono sempre "seconde case". Se una persona possiede una casa, magari ricevuta in eredità, nel paese in cui sono nati i suoi nonni in Calabria, ma poi risiede in una casa in affitto nella città del nord dove lavora, su quella casa, l'unica di sua proprietà, paga una tassa molto alta, indipendentemente dal suo reddito. E questo evidentemente non è giusto, tanto più a fronte del fatto che io quella tassa non la pago. E anche quando la casa è veramente la seconda casa che uno possiede occorre capire qual è il reddito di quella persona, perché un conto è avere un'altra casa a Portofino e un altro conto è possederla in un paesino dell'entroterra dell'Abruzzo. C'è un principio che dovrebbe essere caro alla sinistra - e che peraltro è sancito anche nell'art. 53 della nostra Costituzione - ed è quello della progressività del sistema tributario. In questi vent'anni invece abbiamo assistito all'inesorabile cancellazione di questo criterio, perché abbiamo aumentato la tassazione indiretta, che colpisce tutti, e diminuito quella diretta, che invece colpisce di più i più ricchi. E abbiamo appunto tolto la Tasi, anche a chi potrebbe permettersi di pagarla. Come me e come molti di voi che mi state leggendo.
Il secondo punto è che vorrei sapere come questi miei soldi - e in generale tutti i soldi che pago allo stato - verranno impiegati, mi piacerebbe poter capire se sono destinati a servizi, a manutenzioni, oppure se alimentano sprechi e malaffare. Dal momento che quella tassa era destinata al Comune in cui vivo, mi era un po' più semplice capire se quei soldi venivano spesi bene o male, se venivano utilizzati per raggiungere obiettivi che anch'io considero importanti; e avrei più facilmente avuto l'opportunità, alle elezioni successive, di premiare o punire il sindaco per quello che aveva fatto o non fatto. Adesso io non contribuisco più, almeno direttamente, a pagare i servizi per la mia collettività, per quella più prossima - l'asilo nido per i figli dei miei vicini, la casa di riposo per i loro genitori, o la manutenzione della strada che faccio tutti i giorni per andare al lavoro - e mi sento un po' più debole come cittadino. Perché è vero il principio no taxation without representation, ma vale anche il contrario: siamo meno rappresentati se paghiamo meno tasse, abbiamo meno voce.
Quando vediamo qualcuno che gongola perché non ha pagato una tassa che potrebbe pagare e per cui riceve dei servizi, proviamo a ricordargli questi principi. Quando vediamo un politico che chiede il nostro voto dicendoci che ci ha tolto una tassa, specialmente se è un politico che dice di essere di sinistra, proviamo a spiegargli che per chi è di davvero sinistra non funziona così: le tasse sono uno strumento - l'unico strumento pacifico - per redistribuire la ricchezza, che altrimenti sarebbe sperequata, per togliere soldi ai più ricchi e offrire servizi ai più poveri. Se non ci fossero le tasse dovremmo fare come Robin Hood, ma nessuno di noi è ormai disposto a vivere alla macchia nella foresta di Sherwood. Il 16 giugno, al di là della propaganda di renzi e dei renzioti, non è una festa della sinistra perché è stata tolta la Tasi, è una festa per chi non paga una tassa che dovrebbe e potrebbe pagare, è un giorno in cui il governo celebra un'ingiustizia. E' la festa dello sceriffo di Nottingham che ci governa, che ruba ai poveri per regalare ai ricchi.
Noi le tasse le vogliamo pagare e naturalmente vogliamo che le paghino tutti, specialmente quelli che oggi non le pagano, e vogliamo che a fronte di queste tasse vengano costruite scuole e ospedali. Capisco che per renzi questi concetti suonino strani, vagamente rivoluzionari, perché non li ha mai sentiti e mai praticati: è la sinistra, vi ci dovrete abituare, prima o poi.
lunedì 13 giugno 2016
Verba volant (280): frocio...
Frocio, sost. m.
Ieri non siamo diventati tutti americani, non abbiamo cambiato le foto dei nostri profili su Facebook, non abbiamo acceso candele virtuali. Certo non ha molto senso dire: siamo tutti americani, visto che anche il carnefice era americano, e non solo le vittime. E poi è americano anche Trump e certo noi non vogliamo essere come Trump. Eppure anche gli attentatori di Parigi erano francesi e anche Marine Le Pen è francese, eppure questo non ci ha impedito di gridare per giorni: siamo tutti francesi, di mettere il tricolore un po' dappertutto, anche sui gattini. Qualche tricolore è ancora in giro, appeso in queste nostre finestre virtuali, uno straccio anacronistico, che non ricordiamo neppure quando abbiamo messo fuori. Magari in questi mesi siamo diventati più accorti, abbiamo imparato a distinguere tra francesi buoni e francesi cattivi, come tra americani buoni e americani cattivi, e adesso siamo abbastanza furbi da non cadere nella trappola della commozione.
Oppure siamo assuefatti alle stragi, ci sta crescendo nello stomaco una coltre di pelo così folta da impedirci di piangere ancora. O magari non accendiamo nessuna candela perché quelle quarantanove vittime erano froci, che stavano in un bar di froci. Certo che se sai che ti possono ammazzare, non sei furbo se ti raduni con quelli della tua specie e poi metti anche un cartello con la scritta "qui siamo tutti froci"; rischi che arriva un Adinolfi qualsiasi e ti spara, e poi magari succede che l'Isis rivendica quell'attentato, di cui non sapeva nulla, che non aveva programmato, ma di cui può intestarsi i morti. Quarantanove vittime americane in più senza nemmeno dover spendere un dollaro in munizioni: questi del califfato hanno tutte le fortune.
I primi froci sarebbero stati i lanzichenecchi, arrivati in Italia nel 1527, responsabili di quello che è passato alla storia come il sacco di Roma; erano soldati brutali, feroci appunto - da cui froci - che stupravano indistintamente donne e uomini. Anche loro in qualche modo se l'erano cercata. Come i ragazzi che l'altra sera erano al Pulse di Orlando, invece di starsene a casa. Il padre dell'attentatore, come a giustificare il gesto del figlio, ha detto che il ragazzo era rimasto inorridito dalla vista di due uomini che si baciavano. E ha detto questo per scagionare non tanto il figlio, ma la sua religione. Omar avrebbe agito così perché omofobo, non perché musulmano; di omofobi ce ne sono tanti - ha pensato il padre del ragazzo - anche tra i bianchi, anche tra i cristiani, che alla fine mio figlio sarà in qualche modo assolto. Poi, per scagionare se stesso, ha precisato che non spetta agli uomini punire i froci, ci penserà dio. Quello che dicono gli ayatollah cristiani; e quelli ebrei. Se quei ragazzi avessero imparato a dominarsi, a non volersi baciare in pubblico, adesso sarebbero vivi. Come quelle puttane che vanno in giro la sera in minigonna o con i pantaloni attillati e poi non possono lamentarsi se vengono violentate. Se la sono cercata, come i froci del Pulse.
Ieri non siamo diventati tutti americani, non abbiamo cambiato le foto dei nostri profili su Facebook, non abbiamo acceso candele virtuali. Certo non ha molto senso dire: siamo tutti americani, visto che anche il carnefice era americano, e non solo le vittime. E poi è americano anche Trump e certo noi non vogliamo essere come Trump. Eppure anche gli attentatori di Parigi erano francesi e anche Marine Le Pen è francese, eppure questo non ci ha impedito di gridare per giorni: siamo tutti francesi, di mettere il tricolore un po' dappertutto, anche sui gattini. Qualche tricolore è ancora in giro, appeso in queste nostre finestre virtuali, uno straccio anacronistico, che non ricordiamo neppure quando abbiamo messo fuori. Magari in questi mesi siamo diventati più accorti, abbiamo imparato a distinguere tra francesi buoni e francesi cattivi, come tra americani buoni e americani cattivi, e adesso siamo abbastanza furbi da non cadere nella trappola della commozione.
Oppure siamo assuefatti alle stragi, ci sta crescendo nello stomaco una coltre di pelo così folta da impedirci di piangere ancora. O magari non accendiamo nessuna candela perché quelle quarantanove vittime erano froci, che stavano in un bar di froci. Certo che se sai che ti possono ammazzare, non sei furbo se ti raduni con quelli della tua specie e poi metti anche un cartello con la scritta "qui siamo tutti froci"; rischi che arriva un Adinolfi qualsiasi e ti spara, e poi magari succede che l'Isis rivendica quell'attentato, di cui non sapeva nulla, che non aveva programmato, ma di cui può intestarsi i morti. Quarantanove vittime americane in più senza nemmeno dover spendere un dollaro in munizioni: questi del califfato hanno tutte le fortune.
I primi froci sarebbero stati i lanzichenecchi, arrivati in Italia nel 1527, responsabili di quello che è passato alla storia come il sacco di Roma; erano soldati brutali, feroci appunto - da cui froci - che stupravano indistintamente donne e uomini. Anche loro in qualche modo se l'erano cercata. Come i ragazzi che l'altra sera erano al Pulse di Orlando, invece di starsene a casa. Il padre dell'attentatore, come a giustificare il gesto del figlio, ha detto che il ragazzo era rimasto inorridito dalla vista di due uomini che si baciavano. E ha detto questo per scagionare non tanto il figlio, ma la sua religione. Omar avrebbe agito così perché omofobo, non perché musulmano; di omofobi ce ne sono tanti - ha pensato il padre del ragazzo - anche tra i bianchi, anche tra i cristiani, che alla fine mio figlio sarà in qualche modo assolto. Poi, per scagionare se stesso, ha precisato che non spetta agli uomini punire i froci, ci penserà dio. Quello che dicono gli ayatollah cristiani; e quelli ebrei. Se quei ragazzi avessero imparato a dominarsi, a non volersi baciare in pubblico, adesso sarebbero vivi. Come quelle puttane che vanno in giro la sera in minigonna o con i pantaloni attillati e poi non possono lamentarsi se vengono violentate. Se la sono cercata, come i froci del Pulse.
Mi scuso se il linguaggio di questa definizione sta offendendo qualcuno, ma quei proiettili hanno colpito anche noi, perché noi in qualche modo siamo colpevoli dell'ignoranza e dell'ipocrisia delle nostre società. Perché anche noi siamo "feroci" verso quelle persone che consideriamo ancora diverse. Perché possiamo urlare di essere francesi, americani, perfino musulmani, ma non di essere froci.
lunedì 6 giugno 2016
Verba volant (278): supermercato...
Supermercato, sost. m.
Cinque anni fa, quando mia moglie e io siamo venuti a vivere in questa piccola città, a Salsomaggiore c'erano cinque supermercati di medie dimensioni. A me parevano già molti, probabilmente troppi, per una realtà di appena ventimila abitanti, anche tenendo presente che nella vicina e un po' più grande Fidenza - ad appena otto chilometri - ce n'erano altri sei. Eppure in questi cinque anni ne sono stati aperti altri due (e un altro a Fidenza). E così siamo arrivati a sette. Decisamente troppi; senza ombra di dubbio. E infatti uno ha chiuso e un altro chiuderà tra qualche giorno. E' il mercato, bellezza.
Nel supermercato che sta per chiudere lavorano ventitré persone: sarebbe meglio dire lavoravano. A dire la verità la catena ha assicurato che nessuno perderà il lavoro: potranno tutti lavorare in un nuovo supermercato che sarà aperto a giorni, vicino a Varese. A sole due ore di auto da Salsomaggiore, sperando di non trovare troppo traffico intorno a Milano. Per una persona che fa un part-time significa passare più tempo in auto che al lavoro, per tacere dei costi. E visti gli orari dei supermercati, una tale distanza diventa davvero proibitiva. Di fatto queste persone sono state tutte licenziate, a meno che non siano disposte a trasferirsi, armi e bagagli, vicino al nuovo posto di lavoro.
Ho raccontato questa vicenda di cronaca non solo per esprimere la mia solidarietà a quelle lavoratrici - per lo più si tratta di donne - e a quei lavoratori, ma per provare a riflettere su cosa è successo in questi ultimi vent'anni in Italia. Come sapete, io mi interrogo spesso sui motivi che hanno condotto noi di sinistra al suicidio. E mi pare che questa vicenda qualcosa racconti e che ci imponga una riflessione.
Nel 2007 Pier Luigi Bersani, ministro dello sviluppo economico del secondo governo Prodi, fece approvare un decreto con cui, insieme ad altre norme, vennero aboliti l'obbligo di una distanza minima tra i supermercati e il criterio di proporzionalità rispetto al bacino potenziale di clienti. Allora queste norme ci parvero dettate da buon senso: dicevamo che l'Italia aveva bisogno di maggiore competitività, che servivano norme che aiutassero le imprese a crescere, sostenevamo che una maggiore concorrenza sarebbe stata un vantaggio per tutti, per i consumatori e per i lavoratori. Anche chi - come il sottoscritto - era un amministratore locale, pensava che quelle norme fossero giuste, perché semplificavano - e di molto - l'iter che si doveva fare per aprire una nuova attività o un esercizio commerciale. Si toglieva il sistema delle licenze, che in tante amministrazioni era diventato sinonimo di corruzione e malaffare, perché le licenze venivano assegnate regolarmente agli amici degli amici e diventavano uno strumento per far arricchire la criminalità. Liberalizzazione divenne una parola d'ordine della sinistra di governo, divenne una nostra parola d'ordine. Era in voga allora l'espressione lacci e lacciuoli - scrisse un libro con questo titolo Guido Carli, uno dei maggiori alfieri del finanzcapitalismo in Italia - e tutti chiedevano che l'Italia ne fosse liberata, e questo avrebbe significato l'inizio di una stagione nuova. Lo ammetto: io ero uno di quelli sinceramente convinti che quella fosse la strada giusta, che in quel modo saremmo riusciti a governare un mondo che stava rapidamente cambiando. E, nel mio piccolo, feci tutto quello che potevo per accompagnare quella svolta, che ovviamente si tradusse in molti altri campi, non solo quello dei supermercati.
Ripensando a quegli anni mi rendo conto che quelle scelte, anche quelle scelte così apparentemente dettate dal buon senso, da un pragmatico realismo, che allora venivano considerate parte della cultura riformista, sono state il cavallo di Troia con cui il finanzcapitalismo ha inciso così profondamente nelle nostre vite. Perché poi a quelle liberalizzazioni ne seguirono altre, ad esempio - sempre rimanendo nel tema di questa definizione - si tolse ogni vincolo rispetto agli orari e ai giorni di apertura. E così ora abbiamo i supermercati, tutti i supermercati, regolarmente aperti le domeniche, tutte le domeniche, e abbiamo i drugstore, come in America, che non chiudono mai, aperti ventiquattro ore al giorno.
Quando dico che il problema non è renzi, ma è il pd voglio spiegare, in una battuta, esattamente questo. Il problema non è quello che dice e fa renzi - o meglio che gli fanno dire e gli fanno fare - ma quello che noi abbiamo seminato in questi anni. La retorica di renzi è figlia della nostra retorica di quegli anni, renzi è figlio politico di Bersani. Per questo io mi arrabbio quando sento dire da qualcuno, magari in buona fede, che bisogna tornare all'Ulivo, l'Ulivo è stato dove abbiamo cominciato a morire e io sinceramente non ho proprio voglia di tornare daccapo a fare gli stessi errori. Mi sento già abbastanza in colpa per averli commessi la prima volta.
Liberalizzare le licenze è stato un modo - uno dei modi - con cui è stato tolto ai Comuni il potere di governare il proprio territorio e infatti adesso per lo più le decisioni le prendono altri, in luoghi che non conosciamo e secondo logiche che intuiamo, ma che non possiamo controllare. Così ad esempio i due supermercati chiusi in questi mesi a Salsomaggiore si trovano entrambi nella stessa zona della nostra città, che in questo modo è rimasta senza servizi, mentre in un'altra zona i supermercati sono quattro nel giro di pochi metri, due condividono perfino lo stesso parcheggio. Ovviamente il manager che ha deciso di chiudere i supermercati di Salsomaggiore non ha guardato all'indirizzo, non ha considerato la dotazione di servizi della zona, ha indicato un criterio di fatturato e il negozio che non entrava in quel criterio è stato chiuso. Punto e basta. Fare i conti è più semplice che fare politica: è perfino capace uno come Marchionne.
In questi anni, al di là del tanto sbandierato federalismo, al di là della retorica sui Comuni come primo presidio del governo del territorio, questi enti hanno perso progressivamente molti poteri. Mi sarebbe piaciuto sentirne parlare in questa campagna elettorale, che pure ha coinvolto le prime quattro città italiane per popolazione. Naturalmente ai Comuni rimane ancora in capo la leva urbanistica, ma si tratta di uno strumento spesso spuntato. Al di là del malaffare, che pure influisce molto sulle scelte di governo del territorio di molte amministrazioni, specialmente qui nel profondo nord, per un sindaco la possibilità di far costruire nel proprio comune rappresenta l'unica leva finanziaria per garantire i servizi ai cittadini. Spesso i cambi di destinazione d'uso sono l'unico modo per riconvertire realtà produttive dismesse all'interno delle città: quante fabbriche, chiuse in questi anni che rischiavano di diventare luoghi di degrado, sono diventate invece centri commerciali? Il sesto supermercato di Salsomaggiore è nato così: meglio un'area commerciale che vecchie lavanderie industriali abbandonate da anni. I sindaci hanno perso progressivamente il potere di governare il proprio territorio, garantendo quindi l'equilibrio degli interessi, e questo potere è andato inesorabilmente a chi ha altri interessi. Così ad esempio quelli che ci guadagnano sempre e sicuramente quando apre un nuovo supermercato - indipendentemente da come andranno poi le vendite - sono quelli che costruiscono l'immobile.
Visto che vorremmo provare a costruire una sinistra nuova, anche a partire dai territori, cominciamo a dire che liberalizzare non è una parola d'ordine di sinistra, perché liberalizzare significa permettere ai padroni di fare i propri interessi, a scapito dei lavoratori - e di tutti i cittadini. La sinistra esiste se governa, se mette delle regole, se pianifica, non per ostacolare le imprese, non per impedire che nascano nuove attività economiche, ma per bilanciare interessi diversi e per tutelare gli interessi di chi lavora e di chi ha più bisogno. Noi allora non lo capimmo. Molti continuano a non capirlo. Lo capiscono benissimo quei ventitré lavoratori. E sarà meglio che lo cominci a capire una sinistra che vuole tornare tale.
Cinque anni fa, quando mia moglie e io siamo venuti a vivere in questa piccola città, a Salsomaggiore c'erano cinque supermercati di medie dimensioni. A me parevano già molti, probabilmente troppi, per una realtà di appena ventimila abitanti, anche tenendo presente che nella vicina e un po' più grande Fidenza - ad appena otto chilometri - ce n'erano altri sei. Eppure in questi cinque anni ne sono stati aperti altri due (e un altro a Fidenza). E così siamo arrivati a sette. Decisamente troppi; senza ombra di dubbio. E infatti uno ha chiuso e un altro chiuderà tra qualche giorno. E' il mercato, bellezza.
Nel supermercato che sta per chiudere lavorano ventitré persone: sarebbe meglio dire lavoravano. A dire la verità la catena ha assicurato che nessuno perderà il lavoro: potranno tutti lavorare in un nuovo supermercato che sarà aperto a giorni, vicino a Varese. A sole due ore di auto da Salsomaggiore, sperando di non trovare troppo traffico intorno a Milano. Per una persona che fa un part-time significa passare più tempo in auto che al lavoro, per tacere dei costi. E visti gli orari dei supermercati, una tale distanza diventa davvero proibitiva. Di fatto queste persone sono state tutte licenziate, a meno che non siano disposte a trasferirsi, armi e bagagli, vicino al nuovo posto di lavoro.
Ho raccontato questa vicenda di cronaca non solo per esprimere la mia solidarietà a quelle lavoratrici - per lo più si tratta di donne - e a quei lavoratori, ma per provare a riflettere su cosa è successo in questi ultimi vent'anni in Italia. Come sapete, io mi interrogo spesso sui motivi che hanno condotto noi di sinistra al suicidio. E mi pare che questa vicenda qualcosa racconti e che ci imponga una riflessione.
Nel 2007 Pier Luigi Bersani, ministro dello sviluppo economico del secondo governo Prodi, fece approvare un decreto con cui, insieme ad altre norme, vennero aboliti l'obbligo di una distanza minima tra i supermercati e il criterio di proporzionalità rispetto al bacino potenziale di clienti. Allora queste norme ci parvero dettate da buon senso: dicevamo che l'Italia aveva bisogno di maggiore competitività, che servivano norme che aiutassero le imprese a crescere, sostenevamo che una maggiore concorrenza sarebbe stata un vantaggio per tutti, per i consumatori e per i lavoratori. Anche chi - come il sottoscritto - era un amministratore locale, pensava che quelle norme fossero giuste, perché semplificavano - e di molto - l'iter che si doveva fare per aprire una nuova attività o un esercizio commerciale. Si toglieva il sistema delle licenze, che in tante amministrazioni era diventato sinonimo di corruzione e malaffare, perché le licenze venivano assegnate regolarmente agli amici degli amici e diventavano uno strumento per far arricchire la criminalità. Liberalizzazione divenne una parola d'ordine della sinistra di governo, divenne una nostra parola d'ordine. Era in voga allora l'espressione lacci e lacciuoli - scrisse un libro con questo titolo Guido Carli, uno dei maggiori alfieri del finanzcapitalismo in Italia - e tutti chiedevano che l'Italia ne fosse liberata, e questo avrebbe significato l'inizio di una stagione nuova. Lo ammetto: io ero uno di quelli sinceramente convinti che quella fosse la strada giusta, che in quel modo saremmo riusciti a governare un mondo che stava rapidamente cambiando. E, nel mio piccolo, feci tutto quello che potevo per accompagnare quella svolta, che ovviamente si tradusse in molti altri campi, non solo quello dei supermercati.
Ripensando a quegli anni mi rendo conto che quelle scelte, anche quelle scelte così apparentemente dettate dal buon senso, da un pragmatico realismo, che allora venivano considerate parte della cultura riformista, sono state il cavallo di Troia con cui il finanzcapitalismo ha inciso così profondamente nelle nostre vite. Perché poi a quelle liberalizzazioni ne seguirono altre, ad esempio - sempre rimanendo nel tema di questa definizione - si tolse ogni vincolo rispetto agli orari e ai giorni di apertura. E così ora abbiamo i supermercati, tutti i supermercati, regolarmente aperti le domeniche, tutte le domeniche, e abbiamo i drugstore, come in America, che non chiudono mai, aperti ventiquattro ore al giorno.
Quando dico che il problema non è renzi, ma è il pd voglio spiegare, in una battuta, esattamente questo. Il problema non è quello che dice e fa renzi - o meglio che gli fanno dire e gli fanno fare - ma quello che noi abbiamo seminato in questi anni. La retorica di renzi è figlia della nostra retorica di quegli anni, renzi è figlio politico di Bersani. Per questo io mi arrabbio quando sento dire da qualcuno, magari in buona fede, che bisogna tornare all'Ulivo, l'Ulivo è stato dove abbiamo cominciato a morire e io sinceramente non ho proprio voglia di tornare daccapo a fare gli stessi errori. Mi sento già abbastanza in colpa per averli commessi la prima volta.
Liberalizzare le licenze è stato un modo - uno dei modi - con cui è stato tolto ai Comuni il potere di governare il proprio territorio e infatti adesso per lo più le decisioni le prendono altri, in luoghi che non conosciamo e secondo logiche che intuiamo, ma che non possiamo controllare. Così ad esempio i due supermercati chiusi in questi mesi a Salsomaggiore si trovano entrambi nella stessa zona della nostra città, che in questo modo è rimasta senza servizi, mentre in un'altra zona i supermercati sono quattro nel giro di pochi metri, due condividono perfino lo stesso parcheggio. Ovviamente il manager che ha deciso di chiudere i supermercati di Salsomaggiore non ha guardato all'indirizzo, non ha considerato la dotazione di servizi della zona, ha indicato un criterio di fatturato e il negozio che non entrava in quel criterio è stato chiuso. Punto e basta. Fare i conti è più semplice che fare politica: è perfino capace uno come Marchionne.
In questi anni, al di là del tanto sbandierato federalismo, al di là della retorica sui Comuni come primo presidio del governo del territorio, questi enti hanno perso progressivamente molti poteri. Mi sarebbe piaciuto sentirne parlare in questa campagna elettorale, che pure ha coinvolto le prime quattro città italiane per popolazione. Naturalmente ai Comuni rimane ancora in capo la leva urbanistica, ma si tratta di uno strumento spesso spuntato. Al di là del malaffare, che pure influisce molto sulle scelte di governo del territorio di molte amministrazioni, specialmente qui nel profondo nord, per un sindaco la possibilità di far costruire nel proprio comune rappresenta l'unica leva finanziaria per garantire i servizi ai cittadini. Spesso i cambi di destinazione d'uso sono l'unico modo per riconvertire realtà produttive dismesse all'interno delle città: quante fabbriche, chiuse in questi anni che rischiavano di diventare luoghi di degrado, sono diventate invece centri commerciali? Il sesto supermercato di Salsomaggiore è nato così: meglio un'area commerciale che vecchie lavanderie industriali abbandonate da anni. I sindaci hanno perso progressivamente il potere di governare il proprio territorio, garantendo quindi l'equilibrio degli interessi, e questo potere è andato inesorabilmente a chi ha altri interessi. Così ad esempio quelli che ci guadagnano sempre e sicuramente quando apre un nuovo supermercato - indipendentemente da come andranno poi le vendite - sono quelli che costruiscono l'immobile.
Visto che vorremmo provare a costruire una sinistra nuova, anche a partire dai territori, cominciamo a dire che liberalizzare non è una parola d'ordine di sinistra, perché liberalizzare significa permettere ai padroni di fare i propri interessi, a scapito dei lavoratori - e di tutti i cittadini. La sinistra esiste se governa, se mette delle regole, se pianifica, non per ostacolare le imprese, non per impedire che nascano nuove attività economiche, ma per bilanciare interessi diversi e per tutelare gli interessi di chi lavora e di chi ha più bisogno. Noi allora non lo capimmo. Molti continuano a non capirlo. Lo capiscono benissimo quei ventitré lavoratori. E sarà meglio che lo cominci a capire una sinistra che vuole tornare tale.
venerdì 3 giugno 2016
Verba volant (277): illimitato...
Illimitato, agg. m.
In questi giorni è inevitabile, specialmente per noi di sinistra, per noi disillusi, per noi inguaribili pessimisti, guardare a quello che succede in Francia. Sarebbe difficile avere un'idea su quello che avviene davvero in quel paese se ci affidassimo solo all'informazione "ufficiale", a quella cucinata nelle redazioni del regime, dal Tg Uno alla Repubblica, dal Corriere al Tg Cinque: l'unica preoccupazione pare sia lo svolgimento degli europei di calcio, che cominceranno proprio in quel paese tra pochissimi giorni. Quello che sappiamo lo dobbiamo alla rete. Anche in questo caso vediamo come sia importante questo strumento, che insostituibile mezzo di informazione sia diventato. Per questo lo dobbiamo difendere contro ogni attacco, contro ogni tentativo di limitazione. Non è l'argomento di questa riflessione, ma dobbiamo fare attenzione, perché la rete è uno strumento potenzialmente eversivo e quindi prima o poi - ma immagino prima - cercheranno di togliercelo o di lasciarcelo solo per i giochi e per il porno.
Ma torniamo in Francia e a quello che non ci dicono, che non ci vogliono far sapere. Fatte le prove in Italia - e con notevole successo, secondo i loro parametri - i padroni hanno deciso di fare un passo in più, colpendo i lavoratori francesi. Con sempre maggior durezza. Mi pare che, almeno per un aspetto, la Loi travail sia più pericolosa del jobs act renziano, anche se l'impianto è sostanzialmente identico e soprattutto se è identica l'impostazione di fondo: colpire i lavoratori, renderli più precari, abbassare i salari e comprimere i diritti, e quindi far aumentare i guadagni dei padroni. Nella legislazione italiana l'elemento più simbolico è stata l'abolizione dell'art. 18 e, di conseguenza, l'aver concesso ai padroni la libertà - e l'arbitrio - di licenziare i lavoratori. Ma, al di là del valore simbolico altissimo, l'art. 18 era una tutela di cui si avvalevano solo alcuni lavoratori. La legge francese invece, introducendo nell'art. 2 - il cuore di quel testo - la prevalenza della contrattazione aziendale su quella collettiva, colpisce i diritti acquisiti sull'orario di lavoro, in particolare il principio delle 35 ore settimanali.
Noi rischiamo sempre di dare tutto per scontato, ma l'introduzione delle 35 ore è stata una delle vittorie più importanti del movimento operaio, la più legata all'idea di libertà. E proprio per questo i padroni stanno facendo di tutto per tornare indietro, nel paradosso che a fronte dell'aumento della disoccupazione e della precarietà la loro risposta è l'estensione del tempo di lavoro e la progressiva ordinarietà degli straordinari. Mentre l'art. 18 è uno strumento di difesa che si attivava in determinate - e non frequenti - circostanze, valendo più come un elemento di deterrenza, le 35 ore hanno un valore universale, perché riguardano la condizione di vita quotidiana dei lavoratori, il loro tempo di lavoro e di conseguenza quello di non-lavoro, ossia il tempo da dedicare a se stessi, alle proprie famiglie, alla propria affermazione come individui.
Per questo per i padroni è così importante ottenere la vittoria in Francia, dove le condizioni politiche sembravano più favorevoli che in altri paesi. L'Italia e la Francia sono gli unici due grandi paesi europei governati da partiti che appartengono alla famiglia socialista e quindi in questi paesi la sconfitta dei lavoratori ha un valore ancora più alto, perché i sicari ingaggiati dai padroni sono personaggi che sono stati votati da quei lavoratori che adesso tradiscono. In Francia i padroni, ancora una volta, giocano con il fuoco del fascismo, sperano che, avendo come unica alternativa Marine Le Pen, i lavoratori finiranno per scegliere ancora i socialisti, nonostante i continui e ripetuti tradimenti. Non c'è da esserne sicuri. Purtroppo.
La vicenda francese per questi motivi ci preoccupa, perché lo scontro è durissimo, perché i padroni metteranno in campo ogni arma per sconfiggere i lavoratori. ma in qualche modo anche ci rincuora, perché la reazione è stata - ed è - forte. E spero possa insegnare qualcosa anche a noi, che invece non abbiamo saputo reagire a un attacco altrettanto violento. Proprio perché i lavoratori francesi hanno capito che si tratta di un attacco non a questa o a quella norma, ma a loro, a quello che rappresentano, alla storia delle loro lotte e al futuro del movimento operaio, la reazione è stata imprevedibile nella sua radicalità. Come noto, diverse categorie della Cgt hanno proclamato lo sciopero illimitato, in particolare quelle la cui protesta ha un maggior impatto, ossia i lavoratori dei trasporti, quelli delle raffinerie, quelli delle centrali nucleari. Il governo ha tentato di dividere il fronte degli oppositori - naturalmente anche in Francia hanno una Cisl che ha già firmato ogni genere di accordi e che tutto firmerà - ma le categorie stanno resistendo alle sirene di Hollande e dei suoi ministri, perché la riforma del lavoro non riguarda questa o quella categoria, ma il rapporto tra capitale e lavoro.
Io l'ho fatto spesso, ma questa è ulteriore occasione per interrogarci sui limiti della sinistra italiana, soprattutto per quel che riguarda la cultura politica. In Francia la sinistra politica ha un peso elettorale modesto, ma evidentemente c'è una cultura politica di sinistra che tiene nel sindacato. Evidentemente la Cgt non è infetta come la Cgil dai germi della cultura liberista ed è ancora capace di capire certe parole d'ordine, e soprattutto di farsi carico di certi valori. Il problema non è probabilmente in scelte contingenti diverse - anche se sarebbe ora di finirla qui in Italia con il feticcio dell'unità sindacale, che in Francia mi pare non sia così importante - ma in una cultura socialista che purtroppo ormai manca in una larga parte del maggior sindacato italiano. E questa è una delle cause per cui noi non abbiamo fatto - e non faremo - come i francesi.
L'elemento determinante che in Francia sta modificando le forze in campo e che probabilmente potrebbe essere decisivo nella vittoria - e che comunque avrà conseguenze anche se il movimento dovesse essere sconfitto - è la capacità che hanno avuto i giovani francesi - e più in generale il mondo dei precari - di capire che quella lotta è anche loro. In Italia il governo dei padroni è riuscito a far passare l'idea che una fetta crescente dei lavoratori era comunque esclusa dalle tutele e dalla residuale forza contrattuale del lavoro subordinato e quindi ha insinuato un nucleo tra i tutelati - che lo saranno sempre meno - e i non tutelati - che non lo saranno mai.
In Francia i precari di ogni età hanno capito che la flessibilità imposta ai salariati non rappresenterà, al di là della retorica dei servi dei padroni, una possibilità di inclusione per loro, ma sarà un'ulteriore arma contro di loro, che già sono sotto continuo ricatto dei padroni.
In questi giorni è inevitabile, specialmente per noi di sinistra, per noi disillusi, per noi inguaribili pessimisti, guardare a quello che succede in Francia. Sarebbe difficile avere un'idea su quello che avviene davvero in quel paese se ci affidassimo solo all'informazione "ufficiale", a quella cucinata nelle redazioni del regime, dal Tg Uno alla Repubblica, dal Corriere al Tg Cinque: l'unica preoccupazione pare sia lo svolgimento degli europei di calcio, che cominceranno proprio in quel paese tra pochissimi giorni. Quello che sappiamo lo dobbiamo alla rete. Anche in questo caso vediamo come sia importante questo strumento, che insostituibile mezzo di informazione sia diventato. Per questo lo dobbiamo difendere contro ogni attacco, contro ogni tentativo di limitazione. Non è l'argomento di questa riflessione, ma dobbiamo fare attenzione, perché la rete è uno strumento potenzialmente eversivo e quindi prima o poi - ma immagino prima - cercheranno di togliercelo o di lasciarcelo solo per i giochi e per il porno.
Ma torniamo in Francia e a quello che non ci dicono, che non ci vogliono far sapere. Fatte le prove in Italia - e con notevole successo, secondo i loro parametri - i padroni hanno deciso di fare un passo in più, colpendo i lavoratori francesi. Con sempre maggior durezza. Mi pare che, almeno per un aspetto, la Loi travail sia più pericolosa del jobs act renziano, anche se l'impianto è sostanzialmente identico e soprattutto se è identica l'impostazione di fondo: colpire i lavoratori, renderli più precari, abbassare i salari e comprimere i diritti, e quindi far aumentare i guadagni dei padroni. Nella legislazione italiana l'elemento più simbolico è stata l'abolizione dell'art. 18 e, di conseguenza, l'aver concesso ai padroni la libertà - e l'arbitrio - di licenziare i lavoratori. Ma, al di là del valore simbolico altissimo, l'art. 18 era una tutela di cui si avvalevano solo alcuni lavoratori. La legge francese invece, introducendo nell'art. 2 - il cuore di quel testo - la prevalenza della contrattazione aziendale su quella collettiva, colpisce i diritti acquisiti sull'orario di lavoro, in particolare il principio delle 35 ore settimanali.
Noi rischiamo sempre di dare tutto per scontato, ma l'introduzione delle 35 ore è stata una delle vittorie più importanti del movimento operaio, la più legata all'idea di libertà. E proprio per questo i padroni stanno facendo di tutto per tornare indietro, nel paradosso che a fronte dell'aumento della disoccupazione e della precarietà la loro risposta è l'estensione del tempo di lavoro e la progressiva ordinarietà degli straordinari. Mentre l'art. 18 è uno strumento di difesa che si attivava in determinate - e non frequenti - circostanze, valendo più come un elemento di deterrenza, le 35 ore hanno un valore universale, perché riguardano la condizione di vita quotidiana dei lavoratori, il loro tempo di lavoro e di conseguenza quello di non-lavoro, ossia il tempo da dedicare a se stessi, alle proprie famiglie, alla propria affermazione come individui.
Per questo per i padroni è così importante ottenere la vittoria in Francia, dove le condizioni politiche sembravano più favorevoli che in altri paesi. L'Italia e la Francia sono gli unici due grandi paesi europei governati da partiti che appartengono alla famiglia socialista e quindi in questi paesi la sconfitta dei lavoratori ha un valore ancora più alto, perché i sicari ingaggiati dai padroni sono personaggi che sono stati votati da quei lavoratori che adesso tradiscono. In Francia i padroni, ancora una volta, giocano con il fuoco del fascismo, sperano che, avendo come unica alternativa Marine Le Pen, i lavoratori finiranno per scegliere ancora i socialisti, nonostante i continui e ripetuti tradimenti. Non c'è da esserne sicuri. Purtroppo.
La vicenda francese per questi motivi ci preoccupa, perché lo scontro è durissimo, perché i padroni metteranno in campo ogni arma per sconfiggere i lavoratori. ma in qualche modo anche ci rincuora, perché la reazione è stata - ed è - forte. E spero possa insegnare qualcosa anche a noi, che invece non abbiamo saputo reagire a un attacco altrettanto violento. Proprio perché i lavoratori francesi hanno capito che si tratta di un attacco non a questa o a quella norma, ma a loro, a quello che rappresentano, alla storia delle loro lotte e al futuro del movimento operaio, la reazione è stata imprevedibile nella sua radicalità. Come noto, diverse categorie della Cgt hanno proclamato lo sciopero illimitato, in particolare quelle la cui protesta ha un maggior impatto, ossia i lavoratori dei trasporti, quelli delle raffinerie, quelli delle centrali nucleari. Il governo ha tentato di dividere il fronte degli oppositori - naturalmente anche in Francia hanno una Cisl che ha già firmato ogni genere di accordi e che tutto firmerà - ma le categorie stanno resistendo alle sirene di Hollande e dei suoi ministri, perché la riforma del lavoro non riguarda questa o quella categoria, ma il rapporto tra capitale e lavoro.
Io l'ho fatto spesso, ma questa è ulteriore occasione per interrogarci sui limiti della sinistra italiana, soprattutto per quel che riguarda la cultura politica. In Francia la sinistra politica ha un peso elettorale modesto, ma evidentemente c'è una cultura politica di sinistra che tiene nel sindacato. Evidentemente la Cgt non è infetta come la Cgil dai germi della cultura liberista ed è ancora capace di capire certe parole d'ordine, e soprattutto di farsi carico di certi valori. Il problema non è probabilmente in scelte contingenti diverse - anche se sarebbe ora di finirla qui in Italia con il feticcio dell'unità sindacale, che in Francia mi pare non sia così importante - ma in una cultura socialista che purtroppo ormai manca in una larga parte del maggior sindacato italiano. E questa è una delle cause per cui noi non abbiamo fatto - e non faremo - come i francesi.
L'elemento determinante che in Francia sta modificando le forze in campo e che probabilmente potrebbe essere decisivo nella vittoria - e che comunque avrà conseguenze anche se il movimento dovesse essere sconfitto - è la capacità che hanno avuto i giovani francesi - e più in generale il mondo dei precari - di capire che quella lotta è anche loro. In Italia il governo dei padroni è riuscito a far passare l'idea che una fetta crescente dei lavoratori era comunque esclusa dalle tutele e dalla residuale forza contrattuale del lavoro subordinato e quindi ha insinuato un nucleo tra i tutelati - che lo saranno sempre meno - e i non tutelati - che non lo saranno mai.
In Francia i precari di ogni età hanno capito che la flessibilità imposta ai salariati non rappresenterà, al di là della retorica dei servi dei padroni, una possibilità di inclusione per loro, ma sarà un'ulteriore arma contro di loro, che già sono sotto continuo ricatto dei padroni.
La vicenda francese inoltre ha messo in evidenza un aspetto di cui spesso abbiamo parlato, ma forse senza riuscire a essere convincenti. Il governo Valls ha imposto la legge, impedendo di fatto al parlamento di discuterla, temendo che, sotto la pressione delle proteste, una parte dei parlamentari socialisti avrebbe ceduto. Ha sfruttato una clausola prevista dalla loro Costituzione per i casi di emergenza - e comunque mai utilizzata in un caso del genere - per approvare la legge senza il voto del parlamento. A quel punto l'unico strumento del parlamento sarebbe stato quello di votare la sfiducia, ma ovviamente la protesta dei loro dissidenti è rientrata, perché altrimenti si sarebbe andati al voto. I padroni non vogliono la democrazia, la temono, hanno bisogno che le leve dell'amministrazione siano in mano a poche persone, che loro siano in grado di controllare. Per questo anche qui in Italia i padroni sostengono con tale convinzione il sì al referendum di ottobre, perché sanno che questo darà loro maggior potere, attraverso i servi che di volta in volta decideranno di utilizzare.
La Cgt ha proclamato una serie di scioperi illimitati. I lavoratori francesi hanno scelto lo scontro. E hanno fatto bene, perché contro i padroni e contro i loro servi al governo c'è solo questa possibile opzione. Ma uno scontro impone sacrifici, e uno sciopero illimitato è un sacrificio molto forte per lavoratori che già soffrono la crisi.
Gli antichi romani chiamavano limites quelle pietre che segnavano i confini, pietre che erano considerate sacre e non dovevano essere spostate. Il limes però non era solo una linea che tracciava un confine, era anche - e anzi questo è il suo primo significato etimologico - la strada, il segno di un cammino. Non poniamo confini alla lotta del movimento dei lavoratori, anzi abbattiamo quei confini che i nostri nemici vogliono imporci e continuiamo sulla strada che i nostri padri e quelli che hanno lottato prima di loro hanno tracciato. Senza limiti.
giovedì 2 giugno 2016
Verba volant (276): repubblica...
Erodoto racconta che, sventata la congiura di un impostore che, dopo aver ucciso il re, si era finto suo fratello e in questo modo era salito sul trono di Persia, alcuni nobili di quel paese discussero su quale ordinamento dare allo stato. Si tratta del celebre logos tripolitikòs, uno dei testi fondamentali della teoria politica dell'antichità. I tre dignitari illustrano le caratteristiche delle forme di governo allora conosciute, quello di uno, quello dei pochi e quello di tutti, descrivendo per ognuno di essi caratteristiche positive e negative. Nonostante le rassicurazioni dello storico, che pure dice che quei discorsi, per quanto incredibili alle orecchie dei suoi ascoltatori, furono davvero pronunciati, probabilmente le cose non andarono proprio così. La Persia rimase un regno e non poteva essere altrimenti e anzi il nuovo re fu quel nobile che sosteneva la superiorità della monarchia sulle altre due forme di governo. Al di là dell'anacronismo di questo dibattito, c'è un punto importante su cui Erodoto non si sofferma, manifestando in questo modo che si tratta di una discussione sostanzialmente accademica: le persone che parlano sono nobili e un regime democratico non può nascere per impulso di pochi. Evidentemente si tratta di un errore in cui cadiamo ancora, nonostante siano passati molti secoli da quando Erodoto scrisse questa pagina: quante volte in questi anni abbiamo sentito l'espressione esportare la democrazia? quante guerre sono state giustificate in questo modo? e quanti disastri abbiamo compiuto con la pretesa di portare la democrazia in paesi in cui non esisteva una cultura in modo che questa potesse consolidarsi e crescere?
Una democrazia deve nascere dalle donne e dagli uomini, dal loro desiderio di libertà e di partecipazione alla cosa pubblica, dalla crescita della loro consapevolezza politica, dall'affermarsi del sentirsi come individui che fanno parte e compongono un popolo. Si tratta di un percorso lungo, spesso tortuoso, che richiede decenni, se non secoli, e che non è mai davvero compiuto. E per questo credo anche che dovremo accompagnare con pazienza - e con la politica e la cultura - il cammino di quei popoli che hanno intrapreso la stessa strada, guardandoli con meno accondiscendenza, ma riconoscendo in essi, nei loro entusiasmi, come nelle loro titubanze, quelle dei nostri padri e dei nostri nonni.
Oggi festeggiamo un anniversario importante: settant'anni fa le italiane e gli italiani furono chiamati a scegliere se questo paese dovesse rimanere una monarchia o diventare una repubblica e ad eleggere chi avrebbe dovuto scrivere la Costituzione del nuovo stato che stava per nascere sulle ceneri del regime fascista, in mezzo alle macerie della guerra. Il suffragio universale maschile era stato introdotto in Italia nel 1912, ma nel '46 in pochi avevano esercitato questo diritto, perché c'era stato il ventennio fascista e le donne votarono proprio quell'anno per la prima volta, nelle amministrative di marzo e appunto al referendum. A scegliere tra monarchia e repubblica furono quindi persone che solo in un'esigua minoranza aveva votato prima di allora, per moltissimi fu un'esperienza nuova. Però quelle donne e quegli uomini avevano maturato la propria coscienza civile e politica, anche durante il fascismo e specialmente negli anni durissimi della guerra. La Resistenza, la Guerra di Liberazione, servì anche a questo, a far sì che quel voto del giugno 1946 fosse il voto di un popolo che aspettava quell'occasione, che sapeva che era il momento di cambiare la storia, e sapeva anche che quello sforzo era nelle proprie mani, non era qualcosa che sarebbe arrivato da altri. Gli Alleati li avevano liberati, ma adesso toccava a loro. E si assunsero questa responsabilità, anche scegliendo, in maggioranza, la strada più complicata. Ovviamente se avesse vinto la monarchia l'Italia non sarebbe ritornata allo Statuto albertino, ma certamente sarebbe stato un passo meno avventato, avrebbe significato scegliere un sistema che in qualche modo già si conosceva. La repubblica era per molti versi un'incognita, era qualcosa da costruire ex novo e credo, nonostante tutto, che dobbiamo essere grati a chi allora fece quella scelta.
E dobbiamo essere grati a chi costruì questa repubblica, perché nella Costituzione che allora scrissero dissero che non c'è vera democrazia in un paese in cui le donne non hanno gli stessi diritti degli uomini, in cui le bambine e i bambini non vanno a scuola, in cui la maggioranza della popolazione vive sotto il livello di povertà. L'importanza della prima parte della Costituzione sta proprio nel riconoscimento che diritti dell'uomo, democrazia e pace sono tre momenti necessari dello stesso movimento storico. La repubblica è tutta qui, in questa idea, a suo modo rivoluzionaria.
E adesso tocca a noi. Come tra qualche anno toccherà a quelli che verranno dopo di noi. E nel frattempo, perché le cose cambiano - non sempre in meglio - dobbiamo essere consapevoli che la nostra repubblica è sempre meno quel governo popolare che - come dice Otane - ha il nome più bello di tutti, l’uguaglianza dinanzi alla legge, e diventa ogni giorno di più il governo dei pochi, che non sono i migliori, ma quelli che sfruttano il loro potere contro gli altri, per accrescere i propri interessi, le proprie ricchezze, a scapito di quelli della collettività. La repubblica è un regime faticoso, che richiede un impegno che le altre forme di governo non ci chiedono. Quando comandano i pochi sono loro che decidono per noi, e a volte ci sembra perfino che ci tolgano un peso, che ci diano l'opportunità di dedicarci alle cose che ci piacciono e ci soddisfano di più. E ora infatti tentano di convincerci della bontà di un sistema che ha altre caratteristiche rispetto a quello che abbiamo conosciuto, che certamente è più semplice, in cui le decisioni vengono prese più rapidamente, che forse è più sicuro e stabile, che apparentemente sembra rispondere in maniera migliore alle esigenze dei tempi nuovi. Ma è sempre Erodoto che ci mette in guardia, perché anche il migliore degli uomini, una volta salito a tale autorità, il potere monarchico lo allontanerebbe dal suo solito modo di pensare.
Personalmente - e già lo sapete - io quest'anno onorerò questi settant'anni di democrazia votando NO al referendum di ottobre, perché credo fermamente che le riforme immaginate in questi anni vadano nella direzione opposta a quella che vollero scegliere quelle donne e quegli uomini settant'anni fa. Quelle donne e quegli uomini volevano più democrazia, volevano un sistema in cui riuscire a far sentire la propria voce. Quelle donne e quegli uomini non ebbero paura della complessità e della politica e anzi pensarono che la politica potesse essere lo strumento per eliminare le ingiustizie, per redistribuire le ricchezze, per sconfiggere l'ignoranza. Io ne sono ancora ostinatamente convinto.
lunedì 30 maggio 2016
"Per tutte coloro che sono morte" di Erica Jong
Per tutte coloro che hanno invocato invano la grande Dea
solo per aver la lingua strappata alla radice.
Per tutte coloro che sono state trafitte, torturate, spezzate sulla ruota
per i peccati dei loro Inquisitori.
Per tutte coloro la cui bellezza suscitò il furore dei torturatori;
per tutte coloro cui la bruttezza fu condanna.
Per tutte coloro che non eran belle né brutte, ma solo donne orgogliose.
Per tutte le abili dita spezzate dalla morsa.
Per tutte le braccia morbide strappate dall'alveolo.
Per tutti i seni in boccio dilaniati da pinze incandescenti.
Per tutte le levatrici uccise per il peccato
di aver fatto nascere l'uomo in un mondo imperfetto.
Per tutte quelle streghe, mie sorelle,
che respiravano più liberamente avvolte dalle fiamme,
sapendo, mentre abbandonavano le spoglie femminili,
e la carne bruciata cadeva come frutta nelle fiamme,
che solo la morte le avrebbe mondate del peccato
per cui morivano il peccato di esser nata donna,
che è più della somma delle parti di un corpo femminile.
martedì 24 maggio 2016
Verba volant (275): biblioteca...
Biblioteca, sost. f.
Le buone notizie tendono a sfuggirci, specialmente quelle che sarebbero in grado di regalarci un filo di speranza. A me questa notizia era colpevolmente sfuggita, ma adesso che l'ho saputa voglio condividerla con voi. Lo scorso 9 maggio è stata riaperta la biblioteca di Sarajevo, un edificio andato quasi del tutto distrutto nell'agosto del 1992, a seguito dei bombardamenti serbi sulla città bosniaca. Quel grande palazzo costruito in stile moresco alla fine dell'Ottocento dagli austriaci fu visitato dall'arciduca Francesco Ferdinando il 28 giugno 1914; pochi minuti dopo, uscito da quelle sale sfarzose, l'erede al trono degli Asburgo venne ucciso e da quel momento il mondo cambiò. Per sempre.
In genere le biblioteche sono bersagli facili da colpire durante un conflitto, anche perché non ci si prende particolare cura della loro difesa. Comprensibilmente sono altre le priorità: bisogna cercare di salvare i ponti, gli aeroporti, le infrastrutture da cui dipendono le vite delle persone e che servono a difendersi nell'immediato. E che permetteranno una più veloce ricostruzione. E le biblioteche non sembrano rientrare tra queste; almeno a prima vista.
E' quello che è successo secoli fa ad Alessandria. Racconta Plutarco che durante la guerra civile egiziana Cesare, assediato con Cleopatra e con poche truppe fedeli nel palazzo reale, mentre il resto della città era in mano ai ribelli, ostili a lui e alla regina, decise di dar fuoco alla flotta romana, per impedire che cadesse in mano al nemico. Quell'incendio, andato fuori controllo, devastò la grande biblioteca. Non sappiamo se quell'incendio fu effettivamente la causa della distruzione di quell'antica istituzione, anche perché in seguito altri conquistatori ebbero la colpa - o si presero il merito - di aver definitivamente raso al suolo quel luogo e distrutto i testi che lì erano stati conservati, studiati, catalogati. Forse più l'inevitabile fluire della storia che una dichiarata volontà distruttrice è stata la vera causa della fine della biblioteca di Alessandria: da sempre l'ignoranza, l'ignavia, la negligenza sono più pericolose del fuoco. Abbiamo perso tante opere degli antichi, anche se non le più importanti, che sono arrivate comunque fino a noi. Omero non ha scritto un terzo poema andato in fumo in quel rogo, Sofocle non ha scritto tragedie più grandi dell'Edipo re e dell'Antigone, e per fortuna neppure le Rane di Aristofane sono andate perdute. Certo abbiamo perduto le opere di qualche storico minore - ma Erodoto e Tucidide li abbiamo completi - non possiamo leggere il secondo libro della Poetica di Aristotele - però ci abbiamo guadagnato un bel romanzo - e in fondo non è neppure così grave che siano andate perdute le opere di Protagora. La storia non si fa con i se, e neppure la letteratura e la filosofia, nonostante siano materie dai contorni decisamente più vaghi. Noi siamo quello che ci hanno insegnato gli antichi, attraverso quello che ci è stato tramandato, ed è sostanzialmente inutile pensare a quello che non è arrivato fino a noi.
Anche nella distruzione della biblioteca di Sarajevo abbiamo perso molti libri. Ovviamente nessuna parola conservata tra quelle mura è andata perduta definitivamente, perché viviamo ormai nell'epoca della riproducibilità assoluta e nulla di quello che è stato scritto andrà mai più perduto, anche se in qualche caso sarebbe un bene. Purtroppo sono stati distrutti molti libri e questa è stata una perdita molto grave. In quella biblioteca erano conservati antichi manoscritti, preziosi incunaboli e su questi le fiamme sono state impietose. Ma si tratta di oggetti, preziosi, in alcuni casi di valore inestimabile, ma pur sempre oggetti. Aida Buturovic, una giovane bibliotecaria di 32 anni, venne uccisa da una scheggia di granata, mentre tentava di salvare qualcuno di quei libri, perché per lei, come per gli altri che in quei drammatici giorni di agosto tentarono quell'impresa, avevano un valore ben maggiore di quello assegnato dagli antiquari o dalle case d'asta.
Eppure la vita di Aida non valeva nessuno di quei preziosi volumi. Una biblioteca è importante per quello che custodisce, ma sarebbe morta senza le donne e gli uomini che la animano e la fanno vivere. Per questa ragione una biblioteca diventa un obiettivo militare in un conflitto e i nemici cercano di distruggerla e per questo è così importante quando una biblioteca viene ricostruita, riaperta, viene fatta nuovamente vivere, diventa ancora un luogo di scambio, di dialogo, di studio, torna a essere uno spazio in cui si fa educazione, dove vive la cultura, dove cresce la civiltà. Per questo ci siamo emozionati a vedere Vedran Smailovic suonare il suo violoncello tra quelle rovine. Per questo sapere che la biblioteca di Sarajevo è tornata a funzionare è una notizia così bella.
post scriptum
Tempo fa ho espresso più o meno la stessa idea, provando a raccontare una storia...
Anche nella distruzione della biblioteca di Sarajevo abbiamo perso molti libri. Ovviamente nessuna parola conservata tra quelle mura è andata perduta definitivamente, perché viviamo ormai nell'epoca della riproducibilità assoluta e nulla di quello che è stato scritto andrà mai più perduto, anche se in qualche caso sarebbe un bene. Purtroppo sono stati distrutti molti libri e questa è stata una perdita molto grave. In quella biblioteca erano conservati antichi manoscritti, preziosi incunaboli e su questi le fiamme sono state impietose. Ma si tratta di oggetti, preziosi, in alcuni casi di valore inestimabile, ma pur sempre oggetti. Aida Buturovic, una giovane bibliotecaria di 32 anni, venne uccisa da una scheggia di granata, mentre tentava di salvare qualcuno di quei libri, perché per lei, come per gli altri che in quei drammatici giorni di agosto tentarono quell'impresa, avevano un valore ben maggiore di quello assegnato dagli antiquari o dalle case d'asta.
Eppure la vita di Aida non valeva nessuno di quei preziosi volumi. Una biblioteca è importante per quello che custodisce, ma sarebbe morta senza le donne e gli uomini che la animano e la fanno vivere. Per questa ragione una biblioteca diventa un obiettivo militare in un conflitto e i nemici cercano di distruggerla e per questo è così importante quando una biblioteca viene ricostruita, riaperta, viene fatta nuovamente vivere, diventa ancora un luogo di scambio, di dialogo, di studio, torna a essere uno spazio in cui si fa educazione, dove vive la cultura, dove cresce la civiltà. Per questo ci siamo emozionati a vedere Vedran Smailovic suonare il suo violoncello tra quelle rovine. Per questo sapere che la biblioteca di Sarajevo è tornata a funzionare è una notizia così bella.
post scriptum
Tempo fa ho espresso più o meno la stessa idea, provando a raccontare una storia...
sabato 21 maggio 2016
Verba volant (274): prudenza...
Prudenza, sost. f.
L'altra sera guardando un telefilm mi hanno colpito le pubblicità. Non tanto la loro insistenza e la loro pervasività - ormai ci siamo abituati e chissà se i nostri figli riuscirebbero a guardare in televisione un film tutto intero, come potevamo fare ancora noi alla loro età - e neppure la loro ostentata volgarità - purtroppo ci siamo abituati anche all'uso pornografico del corpo femminile per reclamizzare qualsiasi prodotto - mi ha fatto pensare l'oggetto di quelle inserzioni. Praticamente in una ogni due - tra un'auto e un reggiseno, tra un telefonino e un detersivo - venivano offerti dei prestiti.
Ho pensato: ecco la pubblicità ai tempi della crisi. Il telespettatore a casa non fa in tempo a pensare che gli piacerebbe proprio comprarsi quella cosa, sponsorizzata dalla bellezza di turno o dal suo calciatore preferito, e che non ha i soldi per farlo, mentre pensa che quella cosa non se la può permettere, ecco arriva lo spot che ti risolve i problemi: i soldi li puoi avere, facilmente e senza garanzie. Per comprarti anche quello che non ti serve. Anche con i soldi che non hai.
Anche mia moglie e io abbiamo chiesto un prestito per acquistare la casa in cui viviamo: è una cosa piuttosto normale, perché è difficile che una famiglia abbia tutti i soldi necessari per comprarsi una casa. Così come potremmo chiedere un finanziamento per acquistare un'auto nuova, quando la nostra ci lasciasse definitivamente: è una cosa di cui abbiamo bisogno per andare a lavorare e per le necessità della famiglia e quindi dovremmo e potremmo fare un sacrificio del genere. Ma i tizi che chiedono i prestiti negli spot non hanno mai questi bisogni così consueti; chiedono un prestito per rinnovare il bagno, perché vogliono assolutamente quelle mattonelline a mosaico, oppure per abbellire il giardino, per far crepare di invidia il vicino. A me non verrebbe mai in mente di fare un debito per comprare un televisore o un telefonino o per andare in vacanza - ci sono persone che lo fanno - perché i miei genitori mi hanno tenacemente insegnato che ci sono cose - praticamente tutto - che si possono comprare solo quando i soldi si hanno tutti, e anzi quando se ne hanno un po' di più, perché bisogna sempre tenere qualcosa da parte perché non si sa mai. Sarà che i miei genitori sono nati quando c'era la guerra, sarà che che sono cresciuti in famiglie di contadini, che avevano ben chiaro il valore del denaro, dal momento che ne vedevano assai poco. Però mi hanno insegnato così e così avrei insegnato ai miei figli se ne avessi avuti.
I miei genitori - parlo ovviamente dei miei, ma intendo anche quelli di Zaira, così come quelli di molti di voi che mi leggete - avevano il valore della prudenza. A sentire questi corifei della "nuova" economia pare che questo sia un valore superato, addirittura nemico dello sviluppo. Quelli che preparano le pubblicità sembrano volerci dire: spendete i soldi che avete, e anche quelli che non avete, fate girare l'economia. Come se questa fosse la ricetta far crescere il paese, per farlo uscire dalla crisi in cui si trova. Eppure se ci fermassimo un attimo a pensare, dovremmo ricordare che questo paese è cresciuto, è cresciuto davvero, quando erano giovani quelli come i miei e i vostri genitori, quelli prudenti, quelli che non fare il passo più lungo della gamba. E' quella generazione lì che ha permesso a quelli della mia generazione di studiare, di andare a lavorare non da ragazzini come hanno fatto loro, è quella generazione lì che ha portato benessere al nostro paese, con quella mentalità contadina, con quella saggezza che da anni ormai ci insegnano a dimenticare.
E' come quella pubblicità di una marca di telefonini in cui ti spiegano che dopo un anno lo potrai cambiare e anzi la bontà dell'offerta sta proprio nel fatto che ogni anno potrai cambiare telefono. E perché ogni anno dovrei cambiarlo? Queste pubblicità sono pericolose non per quello che ci spingono a comprare - anche se a volte anche questo è un pericolo, perché poi non abbiamo i soldi per onorare i debiti e rischiamo di rovinarci per qualcosa di superfluo, se non di inutile - ma soprattutto perché agiscono su tutti noi, indipendentemente dal fatto che compriamo o meno, che chiediamo o meno un prestito. E' difficile non sentirci come consumatori, perché è sostanzialmente quello che vogliono che siamo, e ce lo ripetono, ogni giorno dell'anno, ogni ora del giorno, in maniera asfissiante. Valiamo non per quello che siamo, per quello che pensiamo, per quello che facciamo, ma per quello che compriamo. Anche se non abbiamo i soldi per farlo.
L'altra sera guardando un telefilm mi hanno colpito le pubblicità. Non tanto la loro insistenza e la loro pervasività - ormai ci siamo abituati e chissà se i nostri figli riuscirebbero a guardare in televisione un film tutto intero, come potevamo fare ancora noi alla loro età - e neppure la loro ostentata volgarità - purtroppo ci siamo abituati anche all'uso pornografico del corpo femminile per reclamizzare qualsiasi prodotto - mi ha fatto pensare l'oggetto di quelle inserzioni. Praticamente in una ogni due - tra un'auto e un reggiseno, tra un telefonino e un detersivo - venivano offerti dei prestiti.
Ho pensato: ecco la pubblicità ai tempi della crisi. Il telespettatore a casa non fa in tempo a pensare che gli piacerebbe proprio comprarsi quella cosa, sponsorizzata dalla bellezza di turno o dal suo calciatore preferito, e che non ha i soldi per farlo, mentre pensa che quella cosa non se la può permettere, ecco arriva lo spot che ti risolve i problemi: i soldi li puoi avere, facilmente e senza garanzie. Per comprarti anche quello che non ti serve. Anche con i soldi che non hai.
Anche mia moglie e io abbiamo chiesto un prestito per acquistare la casa in cui viviamo: è una cosa piuttosto normale, perché è difficile che una famiglia abbia tutti i soldi necessari per comprarsi una casa. Così come potremmo chiedere un finanziamento per acquistare un'auto nuova, quando la nostra ci lasciasse definitivamente: è una cosa di cui abbiamo bisogno per andare a lavorare e per le necessità della famiglia e quindi dovremmo e potremmo fare un sacrificio del genere. Ma i tizi che chiedono i prestiti negli spot non hanno mai questi bisogni così consueti; chiedono un prestito per rinnovare il bagno, perché vogliono assolutamente quelle mattonelline a mosaico, oppure per abbellire il giardino, per far crepare di invidia il vicino. A me non verrebbe mai in mente di fare un debito per comprare un televisore o un telefonino o per andare in vacanza - ci sono persone che lo fanno - perché i miei genitori mi hanno tenacemente insegnato che ci sono cose - praticamente tutto - che si possono comprare solo quando i soldi si hanno tutti, e anzi quando se ne hanno un po' di più, perché bisogna sempre tenere qualcosa da parte perché non si sa mai. Sarà che i miei genitori sono nati quando c'era la guerra, sarà che che sono cresciuti in famiglie di contadini, che avevano ben chiaro il valore del denaro, dal momento che ne vedevano assai poco. Però mi hanno insegnato così e così avrei insegnato ai miei figli se ne avessi avuti.
I miei genitori - parlo ovviamente dei miei, ma intendo anche quelli di Zaira, così come quelli di molti di voi che mi leggete - avevano il valore della prudenza. A sentire questi corifei della "nuova" economia pare che questo sia un valore superato, addirittura nemico dello sviluppo. Quelli che preparano le pubblicità sembrano volerci dire: spendete i soldi che avete, e anche quelli che non avete, fate girare l'economia. Come se questa fosse la ricetta far crescere il paese, per farlo uscire dalla crisi in cui si trova. Eppure se ci fermassimo un attimo a pensare, dovremmo ricordare che questo paese è cresciuto, è cresciuto davvero, quando erano giovani quelli come i miei e i vostri genitori, quelli prudenti, quelli che non fare il passo più lungo della gamba. E' quella generazione lì che ha permesso a quelli della mia generazione di studiare, di andare a lavorare non da ragazzini come hanno fatto loro, è quella generazione lì che ha portato benessere al nostro paese, con quella mentalità contadina, con quella saggezza che da anni ormai ci insegnano a dimenticare.
E' come quella pubblicità di una marca di telefonini in cui ti spiegano che dopo un anno lo potrai cambiare e anzi la bontà dell'offerta sta proprio nel fatto che ogni anno potrai cambiare telefono. E perché ogni anno dovrei cambiarlo? Queste pubblicità sono pericolose non per quello che ci spingono a comprare - anche se a volte anche questo è un pericolo, perché poi non abbiamo i soldi per onorare i debiti e rischiamo di rovinarci per qualcosa di superfluo, se non di inutile - ma soprattutto perché agiscono su tutti noi, indipendentemente dal fatto che compriamo o meno, che chiediamo o meno un prestito. E' difficile non sentirci come consumatori, perché è sostanzialmente quello che vogliono che siamo, e ce lo ripetono, ogni giorno dell'anno, ogni ora del giorno, in maniera asfissiante. Valiamo non per quello che siamo, per quello che pensiamo, per quello che facciamo, ma per quello che compriamo. Anche se non abbiamo i soldi per farlo.
giovedì 19 maggio 2016
Verba volant (273): radicale...
Radicale, agg. m, e f.
Giacinto Pannella, detto Marco, è uno che è vissuto della politica. Noi adesso diamo all'espressione vivere della politica un significato deteriore, perché in tanti ormai vivono - e vivono bene - alle spalle della politica, fanno politica perché non hanno trovato un'altra strada nella vita oppure perché hanno capito che le loro qualità - piccole o grandi che siano, spesso piccole - possono procurare loro dei vantaggi, soprattutto economici, una volta avviata questa carriera. Per quelli come Pannella, ma il discorso potrebbe valere anche per tutti i leader di quella generazione lì - da Andreotti a Berlinguer, da Craxi a Moro, in sostanza quelli venuti dopo alla generazione degli "eroi", quelli della guerra e della Resistenza - la politica era la vita. E hanno vissuto intensamente proprio perché intensamente hanno fatto politica.
Credo che Marco Pannella, se non avesse avuto la ventura di nascere e crescere in questo paese, avrebbe fatto una carriera ben diversa da quella che fu costretto a scegliersi. Se in Italia la destra non fosse stata clericale e bigotta, in sostanza così tremendamente cattolica, uno dalle qualità di Pannella, liberale, liberista e libertario, sarebbe diventato in breve tempo uno dei capi della destra. E questo in prospettiva avrebbe anche aiutato la sinistra a essere diversa, magari le avrebbe impedito di diventare a sua volta clericale e bigotta. Ma questa è un'altra storia, è un problema nostro, di noi che stiamo da questa parte della barricata. Mentre Pannella è sempre stato dall'altra parte, al di là delle scelte che l'hanno portato, per calcolo, a sostenere questo o quel governo, soprattutto nel tempo del maggioritario, che lui ha sfruttato con abilità.
Ma la storia, come noto, non si fa con i se e quindi Pannella si è dovuto inventare qualcosa di diverso ed è stato qualcosa di diverso. Adesso facciamo fatica a immaginarlo, visto che i politici fanno i pagliacci nelle trasmissioni televisive, cantano, ballano, dicono parolacce, fanno gesti sguaiati in parlamento, si spogliano. Pannella, in un'epoca in cui la politica erano i completi grigio topo e gli occhiali alla Filini dei notabili Dc o l'austera sacralità di Berlinguer, rompeva gli schemi e in questo modo creò il suo personaggio. E attraverso questo suo personaggio, spesso irritante, a volte inutilmente volgare, sempre chiassoso - anche quando si faceva imbavagliare - eccessivo, è riuscito non solo a fare politica per tutta la sua vita, e quindi a vivere, perché della politica aveva bisogno come l'aria, ma anche a cambiare un po' questo paese. In meglio.
A Pannella dobbiamo alcuni battaglie civili importanti, come il divorzio e l'aborto. In questo caso Pannella non fu tanto un trascinatore, non fu quello che portò la maggioranza degli italiani a vincere queste importanti battaglie civili, ma fu quello che capì, con una lucidità che mancò a molti, anche migliori di lui, che il paese era pronto, che quella maggioranza c'era già. E non sarebbe mai stata la sua maggioranza, ma egli seppe essere la scintilla. E non è poco. E infatti altre battaglie, altrettanto giuste, non riuscì a condurle in porto, ad esempio sull'abolizione dell'ergastolo o sulla condizione delle persone in carcere, perché su questo gli italiani non sarebbero mai stati disposti a seguirlo, e non lo sono neppure oggi.
Poi, succede anche ai migliori artisti, Pannella è rimasto schiacciato dal suo personaggio e la parte finale della sua lunga parabola non rende certo onore a quello che ha saputo fare prima. Immagino che a lui farebbero piacere perfino le ipocrisie di questi giorni, le lodi insincere, i tentativi di intestarsi le sue battaglie per raccogliere qualche voto. L'uomo doveva essere anche vanitoso. Io, da persona di sinistra e quindi da avversario, perché comunque Pannella è sempre, coerentemente, rimasto a destra, lo vorrei ringraziare lo stesso, non tanto per le battaglie civili, ma proprio per quell'idea alta di politica che anche lui, con i suoi modi così poco convenzionali, ha saputo trasmettere. In un tempo in cui invece i politici danno così cattiva prova di sé e soprattutto screditano, per incapacità e per dolo, l'idea stessa di politica, ricordare Pannella dovrebbe servire anche a rivalutare questo aspetto così importante della vita delle donne e degli uomini.
Giacinto Pannella, detto Marco, è uno che è vissuto della politica. Noi adesso diamo all'espressione vivere della politica un significato deteriore, perché in tanti ormai vivono - e vivono bene - alle spalle della politica, fanno politica perché non hanno trovato un'altra strada nella vita oppure perché hanno capito che le loro qualità - piccole o grandi che siano, spesso piccole - possono procurare loro dei vantaggi, soprattutto economici, una volta avviata questa carriera. Per quelli come Pannella, ma il discorso potrebbe valere anche per tutti i leader di quella generazione lì - da Andreotti a Berlinguer, da Craxi a Moro, in sostanza quelli venuti dopo alla generazione degli "eroi", quelli della guerra e della Resistenza - la politica era la vita. E hanno vissuto intensamente proprio perché intensamente hanno fatto politica.
Credo che Marco Pannella, se non avesse avuto la ventura di nascere e crescere in questo paese, avrebbe fatto una carriera ben diversa da quella che fu costretto a scegliersi. Se in Italia la destra non fosse stata clericale e bigotta, in sostanza così tremendamente cattolica, uno dalle qualità di Pannella, liberale, liberista e libertario, sarebbe diventato in breve tempo uno dei capi della destra. E questo in prospettiva avrebbe anche aiutato la sinistra a essere diversa, magari le avrebbe impedito di diventare a sua volta clericale e bigotta. Ma questa è un'altra storia, è un problema nostro, di noi che stiamo da questa parte della barricata. Mentre Pannella è sempre stato dall'altra parte, al di là delle scelte che l'hanno portato, per calcolo, a sostenere questo o quel governo, soprattutto nel tempo del maggioritario, che lui ha sfruttato con abilità.
Ma la storia, come noto, non si fa con i se e quindi Pannella si è dovuto inventare qualcosa di diverso ed è stato qualcosa di diverso. Adesso facciamo fatica a immaginarlo, visto che i politici fanno i pagliacci nelle trasmissioni televisive, cantano, ballano, dicono parolacce, fanno gesti sguaiati in parlamento, si spogliano. Pannella, in un'epoca in cui la politica erano i completi grigio topo e gli occhiali alla Filini dei notabili Dc o l'austera sacralità di Berlinguer, rompeva gli schemi e in questo modo creò il suo personaggio. E attraverso questo suo personaggio, spesso irritante, a volte inutilmente volgare, sempre chiassoso - anche quando si faceva imbavagliare - eccessivo, è riuscito non solo a fare politica per tutta la sua vita, e quindi a vivere, perché della politica aveva bisogno come l'aria, ma anche a cambiare un po' questo paese. In meglio.
A Pannella dobbiamo alcuni battaglie civili importanti, come il divorzio e l'aborto. In questo caso Pannella non fu tanto un trascinatore, non fu quello che portò la maggioranza degli italiani a vincere queste importanti battaglie civili, ma fu quello che capì, con una lucidità che mancò a molti, anche migliori di lui, che il paese era pronto, che quella maggioranza c'era già. E non sarebbe mai stata la sua maggioranza, ma egli seppe essere la scintilla. E non è poco. E infatti altre battaglie, altrettanto giuste, non riuscì a condurle in porto, ad esempio sull'abolizione dell'ergastolo o sulla condizione delle persone in carcere, perché su questo gli italiani non sarebbero mai stati disposti a seguirlo, e non lo sono neppure oggi.
Poi, succede anche ai migliori artisti, Pannella è rimasto schiacciato dal suo personaggio e la parte finale della sua lunga parabola non rende certo onore a quello che ha saputo fare prima. Immagino che a lui farebbero piacere perfino le ipocrisie di questi giorni, le lodi insincere, i tentativi di intestarsi le sue battaglie per raccogliere qualche voto. L'uomo doveva essere anche vanitoso. Io, da persona di sinistra e quindi da avversario, perché comunque Pannella è sempre, coerentemente, rimasto a destra, lo vorrei ringraziare lo stesso, non tanto per le battaglie civili, ma proprio per quell'idea alta di politica che anche lui, con i suoi modi così poco convenzionali, ha saputo trasmettere. In un tempo in cui invece i politici danno così cattiva prova di sé e soprattutto screditano, per incapacità e per dolo, l'idea stessa di politica, ricordare Pannella dovrebbe servire anche a rivalutare questo aspetto così importante della vita delle donne e degli uomini.
lunedì 16 maggio 2016
Verba volant (272): indagare...
Indagare, v. tr.
Ormai lo sapete: ho fatto politica per molti anni, quasi venti. Ma certo non sapete - a meno che non siate bolognesi dotati di buona memoria - che in questo lungo periodo della mia vita - per molti aspetti così importante - una volta sono stato iscritto nel registro degli indagati. In quegli anni a Bologna c'era un sostituto procuratore che si era specializzato in indagini riguardanti i dirigenti del Pds e poi dei Ds. Praticamente tutte queste sue indagini caddero nel vuoto: fu così anche per quella che riguardò me e altre persone, tra cui un sindaco di Bologna e gli esponenti della sua giunta. Al termine del tempo previsto, dopo tutte le proroghe possibili, fu lo stesso sostituto a chiedere l'archiviazione; per tutti. Quelle indagini comportarono delle spese a carico dei cittadini, richiesero tempo, probabilmente distolsero l'attenzione da altre questioni più importanti, ma, al di là di tutto questo, francamente ho sempre avuto l'impressione che a lui interessasse poco il merito della questione, tanto il suo obiettivo era stato raggiunto: qualche articolo del Carlino, quando la notizia venne fuori, a cui naturalmente non ne seguì nessuno quando fu decisa l'archiviazione. Il messaggio era chiaro: sono tutti uguali, anche "loro" rubano come gli altri. Non incontrai mai quel magistrato, se non qualche volta al cinema - Bologna è una città piccola - ma naturalmente lui non sapeva chi ero io. Non gli interessava minimamente: voleva colpirmi per quello che facevo, per quello che ero. Produssi molti documenti per spiegare le mie ragioni e davvero di quei mesi ricordo soprattutto che feci tante fotocopie, spesso di documenti che avevo già presentato settimane prima e che non si sapeva dove fossero finiti.
Ho ricordato questo episodio di molti anni fa, per dire che il rapporto non sano - per usare un eufemismo - tra politica e magistratura non è certo questione di oggi. Personalmente, anche prima che mi capitasse questa disavventura, non ero mai stato tra coloro che apprezzavano quelli che sventolavano i cappi o lanciavano le monetine. Davo allora - e dò oggi - un giudizio molto duro di Bettino Craxi, ma più per la politica, più per quello che ha fatto - e non ha fatto - quando ha avuto la possibilità di guidare questo paese che per le vicende giudiziarie, che pure sono gravi e che hanno determinato la sua fine politica. Allo stesso modo non mi sono mai scagliato contro la magistratura, anche se ne ho conosciuto la parte peggiore. Ricordo che alla notizia dell'indagine, un consigliere dell'opposizione di Granarolo, un craxiano convinto con cui spesso mi ero scontrato, mi espresse la sua solidarietà, dicendo che finalmente avrei capito quello che avevamo fatto passare al suo segretario e disse che un po' mi invidiava, perché nella sua militanza politica non poteva vantare un'indagine a suo carico. A me sinceramente quell'indagine non fece alcun piacere, non la considerai una cosa di cui vantarmi, ma, proprio perché ero sicuro che non avevo commesso nessun illecito, non pensai neppure di dimettermi dalle cariche che avevo allora o di smettere di fare politica. Tutt'altro: sentii la spinta a continuare.
Ripensando a quegli anni credo che se ci dobbiamo imputare qualche colpa sia stata quella di essere "teneri" nella polemica verso quei magistrati che usavano il loro ruolo, il loro potere, il loro prestigio, contro una classe politica che di prestigio ne aveva sempre meno. Penso che sbagliammo a lasciare la polemica contro i giudici agli altri, molti dei quali erano poi effettivamente colpevoli. Avremmo forse dovuto dire che il sistema stava prendendo una direzione che sarebbe stato difficile modificare. Era complicato allora fare questa distinzione, non ne avemmo il coraggio, perché i magistrati erano tutti eroi e i politici erano tutti gente poco perbene, nell'immaginario dell'opinione pubblica, immaginario peraltro ben costruito da soggetti che avevano tutto l'interesse a delegittimare la politica. Certo non lo facemmo. Molti di noi subirono queste indagini in silenzio.
Come potrete immaginare, ho ripensato a queste vicende lontane, guardando a quello che succede nel nostro paese, in particolare in una dimensione che conosco bene, ossia quella delle amministrazioni comunali. Oggi è difficile fare il sindaco senza essere indagato, senza essere il destinatario di un avviso di garanzia. Anche perché per l'opposizione fare degli esposti, delle denunce, è diventato il modo normale di fare politica. Perché prendersi la briga di fare opposizione, di studiare, di elaborare delle alternative, tutte cose difficili? Basta scrivere un bell'esposto e tanto un giudice a cui non va bene l'amministrazione in carica lo si trova sempre. Parte l'indagine, magari il sindaco si dimette - o o fanno dimettere i suoi - e, visto che abbiamo inventato questo sistema che se va a casa il sindaco, si va a a casa tutti, si fanno nuove elezioni. E arriva un nuovo sindaco, magari un esponente dell'opposizione. Contro cui viene presentato un nuovo esposto e così via. Ricomincia la giostra.
La prima responsabilità di questa situazione sta naturalmente nella debolezza della politica, in parte intrinseca, in parte - come dicevo - indotta a forza. Ma c'è anche un sistema di leggi, di norme, di codici e codicilli, farraginoso e bizantino, in cui è difficile districarsi, anche perché spesso all'interno delle amministrazioni comunali mancano le competenze. In questi anni alla debolezza della politica si è accompagnata una debolezza della struttura amministrativa, della burocrazia, anche perché i dirigenti vengono scelti più per la propria fedeltà all'amministrazione che per le reali competenze, e così si alimenta un corto circuito pericoloso.
Non entro nel merito delle ultime vicende di attualità, ma oggettivamente adesso a chi mai verrebbe voglia di fare il sindaco? A Forrest Gump o a Pietro Gambadilegno. Il primo non si rende conto di cosa gli succede intorno e rischia di diventare una facile pedina per gli interessi di altri, il secondo ha ormai una scorza così dura che l'ennesimo avviso di garanzia non gli fa né caldo né freddo, anche perché i cittadini - tutti noi - siamo così abituati alla corruzione, che non ci facciamo neppure più caso. E piano piano i cittadini normali, quelli che non sono troppo stupidi o troppo corrotti, si allontanano, e, anche quando si avvicinano, vengono allontanati. Non si sa mai: a volte la normalità è contagiosa.
Da tutto questo chi ci guadagna? Sempre i peggiori ovviamente, quelli che riescono a piegare la politica ai loro interessi, quelli che se ne fregano dei bisogni dei cittadini o della difesa del territorio, ma hanno bisogno di costruire nuove strade, nuovi centri commerciali, nuove case in cui non andrà ad abitare nessuno. E ci guadagna soprattutto chi ha interesse a convincerci che la politica fa schifo, tutta, da tutte le parti, chi ha interesse che la partecipazione al voto cali, perché è più economico corrompere pochi che molti. Ci guadagnano quelli sta preparando una soluzione in cui la politica serva sempre meno, perché la politica costa - e quindi togliamo di qui e di là, dai senatori ai consiglieri provinciali - perché la politica è troppo lenta - mentre uno solo decide in fretta - perché la politica fa nascere contrapposizioni, mentre ci sono soluzioni tecniche che sono perfette, che vanno bene a tutti, che non sono né di destra né di sinistra. Se vi sembra di riconoscere formule e personaggi che in questi tempi vanno per la maggiore è perché è proprio così che è andata. Quelli di Repubblica e del Corriere non vedevano l'ora che fossero indagati i sindaci del Movimento Cinque stelle, perché questo è il segno che la politica è irrecuperabile e la soluzione è sempre quella: meno democrazia.
Naturalmente possiamo anche andare avanti così e continuare a essere contenti se il sindaco del partito a noi avverso riceve un avviso di garanzia - e io, da vecchio fazioso, continuo a essere contento quando un sindaco del pd ne riceve uno - ma se andiamo avanti per questa strada, se continuiamo a preferire la via giudiziaria a quella politica, se non richiamiamo i cani che tutti abbiamo sguinzagliato, ne farà la spese la democrazia. Che sta sempre peggio.
Ormai lo sapete: ho fatto politica per molti anni, quasi venti. Ma certo non sapete - a meno che non siate bolognesi dotati di buona memoria - che in questo lungo periodo della mia vita - per molti aspetti così importante - una volta sono stato iscritto nel registro degli indagati. In quegli anni a Bologna c'era un sostituto procuratore che si era specializzato in indagini riguardanti i dirigenti del Pds e poi dei Ds. Praticamente tutte queste sue indagini caddero nel vuoto: fu così anche per quella che riguardò me e altre persone, tra cui un sindaco di Bologna e gli esponenti della sua giunta. Al termine del tempo previsto, dopo tutte le proroghe possibili, fu lo stesso sostituto a chiedere l'archiviazione; per tutti. Quelle indagini comportarono delle spese a carico dei cittadini, richiesero tempo, probabilmente distolsero l'attenzione da altre questioni più importanti, ma, al di là di tutto questo, francamente ho sempre avuto l'impressione che a lui interessasse poco il merito della questione, tanto il suo obiettivo era stato raggiunto: qualche articolo del Carlino, quando la notizia venne fuori, a cui naturalmente non ne seguì nessuno quando fu decisa l'archiviazione. Il messaggio era chiaro: sono tutti uguali, anche "loro" rubano come gli altri. Non incontrai mai quel magistrato, se non qualche volta al cinema - Bologna è una città piccola - ma naturalmente lui non sapeva chi ero io. Non gli interessava minimamente: voleva colpirmi per quello che facevo, per quello che ero. Produssi molti documenti per spiegare le mie ragioni e davvero di quei mesi ricordo soprattutto che feci tante fotocopie, spesso di documenti che avevo già presentato settimane prima e che non si sapeva dove fossero finiti.
Ho ricordato questo episodio di molti anni fa, per dire che il rapporto non sano - per usare un eufemismo - tra politica e magistratura non è certo questione di oggi. Personalmente, anche prima che mi capitasse questa disavventura, non ero mai stato tra coloro che apprezzavano quelli che sventolavano i cappi o lanciavano le monetine. Davo allora - e dò oggi - un giudizio molto duro di Bettino Craxi, ma più per la politica, più per quello che ha fatto - e non ha fatto - quando ha avuto la possibilità di guidare questo paese che per le vicende giudiziarie, che pure sono gravi e che hanno determinato la sua fine politica. Allo stesso modo non mi sono mai scagliato contro la magistratura, anche se ne ho conosciuto la parte peggiore. Ricordo che alla notizia dell'indagine, un consigliere dell'opposizione di Granarolo, un craxiano convinto con cui spesso mi ero scontrato, mi espresse la sua solidarietà, dicendo che finalmente avrei capito quello che avevamo fatto passare al suo segretario e disse che un po' mi invidiava, perché nella sua militanza politica non poteva vantare un'indagine a suo carico. A me sinceramente quell'indagine non fece alcun piacere, non la considerai una cosa di cui vantarmi, ma, proprio perché ero sicuro che non avevo commesso nessun illecito, non pensai neppure di dimettermi dalle cariche che avevo allora o di smettere di fare politica. Tutt'altro: sentii la spinta a continuare.
Ripensando a quegli anni credo che se ci dobbiamo imputare qualche colpa sia stata quella di essere "teneri" nella polemica verso quei magistrati che usavano il loro ruolo, il loro potere, il loro prestigio, contro una classe politica che di prestigio ne aveva sempre meno. Penso che sbagliammo a lasciare la polemica contro i giudici agli altri, molti dei quali erano poi effettivamente colpevoli. Avremmo forse dovuto dire che il sistema stava prendendo una direzione che sarebbe stato difficile modificare. Era complicato allora fare questa distinzione, non ne avemmo il coraggio, perché i magistrati erano tutti eroi e i politici erano tutti gente poco perbene, nell'immaginario dell'opinione pubblica, immaginario peraltro ben costruito da soggetti che avevano tutto l'interesse a delegittimare la politica. Certo non lo facemmo. Molti di noi subirono queste indagini in silenzio.
Come potrete immaginare, ho ripensato a queste vicende lontane, guardando a quello che succede nel nostro paese, in particolare in una dimensione che conosco bene, ossia quella delle amministrazioni comunali. Oggi è difficile fare il sindaco senza essere indagato, senza essere il destinatario di un avviso di garanzia. Anche perché per l'opposizione fare degli esposti, delle denunce, è diventato il modo normale di fare politica. Perché prendersi la briga di fare opposizione, di studiare, di elaborare delle alternative, tutte cose difficili? Basta scrivere un bell'esposto e tanto un giudice a cui non va bene l'amministrazione in carica lo si trova sempre. Parte l'indagine, magari il sindaco si dimette - o o fanno dimettere i suoi - e, visto che abbiamo inventato questo sistema che se va a casa il sindaco, si va a a casa tutti, si fanno nuove elezioni. E arriva un nuovo sindaco, magari un esponente dell'opposizione. Contro cui viene presentato un nuovo esposto e così via. Ricomincia la giostra.
La prima responsabilità di questa situazione sta naturalmente nella debolezza della politica, in parte intrinseca, in parte - come dicevo - indotta a forza. Ma c'è anche un sistema di leggi, di norme, di codici e codicilli, farraginoso e bizantino, in cui è difficile districarsi, anche perché spesso all'interno delle amministrazioni comunali mancano le competenze. In questi anni alla debolezza della politica si è accompagnata una debolezza della struttura amministrativa, della burocrazia, anche perché i dirigenti vengono scelti più per la propria fedeltà all'amministrazione che per le reali competenze, e così si alimenta un corto circuito pericoloso.
Non entro nel merito delle ultime vicende di attualità, ma oggettivamente adesso a chi mai verrebbe voglia di fare il sindaco? A Forrest Gump o a Pietro Gambadilegno. Il primo non si rende conto di cosa gli succede intorno e rischia di diventare una facile pedina per gli interessi di altri, il secondo ha ormai una scorza così dura che l'ennesimo avviso di garanzia non gli fa né caldo né freddo, anche perché i cittadini - tutti noi - siamo così abituati alla corruzione, che non ci facciamo neppure più caso. E piano piano i cittadini normali, quelli che non sono troppo stupidi o troppo corrotti, si allontanano, e, anche quando si avvicinano, vengono allontanati. Non si sa mai: a volte la normalità è contagiosa.
Da tutto questo chi ci guadagna? Sempre i peggiori ovviamente, quelli che riescono a piegare la politica ai loro interessi, quelli che se ne fregano dei bisogni dei cittadini o della difesa del territorio, ma hanno bisogno di costruire nuove strade, nuovi centri commerciali, nuove case in cui non andrà ad abitare nessuno. E ci guadagna soprattutto chi ha interesse a convincerci che la politica fa schifo, tutta, da tutte le parti, chi ha interesse che la partecipazione al voto cali, perché è più economico corrompere pochi che molti. Ci guadagnano quelli sta preparando una soluzione in cui la politica serva sempre meno, perché la politica costa - e quindi togliamo di qui e di là, dai senatori ai consiglieri provinciali - perché la politica è troppo lenta - mentre uno solo decide in fretta - perché la politica fa nascere contrapposizioni, mentre ci sono soluzioni tecniche che sono perfette, che vanno bene a tutti, che non sono né di destra né di sinistra. Se vi sembra di riconoscere formule e personaggi che in questi tempi vanno per la maggiore è perché è proprio così che è andata. Quelli di Repubblica e del Corriere non vedevano l'ora che fossero indagati i sindaci del Movimento Cinque stelle, perché questo è il segno che la politica è irrecuperabile e la soluzione è sempre quella: meno democrazia.
Naturalmente possiamo anche andare avanti così e continuare a essere contenti se il sindaco del partito a noi avverso riceve un avviso di garanzia - e io, da vecchio fazioso, continuo a essere contento quando un sindaco del pd ne riceve uno - ma se andiamo avanti per questa strada, se continuiamo a preferire la via giudiziaria a quella politica, se non richiamiamo i cani che tutti abbiamo sguinzagliato, ne farà la spese la democrazia. Che sta sempre peggio.
sabato 7 maggio 2016
Verba volant (271): costituzione...
Costituzione, sost. f.
Una persona che legge abbastanza regolarmente quello che scrivo, anche se apprezza poco la mia eversiva radicalità, commentando una delle mie consuete prese di posizione a favore del NO al prossimo referendum costituzionale, mi ha chiesto quali sarebbero le mie proposte di riforma. Non so se quella domanda manifestasse un vero interesse o fosse semplicemente una sfida polemica, ma il tema mi sembra comunque interessante. E merita una risposta.
Sono anni che ci arrovelliamo intorno a questo tema, che discutiamo, anche aspramente, su quali riforme istituzionali fare o non fare - alcune sono state approvate, altre sono state cancellate a seguito di un referendum, altre ancora giacciono da anni in parlamento - ma ormai nessuno pare interrogarsi se queste riforme siano davvero necessarie. Abbiamo ormai dato per scontato che le riforme siano indispensabili; l'ho detto anch'io, tante volte, quando facevo un altro mestiere. Sinceramente non ne sono più convinto.
La Costituzione approvata in via definitiva il 22 dicembre 1947 ed entrata in vigore il 1 gennaio dell'anno successivo non è forse la più bella del mondo, come ama dire un guitto, che si è fatto un po' di pubblicità grazie a questo tema, e come viene ripetuto da molti, con scarsa originalità. Però è una costruzione solida. La parola costituzione condivide, non a caso, la radice con il verbo costruire; una casa può essere bellissima, ma se non può essere abitata, se non è abbastanza solida, se non è abbastanza sicura, non serve al proprio scopo e quindi quella sua bellezza è perfettamente inutile.
La nostra Costituzione è naturalmente figlia del suo tempo, è nata in un particolare contesto storico, politico e culturale, è stata scritta da uomini e da donne che avevano subito una dittatura e una guerra dagli esiti drammatici. Non possiamo cercare nella Costituzione cose che non possono esserci. Ci sono temi su cui la Costituzione - anche nella sua prima parte, quella più "sacra" - segna il passo, penso ad esempio ai diritti delle persone che costituiscono - o costruiscono - una famiglia, perché per i Costituenti, indipendentemente dalla loro fede religiosa e dalle loro opinioni filosofiche, era semplicemente impensabile un matrimonio contratto da due persone dello stesso sesso. Allo stesso modo non possiamo pretendere di trovare, in un testo scritto settant'anni fa, risposte ai quesiti a cui la scienza, nella sua rapidissima evoluzione, ci ha messo di fronte, ad esempio sul tema della fine vita. Né i Costituenti potevano immaginare che ci sarebbe stata la rete e che l'accesso a essa avrebbe comportato diritti e doveri: erano saggi, erano intelligenti, ma non erano indovini.
La Costituzione del '48 però, al di là di questi limiti oggettivi, ha una sua unità, una sua coerenza, che credo sia uno degli aspetti più significativi dello sforzo delle persone che l'hanno redatta. La nostra Costituzione è una costruzione ben progettata, con le fondamenta solide e con una propria armonia funzionale: non ci sono né finestre cieche né stanze a cui non si riesce ad accedere. Le riforme che si sono succedute negli anni successivi, specialmente negli ultimi venti, hanno avuto la pretesa di modificare questo o quel punto, ma sono state per lo più disorganiche e, proprio perché rispondevano a idee spesso divergenti tra di loro, hanno finito, quando sono state approvate, per peggiorare la Costituzione.
La Costituzione di oggi - quella adesso vigente, non parlo delle riforme imposte da questa minoranza arrogante e volgare, a cui dovremo dire comunque NO - è peggiore di quella uscita dalle penne dei Costituenti, proprio perché ha perso in parte quel disegno unitario che allora era così forte. Penso ad esempio alla riforma fatta nel 2012 che, modificando gli articoli 81, 97, 117 e 119, ha introdotto l'obbligo del principio del pareggio di bilancio e in questo modo ha tolto sovranità allo stato, introducendo un elemento che limita il potere legislativo, sottomettendolo a un criterio che è alieno allo spirito del resto della Carta. Per non parlare della confusione che è stata fatta nelle varie riscritture del Titolo V, su cui si sono esercitati personaggi per lo più incompetenti, e che ha dato vita a un conflitto permanente tra diversi livelli istituzionali.
La mia proposta di riforma costituzionale è allora piuttosto semplice. Torniamo alla Costituzione del 1948, togliamo le ultime, farraginose e abborracciate modifiche, e proviamo ad applicarla questa Costituzione, con maggior rigore di quanto sia stato fatto in questi settant'anni.
Ho già detto che la nostra Costituzione è figlia del suo tempo, ma questo non è soltanto un aspetto negativo. Anzi. Gli anni immediatamente successivi al conflitto mondiale hanno rappresentato probabilmente il punto più alto di un'elaborazione politica tesa a riconoscere il ruolo preminente dello stato sull'economia, la necessità di garantire diritti universali ai lavoratori, l'obiettivo di trovare strumenti per la redistribuzione della ricchezza, il bisogno di creare una rete di servizi pubblici, finanziati dalla collettività, per aiutare le persone in difficoltà, allo scopo di riconoscere a tutti uguali condizioni di partenza.
La storia del Novecento è stata segnata dalla grande crisi del capitalismo, una crisi di cui adesso - in un'epoca in cui questo è tornato vincente in maniera così violenta - facciamo fatica a capire le possibili conseguenze. Molti, a seguito della crisi del '29, pensarono che il sistema capitalista fosse destinato a sparire, che si fosse completato quel ciclo descritto da Marx e che sarebbe nato, dalle ceneri del capitale, qualcosa di diverso. Sappiamo che a seguito di questa crisi ci fu la risposta antidemocratica del fascismo, ma - una volta che questo fu sconfitto - si provò a immaginare un sistema che in qualche modo imbrigliasse la bestia del capitale, che ne mitigasse la violenza, anche per ripagare lo sforzo di quelle classe sociali più povere, il cui contributo alla sconfitta del fascismo era stato determinante, che avevano retto lo sforzo durante il conflitto, che si erano messe alla prova, e che avevano vinto quella sfida. Naturalmente sarebbe anacronistico giudicare la nostra Carta - come tutte quelle scritte all'indomani della fine della seconda guerra mondiale - come una costituzione socialista, eppure in essa ci sono tanti elementi socialisti, molti di più di quelli che i conservatori avrebbero voluto concedere, ma che i popoli in qualche modo si presero con la forza, perché avevano combattuto. E avevano vinto.
La vicenda italiana è in qualche modo emblematica di questa storia, che non è appunto solo italiana. Era chiaro che l'Italia non sarebbe diventato un paese socialista, perché così avevano deciso i vincitori della guerra, ed era chiaro che la guida del paese sarebbe toccata ai conservatori, ma le forze socialiste, grazie al ruolo che avevano avuto nella Resistenza e nella guerra di liberazione, assunsero un protagonismo di cui non si poteva non tenere conto e che si tradusse in un dettato costituzionale di forte impianto progressista. Quando diciamo che la Costituzione è nata dalla Resistenza esprimiamo con uno slogan tutto questo.
Sappiamo però che il capitalismo non è stato affatto sconfitto, anzi ha superato quella crisi, si è liberato, a partire dalla fine degli anni Settanta, dai vincoli che le forze progressiste gli avevano imposto finita la guerra ed è tornato a dominare il mondo, sfrenato e violento, come all'inizio del secolo, anzi con una arroganza ancora maggiore. Ha stravinto perché è riuscito a imporre la propria visione del mondo anche alle forze che avrebbero dovuto rappresentare il campo progressista - basti pensare a cosa sono diventati oggi i socialisti europei, per tacere dello schifo che c'è in Italia, dove la sinistra si è suicidata - e domina il mondo con brutalità selvaggia. L'unico limite a questa violenza di classe è rappresentato dalle nostre "vecchie" costituzioni, che infatti sono finite nel mirino delle forze del capitale, che vorrebbero emendarle, modificarle, attenuarne la portata riformista, con la scusa che occorre adeguarsi ai tempi, che servono nuovi strumenti per affrontare le sfide nuove e tutte le menzogne che dicono quelli come renzi, per convincerci che la nostra Carta è da buttare - o da riformare come dicono loro.
Votare NO al prossimo referendum è il nostro modo per cercare di fermare questo attacco, prendendo un po' di tempo e di fiato. Ma non illudiamoci: ne seguirà un altro, e un altro ancora, perché il loro scopo è distruggere queste costituzioni, e le loro risorse sono moltissime, praticamente illimitate. Non possiamo limitarci a stare fermi, a difenderci dentro le mura assediate: saremmo destinati alla sconfitta, anche perché i traditori sono già qui tra di noi, pronti a venderci al nemico. Una volta che avremo resistito a questo nuovo, subdolo, assalto, dovremo avere la forza di gettarci noi all'attacco.
Io comincerei proprio dalla nostra Costituzione, dalla richiesta di applicarla con rigore. Nella Carta c'è già scritto tutto quello per cui vale la pena di lottare: la difesa della sanità e della scuola pubbliche, il riconoscimento dei diritti dei lavoratori, la salvaguardia dei beni comuni, il riconoscimento delle prerogative democratiche. Perché chi vuole cambiare la Costituzione ha sempre due obiettivi: limitare la democrazia e toglierci diritti. Questi due valori viaggiano sempre insieme e per questo noi dobbiamo continuare a chiedere più democrazia e più diritti.
Così il nostro NO si trasformerà in una vittoria.
Una persona che legge abbastanza regolarmente quello che scrivo, anche se apprezza poco la mia eversiva radicalità, commentando una delle mie consuete prese di posizione a favore del NO al prossimo referendum costituzionale, mi ha chiesto quali sarebbero le mie proposte di riforma. Non so se quella domanda manifestasse un vero interesse o fosse semplicemente una sfida polemica, ma il tema mi sembra comunque interessante. E merita una risposta.
Sono anni che ci arrovelliamo intorno a questo tema, che discutiamo, anche aspramente, su quali riforme istituzionali fare o non fare - alcune sono state approvate, altre sono state cancellate a seguito di un referendum, altre ancora giacciono da anni in parlamento - ma ormai nessuno pare interrogarsi se queste riforme siano davvero necessarie. Abbiamo ormai dato per scontato che le riforme siano indispensabili; l'ho detto anch'io, tante volte, quando facevo un altro mestiere. Sinceramente non ne sono più convinto.
La Costituzione approvata in via definitiva il 22 dicembre 1947 ed entrata in vigore il 1 gennaio dell'anno successivo non è forse la più bella del mondo, come ama dire un guitto, che si è fatto un po' di pubblicità grazie a questo tema, e come viene ripetuto da molti, con scarsa originalità. Però è una costruzione solida. La parola costituzione condivide, non a caso, la radice con il verbo costruire; una casa può essere bellissima, ma se non può essere abitata, se non è abbastanza solida, se non è abbastanza sicura, non serve al proprio scopo e quindi quella sua bellezza è perfettamente inutile.
La nostra Costituzione è naturalmente figlia del suo tempo, è nata in un particolare contesto storico, politico e culturale, è stata scritta da uomini e da donne che avevano subito una dittatura e una guerra dagli esiti drammatici. Non possiamo cercare nella Costituzione cose che non possono esserci. Ci sono temi su cui la Costituzione - anche nella sua prima parte, quella più "sacra" - segna il passo, penso ad esempio ai diritti delle persone che costituiscono - o costruiscono - una famiglia, perché per i Costituenti, indipendentemente dalla loro fede religiosa e dalle loro opinioni filosofiche, era semplicemente impensabile un matrimonio contratto da due persone dello stesso sesso. Allo stesso modo non possiamo pretendere di trovare, in un testo scritto settant'anni fa, risposte ai quesiti a cui la scienza, nella sua rapidissima evoluzione, ci ha messo di fronte, ad esempio sul tema della fine vita. Né i Costituenti potevano immaginare che ci sarebbe stata la rete e che l'accesso a essa avrebbe comportato diritti e doveri: erano saggi, erano intelligenti, ma non erano indovini.
La Costituzione del '48 però, al di là di questi limiti oggettivi, ha una sua unità, una sua coerenza, che credo sia uno degli aspetti più significativi dello sforzo delle persone che l'hanno redatta. La nostra Costituzione è una costruzione ben progettata, con le fondamenta solide e con una propria armonia funzionale: non ci sono né finestre cieche né stanze a cui non si riesce ad accedere. Le riforme che si sono succedute negli anni successivi, specialmente negli ultimi venti, hanno avuto la pretesa di modificare questo o quel punto, ma sono state per lo più disorganiche e, proprio perché rispondevano a idee spesso divergenti tra di loro, hanno finito, quando sono state approvate, per peggiorare la Costituzione.
La Costituzione di oggi - quella adesso vigente, non parlo delle riforme imposte da questa minoranza arrogante e volgare, a cui dovremo dire comunque NO - è peggiore di quella uscita dalle penne dei Costituenti, proprio perché ha perso in parte quel disegno unitario che allora era così forte. Penso ad esempio alla riforma fatta nel 2012 che, modificando gli articoli 81, 97, 117 e 119, ha introdotto l'obbligo del principio del pareggio di bilancio e in questo modo ha tolto sovranità allo stato, introducendo un elemento che limita il potere legislativo, sottomettendolo a un criterio che è alieno allo spirito del resto della Carta. Per non parlare della confusione che è stata fatta nelle varie riscritture del Titolo V, su cui si sono esercitati personaggi per lo più incompetenti, e che ha dato vita a un conflitto permanente tra diversi livelli istituzionali.
La mia proposta di riforma costituzionale è allora piuttosto semplice. Torniamo alla Costituzione del 1948, togliamo le ultime, farraginose e abborracciate modifiche, e proviamo ad applicarla questa Costituzione, con maggior rigore di quanto sia stato fatto in questi settant'anni.
Ho già detto che la nostra Costituzione è figlia del suo tempo, ma questo non è soltanto un aspetto negativo. Anzi. Gli anni immediatamente successivi al conflitto mondiale hanno rappresentato probabilmente il punto più alto di un'elaborazione politica tesa a riconoscere il ruolo preminente dello stato sull'economia, la necessità di garantire diritti universali ai lavoratori, l'obiettivo di trovare strumenti per la redistribuzione della ricchezza, il bisogno di creare una rete di servizi pubblici, finanziati dalla collettività, per aiutare le persone in difficoltà, allo scopo di riconoscere a tutti uguali condizioni di partenza.
La storia del Novecento è stata segnata dalla grande crisi del capitalismo, una crisi di cui adesso - in un'epoca in cui questo è tornato vincente in maniera così violenta - facciamo fatica a capire le possibili conseguenze. Molti, a seguito della crisi del '29, pensarono che il sistema capitalista fosse destinato a sparire, che si fosse completato quel ciclo descritto da Marx e che sarebbe nato, dalle ceneri del capitale, qualcosa di diverso. Sappiamo che a seguito di questa crisi ci fu la risposta antidemocratica del fascismo, ma - una volta che questo fu sconfitto - si provò a immaginare un sistema che in qualche modo imbrigliasse la bestia del capitale, che ne mitigasse la violenza, anche per ripagare lo sforzo di quelle classe sociali più povere, il cui contributo alla sconfitta del fascismo era stato determinante, che avevano retto lo sforzo durante il conflitto, che si erano messe alla prova, e che avevano vinto quella sfida. Naturalmente sarebbe anacronistico giudicare la nostra Carta - come tutte quelle scritte all'indomani della fine della seconda guerra mondiale - come una costituzione socialista, eppure in essa ci sono tanti elementi socialisti, molti di più di quelli che i conservatori avrebbero voluto concedere, ma che i popoli in qualche modo si presero con la forza, perché avevano combattuto. E avevano vinto.
La vicenda italiana è in qualche modo emblematica di questa storia, che non è appunto solo italiana. Era chiaro che l'Italia non sarebbe diventato un paese socialista, perché così avevano deciso i vincitori della guerra, ed era chiaro che la guida del paese sarebbe toccata ai conservatori, ma le forze socialiste, grazie al ruolo che avevano avuto nella Resistenza e nella guerra di liberazione, assunsero un protagonismo di cui non si poteva non tenere conto e che si tradusse in un dettato costituzionale di forte impianto progressista. Quando diciamo che la Costituzione è nata dalla Resistenza esprimiamo con uno slogan tutto questo.
Sappiamo però che il capitalismo non è stato affatto sconfitto, anzi ha superato quella crisi, si è liberato, a partire dalla fine degli anni Settanta, dai vincoli che le forze progressiste gli avevano imposto finita la guerra ed è tornato a dominare il mondo, sfrenato e violento, come all'inizio del secolo, anzi con una arroganza ancora maggiore. Ha stravinto perché è riuscito a imporre la propria visione del mondo anche alle forze che avrebbero dovuto rappresentare il campo progressista - basti pensare a cosa sono diventati oggi i socialisti europei, per tacere dello schifo che c'è in Italia, dove la sinistra si è suicidata - e domina il mondo con brutalità selvaggia. L'unico limite a questa violenza di classe è rappresentato dalle nostre "vecchie" costituzioni, che infatti sono finite nel mirino delle forze del capitale, che vorrebbero emendarle, modificarle, attenuarne la portata riformista, con la scusa che occorre adeguarsi ai tempi, che servono nuovi strumenti per affrontare le sfide nuove e tutte le menzogne che dicono quelli come renzi, per convincerci che la nostra Carta è da buttare - o da riformare come dicono loro.
Votare NO al prossimo referendum è il nostro modo per cercare di fermare questo attacco, prendendo un po' di tempo e di fiato. Ma non illudiamoci: ne seguirà un altro, e un altro ancora, perché il loro scopo è distruggere queste costituzioni, e le loro risorse sono moltissime, praticamente illimitate. Non possiamo limitarci a stare fermi, a difenderci dentro le mura assediate: saremmo destinati alla sconfitta, anche perché i traditori sono già qui tra di noi, pronti a venderci al nemico. Una volta che avremo resistito a questo nuovo, subdolo, assalto, dovremo avere la forza di gettarci noi all'attacco.
Io comincerei proprio dalla nostra Costituzione, dalla richiesta di applicarla con rigore. Nella Carta c'è già scritto tutto quello per cui vale la pena di lottare: la difesa della sanità e della scuola pubbliche, il riconoscimento dei diritti dei lavoratori, la salvaguardia dei beni comuni, il riconoscimento delle prerogative democratiche. Perché chi vuole cambiare la Costituzione ha sempre due obiettivi: limitare la democrazia e toglierci diritti. Questi due valori viaggiano sempre insieme e per questo noi dobbiamo continuare a chiedere più democrazia e più diritti.
Così il nostro NO si trasformerà in una vittoria.
mercoledì 4 maggio 2016
Verba volant (270): solidarietà...
Solidarietà, sost. f.
Forse la notizia in questi giorni vi è sfuggita. Una trentina di migranti accolti in una struttura a Reggio Emilia hanno protestato davanti alla questura della città emiliana per lamentarsi della scarsa qualità del cibo servito dagli operatori che gestiscono quella struttura. Un politico locale ha criticato questa protesta, dicendo che lamentarsi significa "sputare sulla nostra generosa ospitalità". Ha rincarato la dose, spiegando che "l'unica risposta che avrei dato a una protesta del genere è un sonoro calcio nel culo, altro che delegati e dialogo", criticando implicitamente il questore che aveva ricevuto alcuni rappresentanti dei rifugiati, impegnandosi a verificare la vicenda e la fondatezza delle loro rimostranze.
Quel politico è un esponente locale del pd, ma in fondo questo conta assai poco - il mio pessimo giudizio su quel partito non peggiorerà certo per questo episodio. Al di là di qualche reprimenda di maniera, più per l'opportunità che sul merito delle cose dette, immagino che quel tipo non pagherà dazio per queste sue affermazioni, perché ha espresso quello che hanno pensato in tanti leggendo quella notizia, anzi ha espresso un'opinione largamente diffusa nella nostra società, indipendentemente dalle opinioni politiche o dal credo religioso, l'idea di una maggioranza molto ampia, anche con una volgarità che è ormai dilagante e permeante. Quel tale è stato meno ipocrita di tanti altri che hanno fatto lo stesso commento, e nessuno di loro si è preso la briga di mettersi un momento a pensare a quello che diceva, a cosa rappresentano quelle parole, che idea del mondo rispecchiano. E infatti il nostro paese fa largamente schifo.
Non entro nel merito della vicenda, che non conosco. Ricordo soltanto che quella cooperativa ha già avuto problemi per un uso, diciamo, disinvolto dei fondi assegnati per la gestione dei centri per i rifugiati. Credo - per quel poco di esperienza di ristorazione collettiva che ho - che incassando dallo stato 33 euro a persona, a giorno, si possa gestire in maniera adeguata, oltre agli altri servizi, una cucina, garantendo proposte variate e di qualità. Mi pare che per troppi soggetti - mi vengono in mente anche alcuni albergatori della mia città, che magari dicono di votare Lega e che la domenica non si perdono una messa - questa presenza dei rifugiati sia un affare lucroso, che impegna poco le loro scarse qualità imprenditoriali.
Il tema però è quel "calcio in culo" che tanti - la maggioranza - vorrebbero sferrare a quei rifugiati "ingrati". Ci pensavo confrontando questa storia con le vicende raccontate dal film I compagni di Mario Monicelli. Di questo film ho già parlato - lo so - ma offre così tanti spunti che credo ci tornerò su altre volte. Tutta la storia, ambientata nella Torino operaia di fine Ottocento, è punteggiata dalle collette organizzate da quegli operai, per aiutare un loro compagno che ha perso una mano, per sostenere un altro che è stato sospeso, per mantenere la famiglia di un altro ancora che è stato messo in carcere e così via. Per quasi tutto il film vediamo Omero, il più giovane degli operai, girare con il cappello tra i colleghi per raccogliere i soldi delle collette. Non erano più buoni di quanto lo siamo noi - o forse lo erano, ma non è questo il tema - è che sapevano benissimo che in quel tempo quelle collette erano l'unico aiuto che potevano ricevere e quindi dare oggi un qualche soldo per un compagno in difficoltà, e quindi fare un sacrificio perché la miseria era nera per tutti, significava poter ricevere qualcosa domani, quando loro avessero avuto bisogno. La solidarietà è semplicemente questa cosa qui, non bisogna essere dei santi per aiutare gli altri, basta essere uomini, con tutti i nostri limiti, con tutti i nostri difetti. Quegli operai organizzano una colletta anche per la famiglia dell'operaio siciliano, così diverso da loro - anche fisiognomicamente - su cui pure le loro opinioni non sono affatto benevole, su cui hanno dei pregiudizi, che sfiorano il razzismo. Erano i siciliani allora quelli che vengono a rubarci il lavoro. Quelle donne e quegli uomini erano ignoranti, molti di loro non sapevano né leggere né scrivere, però intuivano un concetto che noi, con tutte le nostre filosofie, non riusciamo più a ricordare, ossia che i poveri si salvano solo se stanno insieme, solo se si aiutano, anche quando non si stanno reciprocamente simpatici.
Poi è vero che adesso c'è il welfare, ci sono i servizi - che noi finanziamo con le nostre tasse, quelli che le pagano - e non possiamo anche farci carico personalmente di aiutare tutti quelli che arrivano qui. Poi è vero che non possiamo aiutare tutti. Poi è vero che tra quelli che arrivano qui ci sono dei delinquenti, degli scansafatiche, dei perdigiorno. Ci sono molte ragioni per essere egoisti, ciascuno di noi è bravissimo a giustificare la propria grettezza. Però la vera questione è che noi non siamo poveri, non lo siamo più - o non lo siamo ancora - mentre quei "negri" che rifiutano la "nostra" pastasciutta, dicendo che è scotta, sono poveri, molto poveri. E questa non è una buona ragione per prenderli a calci in culo.
Naturalmente noi continueremo a fare schifo, a guadagnare su quei poveri che pure diciamo di non volere, e insegneremo loro a essere meschini come siamo noi, insegneremo loro a odiarci, e sarà giusto che ci odino. Quando ci prenderanno a calci in culo non dovremo protestare, perché glielo abbiamo insegnato noi.
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