lunedì 8 ottobre 2018

Verba volant (575): dolore...

Dolore, sost. m.

Gli etimologisti riconoscono nel verbo latino dolére - da cui è venuto l'italiano dolore - un'antica radice indoeuropea, che infatti ritroviamo anche nel sanscrito, che significa spezzare. Mai come questa volta l'etimologia descrive bene questa parola, perché il dolore è qualcosa che ci può lacerare, che ci può distruggere.
Molti pensano che il dolore sia la dimensione naturale dell'uomo e probabilmente noi uomini siamo nati per soffrire. Non so se sia davvero così, ma certo senza il dolore non avremmo tanta della nostra poesia.
Filottete è uno dei comandanti della spedizione delle città greche contro Troia, è uno degli uomini partiti per sottrarre a quella città il controllo dei Dardanelli e quindi del commercio dei cereali e dei metalli preziosi con le regioni affacciate sul mar Nero. La sua flotta contava sette navi e su ciascuna di esse c'erano cinquanta abili arcieri. Anche Filottete sa usare benissimo quest'arma, anche perché possiede l'arco e le frecce di Eracle. L'eroe gli aveva donato le sue armi: Filottete aveva acceso la sua pira funebre sul monte Eta e si era impegnato a non rivelare a nessuno dove Eracle fosse morto. Ma Filottete non arrivò mai a Troia: durante lo scalo all'isola di Tenedo, un serpente gli morse un piede, forse come punizione per aver violato la promessa e aver fatto sapere agli uomini dove Eracle era morto. Filottete non ha resistito a rivelare quel segreto, non ha resistito allo scoop: evidentemente è qualcosa che succedeva anche quando non c'erano i social.
La sua ferita non si rimarginava, continuava a emanare un fetore insopportabile e gli altri comandanti, aizzati da Odisseo, decisero di abbandonarlo sull'isola di Lemno, che allora era deserta. Odisseo, Agamennone, Achille, perfino il vecchio e saggio Nestore, e tutti gli altri eroi non dimostrarono alcuna solidarietà verso Filottete, verso il loro compagno d'armi. Sembra di leggere le cronache che raccontano le vicende di quelle famiglie che impediscono ai loro figli di andare alle feste di un loro compagno malato. Gli uomini non vogliono "toccare" il dolore degli altri, ne provano un senso di fastidio, quasi di ribrezzo. Lo vogliono vedere da lontano, a volte hanno una curiosità morbosa verso il dolore degli altri, ma ne vogliono rimanere distanti. E così, nonostante le pubbliche dimostrazioni di riprovazione, nonostante fingano di disinteressarsene, vogliono guardare in televisione il dolore di una madre che prova il dolore peggiore che una madre può provare. E su quella madre e sul suo dolore si costruisce un circo per il pubblico pagante.
Filottete rimase dieci anni sull'isola di Lemno, si salvò grazie al suo arco e alla sua abilità di cacciatore, perché riusciva a catturare gli uccelli, ma la ferita non rimarginava: era una specie di cancro che non progrediva né regrediva. L'eroe in questo lungo periodo non riesce a elaborare il dolore, è capace forse a resistergli, ma non lo accetta. Rimane vivo per inerzia. In quei lunghissimi dieci anni chissà cosa avrebbe pensato di una persona che gli avesse detto che il dolore, anche quel dolore terribile, quel dolore che ti toglie la speranza, può essere un dono? Filottete non è ottimista, non cerca di riprendersi, anche se non diventa cattivo; forse non avrebbe usato parole acrimoniose verso quella persona che provava a resistere con le proprie armi, anche se le considerava spuntate. Semplicemente l'eroe greco rinuncia alla speranza: anche in questo Filottete è un nostro fratello.
Ma all'improvviso i comandanti greci si ricordano di lui: anche loro non ne possono più di quella lunga guerra, forse cominciano perfino a invidiare la sorte di Filottete. La guerra è una malattia che ti sei scelto. E così, quando un indovino, anzi l'indovino dei troiani fatto prigioniero, profetizza che Troia cadrà soltanto se il figlio di Achille potrà combattere con l'arco di Eracle, capiscono che occorre tornare da quell'uomo malato, bisogna tornare a sentire il fetore del dolore.
E sarà Odisseo a dover compiere l'impresa. Ma il re di Itaca sa bene che non può presentarsi davanti a Filottete e allora escogita uno dei suoi trucchi, usando il giovane Neottolemo. Questi dovrà fingersi anch'egli vittima di Odisseo, dovrà raccontare a Filottete che gli sono state rubate le armi del padre e dovrà chiedergli l'arco di Eracle. L'inganno riesce, Filottete prova solidarietà per l'ingiustizia patita da quel giovane soldato. Curioso come sia il malato a dover sostenere i sani, anche questa è un'esperienza che talvolta abbiamo provato.
Neottolemo ha eseguito il suo compito, ha l'arco, lo sta per consegnare a Odisseo, che ha assistito di nascosto alla scena ed è pronto a celebrare un'altra vittoria della sua astuzia, ma si ribella e svela il trucco a Filottete, riconsegnandogli l'arma. A questo punto tutto appare ormai perduto: Filottete non riconsegnerà l'arco e Troia non cadrà. Ma la città deve cadere, la malattia della guerra deve finire e, secondo Sofocle, è compito di Eracle sciogliere il nodo: il dio ordina a Filotette di seguire Odisseo e Neottolemo e di andare a combattere, lì sarà guarito dai medici greci - tra l'altro con il primo intervento chirurgico in anestesia totale raccontato in letteratura - e quindi sarà lui, con il suo arco, a portare i greci alla vittoria. La storia ci racconta che Filottete combatté sotto Troia, uccise dei guerrieri troiani, forse lo stesso Paride e tornò sano e salvo in patria. Ma stava cambiando il mondo, non era più il tempo dei re e anche lui fu cacciato, per arrivare esule in Calabria.
Chissà se ha mai pensato all'ingiustizia che ha subito? Perché i medici del contingente greco non lo curarono immediatamente? Perché aspettarono dieci anni? Perché serviva. Di quanti nostri fratelli che soffrono ci siamo dimenticati nell'isola di Lemno? Solo perché non ci servono più.

domenica 7 ottobre 2018

Verba volant (574): mercato...

Mercato, sost. m.

Amo i mercati. No, non sono diventato capitalista, continuo a essere nemico degli uomini che speculano sulle nostre vite, ostile alle borse e alle banche, contrario a quelli che ci sfruttano, spiegandoci che "ce lo chiedono i mercati". Io invece amo i mercati alimentari, e in ogni città - piccola e grande - che Zaira e io visitiamo, tra le primissime cose voglio vedere proprio il mercato: mi piace perdermi tra i banchi, osservare le persone che vendono e acquistano, mi piacciono i colori, gli odori, i suoni dei mercati.
Per questa ragione mi ha colpito molto il grido di allarme di uno dei sei commercianti che ancora vendono il pesce nel mercato di Rialto a Venezia. Anche perché lo abbiamo visitato solo pochi giorni fa. E' un mercato molto caratteristico, in un luogo bellissimo di una città indimenticabile. Eravamo in tanti a girare sotto quella loggia, a fare fotografie, a curiosare tra quei banchi che hanno secoli di storia, ma erano in pochi a comprare, perché quel mercato è diventato ormai più un'attrazione per i turisti che il posto dove i cittadini di Venezia comprano il pesce. Perché sempre meno persone vivono in quella città, perché c'è meno domanda e un mercato - pare lapalissiano, ma è proprio così - vive seguendo le proprie leggi: se le persone comprano, vive e prospera, se le persone non comprano, è destinato a morire. E paradossalmente sono proprio le leggi del mercato a uccidere i mercati, perché chi ha una casa a Venezia guadagna molto ad affittarla ai turisti, tanto da scegliere di trasferirsi da qualche altra parte, certamente meno bella di Venezia, pur di avere quella rendita sicura. Assistiamo a qualcosa del genere anche in altre città: ad esempio a Bologna chi possiede una casa in centro trova molto più vantaggioso metterla a disposizione dei tanti siti in cui noi turisti possiamo trovare un alloggio per un fine settimana, piuttosto che affittarla per un lungo periodo agli studenti universitari, fino a qualche anno fa le galline dalle uova d'oro per i proprietari di casa della città. E lentamente, ma inesorabilmente, le città si trasformano. In peggio. E muoiono.
Ed è qualcosa di cui non ci stiamo occupando, semplicemente lasciamo che succeda, anche perché ormai ci siamo abituati a pensare che contro i mercati - quelli "cattivi", quelli che non ci piacciono - non ci sia nulla da fare. E' il mercato che letteralmente uccide i mercati. Nell'etimologia di merce - ossia di ciò che si trova in un mercato -  riconosciamo la stessa radice del greco antico meros, che significa parte. La merce è in sostanza la cosa che può essere divisa e quindi distribuita; e infatti la stessa radice la ritroviamo in meretrice, qualcosa che c'entra parecchio con il capitalismo. E il mercato è una parte della città, qualcosa di cui tutti in modo diverso partecipiamo. Se allora il mercato è qualcosa di tutti, evidentemente deve essere la politica che si assume il compito di definire come anche le merci devono essere divise e distribuite, e il mercato deve essere regolato. Perché il mercato non conosce regole, solo la distruzione del più piccolo, del più debole, del più povero, a favore del più forte e del più ricco.
Venezia - come ogni altra città, ma forse più di ogni altra città, proprio perché è così incredibile - ha bisogno di essere abitata, vissuta, in qualche modo "consumata" e non solo preservata, perché chi la vive fatalmente la consuma e la trasforma. E' sempre stato così e dovrà sempre essere così, se vogliamo continuare a visitarla, se vogliono continuare a navigare lungo i suoi canali e passeggiare tra le sue calli. Altrimenti potremmo accontentarci delle Venezie "finte" che ci sono a Las Vegas e a Macao e alla fine non accorgerci neppure della differenza con quella "vera". Perché questa differenza la fanno anche i suoi mercati. Insieme ai teatri e a tante altre cose che rendono viva una città. Sottrarre le nostre città alla rendita immobiliare, renderli luoghi dove è possibile vivere - ad esempio imponendo regole molto severe agli affitti e favorendo chi acquista una casa per viverci - per evitare che siano soltanto grandi spazi commerciali, è qualcosa che è difficile fare, ma che è possibile. Basta solo decidere che la nostra priorità è salvare il mercato del pesce di Rialto.

giovedì 4 ottobre 2018

Verba volant (573): samaritano...

Samaritano, sost. f.

Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall'altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all'albergatore, dicendo: "Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno."
La storia è nota, ma, leggendola con attenzione, non è proprio il racconto edificante che ci hanno insegnato quando eravamo piccoli. Intanto chi l'ha scritta era uno che ce l'aveva a morte con i preti: credo che questo sia uno dei testi più anticlericali della letteratura di tutti i tempi. E già questo mi rende simpatico il suo autore. 
E poi c'è un aspetto che a noi tende a sfuggire, ma che era ben evidente a chi l'ha scritta e a chi la leggeva in quei tempi lontani. Sono capaci tutti a scrivere la storia di Oskar Schindler, del tedesco buono che salva la vita agli ebrei nella Germania nazista o di Mimmo Lucano, l'italiano buono che aiuta i neri che arrivano dal mare nell'Italia leghista: noi ci possiamo identificare con quegli eroi, che sono come noi, e in qualche modo loro salvano anche noi e la nostra coscienza non proprio immacolata. E infatti è così che ci hanno raccontato la storia: dovete fare come il samaritano, dovete sempre aiutare gli altri. Ma cosa succede quando - come nel brano che ho citato, in un contesto in cui i giudei guardavano con grande ostilità e con superiorità i samaritani - è il tedesco che sta per morire, è l'italiano che ha bisogno di aiuto e sono l'ebreo e il nero che devono salvarci? Cosa succede quando siamo noi quelli sui barconi? Quando siamo noi quelli rifiutati, picchiati, lasciati morire? In fondo è sempre possibile essere generosi, ci possiamo riuscire tutti - tutti tranne i preti, ci dice l'autore della storia - ma è molto più difficile essere quelli che devono essere aiutati. La storia non è stata scritta per insegnarci a essere generosi verso gli altri, ma perché dobbiamo imparare a essere gli altri.
Chissà come quell'oscuro autore di storie racconterebbe oggi quella stessa vicenda? Se tutti i giorni quel samaritano lungo la sua strada avesse visto un uomo diverso spogliato e percosso dai briganti? Avrebbe aiutato il primo, il secondo, forse il terzo, ma dal quarto giorno immagino avrebbe capito che da solo non avrebbe potuto farcela, non aveva abbastanza olio e non poteva dare ogni giorno due denari all'albergatore, che forse era perfino in combutta con i briganti. Probabilmente avrebbe chiamato gli altri samaritani e insieme avrebbero chiesto alla polizia di fare qualcosa contro quei briganti che rendevano così pericolose le loro strade. E - visto che comunque la polizia da sola non sarebbe stata sufficiente - avrebbero organizzato un qualche servizio per aiutare quelli che, nonostante tutto, fossero caduti nelle mani dei briganti. Un samaritano può salvare un giudeo, al massimo due, ma per salvarne migliaia bisogna organizzarsi. Immagino che non sarebbe stato comunque facile, perché, accanto al buon samaritano, ci sono anche i samaritani che non ne vogliono sapere di pagare per aiutare gli altri, ci sono i samaritani preti, ci sono i samaritani che dicono: "aiutiamo i giudei a casa loro", e soprattutto ci sono i samaritani che pensano che non valga la pena aiutare nemmeno uno di quelli là, ci sono i samaritani che non hanno mai imparato a essere gli altri.

domenica 23 settembre 2018

Verba volant (572): autunno...

Autunno, sost. m.

È sempre interessare vedere come nascono e crescono le parole. Nel termine autumnus è facile riconoscere la stessa radice del participio passato di augere, che significa aumentare, arricchire. Quando è nata questa parola, in un mondo legato al succedersi delle stagioni e ai ritmi della natura, l'autunno era la stagione della ricchezza, il momento in cui gli uomini godevano dei frutti della terra. L'autunno era una "bella stagione". Per noi invece è l'estate il momento culminante dell'anno e l'autunno è un momento di declino e infatti questa parola è spesso usata come una metafora per descrivere il decadimento, la vecchiaia, la fine inesorabile. Non amiamo l'autunno, che al massimo ci ispira canzoni di struggente malinconia.
Non amiamo l'autunno perché non amiamo neppure invecchiare. Se ci pensate è un curioso paradosso: la nostra società sta rapidamente invecchiando, cresce ogni anno l'età media, viviamo di più e spesso, grazie ai progressi della medicina, anche meglio. Siamo una società decisamente vecchia, eppure fingiamo di essere giovani. Facciamo di tutto per fingere quello che non siamo, ci vestiamo e ci trucchiamo per sembrare diversi, ci sottoponiamo a terapie e interventi chirurgici, i nostri discorsi sono pieni di retorica giovanilistica, noi maschi - anche in questo ci facciamo riconoscere - cerchiamo compagne giovanissime, siamo una società di finti giovani, che tenta in ogni modo di esorcizzare l'autunno.
E proprio questo nostro fingerci giovani, questo alterare artificiosamente la natura, finisce anche per danneggiare quelli che davvero sono giovani, perché prendiamo il loro posto, non li facciamo crescere, spesso li sfruttiamo, nutrendoci della loro vitalità. Non sappiamo più riconoscere che l'autunno è l'età della ricchezza, proprio perché precede l'inverno e quindi anche la morte, e siamo così invidiosi della primavera che la rubiamo a chi avrebbe il diritto di goderne. 

venerdì 21 settembre 2018

Άρνηση - "Rifiuto" di Georgos Seferis

Georgos Seferis morì ad Atene il 20 settembre 1971. I suoi funerali, due giorni dopo, divennero una grande manifestazione contro la dittatura dei Colonnelli. Le donne e gli uomini di Atene, mentre accompagnavano la salma del loro grande poeta intonavano questa canzone, intitolata Άρνηση - Rifiuto - che Seferis aveva scritto molti anni prima per Mikis Theodorakis e che divenne, da poesia d'amore che era, l'inno della resistenza greca contro la dittatura fascista. I Colonnelli ovviamente vietarono la canzone, ma le sue parole continuarono a risuonare nelle menti e nei cuori dei greci. Perché la poesia è più forte di qualsiasi regime. 

Στο περιγιάλι το κρυφό
κι άσπρο σαν περιστέρι
διψάσαμε το μεσημέρι
μα το νερό γλυφό.
Διψάσαμε το μεσημέρι
μα το νερό γλυφό.

Πάνω στην άμμο την ξανθή
γράψαμε τ' όνομά της
Ωραία που φύσηξε ο μπάτης
και σβήστηκε η γραφή.
Ωραία που φύσηξε ο μπάτης
και σβήστηκε η γραφή.

Με τι καρδιά, με τι πνοή,
τι πόθους και τι πάθος
πήραμε τη ζωή μας· λάθος!
κι αλλάξαμε ζωή.
Πήραμε τη ζωή μας· λάθος!
κι αλλάξαμε ζωή.

Sulla spiaggia nascosta
e bianca come una colomba
avevamo sete a mezzogiorno
ma l'acqua era salmastra.
Avevamo sete a mezzogiorno
ma l'acqua era salmastra.

Sopra la sabbia bionda
scrivemmo il suo nome.
Splendido! Ché soffiò la brezza
e la scritta si cancellò.
Splendido! Ché soffiò la brezza
e la scritta si cancellò.

Con che cuore, con che respiro
- che speranze e che cori -
afferrammo la nostra vita: errore!
e cambiammo vita.
Afferrammo la nostra vita: errore!
e cambiammo vita.

giovedì 20 settembre 2018

Verba volant (571): breccia...

Breccia, sost. f.

C'è stato un tempo, molto lontano a dire il vero, che il 20 settembre era festa nazionale. Oggi ne abbiamo persa memoria, se non fosse che in tutte le nostre città, piccole e grandi, c'è una via o una piazza - spesso in posizione centrale o comunque di rango - dedicata a questa data. Il 20 settembre 1870 il regno d'Italia festeggiava la presa di Roma, ossia la conquista di quella che sarebbe diventata la capitale del regno, fino ad allora sotto il governo temporale del papa. Da quel giorno e per quasi sessant'anni formalmente l'Italia e la chiesa cattolica rimasero in una condizione se non di conflitto armato - i papi non avevano certo la forza né la volontà di riprendersi il loro regno - di apparente ostilità. Decidere che il 20 settembre sarebbe stata festa era un segno evidente di questa sorta di belligeranza propagandistica da parte del nuovo stato unitario, così come il diffondersi della toponomastica dedicata al XX settembre o la decisione di erigere a Campo de' fiori una statua al "martire" Giordano Bruno. Un'assoluta ipocrisia, visto che gli uomini che vollero quella statua sarebbero stati i primi a voler ardere un genio ribelle così ostile a ogni potere.
Fu ben chiaro, abbastanza presto, che si trattava di un contrasto di facciata. La chiesa mantenne, accanto al suo piccolo stato all'interno delle mura leonine, i suoi privilegi in Italia e soprattutto continuò a essere un potente attore politico, della reazione, a fianco dell'esercito, dei grandi latifondisti, degli industriali e dei banchieri, perfino dei palazzinari che stavano costruendo la "nuova" Roma umbertina. I preti benedissero prima i cannoni di Bava Beccaris e poi quelli diretti sulle trincee della prima guerra mondiale, perché quei cannoni garantivano i loro privilegi e il loro potere. E naturalmente benedissero le colonne fasciste che marciavano verso Roma, come avevano benedetto le squadracce che picchiavano i comunisti, che bruciavano le camere del lavoro e le sedi dei giornali della sinistra. E il fascismo ripagò questa benevolenza chiudendo formalmente la breccia aperta il 20 settembre 1870, ma che era ormai chiusa da tempo, se mai era stata aperta, al di là della retorica del vecchio Pio IX. I patti lateranensi rappresentavano, se ce ne fosse ulteriore bisogno, che il fascismo non era un movimento eversivo, ma uno strumento, a volte indocile, ma per lo più assolutamente remissivo, nelle mani dei padroni, che non avevano certo voglia di continuare a far finta di tenere il broncio alla chiesa, quando questa era anch'essa uno strumento utilissimo nella guerra di classe.
"Roma è italiana" titolavano con enfasi patriottarda i giornali italiani dei giorni successivi. Lo era sempre stata, o forse sarebbe stato meglio dire che era l'Italia a essere diventata romana, anche se i "nuovi" governanti sabaudi non avevano bisogno di respirare l'aria dei sette colli per assumerne i vizi peggiori: erano tutti andati nelle scuole dei preti.  

mercoledì 19 settembre 2018

Verba volant (570): vino...

Vino, sost. m.

I greci antichi hanno fatto molte concessioni ai loro dei, che potevano essere fedifraghi, invidiosi, vendicativi, irosi. I greci non pretendevano che i loro dei fossero migliori di loro, anzi a volte preferivano fossero peggiori di loro. Eppure quegli dei, a cui è consentito fare tante cose, che sono così umani, non mangiano e bevono le stesse cose che mangiano e bevono gli uomini. Gli dei e le dee quando sedevano nei loro banchetti mangiavano ambrosia e bevevano nettare. Non sappiamo ovviamente cosa fossero questi due prodotti, non lo sapevano neppure i greci, tanto che a volte il nettare è descritto come qualcosa che si mangia e l'ambrosia come qualcosa che si beve. Naturalmente anche gli dei possono mangiare il pane e bere il vino, ma per farlo devono diventare uomini.
Bere vino è evidentemente un privilegio che non è concesso agli dei. Odisseo nei sette anni in cui rimase nell'isola di Ogigia, "prigioniero" di Calipso, poté fare l'amore con la dea, ma volle sempre mangiare e bere solo cibi "umani" - e ovviamente il vino di quell'isola del Mediterraneo, che doveva essere buonissimo - perché se avesse toccato l'ambrosia e il nettare che Calipso tentava di offrirgli non sarebbe più potuto tornare a Itaca.
E così quando i greci dovettero creare un dio per il vino ne crearono uno strano, irregolare, dalla sessualità e dalla natura estremamente incerte. Dioniso non era affatto la paciosa divinità che vediamo in tanti quadri, un uomo maturo, alticcio, seduto su una botte, con in testa una corona di foglie di vite. Era un dio lunare e misterioso, nato con le corna e le chiome fatte di serpenti, capace di trasformarsi in serpente, leone e toro. Era il dio capra: quando i cristiani vollero dare un'immagine al diavolo pensarono a Dioniso. Era un dio molto giovane, dai tratti efebici, cresciuto in mezzo alle donne e che per questo sembrava una ragazza. Ma soprattutto è un dio guerriero, capace di essere crudele, che impone il suo culto e la coltivazione della vite con la forza delle armi; Dioniso è un dio viaggiatore, raggiunge l'Africa, l'Asia, arriva fino in India, percorre tutta la Grecia, lasciandosi dietro una scia di vittime, ma donando anche la vite. Fu l'unico che si conquistò il suo posto nel concilio degli dei, un posto che gli venne ceduto dalla mite Estia, ma che il dio aveva ottenuto viaggiando per il mondo allora conosciuto e combattendo.
Dioniso aveva un seguito di donne, di sacerdotesse, le Menadi, che gli uomini temevano forse più dello stesso dio. Le accusavano di essere invasate, pazze, le consideravano streghe: quello che fanno sempre i maschi, in ogni latitudine e in ogni epoca, quando temono la forza delle donne, specialmente delle donne che sanno dimostrare la loro indipendenza. Dioniso era il dio della luna e quindi delle donne, destinato a essere sconfitto da Apollo, il dio del sole e dei maschi.
Ma Dioniso riuscì a sopravvivere, perché dai canti in suo onore nacque la tragedia - etimologicamente il canto del capro - e quindi divenne anche il dio del teatro, della finzione, della rappresentazione, un'altra cosa in qualche modo "irregolare" nella società in cui comandano i maschi. E naturalmente sopravvive nel vino, che evidentemente è donna, qualcosa che i maschi non riescono del tutto a capire e a controllare. Qualcosa da cui siamo continuamente inebriati.   

lunedì 17 settembre 2018

Verba volant (569): miss...

Miss, sost. f.

Chiara ha l'età per essere mia figlia, anzi sono io che sono abbastanza vecchio da poter essere suo padre. Immagino che sarei fiero della sua bellezza, del fatto che - anche se per me rimarrebbe sempre una bambina - è già bella come una donna; temo sarei uno di quei padri che riempiono la propria bacheca su Facebook di foto della figlia.
Poi sarei anche un padre preoccupato, probabilmente così preoccupato da diventare rompicoglioni. Sarei preoccupato proprio perché è bella, perché vedo che nella nostra società una persona - e specialmente una donna, una giovane donna - viene valutata solo in merito a quanto lunghe siano le sue gambe o prosperosi i suoi seni. Perché vedo che per lei ci sono pochissime - o meglio quasi nessuna - opportunità di affermarsi, di far valere la propria intelligenza, la propria determinazione, le proprie capacità, al di là della sua bellezza. Probabilmente vorrei che se ne andasse il prima possibile dall'Italia, non perché consideri gli altri paesi dei paradisi, ma perché il nostro fa davvero schifo.
Tra i molti auguri che avrei fatto a mia figlia non ci sarebbe certo stato quello di partecipare a un concorso di bellezza, di diventare una miss. Poi immagino anche che, una volta che lei avesse deciso, non l'avrei ostacolata.
Quel concorso in fondo è un gioco, o almeno così dovrebbe essere considerato, una cosa poco seria, una cosa da raccontare un giorno ai figli e ai nipoti. Quel concorso non mi piace - e per questo non avrei voluto che Chiara partecipasse - non perché le fa sfilare in costume da bagno, non perché alimenta un vouyerismo morboso; ovviamente sono cose che non mi piacciono - per nessuna, figurarsi per mia figlia - ma confido che lei sia abbastanza intelligente e forte da tenere lontani questi figuri. No, questo concorso - come tutti i mille concorsi che si svolgono nel nostro paese - non mi piace perché alimenta l'idea perversa che sia il solo mezzo attraverso cui si possa raggiungere il successo e soprattutto che il successo sia l'unico obiettivo a cui può ambire una giovane donna.
Io avrei voluto insegnarle - e se non ci sono riuscito è evidentemente colpa mia - che nella vita ci sono cose più importanti e che sta a lei scoprirle e realizzarle. Le avrei voluto insegnare che si può anche avere successo, che si può diventare famosi, ma che per farlo occorre studiare e lavorare, che non basta mettersi lì e sbattere gli occhi e far vedere le cosce. Immagino sarebbe stato complicato, visto che è quello che vedono ogni giorno i nostri figli, quello che gli insegnano. Basta esserci, nel posto giusto al momento giusto e magari con la persona giusta, e ovviamente si può fare di tutto per esserci, anche cedere a lusinghe o ricatti. Per questo alla fine la sua bellezza finisce per preoccuparmi.
Ah, quasi me ne dimenticavo, uno dei motivi per cui sono così fiero che Chiara sia mia figlia è perché è "storpia" e perché ha imparato a fare tutto con quella sua gamba "bionica" e perché va in giro a spiegare alle altre ragazze che si può fare, che si può fare tutto anche senza una gamba o un braccio. Per questo vincerà il concorso? Potrebbe essere. Ed è uno dei motivi per cui detesto questa società in cui stiamo facendo crescere lei e le sue coetanee, perché siamo arrivati al punto che vincere è così importante che qualcuno pensa che una persona farebbe di tutto per farlo, anche tagliarsi una gamba. In fondo - penserà qualcuno - Chiara è fortunata: non deve andare a letto con il Weinstein di turno, le manca una gamba. Io voglio che mia figlia non debba nemmeno pensare che questo è l'unico modo per una donna di emergere o perfino di lavorare e che consideri quella sua gamba "strana" per quello che è, non qualcosa da esibire, ma uno strumento che la fa vivere.
Non voglio che mia figlia diventi una miss, mi basta che sia una donna.

sabato 15 settembre 2018

Verba volant (568): euro...

Euro, sost. m.

Quando - e soprattutto perché - l'Europa è diventata un valore per noi di sinistra? Premetto - a scanso di equivoci - che io non sono sovranista. Non posso esserlo perché sono l'esatto contrario: sono internazionalista. Anzi sono internazionalista perché sono comunista e non si può essere comunisti e sovranisti allo stesso tempo.
Quando penso però alla mia storia politica - agli anni della mia "resistibile" carriera - ricordo l'enfasi che mettevo - che mettevamo più o meno tutti noi - sul tema dell'Europa: era nei nostri documenti congressuali, nei nostri discorsi, nel nostro sentire comune. Allora pensavamo - e mi sembra che molti lo pensino ancora oggi, non solo nel pd, ma anche nella composita galassia della "sinistra a sinistra del pd" - che essere di sinistra significasse essere a favore dell'integrazione europea e che lavorare per questo fine dovesse rappresentare un nostro obiettivo fondamentale. Sbagliavamo. Drammaticamente. E probabilmente questo è stato uno dei più gravi dei nostri errori.
Ovviamente io mi sento europeo, anzi mi sento europeo più di quanto mi senta italiano, perché sono nato e cresciuto nella cultura europea, e non potrò che essere tale, perché continuerò per sempre ad amare il teatro di Shakespeare e di Eduardo, la musica di Mozart e di Verdi, i quadri di Picasso e di Raffaello, i romanzi di Dostoevskij e di Calvino. Sono europeo perché la mia filosofia è quella greca. E altrettanto naturalmente sono contento che una lungimirante classe politica abbia deciso, alla fine del secondo conflitto mondiale, di creare dei meccanismi - attraverso il controllo comune delle materie prime che servono alla guerra, il carbone e l'acciaio - che rendessero sempre più difficile quello che era successo nei secoli precedenti, ossia lo scontro armato tra i paesi che, pur condividendo una cultura comune, avevano coltivato interessi economici e politici divergenti e spesso contrapposti. Occorre però anche dire che, al di là della capacità degli uomini che fecero l'Europa, la storia aveva deciso di andare da un'altra parte. Nella seconda metà del Novecento i paesi europei hanno smesso di essere potenze e il loro ruolo è stato preso da altre entità politiche e quindi i conflitti tra di essi sarebbero stati oggettivamente inutili e irrilevanti. E non si combatte mai una guerra inutile.
E allora perché, sostanzialmente tra la fine degli Ottanta e gli inizi dei Novanta - gli anni del nostro disorientamento, gli anni in cui abbiamo cominciato a morire - ci siamo aggrappati a questa idea dell'Europa? Credo per un motivo inconfessabile; e che infatti non abbiamo mai confessato. Teorizzavamo - e questo lo dicevamo in maniera esplicita - che l'Italia fosse un paese a maggioranza di destra, quasi naturaliter di destra, e quindi pensavamo che per vincere noi dovessimo progressivamente spostarci verso il centro, se non sposare tesi apertamente di destra. E questo accadde: diventammo un'altra cosa e vincemmo, e quindi ci convincemmo che stavamo facendo bene, che quella era la strada giusta. Invece avevamo vinto non perché eravamo diventati un'altra cosa, ma perché ci avevano fatto vincere, perché avevano capito che eravamo deboli, influenzabili, che saremmo stati a loro disposizione. Ma credo anche che pensassimo che il nostro paese fosse sostanzialmente irriformabile - un peccato esiziale per chi si professava riformista - che i condizionamenti interni e direi gli ostacoli etici prima che politici fossero troppo forti o comunque che noi fossimo troppo deboli per sconfiggerli. Ci convincemmo che in un contesto molto più ampio, che noi immaginavamo virtuoso, come quello europeo, la tara italiana, che era così preponderante se paragonata solo al nostro paese, sarebbe stata molto minore e finalmente affrontabile. E così cademmo nella loro trappola.
Qual è stata la funzione storica del governo Prodi? A cosa siamo davvero serviti noi che abbiamo fatto il centrosinistra? A portare l'Italia nell'euro. La destra non ci sarebbe riuscita - o almeno non ci sarebbe riuscita con la stessa facilità e la stessa rapidità con cui ci riuscimmo noi, perché noi avevamo una classe dirigente migliore e perché le persone che più avevano a temere di quel passaggio si fidavano di noi. A distanza di tanti anni dobbiamo riconoscere che è stata da parte loro un capolavoro politico: noi abbiamo fatto quello che loro non volevano e non avrebbero saputo fare, abbiamo consegnato il nostro paese a un potere fuori controllo e così ci siamo addossati ogni responsabilità.
E così adesso, dopo che hanno ricreato una destra fascista che fa paura, noi dobbiamo per forza di cose affidarci ancora una volta a loro. Tra Draghi e Orban chi scegliereste? Ovviamente Draghi, diranno subito i miei piccoli lettori. No, avete sbagliato. La soluzione per sconfiggere il fascismo non può essere quella di affidarsi a chi lo ha creato. E allo stesso modo non possiamo combattere il sovranismo solo affidandoci a un sovranismo a una dimensione più grande. Non si sconfigge il fascismo che sta tornando a essere forte in Europa affidandoci all'Europa del capitale. Provate a immaginare a qualcosa di diverso, provate a non essere schiavi di questa scelta, che sarà comunque per noi esiziale. 

giovedì 13 settembre 2018

"Chi ha orecchie..." di Guido Ceronetti

Chi ha orecchie in tenda
chi ha orecchie in tenda
Dice e ripete l'oscuro Giovanni
sgranando al porto le sue visioni
tra le grida dei friggitori
e le scannate angurie.
Io le orecchie le ho e in questa tenda
ci sto da molti anni.
Ma verrà mai qualcuno?
Una mano che getti una voce?
Che ci sia stato fin da principio
un errore di stampa?

domenica 9 settembre 2018

Verba volant (567): regolare...

Regolare, agg. m. e f.

Fino a qualche giorno fa non sapevo chi fosse Federico Pesci. Adesso ho imparato a conoscerlo. So che è uno che ha un paio d'anni meno di me, anche se si atteggia a fare il giovane. Non è certo l'unico, anzi è un problema di questa società, fatta di vecchi che si fingono ragazzi, in cui invecchiare è una cosa guardata con sospetto. Li conoscete anche voi, sono quelli che se ne vanno in giro esibendo le loro "fidanzate" di trenta o quaranta anni più giovani di loro, che fanno sport improbabili per tenersi in forma, che si "rifanno" tutto il rifattibile e che alimentano un settore molto specializzato dell'industria farmaceutica.
Questo Pesci poi è uno che ha fatto un po' di soldi vendendo vestiti, un bottegaio arricchito, e che si comporta come fosse molto ricco; anche questo è un vizio piuttosto comune, perché essere povero - o poco ricco - è una cosa volgare, una cosa che non si fa. Anche di questi ne conosciamo fin troppi: sono quelli che vivono al di sopra dei loro mezzi, che si indebitano pur di fare una vacanza "giusta" o di avere sempre l'ultimo modello di telefonino.
Pesci è uno di Parma, mi dicono conosciuto in città, ma d'altra parte Parma - nonostante quello che credono i parmigiani - è provincia e in provincia si conoscono un po' tutti. Ne ho conosciuti anch'io di quelli come Pesci - anche Bologna è molto provincia - sono quelli che a un tratto li vedi che sono invecchiati malissimo, che si sono persi, che magari continuano a fare gli spacconi al bar del quartiere, pur avendo le pezze al culo. Di uno come Federico Pesci non meriterebbe parlare se non avesse violentato una ragazza in una di queste notti di fine estate, insieme al suo pusher nigeriano. Suppongo che Pesci sia uno di quelli che "via i negri", a meno che non siano quelli che gli vendono la coca. E pensate ai commenti dei "bravi" parmigiani se l'aggressore fosse stato un "negro" e non uno di loro.
Uno dei problemi di queste brutte storie è che inevitabilmente finiscono per parlare solo i colpevoli, e mai le vittime. Anzi finiscono per diventare processi alle vittime. Gli imputati - e i loro avvocati - hanno l'opportunità di raccontarci ogni giorno le loro storie, comprese ovviamente le loro bugie. E noi finiamo per crederci. O peggio, smettiamo di ascoltare quel continuo cicaleccio. E così dimentichiamo anche le storie delle vittime.
Questa vicenda di Parma non fa eccezione. Secondo il racconto di Pesci la ragazza era consenziente, perché era una che lo faceva per soldi, perché aveva accettato di passare la notte con lui in cambio di settanta euro, perché aveva acconsentito anche a quei "giochetti", pare ispirati da un fortunato libro, che suppongo Pesci non abbia letto; non è avvezzo a questa pratica desueta, è uno che preferisce aspettare che esca il film. Naturalmente nessuna di queste cose può giustificare il fatto che una ragazza sia costretta ad andare in ospedale con lesioni così gravi in tante parti del corpo. La difesa calca continuamente su questo punto: "ma è stata pagata!".
In questi giorni abbiamo dovuto ascoltare parole davvero preoccupanti, perché qualcuno - temo perfino in buona fede - per difendere la ragazza, ha spiegato che la tesi di Pesci non regge, perché per settanta euro non puoi accettare di fare certe cose. Per mille euro sì? O per duemila? Su questo punto occorre essere netti: non esiste una tariffa che ti permette di fare male a una donna. E allo stesso modo non puoi pensare che sia possibile fare a una prostituta quello che non faresti mai alla tua fidanzata; peraltro Pesci è anche fidanzato, ma anche tradire la propria partner non è certo una colpa, anzi è un merito per quelli come lui.
Ha colpito molti l'atteggiamento che Pesci ha avuto quando i carabinieri sono andati ad arrestarlo. E' rimasto stupito, non riusciva a crederci, pare abbia detto "ma io sono regolare". Non so cosa esattamente significhi per lui questo aggettivo. La regola è propriamente l'asse di legno che serve a tirare le linee dritte e da qui è arrivato il significato figurato che tutti conosciamo. Quando ha detto "io sono regolare", non credo pensasse a una tecnica di difesa. Temo invece che Pesci non si renda proprio conto di quello che ha fatto e questo è in qualche modo ancora più grave. Perché Pesci è davvero "regolare". E' uno che crede di farla franca perché è ricco, perché è famoso, nel suo piccolo; e probabilmente fino a ora gli è andata bene, proprio perché qualcuno ha chiuso un occhio, perché qualche ragazza si è accontenta di un po' di soldi, perché lui era quello che era. Pesci è la regola? Per molti versi sì, purtroppo: Federico Pesci è quello che tanti sono e che tanti vorrebbero essere. Pesci è uno che si atteggia a essere un Briatore di provincia, un Vacchi alla parmigiana, uno di questi che occupano costantemente le cronache, uno da imitare.
Al di là di come andrà la vicenda giudiziaria - e in casi come questi la giustizia spesso non funziona - credo dovremmo essere preoccupati del fatto che le nostre figlie ogni giorno possano incontrare uno come Federico Pesci, possano perfino innamorarsene, che crescano in una società fatta di tanti Federico Pesci, magari meno sfrontati, meno incauti, magari meno stupidi, ma non per questo meno pericolosi. Dovremmo cominciare a lavorare affinché uno così non sia più la regola.

giovedì 6 settembre 2018

Verba volant (566): iena...

Iena, sost. f.

Non conosco Dino Giarrusso e non ho mai visto la trasmissione televisiva in cui so che ha lavorato: come persona non ho motivo di parlarne male - ma neppure bene, se è per quello. So che adesso si dedica alla politica e, visto che sostiene l'azione di questo governo, lo considero certamente un mio avversario.
Leggo che molti si sono scandalizzati per il fatto che il ministero dell'istruzione abbia assegnato a lui un incarico per "controllare" i concorsi universitari. Si tratta di un incarico politico? Va bene, per quale ragione uno che nella vita ha fatto una trasmissione televisiva non potrebbe svolgerlo?
Io sono uno di quelli che ha sempre aspramente criticato - per usare un eufemismo - Valeria Fedeli, per quello che ha fatto e non ha fatto come ministro, per il governo di cui faceva parte, semplicemente perché era del pd, ma non ho mai capito perché tanti - anche tra di voi, miei fedeli lettori - ce l'avessero con lei perché non era laureata. Per fare il ministro non serve una laurea, per fare politica non serve un'istruzione universitaria, ma bisogna avere delle idee, bisogna rappresentare delle persone, e bisogna avere la capacità e la voglia di mettere in pratica quelle idee e favore di quelle persone. Per fare politica bisogna fare delle scelte: un ministro dell'istruzione che dà forza alla scuola pubblica, anche se non sa scrivere, è per me un bravo ministro, mentre un professorone che dà soldi pubblici alle scuole dei preti è un cattivo ministro. Questa è la politica, e non si misura con la competenza.
Ho sempre trovato pericolosa l'idea secondo cui l'amministrazione della cosa pubblica debba essere appannaggio solo di chi ha studiato: è una concezione aristocratica e di destra. Giuseppe Bottazzi è diventato onorevole, anche se aveva solo la licenza elementare - e sappiamo presa in maniera piuttosto rocambolesca - eppure è stato un buon deputato - anche se ogni tanto sonnecchiava durante le lunghe sedute parlamentari - perché conosceva benissimo la terra e le persone che era stato chiamato a rappresentare. E' una storia, direte voi; no, perché io ne ho conosciute tante di persone così. Come ho conosciuto tecnici competenti che hanno fatto danni inenarrabili.
Il problema dell'incarico a Giarrusso - per cui anch'io sono molto arrabbiato - non è che lo abbiano affidato a lui, ma è proprio l'incarico in sé. In pratica questo governo di fronte a un problema che esiste - perché il modo in cui viene fatta la selezione dei docenti universitari è un problema in questo paese, un problema grave - non trova le soluzioni per risolverlo, ma chiede a qualcuno di raccogliere le delazioni. Il sottosegretario è stato di un estremo candore, dicendo che l'ufficio di Giarrusso sarà "il punto di riferimento privilegiato per tutti coloro che volessero aiutarci a difendere e diffondere una cultura di trasparenza e meritocrazia nel mondo accademico italiano. Chi meglio di una ex-Iena per farlo!".
Perché ovviamente è meglio non scardinare un sistema che in qualche modo funziona. Metti che domani sia io o sia mio figlio quello che deve vincere il concorso, passando avanti a quelli che se lo meriterebbero di più: non possiamo mica cambiare le regole. Intanto è importante che quello là che mi sta sul cazzo non vinca il concorso e poi vedremo. Allora chiamo le Iene - o il Gabibbo o decidete voi chi - e lo denuncio. Perché in questo paese le regole devono valere sempre per gli altri. E quindi -come avviene per gli appalti - si fa un sistema di regole complicatissime, spesso contraddittorie, proprio per favorire i disonesti, poi si costituisce un'autorità a cui fare la spia contro i nostri nemici. Cantone è una iena esattamente come Giarrusso, che si nutre delle carcasse, della carne marcia. Per questo in Italia preferiamo avere al governo delle iene, perché non fanno troppo le schizzinose quando ci vedono mangiare. 

domenica 2 settembre 2018

Verba volant (565): cazzo...

Cazzo, sost. m. 

Daniele Ricciarelli ovviamente sapeva benissimo su cosa stava lavorando, era consapevole che stava tradendo il suo maestro, intervenendo su una delle sue opere più grandi. Immagino che ne soffrisse, ma probabilmente pensava che era meglio che fosse un allievo, anzi che fosse proprio lui che era uno dei prediletti, piuttosto che un qualche altro pittore, a coprire le pudenda dei santi che Michelangelo aveva dipinto nel Giudizio universale, lasciandole alla vista del papa, dei cardinali, dei clerici e dei visitatori della Cappella sistina. Poi, siccome la memoria a volte è ingiusta e crudele, noi ricordiamo Ricciarelli per il soprannome di Braghettone e proprio per questo suo intervento censorio e non per le opere di ottima fattura, che pure troviamo nei musei di tutto il mondo. Forse i cardinali che imposero al Braghettone di "rivestire" le figure di Michelangelo non soffrirono per quell'azione, ma certamente sapevano quello che facevano e anzi proprio con il fatto che imposero quell'intervento su quell'affresco così celebre, di quell'autore così famoso, in un luogo simbolo della cristianità, ossia l'aula dove si eleggeva il papa, fecero capire che con quella censura non si poteva scherzare. La chiesa di Roma non voleva che fossero mostrati corpi nudi; potevi anche essere Michelangelo, ma non potevi dipingere un cazzo.
Gli etimologisti ci spiegano che questa parola è una forma contratta di capezzo - da cui anche capezzolo, un'altra parte del corpo, delle donne in questo caso, che i cardinali ordinarono di coprire - a sua volta derivata dal latino capitium, perché - come spiega con la solita acutezza il Pianigiani -
quasi dica piccolo capo nel senso di manico, a cui rassomiglia l'arnese di cui trattasi.
Prima di continuare, permettetemi una piccola curiosità etimologica. Una delle tante altre parole con cui si indica "l'arnese di cui trattasi" - che usiamo per essere più "eleganti" e non dire cazzo - deriva dal verbo latino pendere ed equivale quindi a coda. Non sappiamo allora se questa cosa qui, a cui noi maschi teniamo particolarmente, sia un capo o una coda. Ma passiamo oltre, che è meglio.
Sta per cominciare a Milano una mostra dedicata a Caravaggio e quelli che curano la comunicazione dell'evento hanno scelto tra le immagini con cui reclamizzarlo il San Giovanni battista, noto anche come Giovane con un montone. E proprio al centro del quadro c'è inequivocabilmente l'arnese di cui trattasi. Temendo, con ragione peraltro, le ire dei censori di Facebook, questi esperti hanno chiamato un moderno "braghettone", che ha pixelato - scusate l'orrido neologismo - il particolare di cui trattasi e quindi la foto è potuta uscire nei social, senza incappare in una qualche moralistica reprimenda. Quel cazzo nascosto non offendeva più la morale, ma certo la nostra intelligenza e il buon senso.
A differenza di Daniele da Volterra dubito che l'ignoto pixelatore abbia sofferto per quel suo intervento e quel che è peggio gli esperti non si sono resi conto di quel che facevano. L'obiettivo era aggirare la censura "feisbucchiana" e magari garantire un po' di pubblicità gratuita alla mostra, a cui anch'io evidentemente partecipo - e lo faccio con gioia: credo che una mostra, seppur mal organizzata, vada sempre promossa.
Ciascuno di noi ogni giorno è costretto a vedere cose ben più volgari e pornografiche dell'immagine di quel giovane. Per non parlare di quello che vedono i nostri figli. Su Facebook ogni giorno c'è una continua esposizione pornografica di idee e di valori. Ogni volta che ci fanno vedere in uno spot pubblicitario una donna, usando il suo corpo per venderci un'auto o un telefono, ogni volta che ci raccontano che una donna ha subito violenza perché ha indossato una gonna corta o è uscita da sola, ogni volta che una donna viene valutata solo per il suo aspetto, quella è pornografia, molto più dannosa di qualsiasi cazzo che ci possano mostrare, anche di quelli che non sono stati dipinti da Caravaggio.
Anzi, nella merda di società in cui viviamo, abbiamo un bisogno disperato di arte, di bellezza, che ci allontani dallo schifo in cui siamo immersi. Ci salveranno anche i cazzi di Michelangelo e di Caravaggio; e anche le braghe di Daniele da Volterra.

sabato 1 settembre 2018

Verba volant (564): archeologia...

Archeologia, sost. f.

Tra le diverse cose stupide lette e ascoltate nei giorni immediatamente successivi al disastro di Genova c'è stata certamente questa frase: come mai i ponti moderni crollano, mentre sono ancora in piedi quelli costruiti dai romani? Da nessuna parte noi usiamo dei ponti romani per attraversare un fiume. I pochissimi ponti dell'epoca romana che ancora esistono - e resistono - non vengono utilizzati da molto tempo, spesso da centinaia di anni, perché sono stati progressivamente sostituiti da opere costruite nei secoli successivi. Le costruzioni degli antichi - come quelle dei moderni - sono destinate a crollare, prima o poi: l'eternità non è di questo mondo.
E infatti le nostre città cambiano continuamente, perché le costruzioni crollano o devono essere demolite e al loro posto ne sorgono di nuove, che avranno lo stesso inesorabile destino. Gli antichi - proprio come i moderni - si sbagliavano a progettare oppure costruivano male. Anzi progettavano e costruivano - per ovvie ragioni - peggio dei moderni.
Avete mai notato che la basilica di san Pietro a Roma non ha il campanile? A dire la verità avrebbe dovuto averne due, bellissimi, a destra e a sinistra della facciata, progettati da Gian Lorenzo Bernini. I lavori vennero iniziati, ma mai finiti, perché quando la torre a sud stava per essere completata e fu issata la pesante campana, si svilupparono alla sua base delle crepe molto profonde, che rischiavano di danneggiare anche la facciata. Era colpa del progetto, come sostenevano i nemici di Bernini - tra cui il rivale Borromini, che avrebbe voluto avere quell'incarico così prestigioso - o la torre era stata costruita male e poteva essere sistemata, come diceva l'architetto? La commissione d'inchiesta disse che si trattava di un errore di costruzione, ma per ordine del papa, che non amava l'artista e soprattutto il suo predecessore che lo aveva scelto, la torre sud fu abbattuta - a spese del Bernini, tra le altre cose - e il cantiere di quella nord, appena cominciata, rapidamente chiuso.
La chiesa di san Giuseppe dei falegnami, costruita più o meno in quegli stessi anni in cui Bernini tentava l'impresa dei campanili, può subire dei crolli, visto anche che fu progettata da artigiani meno bravi e probabilmente costruita da operai meno specializzati di quelli impiegati dalla fabbrica di san Pietro. Riconoscere che un vecchio edificio può subire danni, accettare che sarà destinato prima o poi a essere distrutto, non significa però stare a guardare senza fare nulla, aspettando che crolli definitivamente.
Quella chiesa - abbiamo saputo ieri, quando il soffitto è crollato - è di proprietà del Vicariato di Roma, che ne ha anche la "custodia", mentre allo stato, attraverso la Soprintendenza ai beni archeologici, tocca la "tutela". Forse bisognerebbe mettersi d'accordo su cosa significhino esattamente queste parole, ossia dove finisce la custodia e comincia la tutela. Ci è parso di aver capito che la custodia consista nell'aprire la chiesa, si immagina dietro compenso, alle coppie di sposi che lì vogliono celebrare il loro giorno più bello, mentre la tutela consista nel fare i lavori di restauro. Qui mi pare ci sia un problema, perché se io cittadino pago per conservare quel monumento devo avere il diritto di entrarci e non dovrebbe esserci un privato che decide chi ci entra e chi no e soprattutto che ci guadagna da queste entrate. E inoltre mi pare che i lavori di restauro non siano stati molto efficaci.
Inoltre quella chiesa è costruita sopra il carcere mamertino, il più antico di Roma, dove furono imprigionati nemici, come Giugurta e Vercingetorige, oppositori politici, come Caio Gracco e i compagni di Catilina, e i primi diffusori del cristianesimo, tra cui - secondo la tradizione - Pietro e Paolo. Questo monumento - la cui struttura è ovviamente legata a quella della chiesa costruita sopra - è sotto la competenza del Parco del Colosseo, un ente diverso, per quanto sempre dipendente dal Ministero, dalla Soprintendenza. 
Forse questo sistema di tutele e di custodie andrebbe un po' semplificato. Perché quell'edificio - carcere e chiesa - è a tutti gli effetti una parte di una delle aree archeologiche più significative del mondo, ossia il foro romano, la "piazza" della più importante città del mondo antico.
E allora dobbiamo fare delle scelte. Mi rendo conto che è difficile stilare un elenco, ma ci sono luoghi a cui la collettività non può assolutamente rinunciare, che ha il dovere di preservare a qualsiasi costo. Tra l'altro - a differenza dei tempi di Bernini e Borromini, per non parlare di quelli ancora precedenti - ora ci sono le tecnologie per salvare i monumenti ben oltre il loro naturale periodo di deperimento. E questo lavoro deve essere a carico della collettività, ciascuno di noi deve pagare per salvare il foro romano, come Pompei, per permettere alle generazioni che verranno tra qualche secolo di continuare a sentirsi parte di una storia.     
A dispetto del significato etimologico di questo nome noi dovremmo cominciare a considerare l'archeologia come una scienza che si occupa del futuro. Perché i nostri figli avranno bisogno del foro romano.

sabato 25 agosto 2018

Verba volant (563): progetto...

Progetto, sost. m.

Il ponte autostradale sul torrente Polcevera è stato costruito tra il 1963 e il 1967 e ha resistito - come è ormai tragicamente noto - solo cinquant'anni. Ho studiato filosofia antica, non posso certo dire se c'erano limiti già nel progetto di quel ponte o se sia stato realizzato male o se semplicemente non potesse durare di più, visto il materiale in cui era stato realizzato e il carico, sempre crescente, che doveva sopportare. Certo di tutto questo si discuterà a lungo, ma comunque chi aveva in carico quel ponte - e chi da quel ponte guadagnava con i pedaggi - doveva impedire che crollasse proprio il 14 agosto e che quel crollo provocasse tutti quei morti.
Non voglio parlare di queste responsabilità, ma proprio del progetto, di quello che rappresentò nell'Italia di allora. Progetto è una parola moderna, anche se ovviamente risale al latino, che deriva in questo suo significato sia in italiano che in inglese dal francese projet. E' una parola ottimista, se ha un senso dare questo aggettivo a una parola, è l'idea di poter costruire il futuro. Cinquant'anni sono pochi - noi uomini che siamo intorno a quella soglia pensiamo di avere ancora tantissime cose da fare, quasi tutta la vita davanti - eppure quell'Italia là sembra molto distante dal paese di oggi, almeno quanto l'Italia di Garibaldi e di Cavour. E invece è l'Italia in cui sono cresciuti i nostri genitori.
Chi aveva vent'anni quando si cominciò a costruire il ponte era cresciuto in un paese in cui non solo il ricordo, ma anche l'esperienza della guerra era ancora molto viva tra le persone. A vent'anni si hanno delle speranze - molte di più e con maggior ragione di quando se ne hanno cinquanta - e quel ponte era un pezzo, tangibile e concreto, di quella speranza. Ce lo hanno raccontato in questi giorni tanti genovesi, che hanno ricordato l'entusiasmo con cui assistevano alla costruzione del loro ponte di Brooklyn.
Riccardo Morandi era uno dei tantissimi tecnici che mettevano le proprie capacità a disposizione di questa Italia che stava ricostruendo tutto quello che la guerra aveva distrutto e che voleva crescere. Era un'Italia artigiana, che faceva, che sapeva fare e che insegnava a fare. Morandi, tra le tante cose che fece in tutto il mondo, vinse il concorso internazionale per il salvataggio dei templi egizi di Abu Simbel e i suoi ponti diventarono un simbolo di modernità.
Perché quell'Italia in soli cinquant'anni è rimasta fisicamente e moralmente sotto le macerie di qual ponte? Nel '63, l'anno in cui cominciò la costruzione, uscì il film di Francesco Rosi Le mani sulla città. Chiaramente in quell'Italia lì la malattia stava già incubando: bisognava costruire, c'era bisogno di nuove case, di nuove strade, di nuovi ponti, bisognava farli e farli in fretta. In tante zone d'Italia - non solo nel Mezzogiorno - questo significò dare il via libera alle forze peggiori del paese, e agli istinti peggiori delle persone. Certo erano i grandi costruttori quelli che ci guadagnavano di più, insieme ai politici, ai tecnici, ai magistrati che garantivano loro protezione e appoggi, ma quella corruzione rispondeva a delle necessità collettive e creava ricchezza. Quei cantieri garantivano posti di lavoro per tantissimi lavoratori, che avevano bisogno di case. Erano brutte case? Certamente, ne erano consapevoli quelli che ci andavano a vivere, ma contavano che sarebbe stata una soluzione temporanea e così fu per molti di loro. Grazie al loro lavoro poterono negli anni successivi lasciare quelle brutte case e averne di più belle e dignitose. Di quella corruzione godevano in qualche modo i frutti troppo persone e si chiusero gli occhi. L'Italia cresceva, le persone nate alla fine della guerra in un'Italia poverissima, potevano legittimamente sperare che i loro figli sarebbero cresciuti in un paese in cui la guerra non ci sarebbe più stata e che avrebbero avuto opportunità che per loro sarebbero state inimmaginabili. E fu esattamente così. Quell'Italia era un gigante con i piedi di argilla o di cemento armato, probabilmente il materiale simbolo di quell'età.
Il 1967, quando il ponte fu inaugurato, non fu un anno memorabile per il cinema italiano: tanti musicarelli, moltissimi spaghetti western, qualche film scollacciato, soprattutto storie di gangster e di spie. Ma fu anche l'anno di Edipo re di Pier Paolo Pasolini. Il grande intellettuale sentì il bisogno di fuggire dal presente, di tornare a un grande classico. Certo si trattava di un'indagine autobiografica - qualcuno la lesse come un ripiegamento nel privato - ma con la storia di Edipo Pasolini vuole anche raccontarci la storia di un uomo che, accecato dalla volontà di non sapere ciò che è, avanza inesorabilmente verso la catastrofe. E' una storia immortale, è la condizione umana, ma mi sembra che ben si adatti a quegli anni.
In quello stesso anno usciva la raccolta di racconti di Italo Calvino Ti con zero. Mentre Pasolini ritorna all'antica Grecia, lo scrittore sanremese si dedica a un genere nuovo, più vicino alla fantascienza, per quanto ancora una volta molto personale. Con questi racconti Calvino in qualche modo fugge da una realtà che gli va sempre più stretta per affrontare l'insieme di tutte le possibilità narrative che una situazione, semplice, apparentemente banale, può contenere e sviluppare. Si tratta di approcci antitetici, assolutamente diversi, fughe nel passato e nel futuro, ma in qualche modo entrambi campanelli d'allarme lanciati da questi due grandi intellettuali. Naturalmente questo allarme non fu ascoltato.
Sempre in quell'anno debutta alla Fenice di Venezia una nuova commedia di un altro grande intellettuale italiano, Eduardo De Filippo, intitolata Il contratto. E' un'opera meno nota del grande drammaturgo, ma da lui molto amata e considerata una delle più significative. Il protagonista, Geronta Sebezio, assicura di poter far tornare in vita una persona appena morta, a certe condizioni, sancite appunto nel contratto che fa sottoscrivere alla persona che si rivolge a lui prima della morte: il desiderio sincero dei familiari di riaverlo tra di loro e un testamento generoso verso tutti, anche le persone detestate in vita. Ovviamente Sebezio non ha alcun potere taumaturgico, ma approfitta della naturale paura di morire e dell'altrettanto prevedibile rapacità dei parenti rimasti in vita. E infatti quel contratto e le sue conseguenze diventano il modo per il protagonista, che conosce assai bene le debolezze degli uomini, di impadronirsi con una serie di raggiri di una parte del patrimonio del defunto. Non ebbe molta fortuna questa commedia, fu poco rappresentata, perché metteva di fronte agli spettatori uno spettacolo che non volevano vedere: la loro avidità, il loro egoismo, la loro falsità. La commedia si chiude con la scena di una festa di nozze, in cui gli invitati sono impegnati ad arraffare ogni cosa che si possa mangiare, compresa la frutta dei festoni. Questo era l'Italia del '67 che raccontava, anche lui inascoltato, Eduardo.
Ma c'era anche un'Italia che aveva un altro progetto, c'era un pezzo d'Italia che provava a costruire una società diversa, più giusta. Era anche l'Italia in cui i lavoratori volevano essere protagonisti di un riscatto sociale. Ma contro questa Italia sarebbe arrivato - solo due anni dopo l'inaugurazione del ponte Morandi - l'attacco delle forze del capitale con la strage di piazza Fontana. Fu un attacco violento, durissimo, da cui il paese non riuscì a rialzarsi. Rimasero i palazzinari, i politici e i magistrati al loro servizio, rimasero quelli che provavano a prendere le briciole del loro banchetto, e rimasero quelli come Sebezio, che si approfittavano di questa situazione.
Quando dobbiamo cercare le cause del crollo del ponte, non possiamo fermarci all'ultimo camion che ha provocato la vibrazione fatale, ma dobbiamo pensare alla storia di quel ponte. Così, quando dobbiamo cercare le cause del crollo del nostro paese, non possiamo fermarci alla fine, alle meschinità del tempo in cui viviamo, ma dobbiamo avere la capacità di guardare a una storia più lunga, dobbiamo capire qual era il progetto. Soprattutto se abbiamo l'ambizione - e spero che qualcuno tra i giovani l'abbia - di ricostruire dalle macerie. Sento che adesso tanti dicono che bisogna ricostruire quel ponte, anzi che bisogna ricostruire tantissimi ponti, e che è possibile farlo in fretta - dicono che è possibile rifare il ponte sul Polcevera in meno di un anno - mi sembra che ci sia la stessa frenesia di rapina di cinquant'anni fa, ma senza l'entusiasmo, forse un po' ingegno, di allora. Credo che i ponti che costruiremo così saranno destinati a crollare ben prima che tra cinquant'anni. E con loro il paese. Bisogna fare altro, prima di ricostruire i ponti, bisogna riannodare quei fili che si sono spezzati cinquant'anni fa, bisogna studiare le opere dei maestri che hanno provato a metterci in guardia, bisogna provare a recuperare il buono che c'era in quel progetto di società.

martedì 21 agosto 2018

Verba volant (562): crollo...

Crollo, sost. m.

Se un ponte autostradale crolla non è una disgrazia, ma un omicidio.
Quando vi chiedete cosa sia la guerra di classe - e se venga ancora combattuta - pensate a quello che è successo il 14 agosto a Genova.
Quel ponte non è crollato per la pioggia o per un fulmine o per qualche altra imprevedibile fatalità, ma perché ai padroni delle autostrade interessa soltanto incassare i sempre più cari pedaggi che tutti noi sfruttati paghiamo loro e non vogliono spendere nulla per la manutenzione - per inciso di qualcosa che è stato costruito con i soldi pubblici e di cui ora loro godono i frutti. La privatizzazione delle autostrade è stata un'operazione di redistribuzione della ricchezza: è stato tolto qualcosa ai poveri per darlo ai ricchi. E se poi i poveri, gli sfruttati, rimangono sotto le macerie di un ponte crollato, peggio per loro. Se vi chiedete ancora perché sia morta la sinistra in Italia, voglio ricordarvi che noi quando eravamo al governo abbiamo venduto le autostrade. Ecco di quel provvedimento tanti di noi - io allora ero funzionario del partito del presidente del consiglio - sono responsabili e oggi tutti noi abbiamo sulla coscienza i morti di Genova. Anche un po' di noi è sotto quelle macerie.
Non so se tra qualche anno ascolteremo le intercettazioni, ma certamente qualcuno in queste sere ha stappato le bottiglie di champagne: c'è un ponte da fare ex novo e ci sono le macerie del vecchio da rimuovere. Tutto in fretta, tutto senza fare gare d'appalto, tutto senza alcun vincolo e controllo. È un'emergenza, baby. Quello di cui prospera il capitalismo di rapina di questo sfortunato paese.
Sembra che adesso molti, perfino a destra, dicano che le autostrade non vengano più concesse ai privati. Anche se tra qualche settimane, quando il campionato di calcio sarà entrato nel vivo e sarà cominciata anche la Champions, di questo non si parlerà più.
Poi leggo anche i commenti di quelli - con alcuni ho perfino militato nello stesso partito - che, per autentica convinzione liberal-liberista o per dare contro al governo che li ha mandati all'opposizione e in qualche caso costretti a lavorare, difendono i padroni delle autostrade, perché bisogna aspettare la giustizia - come se la giustizia in Italia fosse una cosa giusta e non un potere in mezzo ad altri poteri - perché non bisogna spaventare i mercati e tutta la retorica liberista con cui abbiamo infarcito per vent'anni le nostre pratiche di governo. Questi di ora non sono Lenin - e non vogliono esserlo - sono, nella migliore delle ipotesi, dei furbastri che lucrano sulle emozioni e sulle paure delle persone o, nella peggiore, vogliono sostituire i padroni amici del vecchio regime con i padroni amici loro.
Io certamente non voglio difendere i Benetton, che meritano la gogna mediatica a cui sono sottoposti: sono padroni, si sono approfittati dei beni pubblici al massimo, hanno lucrato alle spalle dei lavoratori, di noi utenti delle autostrade, della collettività. Sono i mandanti degli omicidi di Genova. Non meritano la nostra comprensione e la nostra pietà. Ed è giusto colpirli nell'unica cosa che fa loro davvero male: togliendo loro denaro.
Naturalmente io credo che sia meglio che le autostrade - come tutte le altre reti infrastrutturali - ritornino a essere pubbliche: smetteranno così di ingrassare i profitti dei padroni a cui le abbiamo svendute. Ma ovviamente questo non basta, perché se lo stato continuerà a gestirle nello stesso modo, ossia comportandosi come un padrone, cercando di massimizzare i profitti a danno della sicurezza, dei diritti dei lavoratori e dei consumatori, allora i ponti continueranno a crollare sulle teste dei poveri. Il problema che ci pone la vicenda di Genova è che il capitalismo è il nostro unico metro di giudizio e che fin che sarà così noi continueremo a stare sotto le macerie.

"Aspettando Godot" di Claudio Lolli

Vivo tutti i miei giorni aspettando Godot,
dormo tutte le notti aspettando Godot.
Ho passato la vita ad aspettare Godot.
Nacqui un giorno di marzo o d'aprile non so,
mia madre che mi allatta è un ricordo che ho,
ma credo che già in quel giorno però
invece di succhiare io aspettassi Godot.
Nei prati verdi della mia infanzia,
in quei luoghi azzurri di cieli e aquiloni,
nei giorni sereni che non rivedrò
io stavo già aspettando Godot.
L'adolescenza mi strappò di là,
e mi portò ad un angolo grigio,
dove fra tanti libri però,
invece di leggere io aspettavo Godot.
Giorni e giorni a quei tavolini,
gli amici e le donne vedevo vicini,
io mi mangiavo le mani però,
non mi muovevo e aspettavo Godot.
Ma se i sensi comandano l'uomo obbedisce,
così sposai la prima che incontrai,
ma anche la notte di nozze però,
non feci altro che aspettare Godot.
Poi lei mi costrinse ed un figlio arrivò,
piccolo e tondo urlava ogni sera,
ma invece di farlo giocare un po',
io uscivo fuori ad aspettare Godot.
E dopo questo un altro arrivò,
e dopo il secondo un altro però,
per esser del tutto sincero dirò,
che avrei preferito arrivasse Godot.
Sono invecchiato aspettando Godot,
ho sepolto mio padre aspettando Godot,
ho cresciuto i miei figli aspettando Godot.
Sono andato in pensione dieci anni fa,
ed ho perso la moglie acquistando in età,
i miei figli son grandi e lontani però,
io sto ancora aspettando Godot.
Questa sera sono un vecchio di settantanni,
solo e malato in mezzo a una strada,
dopo tanta vita più pazienza non ho,
non voglio più aspettare Godot.
Ma questa strada mi porta fortuna,
c'è un pozzo laggiù che specchia la luna,
è buio profondo e mi ci butterò,
senza aspettare che arrivi Godot.
In pochi passi ci sono davanti,
ho il viso sudato e le mani tremanti,
e la prima volta che sto per agire,
senza aspettare che arrivi Godot.
Ma l'abitudine di tutta una vita,
ha fatto si che ancora una volta,
per un minuto io mi sia girato,
a veder se per caso Godot era arrivato.
La morte mi ha preso le mani e la vita,
l'oblio mi ha coperto di luce infinita,
e ho capito che non si può,
coprirsi le spalle aspettando Godot.
Non ho mai agito aspettando Godot,
per tutti i miei giorni aspettando Godot,
e ho incominciato a vivere forte,
proprio andando incontro alla morte,
ho incominciato a vivere forte,
proprio andando incontro alla morte.
ho incominciato a vivere forte,
proprio andando incontro alla morte.

lunedì 20 agosto 2018

Verba volant (561): pomodoro...

Pomodoro, sost. m.

Nel limite delle sempre più ridotte possibilità di scelta concesse a noi consumatori, faccio attenzione quando acquisto una bottiglia di passata di pomodoro. Anche perché vivo nella provincia in cui è stato inventata, alla fine dell'Ottocento, l'industria del pomodoro, vedo i campi in cui queste piante vengono coltivate e incrocio i camion carichi dei frutti che diventeranno la passata che acquisterò. E poi so che in Emilia-Romagna la raccolta del pomodoro è quasi del tutto meccanizzata e che ogni anno, entro il mese di febbraio, i rappresentanti degli agricoltori e quelli degli industriali determinano superfici da coltivare, quantità di frutti da ritirare, prezzi di vendita e premi legati alla maggior qualità. Questo mi offre una serie di garanzie, che considero importanti.
Solo da qualche anno posso scegliere che passata acquistare: sono fortunato. Pochi anni fa non avevo questa opportunità: andavo in un discount e sceglievo la passata che costava meno. Per produrre quella passata che io pagavo così poco venivano usati pomodori raccolti da schiavi? Certamente, ma non avevo davvero altra possibilità e me lo dovevo far andare bene.
Possiamo scrivere belle leggi contro il fenomeno del caporalato in agricoltura, possiamo perfino provare ad applicarle e magari garantire nelle zone dove non esistono dei servizi di trasporto pubblico decenti - senza i camioncini dei caporali i campi di intere regioni del paese sarebbero semplicemente irraggiungibili - ma nulla di queste buone pratiche - così come quelle attuate nella mia regione - affronta il vero problema: siamo noi, tutti noi e specialmente i più poveri di noi, che abbiamo bisogno di schiavi. Quelli che raccolgono i pomodori ci danno "fastidio" perché in qualche modo siamo costretti a vederli, anche se facciamo di tutto per girarci dall'altra parte, e, nonostante questi nostri sforzi per ignorarli, veniamo a sapere quando muoiono, come è successo a causa di due drammatici incidenti in Puglia. Ma quelli che in Cina e in India producono i nostri vestiti di tutti i giorni, quelli che vogliamo costino sempre meno? Quelli non li vediamo e certo non ci accorgiamo quando muoiono, vittime di queste stesso sfruttamento.
Se ci pensiamo bene, questa è l'essenza - e anche la forza - del capitalismo che domina le nostre vite: più siamo sfruttati, più siamo poveri, più abbiamo bisogno che altri nostri fratelli siano sfruttati più di noi. Probabilmente quelli che raccolgono da schiavi i pomodori comprano la passata "fatta" da loro, perché è una delle cose più economiche che trovano nei discount, una delle pochissime che possono permettersi con quello che guadagnano. E così diventano gli sfruttatori di se stessi e ridanno ai loro padroni i pochi soldi dei loro salari.
Il comunismo - o come vogliamo chiamare un mondo diverso non più dominato dal capitalismo - deve avere prima di tutto questo obiettivo: spezzare questo circolo vizioso, per cui più siamo sfruttati, più ci mettiamo nelle condizioni di esserlo, come un laccio che ci stringe sempre più forte, quando proviamo a liberarci. E finisce per strozzarci.
Per questo dobbiamo essere in grado di innescare un processo completamente diverso: chi raccoglie i pomodori - come ogni altro lavoratore - deve essere retribuito in maniera equa per il suo lavoro, questo farà inevitabilmente salire il prezzo della passata, ma un lavoratore pagato in maniera equa può acquistare una passata che costa di più. Smetteranno di guadagnarci così sfacciatamente i padroni dei campi, delle fabbriche di trasformazione, degli hard-discount, ossia quelli che ora lucrano sullo sfruttamento dei braccianti, degli operai, dei commessi. In fondo la guerra di classe - come ogni guerra - non può essere a somma zero: per stare meglio noi, devono star peggio e soffrire loro. I padroni non hanno certo scrupoli, adesso tocca a noi cominciare a tirar loro in faccia i pomodori marci.

lunedì 13 agosto 2018

Verba volant (560): bambola...

Bambola, sost. f.

Alla fine dell'Ottocento l'etimologista senese Ottorino Pianigiani definiva così la parola bambola:
Un fantoccino vestito ordinariamente da donna, che serve di trastullo alle bambine e ai bambini.
Per inciso quel vecchio conservatore sabaudo era molto più moderno di tanti nostri politici, preti e intellettuali che credono che i maschietti che giocano con le bambole diventino omosessuali.
Voglio parlarvi di altre bambole, che invece sono il trastullo non dei bambini, ma dei loro padri. Giorni fa abbiamo letto su Repubblica e La Stampa una dettagliata "marchetta" - quando un giornalista si prostituisce bisogna pur dirlo - in cui si annunciava l'imminente apertura a Torino di una "casa" in cui i clienti avranno a disposizione una decina di "bambole", da utilizzare nel modo che preferiscono.  Il giornalista marchettaro ci ha spiegato che i titolari dell'attività garantiranno al massimo la riservatezza e l'igiene.
Ho letto nei commenti che qualcuno la considera una buona cosa. Le bambole  quando nessuno ci "gioca" vengono chiuse in una stanza e non fanno come le puttane che se stanno in strada a rendere degradate le vie dove abitano i puttanieri e le loro famigliole.
Credo che queste ludoteche del sesso dovrebbero essere vietate e i loro gestori arrestati.
In una società come la nostra, così pericolosamente maschilista e sessista, in cui i corpi delle donne sono considerati merci da vendere e comprare, la diffusione di questi bordelli tecnologici è un ulteriore attacco alle donne e alla loro dignità e un pericolo.
L'articolo, fingendo di fare cronaca, spiega che ci sono bambole di forme diverse, per soddisfare i gusti dei tanti potenziali clienti. C'è anche un uomo - perché i "veri" maschi non disdegnano neppure questo - e una donna incinta. E naturalmente il cliente può servirsi di quelle bambole come vuole, da solo, in coppia, con gli amici - pare sia un'originale idea per l'addio al celibato. Praticamente il porco - pardon, il cliente - può sfogare su queste bambole ogni propria perversione, le può picchiare, violentare, uccidere perfino. Poi può rivestirsi,  ritornare dalla propria bella famiglia, rigorosamente tradizionale, andare a messa e firmare petizioni per "ripulire" il suo quartiere dalle puttane. Ma poi qualcuno di questi "bravi" padri di famiglia rimarrà deluso dal fatto che quelle bambole non piangono, non soffrono, non muoiono, e deciderà di tornare a essere violento "alla vecchia maniera", picchiando e stuprando la propria moglie, la propria figlia, o magari una puttana trovata sotto casa. Costa anche meno.
E poi queste bambole sono già oggetti: quanto è più soddisfacente per il "vero" uomo far diventare un oggetto una donna vera.
In una società in cui avremmo bisogno di insegnare ai maschi come gestire il sesso, come rapportarsi con le donne, non serve avere luoghi in cui fare scatenare i loro peggiori istinti, in cui possano diventare stupratori. Limitandosi a pulire tutto quando hanno finito.

venerdì 10 agosto 2018

Verba volant (559): desiderio...

Desiderio, sost. m.

Questa notte, mentre avrete gli occhi rivolti verso il cielo per cercare di avvistare le Perseidi, e farete il catalogo dei vostri desideri, piccoli e grandi, raggiungibili e irrealizzabili, scegliendo quello da esprimere al passaggio di una stella cadente, pensate per un attimo anche all'etimologia della parola desiderio, che significa letteralmente guardare intensamente le stelle.
Vi auguro - e mi auguro - di guardare questa notte al cielo con lo stesso stupore con cui lo guardavano gli antichi, con la loro timorosa devozione e reverente attrazione. Quelle donne e quegli uomini quando osservavano le stelle rimanevano rapiti da quello spettacolo, riconoscevano in quella trama lucente figure di animali fantastici, vedevano creature immortali e forse anche se stessi e, senza che nessuno dicesse loro che dovevano farlo, esprimevano le loro paure e i loro sogni. E per questo fu naturale chiamare ciò che volevano, ciò che speravano, desiderio, perché quella richiesta era in qualche modo rivolta alle stelle.
Immagino che anche loro abbiano presto scoperto che quasi mai ottenevano quello che chiedevano alle stelle, che le persone che amavano, nonostante quelle preghiere, continuavano ad ammalarsi e a morire. Noi lo sappiamo anche meglio di loro, conosciamo alcune delle leggi fisiche che regolano i movimenti degli astri, abbiamo trasformato queste notti d'estate in una specie di gioco di società, in cui ci ritroviamo e esprimiamo i nostri desideri, per lo più futili.
Io credo che questa notte, mentre guarderemo le stelle cadenti, dovremmo fare uno sforzo in più e pensare a cosa valga davvero la pena chiedere a quelle stelle. Anche se sappiamo che i nostri desideri non saranno esauditi - anzi proprio perché sappiamo che non lo saranno - anche se siamo consapevoli che i nostri sogni non saranno realizzati, fare una cernita tra i nostri desideri è già una cosa importante, perché troppo spesso siamo spinti a fare desideri inutili, a desiderare cose di cui possiamo fare benissimo a meno, a sognare ricchezze superflue. Vi auguro invece di esprimere veri desideri, magari irrealizzabili, ma già il fatto che avete capito che questi sono davvero importanti, sono i vostri veri desideri, sono convinto che vi aiuterà. Perché siamo noi che esaudiamo i nostri desideri.

giovedì 9 agosto 2018

Verba volant (558): fenomeno...

Fenomeno, sost. m.

Luigi Origene Soffrano ha attraversato con passo lieve alcune stagioni del cinema italiano, ha calcato lo stesso set con Totò, Aldo Fabrizi, Alberto Sordi, Ugo Tognazzi - solo per citare alcuni tra i più grandi - ha partecipato a più di centocinquanta film, per lo più non memorabili, anche se quando uscirono molti di questi ebbero grande successo, ma una manciata dei "suoi" film - Il federale, Il medico della mutua, Fantozzi - hanno certamente un posto nella storia del nostro cinema. Ha scavalcato i generi, passando da La dottoressa del distretto militare all'impegno de Il muro di gomma. A essere onesti non possiamo definire Jimmy il Fenomeno - il nome con cui era conosciuto - un attore: lui strabuzzava gli occhi strabici, mostrava la sua faccia a cui spesso arrivava un ceffone oppure rideva in maniera sguaiata. Eppure lui era lì. Quei film memorabili che ha interpretato sarebbero stati belli comunque, anche senza di lui, come lui non ha colpa dei moltissimi film brutti a cui ha partecipato. Jimmy il Fenomeno era sostanzialmente inutile al film. Eppure lui era lì.
Solo con il cinema Luigi Origene Soffrano sarebbe potuto diventare Jimmy il Fenomeno. Nel teatro ci sono gli alabardieri, i valletti, quelli che al massimo dicono due battute, ma evidentemente - per ragioni meramente logistiche - sono ridotti al minimo e spesso le loro parti sono tagliate. Capita a volte che per risparmiare su un attore ci siano rappresentazioni dell'Amleto senza che l'ambasciatore d'Inghilterra dica:

Rosencrantz sono Guildenstern sono morti
che invece è una battuta fondamentale della tragedia, anche se l'unica di quel personaggio.
Il cinema invece ha la possibilità e il lusso di avere in scena personaggi inutili. E questa è stata la fortuna di Jimmy il Fenomeno, che così ha potuto lavorare per quasi cinquant'anni, facendo i film.
La sua vita non è stata semplice, è morto in una casa di riposo con una risicata pensione sociale. Avrebbe meritato il sussidio della cosiddetta legge Bacchelli, per meriti artistici, non perché ne avesse, ma perché lui era sempre stato lì. E perché non serviva.
Dobbiamo ricordare la sua storia perché Jimmy il Fenomeno siamo noi, che attraversiamo lo spettacolo del mondo senza che il nostro ruolo sia fondamentale: al massimo possiamo prenderci un paio di ceffoni.

mercoledì 8 agosto 2018

Verba volant (557): incidente...

Incidente, sost. m. 

Quello che è successo nel pomeriggio di un torrido lunedì estivo a Borgo Panigale può essere lo spunto per molte discussioni. Anzi è un dovere che lo sia. Deve interrogarci su come trasportiamo le merci e su come dovremmo farlo, su una rete di infrastrutture realizzate molti decenni fa e che adesso sono per molti aspetti inadeguate, sullo sfruttamento dei lavoratori a cui viene chiesto di consegnare il loro carico in sempre meno tempo, a un costo sempre inferiore e rinunciando anche alle più elementari misure di sicurezza. Quello che è successo a Borgo Panigale potrebbe spingere un paese a farsi delle domande e a cambiare un modello di sviluppo che provoca inevitabilmente tragedie come quelle a cui abbiamo assistito.
Non voglio però parlare di quello su cui tutti dovremmo riflettere, ma di ciò a cui ciascuno di noi dovrebbe pensare. Quello che è successo a Borgo Panigale deve farci riflettere su un tema di cui abbiamo paura di parlare e che facciamo di tutto per dimenticare, ossia che la nostra vita è legata a un filo, che è soggetta a una serie di fortuiti eventi imponderabili su cui noi, nonostante tutta la nostra sicumera, non possiamo fare nulla. Non sappiamo ancora cosa sia successo nell'abitacolo di quel camion, non sappiamo se l'autista si sia distratto o se sia stato male, ma sappiamo che quel camion si è scontrato con un altro mezzo e ha dato il via a una serie di eventi su cui ora discutiamo. Ma se l'autista non fosse stato male o non si fosse distratto, o se, nonostante il malore o la distrazione, non avesse colpito un altro mezzo? E se quell'incidente non fosse capitato proprio in quel punto, su un viadotto che passa in mezzo alle case? Certamente adesso non discuteremmo dei pericoli del trasporto su strada o della necessità di pensare a soluzioni infrastrutturali diverse. Eppure sono temi di cui avremmo dovuto comunque occuparci.
Quello di Borgo Panigale è stato prima di tutto un incidente, lo scatenarsi di una serie di eventi fortuiti. E ormai noi non siamo più pronti agli incidenti, perché non siamo più pronti a morire. Ci siamo convinti che tutto sia prevedibile, che la nostra vita non debba più essere soggetta al rischio, ci siamo illusi di essere in qualche modo capaci di dominare il destino. E' un pericoloso inganno.
Come Bulgakov fa dire a Satana nel primo capitolo de Il Maestro e Margherita:
Sì, l’uomo è mortale, ma questo sarebbe un male da poco. Il peggio è che talvolta è mortale all’improvviso.
Noi abbiamo dimenticato perfino di essere mortali, figurarsi se possiamo accettare di esserlo in ogni momento. E forse la nostra società è anche così incattivita proprio perché fa di tutto per espungere la morte e così non sa più affrontarla quando inevitabilmente e necessariamente accade, specialmente quando accade senza spiegazioni e senza un colpevole. E per questo noi cerchiamo affannosamente qualcuno e qualcosa a cui dare la colpa. Sempre. Ma siamo noi i primi responsabili, perché non sappiamo accettare che la morte è sempre possibile, anche quando andiamo al lavoro o in vacanza, anche quando siamo a Borgo Panigale, anche quando non ce l'aspettiamo.
I greci antichi raccontavano che la vita dei mortali era determinata da tre dee antichissime, le Moire, figlie primigenie della Notte, secondo Esiodo. Cloto tesseva il filo, che Làchesi avvolgeva attorno al fuso determinando per ciascuno la lunghezza della vita e infine Atropo, l’inesorabile, lo tagliava con le sue forbici affilate quando era arrivato il momento. E non c'era dio, neppure Zeus, che potesse far cambiare quello che le Moire avevano stabilito per noi. Sapere di essere mortali non rendeva quelle donne e quegli uomini meno attaccati alla vita, anche perché questa sulla terra era davvero l'unica vita che conoscevano e che credevano valesse la pena di vivere. Né il fatto di essere predestinati alla morte li rendeva meno virtuosi. Anzi siamo noi, che non pensiamo mai al momento in cui moriremo e che ci illudiamo di poter allungare quel filo senza alcun limite, a essere diventati peggiori, proprio perché abbiamo rinunciato alla morte. E insieme alla vita.

lunedì 6 agosto 2018

Verba volant (556): catena...

Catena, sost. f.

Sapete che la pubblicità è un genere letterario che amo molto e di cui mi piace scrivere.
Qualche giorno fa ho visto uno spot che mi ha molto colpito: c'è questa ragazza, un'adolescente apparentemente normale - finalmente normale, visto che di solito le giovani donne della pubblicità sono delle specie di "lolite", messe lì a bella posta per stimolare gli istinti più biechi di noi consumatori maschi - questa ragazza, che potrebbe essere tranquillamente mia figlia, facendo salti e piroette lungo i corridoi della sua scuola, è capace con il proprio sguardo di aprire qualunque serratura. Al suo passaggio si aprono le porte delle aule, gli armadietti degli studenti, tutti i contenitori del laboratorio di scienze; capiamo subito che si tratta di un'opera di finzione, perché in quale scuola italiana ci sono le porte che si chiudono, gli armadietti per gli studenti, i laboratori di scienze così attrezzati. Comunque sia, quella pubblicità - che Zaira mi ha spiegato essere di un telefono che può essere sbloccato dallo sguardo del proprietario e non da un codice numerico come faccio ancora io che sono antico - mi è sembrata di un'incredibile forza anarchica: davvero avrei voluto che fosse mia figlia quella giovane donna capace di aprire ogni porta, di spezzare ogni catena, di conoscere ogni segreto. Non ci sono limiti all'intelligenza e alla forza di quella giovane donna, non devono esserci limiti alle speranze delle giovani donne, mentre invece sappiamo bene che le nostre figlie si vedono continuamente sbattere le porte in faccia. Però quella pubblicità racconta una storia diversa, una storia che vorrei raccontare a mia figlia, se ne avessi una.
Timeo Danaos et dona ferentes, come fa dire Virgilio al povero Laocoonte: temo i Danai, anche quando portano doni, di fronte al cavallo di legno lasciato davanti alle porte di Troia dai Greci che avevano finto di ritirarsi, dopo un conflitto durato dieci anni. Sappiamo che Laocoonte fu stritolato, insieme ai suoi figli da un mostro marino apparso magicamente poco dopo che aveva pronunciato quelle parole, profeta inascoltato, sappiamo che i Troiani fecero di tutto per far entrare quella terribile arma all'interno delle mura, accecati da un dio potente che voleva la loro distruzione.
E anch'io, dopo qualche giorno, ho visto un nuovo spot, sempre di quello strabiliante telefono. Questa volta il protagonista è un giovane maschio che, osservando nelle vetrine della sua città vestiti, accessori e gioielli di lusso, con un solo sguardo si veste di tutto punto, poche occhiate e diventa elegantissimo. Allora, come un troiano trafitto di notte dalla lancia nemica, ho capito che questa volta lo scopo della pubblicità è spiegare che grazie a quel telefono basta uno sguardo per comprare un qualsiasi oggetto, non serve neppure fare la fatica di digitare un ok sullo schermo. Ecco l'inganno, ecco i guerrieri che di notte escono dal ventre del cavallo di legno e conquistano la città, uccidendo i Troiani inermi. Quel telefono ci rende liberi, ma liberi di comprare, di spendere soldi, soldi che forse neppure abbiamo, ma l'importante è acquistare, consumare, fare debiti, legarci da soli con catene sempre più pesanti. Dobbiamo comprare senza pensare, dobbiamo comprare tutto quello che desideriamo, anzi tutto quello che vediamo, anche se non lo vogliamo, anche se non ne abbiamo bisogno, anche se non abbiamo i mezzi per farlo. Quella ragazza che poteva spezzare ogni catena era solo un inganno, perché non ci vogliono liberi, ma schiavi. E sento che ormai quelle catene si stanno stringendo sempre di più.