sabato 18 febbraio 2017

Verba volant (353): precedenza...

Precedenza, sost. f.

Il consiglio regionale del Veneto ha approvato, a maggioranza, una legge che prescrive che nelle graduatorie degli asili nido comunali di quella regione venga data la precedenza ai bambini i cui genitori vivono o lavorano in Veneto da almeno quindici anni. Si tratta ovviamente di una legge più di propaganda che di sostanza, fatta per dare un segnale a quegli elettori che avevano votato Zaia convinti dal suo programma "prima i veneti". Anche se la legge fosse davvero applicata, cambierebbe poco per le famiglie che vivono in quella regione, indipendentemente dalla data della loro residenza. Molto probabilmente questa legge verrà considerata anticostituzionale e con questa sentenza si farà un favore a chi l'ha promossa e votata, che avrà un altro argomento da usare nella prossima campagna elettorale per deprecare il centralismo di Roma e cavalcare la paura dei veneti "veri" contro l'invasione degli stranieri.
Proviamo a stare nel merito della legge regionale, per evitare la propaganda di cui si nutre quello schieramento politico.
Punto primo. La legge non dice che devono avere la precedenza i veneti - nemmeno i leghisti sono così stupidi - ma quelli che vivono o lavorano in Veneto da almeno quindici anni. Nella proposta di legge c'era anche l'avverbio "ininterrottamente", che è stato cassato, perché probabilmente si rischiava di lasciare fuori un bel pezzo di veneti autoctoni che i casi della vita hanno portato per un periodo fuori dalla loro terra, per studiare ad Oxford o per fare il deputato a Roma. Ovviamente anche molte persone nate in tutt'altra parte del mondo vivono e lavorano in Veneto da più di quindici anni, ma non sempre riescono a dimostrarlo, perché hanno lavorato in nero nelle fabbriche dei "bravi" cittadini veneti, hanno abitato nelle case dei "bravi" cittadini veneti, ma pagando l'affitto in nero, perché tanti che votano Lega hanno guadagnato sul fatto che gli stranieri rimanessero clandestini.
Punto secondo. Gli asili nido sono servizi comunali e quindi ogni amministrazione comunale ha adotta un proprio regolamento per regolarne il funzionamento, compreso il criterio per definirne l'accesso nel caso in cui le domande siano superiori ai posti disponibili. La regione con questa legge interviene su regolamenti comunali, con scarso rispetto per le autonomie: un paradosso per una forza politica che sbandiera il diritto all'autodeterminazione, fino alla secessione. Il sindaco leghista di San Giovanni Lupatoto dovrebbe ben adirarsi contro il "centralismo" regionale, anche se immagino che non lo farà, perché è sempre facile essere autonomisti con il culo degli altri.
Punto terzo. La legge si applica ai soli servizi gestiti dal pubblico, in questo caso i comuni, perché ovviamente il privato è sacro e ne va rispettata e tutelata l'autonomia. In Veneto poi questo privato è particolarmente sacro perché gli asili nido comunali sono pochissimi, appena il 10%, e questo servizio è demandato quasi totalmente alla chiesa cattolica, che ne trae una delle sue più significative fonti di guadagno. Inutile dire che i cattolicissimi politici della Lega - e non solo loro - in questi anni hanno fatto di tutto per favorire le strutture gestite dai preti, finanziandole direttamente e soprattutto evitando di costruire asili pubblici. In Veneto, come in molte altre realtà, la chiesa non ha concorrenza in questo campo e quindi fa sostanzialmente quello che vuole, compreso accogliere nei propri asili anche i bambini "negri", sempre che i loro genitori paghino la retta. Sono democratici i preti, per loro quelli che pagano sono tutti uguali.
Punto quarto. Purtroppo non è sempre così vero che per entrare negli asili nido c'è una lunga graduatoria. Era vero un po' di anni fa, ma adesso le cose sono cambiate, anche in Emilia-Romagna, la regione dove gli asili nido sono più diffusi e gestiti meglio. Questa riduzione delle richieste è legata al fatto che le rette degli asili nido comunali sono elevate, spesso molto elevate, e per molte famiglie si tratta di un onere non sostenibile. E perché, per colpa della crisi, sono sempre meno le famiglie in cui entrambi i genitori lavorano. E se lavora un solo genitore e hai un bambino devi fare dei sacrifici e rinunci all'asilo nido, anche se sarebbe un servizio utile alla crescita di tuo figlio.
Questa è la ragione per cui gli stranieri non mandano i loro figli all'asilo nido, neppure chiedono di mandarlo. Mentre sarebbe importante che lo facessero, perché la scuola rappresenta un mezzo fondamentale di integrazione, specialmente la scuola dell'infanzia e l'asilo nido. Ai leghisti che tuonano contro la perdita di identità del nostro paese vorrei ricordare che nulla come far frequentare la scuola fin dai primissimi anni di vita sarebbe utile per mantenere e far crescere questa identità. Provocatoriamente, se ai leghisti importasse davvero qualcosa dell'identità del loro territorio dovrebbero fare una legge in cui i figli dei cittadini stranieri abbiano la precedenza nelle graduatorie, anzi che obblighi le famiglie a mandare i loro figli all'asilo nido. Così quando sarà grande, Mohamed si sentirà veneto. Magari diventa perfino leghista.  

giovedì 16 febbraio 2017

Verba volant (352): pisciare...

Pisciare, v. intr.

Io vedo come mi guardano gli altri operai. Oggi è peggio, dopo quello che è successo a Beppe, da ieri mi scansano, evitano di guardarmi, neppure mi salutano quando i nostri sguardi inevitabilmente si incrociano all'entrata. Prima almeno mi salutavano, ma era un saluto sforzato, costretto, magari qualcuno fingeva una qualche simpatia, sperando che avrei chiuso un occhio se la pausa fosse durata più di quello previsto dal protocollo aziendale. Mi temevano. Da ieri mi disprezzano per quello che è successo a Beppe. Forse anch'io farei lo stesso se fossi al posto loro.
Mi dispiace per quello che è successo a Beppe. Mi dispiace davvero. Quando l'ho visto lì, in piedi, con i pantaloni bagnati, come imbambolato, non sapevo cosa dire, cosa fare; siamo quasi coetanei, i nostri figli hanno la stessa età. Ho rivisto mio padre quando per la prima volta se l'è fatta addosso e mi sono ricordato che ha cominciato a piangere.
Adesso tutti dicono che ho sbagliato a non permettergli di andare in bagno. Dicono che avrei dovuto usare il buon senso, che ho fatto male. Anche i capi mi hanno rimproverato, pensavo che sarei stato licenziato. Eppure le pause per andare in bagno devono essere brevi, molto brevi, e gli operai non devono abusarne: sapete quante volte me l'hanno spiegato. Mi hanno fatto una testa così.
Capisco che a fine turno sono stanchi e forse non hanno davvero bisogno di andare in bagno, vogliono solo staccarsi dalla catena e allora io dico di no. Non possono continuare ad andare in bagno. In questi anni i capi hanno ridotto le pause, sono sempre meno e più brevi, anche i lavoratori sono stati d'accordo, perché così l'azienda non avrebbe chiuso. Qui se chiude la fabbrica rimaniamo tutti a casa: non c'è altro da fare, abbiamo bisogno di questo lavoro. Con meno pause si fanno più macchine e la fabbrica può rimanere aperta solo se facciamo più macchine. E meno pause.
A me fa strano quando qualcuno che è più vecchio di me mi chiede di andare in bagno, come facevo io quando lo chiedevo alla maestra. Per questo quando dico sì lo faccio con una voce strana, gli operai dicono che mi dispiace quando dico di sì e che invece mi diverto a dir loro di no. Non è così: è che mi sembra strano dover dare il permesso di andare in bagno. Ma è il mio lavoro. Anzi il mio lavoro sarebbe quello di negare questi permessi. Sempre. Così mi hanno spiegato i capi. Non me l'hanno proprio detto così chiaro, ma me l'hanno fatto capire, facendomi vedere dei grafici, riempendomi la testa con delle parole in inglese. La fabbrica continuerà a esistere solo se gli operai smetteranno di fare delle pause. Io ho capito che se tutti smettessero di urinare forse il mio lavoro non servirebbe, ma almeno la fabbrica sarebbe salva. E il nostro lavoro sarebbe salvo. Se continueremo a pisciare loro chiuderanno la fabbrica. Ma non possiamo smettere.

Qualche giorno fa nello stabilimento Sevel di Atessa, in provincia di Chieti, di proprietà della Fiat-Chrysler, un operaio a cui è stato negato di andare in bagno se l'è fatta addosso. Ovviamente il primo pensiero - e la nostra solidarietà - va a quel lavoratore, che ha subito una tale ingiustizia, ma ho provato a immaginare cosa ha significato quell'accaduto anche per gli altri lavoratori, in particolare per il suo caporeparto, per chi ha negato quel permesso.

mercoledì 15 febbraio 2017

Verba volant (351): congresso...

Congresso, sost. m.

Il termine latino congressus, da cui la parola oggetto di questa definizione, deriva dal verbo congredi, che significa propriamente camminare insieme. Nulla di più lontano da quello che avviene in queste ore nel pd: nessuno degli esponenti di quel partito sembra intenzionato a intraprendere questo cammino, tanto più in compagnia degli altri. E qui è evidenziato il primo limite di un partito che non è mai davvero nato, perché manca - è sempre mancato - il senso di appartenere a una stessa comunità.
Il pd è nato perché qualcuno ha pensato che fosse improduttivo continuare uno scontro elettorale tra i due partiti, uno erede della tradizione popolare e uno di quella socialista, che, a causa dell'anomala presenza di Berlusconi, avevano stipulato una solida, per quanto innaturale, alleanza politica a partire dalla prima metà degli anni Novanta del secolo scorso. In tanti ricordano oggi, strumentalmente, il Prodi "padre" dell'Ulivo, il Prodi super partes, ma il rancoroso professore bolognese fu anche il teorico del competition is competition, ossia dello scontro frontale con gli "alleati" dell'allora Ds. E, in questa prospettiva, ciascuno dei fondatori del pd pensava che avrebbe finito per avere la meglio sugli altri: D'Alema riteneva che con la sua intelligenza avrebbe finito per prevalere, Bersani confidava invece nella organizzazione emiliana, nella forza della "ditta", mentre i democristiani sapevano che alla fine avrebbero vinto loro. E così è stato. Come scrivo da tempo, renzi non è un corpo estraneo al pd, come tanti anche in queste ore continuano a ripetere, renzi è la naturale evoluzione di un partito che già dall'inizio non si volle di sinistra e soprattutto non si volle neppure partito. E quindi adesso i vari D'Alema e Bersani, per tacere degli altri comprimari, degli allora giovani ormai precocemente incanutiti, non possono continuare a fingere che un partito esista ancora e che funzionino ancora i meccanismi che funzionavano in un'altra epoca, come quelli di un congresso.
Anche per chi, come me, è fuori da quel partito, ne è un avversario, è però deprimente la scena offerta in questi giorni, perché tutta la discussione, per quanto accesa, per quanto animata, è segnata da un'assenza incredibile: quella della politica. Anche nel dibattito in direzione, il luogo in cui pure avrebbe finalmente dovuto esserci una sorta di redde rationem, nonostante la sfilata di tutti i notabili e di tutti i satrapi del partito, non si è mai affrontato il nodo politico. La discussione è stata - e continua a essere - sul calendario del congresso, ma sinceramente non si capisce quali siano le posizioni in campo. Ovviamente renzi sta personalmente antipatico anche a me, ma non si può costruire una piattaforma congressuale su questo dato, caratteriale e non politico, eppure mi pare che la discussione sia ridotta a questo.
Eppure i temi ci sarebbero. Occorre intanto provare a capire cosa è successo in questi ultimi venticinque anni, analizzare l'evoluzione della nostra società, e provare a dare una prospettiva per il futuro. Personalmente io ho una qualche idea, che legittimamente credo sia diversa da quella di molti che militano in quel partito, e credo che i nostri errori di questi anni ci abbiano condotto a questa rovina e che adesso occorra intraprendere una strada nuova, radicalmente diversa da quella percorsa fino adesso. Immagino che nessuno del pd la pensi allo stesso modo, ma almeno vorrei sentire qualcosa che non sia un dibattito sulla data di un congresso prossimo venturo.
Naturalmente da nemico del pd mi potrebbe anche far piacere veder morire quel partito - in politica non valgono i principii decoubertiniani - ma siccome so che dalla morte del pd non ne trarrà vantaggio una sinistra che qui in Italia è ancora esangue, ma la destra peggiore, quella alla Trump e alla Le Pen, vedere questa agonia mi preoccupa.

domenica 12 febbraio 2017

Verba volant (350): ignoranza...

Ignoranza, sost. f.

Nei giorni scorsi è stata pubblicata sui giornali italiani una lettera aperta, sottoscritta da seicento docenti universitari, che inizia con queste parola:
È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente.
Non si tratta di un allarme ingiustificato: ce o aveva già spiegato, con estrema chiarezza, Tullio De Mauro, e ciascuno di noi lo sperimenta ogni giorno. Sempre più persone hanno difficoltà a compilare un modulo, anche quando ci sforziamo di renderli semplici e comprensibili. Troppe volte ci capita di leggere errori grammaticali in articoli di giornale o di ascoltarli in televisione. E non si tratta di un problema "minore" rispetto a quelli gravissimi in cui si dibatte il nostro paese. La mancanza di istruzione è uno dei più gravi limiti dello sviluppo democratico di un paese: non ci può essere vera democrazia in un paese in cui le persone non sanno leggere, scrivere e far di conto, come si diceva un tempo. Mi piaceva quando vedevo - ad esempio nel simbolo del Psi - il libro insieme alla falce e al martello: mi sembrava che quell'immagine ci indicasse proprio la necessità che tutte e tutti sapessero leggere e scrivere e ci indicasse un obiettivo e un impegno di lotta. Sconfiggere l'ignoranza è il primo dovere della sinistra, a ogni latitudine e in ogni tempo.
Di questa lettera però mi interessa soprattutto un altro aspetto: il suo essere così intrinsecamente italiana. Perché vede che c'è un problema e ne individua le responsabilità; degli altri. In Italia è sempre così: è sempre colpa di qualcun altro. Gli estensori e i firmatari di quella lettera dal contenuto sacrosanto non sono marziani arrivati all'improvviso nel nostro paese e chiamati a osservare, a giudicare e, nel caso, a condannare. Sono seicento professori universitari, molti di loro hanno o hanno avuto altri incarichi, molti di loro fanno o hanno fatto politica, sono seicento persone che fanno parte a tutti gli effetti della classe dirigente di questo paese. Forse se siamo a questo punto, cari professori, un po' è anche colpa vostra. Quegli insegnanti poco preparati delle scuole elementari, che non insegnano più la grammatica, sono stati vostri allievi, quei politici che hanno tolto peso all'insegnamento della grammatica sono stati vostri allievi o militano nel vostro partito, ci potete parlare anche senza bisogno di scrivere una lettera. E' anche colpa vostra, cari professori, perché è anche colpa nostra, di noi cittadini, perché quei politici li abbiamo votati, perché alla grammatica diamo poco peso, perché - quando siamo genitori - poco ci curiamo di quello che viene insegnato a scuola ai nostri figli. E anche voi, cari professori, come noi, siete cittadini e quindi condividete questa responsabilità e in più siete anche voi scuola, anche voi fate parte delle persone a cui è demandato il compito di educare le cittadine e i cittadini. Certo voi non dovete insegnare a leggere e a scrivere, a quello devono pensarci i maestri elementari, ma non pensate che forse il vostro latinorum può fare altrettanti danni?

sabato 11 febbraio 2017

Verba volant (349): chiudere...

Chiudere, v. tr.

Amo le biblioteche, le ho sempre amate. E credo che le biblioteche rappresentino una delle funzioni più importanti di una città, ossia che non possa esistere una città senza biblioteche, così come non può esistere una città senza scuole e ospedali. E per questo non mi piace quando l'ingresso in una biblioteca non è libero - e gratuito - quando per entrare in una biblioteca occorre passare attraverso due porte a vetri, come per entrare in banca, e tu rimani per qualche secondo prigioniero tra quelle due porte chiuse, in attesa che qualcuno o qualcosa ti riconosca. E infatti amo poco le banche, non tanto perché è difficile entrarci, ma per quello che ci fanno dentro.
Quindi per me è un dolore sapere che in una biblioteca che ho frequentato in gioventù, quella di via Zamboni 36 a Bologna, sono state installate queste due porte. Come noto, contro questa decisione un gruppo di studenti ha iniziato una serie di proteste, fino all'occupazione di quella stessa biblioteca, e - cosa altrettanto nota - la polizia ha sgombrato quegli studenti - con una violenza repressiva francamente intollerabile - "liberando" quella biblioteca, che ora temo sia chiusa. Una sconfitta per l'università; e per la città. E soprattutto per gli studenti che di quello spazio hanno bisogno.
Poi però bisogna raccontare anche un'altra parte di questa vicenda, che riguarda cosa le biblioteche sono diventate nelle nostre città. Per ovvi motivi anagrafici, non frequento le biblioteche universitarie bolognesi da molto tempo, ma fino a qualche anno fa andavo regolarmente in Salaborsa, la principale biblioteca pubblica di Bologna - che si trova proprio a ridosso di piazza Maggiore, nel cuore della città: cinque o sei anni fa - e immagino sia la stessa cosa anche oggi - quell'istituzione non svolgeva soltanto la funzione per cui è nata, ma ne ha assunta un'altra che tutti vediamo, ma che nessuno sembra disposto ad ammettere. La Salaborsa è, insieme alla sala d'aspetto della stazione ferroviaria, il principale luogo di riparo per molti senzatetto bolognesi: se non ci fosse quella biblioteca, se non ci fossero le biblioteche nei quartieri, molti senzatetto non saprebbero dove andare e sarebbero costretti a rimanere in strada, al freddo d'inverno e al caldo d'estate. Questa è una funzione di una biblioteca? Credo di no, però è così e non possiamo fingere che non lo sia. E infatti credo che la gestione di quella biblioteca dovrebbe essere a carico non solo dei magri bilanci del settore cultura, ma che le spese dovrebbero essere imputare anche sui costi del welfare. Questo innegabilmente crea problemi alle persone che lavorano in quell'istituzione e a chi va a leggere e a studiare. Si spaccia in Salaborsa? Immagino di sì, perché si tratta comunque di uno spazio libero e per molti versi franco. Scusate la prosaicità, ma Salaborsa è uno dei bagni pubblici più frequentati della città; questa non è una funzione di una biblioteca, però risolve le "funzioni" di moltissime persone che passano per il centro e non saprebbero come fare altrimenti. Amministrare una città significa anche dedicare spazi alle necessità dei suoi cittadini, a tutte le necessità.
A me piacerebbe che le biblioteche universitarie di Bologna fossero spazi liberi e aperti alla socialità - perché in biblioteca ci vai a studiare, ma anche per stare insieme - mi piacerebbe che fossero aperte anche di sera, di notte - anche perché per molti studenti fuorisede non è facile studiare negli spazi angusti delle case che vengono loro affittate a prezzi iperbolici dai "bravi" cittadini bolognesi. Ma nella situazione data cosa diventerebbero quegli spazi? Sarebbero impropri dormitori, sarebbero impropri bagni pubblici, sarebbero un'altra cosa rispetto a quello che dovrebbero essere.
Per questo non mi appassiona la discussione pro o contro le occupazioni, né quella pro o contro lo sgombero da parte della questura, su richiesta del rettore, con l'avallo del sindaco e il plauso dei benpensanti che affittano in nero agli studenti. Vorrei che nella mia ex città, nell'università in cui mi sono laureato - per inciso la più antica del mondo - si discutesse di spazi e di funzioni.
Non siamo di fronte a un nuovo '77, ma al manifestarsi della debolezza della città di fronte a quello che è, a quello che dovrebbe essere. Un rettore inadeguato, un sindaco inadeguato, una città inadeguata, cosa altro possono fare? Alzano la voce, sbattono i pugni sul tavolo, fanno intervenire i poliziotti soltanto per mascherare la loro pochezza, la mancanza di un'idea di futuro, l'incapacità di pensare a cosa deve essere la città e l'università, a partire da come devono essere usati i suoi spazi. E francamente anche gli studenti "ribelli" e occupanti mi pare non dimostrino grande visione del mondo. Volete occupare via Zamboni 36 per farci cosa?
In questi giorni a Bologna si stanno fronteggiando due debolezze, e visto che nessuno sa cosa farci di quello spazio finirà per rimanere chiuso. Una sconfitta per tutta la città.

giovedì 9 febbraio 2017

Verba volant (348): stadio...

Stadio, sost. m.

Serve davvero uno stadio nuovo ad Olimpia? C'è già quello che si trova ad oriente del tempio di Zeus, alle pendici del monte Cronos; fino ad ora è stato sufficiente per ospitare i grandi giochi panellenici.
Eppure, da quando Stesippo di Caria ha cominciato a sostenere la necessità di questo suo progetto, i cittadini della gloriosa città dell'Elide sembrano discutere soltanto di come debba essere costruito, su quale area e quanto terreno debba occupare, ma nessuno pare interrogarsi se un nuovo stadio sia effettivamente qualcosa che serve alla città.
Stesippo è arrivato ad Olimpia con il progetto di costruire questo nuovo stadio e ha spiegato all'assemblea dei cittadini che naturalmente tutte le spese saranno a suo carico. Il costruttore della Caria pare sia molto ricco, appena arrivato in città ha fatto grandi offerte ai templi e i sacerdoti, specialmente quelli potentissimi del tempio di Zeus, hanno cominciato ad avere uno speciale riguardo per questo straniero e per il suo ambizioso progetto. Stesippo ha portato in assemblea anche tanti vincitori dei giochi, i grandi beniamini degli spettatori, e tutti loro hanno detto che un nuovo stadio è necessario, che in un nuovo stadio loro potranno eccellere ancora di più e che il pubblico sarà più comodo e potrà seguire meglio le gare. I politici di Olimpia all'inizio si sono dimostrati sospettosi verso il costruttore dell'Asia minore, ma poi anche loro hanno cominciato a convincersi che il nuovo stadio è necessario. Stesippo è stato molto generoso, ma non voglio certo accusare quei nobili personaggi di essersi convinti solo grazie alle sue offerte. Sono prima di tutto i cittadini di Olimpia che vogliono il nuovo stadio, per tanti artigiani della città sarà un'occasione unica, ci sarà lavoro e opportunità di ricchezza per molte persone, girerà tanto denaro attorno a quei cantieri.
Perché Stesippo non si limiterà a costruire soltanto lo stadio, ha progetti più ampi, intende realizzare vicino all'impianto tutta una serie di botteghe da affittare a commercianti, osti, prostitute, insomma quelli che fanno affari quando appassionati da tutte le città greche arrivano ad Olimpia per i giochi. E poi c'è da costruire gli edifici dove saranno ospitati gli atleti, gli spazi per allenarsi, e un teatro per gli spettacoli, e poi ancora case per le persone che ci lavoreranno. Anche un altro tempio, così saranno più contenti i sacerdoti. E poi le strade per arrivarci e un nuovo ponte sull'Alfeo. Stesippo intende costruire attorno al suo stadio una nuova Olimpia.
In questa euforia nessuno si chiede come verranno utilizzati tutti questi edifici quando non si svolgono i giochi e non vengono ospitati gli atleti e gli spettatori delle altre città. E servono davvero nuove botteghe? Faticano quelle che già ci sono. E cosa ne sarà degli edifici della "vecchia" Olimpia, che prima o poi verranno abbandonati perché tutti i commerci e la vita sociale si concentreranno nella "nuova" città? Cosa faranno i cittadini del vecchio e glorioso stadio. Stesippo parla di riconversione, forse si potrebbe adibire a un uso diverso, magari al suo interno potrebbero essere costruite altre botteghe, altre osterie, altri lupanari; forse un altro teatro. Il mestiere di Stesippo è quello di costruire e lui, e quelli come lui, diventano più ricchi se più costruiscono, ma che ne sarà della città di Olimpia?

mercoledì 8 febbraio 2017

Verba volant (347): spread...

Spread, sost. m.

Io cerco di non usare termini di altre lingue, almeno quando esistono parole italiane che hanno lo stesso significato, e quindi evito di dedicare una definizione di questo inconsueto dizionario a termini stranieri, ma in questo caso devo fare un'eccezione, perché la parola spread è importante non tanto per quello che realmente significa, ma per il significato che gli è stato dato. E per la storia che racconta, la storia di un imbroglio, il più grande imbroglio della storia italiana recente.
Spero vi ricordiate quelle settimane. Era l'estate del 2011, in Italia era al governo Berlusconi - vi ricordate? quello delle televisioni, del Milan e delle puttane - e arrivò la notizia che era stata recapitata una lettera, scritta dall'allora presidente della Bce e da chi avrebbe dovuto sostituirlo poco dopo. Quella lettera rimase segreta per diverse settimane, i ministri per un po' ne negarono perfino l'esistenza e poi lentamente scoprimmo che conteneva più o meno un programma di governo, indicava quali leggi approvare e soprattutto quali scelte di politica economica attuare sia nel breve che nel lungo termine. Di fatto con quella lettera l'Italia veniva commissariata. Berlusconi - che era quello che era, parlandone da vivo - non volle accettare quelle imposizioni e quindi bisognava trovare il modo di farlo fuori. Fosse stato un altro sarebbe stato sufficiente confezionare un bello scandalo, ma con Berlusconi era impossibile: era già stato accusato di tutto, e di molto era colpevole, eppure la sua popolarità non diminuiva, anzi lui era votato proprio perché era così incredibilmente italiano.
Occorreva qualcosa d'altro e si inventarono lo spread. Cominciarono in sordina, ma giorno dopo giorno ci mostrarono che, a causa dell'ostinazione di Berlusconi, lo spread saliva. Fu uno stillicidio quotidiano, ogni giorno un piccolo ritocco in su, i giornali titolavano della crescita dello spread in prima pagina, i telegiornali davano come prima notizia la crescita dello spread.
Il trucco fu davvero ben congegnato perché in pratica l'aumento dello spread indicava che il debito pubblico italiano stava crescendo, ma in fondo era sempre cresciuto, quando c'erano le lire aveva raggiunto una cifra altissima, ma proprio perché così alta incomprensibile. Lo spread invece era un numero basso, facilmente controllabile: non ti puoi fare impressione da un debito di 2.200 miliardi di euro, ma da un indice che parte da 173 all'inizio di gennaio e quindi arriva a 300, e poi a 350, e poi a 400, in maniera inesorabile e che continua a salire, ti impressioni. E ci siamo impressionati. E così il 9 novembre di quell'anno, quando lo spread tocca il suo massimo a 574 può scattare la trappola: quello stesso giorno Napolitano nomina Mario Monti senatore a vita. Il governo Berlusconi è finito.
Nasce, al di fuori della Costituzione, un governo di emergenza, non perché ci fosse una vera emergenza, ma perché avevano creato un'emergenza e quel governo vara, una dopo l'altra, le misure previste dalla lettera di agosto. Taglia in maniera drastica le pensioni, avvia un ampio piano di liberalizzazioni, riduce i diritti dei lavoratori, modifica la Costituzione introducendo il pareggio di bilancio e di fatto cedendo parte della sovranità alle autorità finanziarie dell'Unione europea. Senza la paura dello spread Monti - e il suo mandante che stava al Quirinale - non avrebbero ucciso lo stato sociale in Italia. Poi naturalmente lo spread cominciò a calare, ci mostrarono in televisione i grafici in cui scendeva e poi semplicemente smisero di parlarne: lo spread non serviva più a farci paura.
Capite perché mi preoccupo quando oggi sento i giornali che ricominciano la litania dello spread?

lunedì 6 febbraio 2017

Verba volant (346): foiba...

Foiba, sost. f.

E le foibe? Quante volte mi sono sentito buttare addosso questa domanda, mentre ricordavo a qualcuno i crimini fascisti? Ormai ho perso il conto. E quante volte mi sono messo sulla difensiva, tentando di rispondere a questa domanda? Non lo farò più, perché non ne ho più voglia, perché è una domanda che viene fatta solo per provocare e non prevede una risposta.
Sostanzialmente per lo stesso motivo ho deciso di non partecipare più a nessuna iniziativa istituzionale per il Giorno del ricordo, ho deciso che in questa giornata non scriverò più delle riflessioni su questo tema, cercando comunque di contestualizzare quegli avvenimenti, di darne una spiegazione, mettendomi ancora una volta sulla difensiva. Non perché quei fatti drammatici non meritino di essere ricordati, anzi credo che occorra studiarli ancora di più. E soprattutto perché ho troppo rispetto per la memoria per trattarla così.
Però bisogna anche cominciare a dire le cose senza ipocrisie: il Giorno del ricordo è una "festa" che hanno voluto i fascisti e io non ho voglia di partecipare a una festa di quella gente lì. Hanno voluto questa manifestazione non perché importi loro qualcosa di quel dramma, di quel popolo che si ritrovò esule, ma essenzialmente per avere anche loro qualcosa da festeggiare, visto che le altre feste civili di questo paese sono tutte, giustamente, contro di loro. E per aver qualcosa di cui accusarci. Io a questo gioco non mi presto più. E credo che sia stata una grave debolezza concedere loro questa data, accettare di metterci sul banco degli accusati, quando non abbiamo nulla di cui vergognarci. Non è un caso che l'istituzione di questa festa civile sia avvenuta negli stessi anni in cui la sinistra si è suicidata: anche questo ne è un indizio, che allora non abbiamo voluto capire fino in fondo. Questa festa è stata voluta negli anni in cui si è diffusa l'idea che la pacificazione avrebbe migliorato questo paese, l'avrebbe fatto crescere; io non ho mai creduto alla pacificazione, con certa gente non possiamo fare pace, dobbiamo continuare a disprezzarli, come meritano.
Vogliamo parlare di cosa ha significato la seconda guerra mondiale per milioni di donne e di uomini, che quel conflitto lo hanno subito per così tanti anni? Vogliamo raccontare le storie dei milioni di persone che, alla fine della guerra sono state costrette a lasciare i loro paesi perché, specialmente nell'Europa centrale e orientale, i confini sono stati tutti ritracciati, in maniera radicalmente diversa da prima? Alla fine del conflitto, in gran parte dell'Europa continentale è cominciato questo movimento di popoli, di donne e di uomini che, come i frammenti di un caleidoscopio, dovevano trovare una nuova sistemazione; e migrazioni del genere, specialmente quando avvengono in contesti così drammatici, si portano sempre dietro morte e dolore. Vogliamo parlare di cosa ha rappresentato la violenza nella prima metà del Novecento? La lotta politica era intrisa di violenza, è qualcosa che può non piacerci, che non deve piacerci, ma non possiamo fare finta che non sia così, altrimenti non capiamo né lo squadrismo fascista né le violenze dei partigiani né l'odio che subirono queste persone nel loro viaggio di ritorno in Italia, con episodi - come quello avvenuto alla stazione di Bologna - di cui francamente non possiamo che vergognarci.
C'è molto da raccontare su quegli anni, da capire, da studiare, anche con l'ambizione di scoprire qualcosa di nuovo e senza la paura di abbattere dei miti che sono stati costruiti nei decenni successivi. Però c'è un punto fermo e, se si toglie quello, cade tutto e non si capisce più nulla: in quel conflitto c'era una parte giusta e c'era una parte sbagliata, c'erano i fascisti e c'erano quelli che combattevano contro i fascisti. Io so da che parte stare e lo voglio ricordare, tutti i giorni.

sabato 4 febbraio 2017

Verba volant (345): polizza...

Polizza, sost. f.

Lo devo confessare: anch'io ho contratto due polizze assicurative sulla vita, una quando abbiamo fatto il mutuo per comprare casa e una come forma di risparmio a lungo termine. In entrambi i casi il beneficiario è mia moglie; anche se lavoro in comune, non mi sarebbe proprio venuto in mente di indicare il mio sindaco, ragazzo simpatico, ma decisamente troppo del pd. Comunque mia moglie sa di essere la beneficiaria - non l'ho fatto a sua insaputa - ma sono tranquillo: si tratta di cifre modeste e quindi penso che non mi ucciderà per incassare i premi; magari mi vorrebbe eliminare perché brontolo troppo, ma questa è un'altra storia. E visto che le statistiche sulla durata della vita sono a suo favore, quei premi li incasserà comunque, prima o poi.
Il tema però non sono le mie polizze - e neppure le vostre - ma quelle che un tal Romeo ha sottoscritto a favore della sindaco di Roma. E qualche riflessione su queste benedette polizze tocca farla.
Intanto dovremmo riflettere sulla notizia in sé, su come è nata. I magistrati che hanno avviato un'indagine sulla sindaco di Roma hanno cercato di tenere questa indagine lontana dai riflettori, almeno per quanto competeva a loro. Hanno giustamente svolto l'interrogatorio in un luogo segreto e immagino avranno "nascosto" da qualche parte il verbale. Tenere segreti questi verbali è un loro dovere, ma è anche un diritto dell'imputato. Noi cittadini non abbiamo il diritto di sapere cosa è stato detto in quella stanza; almeno fino a quando l'inchiesta non è conclusa e gli atti possono diventare pubblici. E questo vale per ogni indagine. Io, da cittadino, mi sento più tutelato se so che i verbali degli interrogatori - di tutti gli imputati, dal ladro di polli a Totò Riina - vengono tenuti segreti mentre si svolgono le indagini. Invece raramente lo sono, spesso qualcuno li diffonde, quasi sempre scegliendo ad arte quello che serve ai propri scopi. E questo qualcuno è un magistrato, un pubblico ufficiale, qualcuno che tradisce il proprio lavoro e il proprio ufficio. Prima o poi dovremo interrogarci su come lavorano male i magistrati in questo paese e sulla loro malafede, ma evidentemente ai giornalisti loro complici, che ricevono quei preziosi verbali o i testi delle intercettazioni, non interessa denunciare la mano che li nutre.
Ormai i verbali sono pubblici e quindi parliamo di queste polizze. Cosa ci racconta questa storia? Nulla di particolarmente nuovo, a dire il vero. Questa vicenda ci dice che Virginia Raggi è inadeguata a quel ruolo. Io - l'ho scritto più volte, prendendomi per lo più gli strali dei miei lettori - l'avrei votata se fossi cittadino romano - la voterei ancora se dall'altra parte ci fosse un candidato del pd - ma pensavo allora e penso oggi che né lei né il suo partito siano pronti a una sfida di questo genere e questo è un problema. Per tutti. Il fatto che la seconda - o forse, nonostante la canea dei giornali, la prima - forza politica del paese sia incapace di esprimere una classe dirigente degna di questo nome dovrebbe mettere in ansia sia coloro che li votano che quelli che non lo fanno o non lo farebbero mai. Ma neppure questo è un tema che interessa ai giornalisti italiani, il cui unico scopo è quello di screditare gli avversari politici dei propri "padrini".
Poi la storia delle polizze ci dice un'altra cosa che già sapevamo, ossia che attorno a quell'amministrazione - ma non solo a quella ovviamente - ruota un sottobosco di personaggi, i cui interessi poco hanno a che fare con quelli dell'amministrazione. Quelle polizze francamente mi sembrano più che un gesto di inutile piaggeria o un tentativo malriuscito di corruzione, un'arma di Romeo - o dei suoi mandanti - da usare contro Raggi. Anche se un magistrato a servizio di chi non sappiamo - o lo sappiamo benissimo - non avesse fatto lo spione, probabilmente quelle polizze sarebbero saltate fuori comunque, presto o tardi, perché utilissime per tenere sotto scacco la sindaco che, per quanto debole, "loro" non riescono a controllare come vorrebbero. Temo che la debolezza di Raggi alla fine abbia stupito e spaventato anche loro. Chi fa affari intorno - e in barba - all'amministrazione comunale ha bisogno di un sindaco che decida, che faccia qualcosa, magari lo faccia male, ma lo faccia. Un'amministrazione immobile non serve neppure ai ladri, ai faccendieri, ai corrotti e ai corruttori; e infatti tutti questi richiedono un'amministrazione che decida, magari come faceva il commissario, senza le beghe e le lungaggini della politica. In Italia in tanti vogliono l'uomo forte perché si spende meno a corrompere una persona sola, per quanto avida, piuttosto che tanti.
La vicenda delle polizze è grave perché scopre non tanto l'inadeguatezza della politica - è più di vent'anni che "loro" ci dicono che la politica fa schifo e la profezia ha finito per autoavverarsi - quanto il marcio che c'è nella pubblica amministrazione. Il Comune di Roma - e non è un'eccezione rispetto al panorama desolante della pubblica amministrazione - va così non per colpa di politici malfattori e incapaci che si sono succeduti in questi anni - o non solo per colpa loro - ma soprattutto per precise responsabilità di una macchina amministrativa che si è voluto fosse debole, poco formata, impastoiata da leggi, direttive e regolamenti incomprensibili. Ci sono ormai decine di leggi, decreti, regolamenti, linee guida dell'Anac, dedicate al tema della prevenzione della corruzione, ogni Comune deve produrre rapporti, avviare controlli, monitorare procedure, eppure si continua tranquillamente a rubare - anzi si ruba più di prima - perché si tratta di norme farraginose, inconcludenti, spesso tra loro in contrasto, scritte in una lingua inaccessibile. Ogni pubblica amministrazione impegna persone a scrivere centinaia di pagine che nessuno leggerà, a redigere norme che nessuno applicherà, magari non facendo le cose che andrebbero fatte. Ad esempio le norme per i lavori pubblici sono così complesse da far desistere un funzionario onesto, mentre uno disonesto va a nozze, perché grazie alla complessità è più facile rubare. Più le leggi sono complicare più sono difficili da far rispettare e infatti in questo paese abbiano un corpus legislativo abnorme, che tende a crescere piuttosto che farsi più semplice. E poi i ladri sanno che prima o poi arriva una proroga, arriva un'emergenza, arriva qualcosa che permetterà loro di rubare, più e meglio di prima, alla faccia degli impiegati onesti che sono la maggioranza e anche dei politici seri e preparati che ci sono e che potrebbero esserci, perché nessuno "nasce imparato": si può diventare amministratori capaci, ma si preferisce non lo diventino.
Questa è la vera polizza che assicura a "loro" di poter continuare a fare i loro affari.

venerdì 3 febbraio 2017

"Andrò in prigione" di Predrag Matvejevic'

Confondere la civiltà europea con la civiltà universale, è una tentazione ben nota. Dare ad una realtà concreta e contingente un significato quasi assoluto è un errore comune. Sarebbe più utile discutere delle aspettative e delle attese di una parte dell’Europa nei confronti dell’altra.
Nei due paese candidati dell'Unione Europea - la Turchia e la Croazia - succedono nello stesso momento due casi simili : nel primo, lo scrittore Orhan Pamuk (candidato serio per il Premio Nobel) è minacciato di esser arrestato per aver riconosciuto il genocidio della sua nazione sugli armeni; nell'altro, il sottoscritto viene condannato a cinque mesi di carcere per aver scritto sulla responsabilità degli intellettuali nazionalisti che hanno aiutato i "signori della guerra" ad infiammare i conflitti.
Si, è vero che ho scritto è pubblicato, in croato e in italiano, un saggio intitolato "I nostri talebani" ( il titolo nel Piccolo triestino era più esplicito: "Talebani cristiani"). Si trattava di quelli che hanno contribuito di più ad una propaganda micidiale, colpevoli di più di duecentomila morti in ex Jugoslavia, di più di due milioni esiliati, non so quanti altri sottoposti alla "pulizia etnica". Proponevo una specie di "tribunale d’onore" che completi quello dell’Aia, dinnanzi al quale potrebbero rispondere i propagandisti dell’ultima guerra balcanica. Menzionai a quest’occasione anche i nomi : alcuni serbi, come Dobrica Cosic, l’inspiratore del famoso Memorandum dell’ Accademia serba, con alcuni suoi vicini (Matija Beckovic, Momo Kapor); aggiunsi diversi scrittori croati, fra i quali, all’ultimo posto - vista la sua modesta importanza letteraria - Mile Pesorda, poeta di Bosnia-Erzegovina che si era trasferito durante la guerra in Croazia. Quest’ultimo mi fece un processo prolungatosi durante un po’ meno di quattro anni e che finì, alcuni giorni fa, con la sentenza giudiziaria: che mi accusa "d’ingiuria e diffamazione" e mi condanna a cinque mesi di carcere. Nel motivare la sentenza il giudice ha definito offensivo il termine "talebano", che io invece consideravo abbastanza debole nel contesto.
Ho già dichiarato (tramite al giornale Novi list di Fiume) che non intendo fare ricorso: perché questo significherebbe prendere sul serio la condanna e il tribunale dal quale proviene. Sono dunque pronto di andare, nel momento deciso da "loro", subito dopo aver fatto la mia valigia, nella prigione che mi sarà assegnata. Ho una doppia cittadinanza, croata e italiana (per quest’ultima ringrazio di nuovo Claudio Magris e Raffaele La Capria che hanno chiesto al Presidente della repubblica Scalfaro di concedermela) - potrei dunque rimanere qui senza le difficoltà che incontrano gli "extracomunitari". Ma preferisco sfidare in questo modo quelli che lo meritano. 
Molti amici e compagni mi sostengono in questa decisione. Soprattutto quelli che sanno come cercavo anch’io di difendere gli intellettuali perseguitati, anche quelli che "pensavano diversamente" di me: Solzenitsyn, Sacharov, Brodskij, Kis, Havel, Kundera, Milosc, Solidarnosc, Dubcek e "la Primavera di Praga", e anche "l’apertura italiana", come lo chiamavamo all’Est quando Berlinguer e i suoi compagni fecero la loro svolta antistaliniana.
Aggiungo alla fine alcuni accenni sulle idolatrie e sulle illusioni che si fanno di fronte all’Europa tanti cittadini dell’ex Europa dell’Est.
Ogni tentativo simile esordisce o si conclude con una domanda ad un tempo banale ed imprescindibile: quale Europa?. L’abbiamo sentita, tante volte, in diversi contesti, a partire dall’Europa del carbone e dell’acciaio fino a quella di Maastricht e dell’euro. Sarebbe auspicabile che l’Europa odierna fosse meno eurocentrica di quella del passato, più aperta al cosiddetto Terzo Mondo dell’Europa colonialista, meno egoista dell’«Europa delle nazioni», più Europa dei cittadini che si danno la mano e meno quella degli Stati che si sono fatti tante guerre fra loro. Un’Europa più consapevole di se stessa e meno soggetta all’americanizzazione. Sarebbe utopistico aspettarsi che diventasse, in un futuro prevedibile, più culturale che commerciale, più cosmopolita che comunitaria, più comprensiva che arrogante, più accogliente che orgogliosa e, in fin dei conti, perché no, più socialista dal volto umano (è il termine di Sacharov) e meno capitalista senza volto.
E legittimo chiedere quale diventerà l’"altra Europa", che si trova di fronte a queste alternative. In una parte dei cosiddetti "paesi dell’Est", il post-comunismo non è ancora riuscito a "raggiungere" i regimi precedenti (come livello di vita e di produzione, scambi economici, sicurezza sociale, scolarità, regime pensionistico, eccetera). Per citare solo un esempio: la Slovenia, che ha fatto il migliore risultato dei dieci nuovi membri dell’Unione, ha messo quasi otto anni per raggiungere la stessa Slovenia - la sua produttività dell’inizio degli anni novanta. Questa considerazione non ha lo scopo di riabilitare le pratiche ben conosciute di un socialismo che si è autoproclamato "reale" senza esserlo. Le transizioni di questi paesi durano molo più a lungo del previsto. Riescono soltanto eccezionalmente a diventare vere trasformazioni. (Occorre distinguere meglio queste due nozioni: la transizione è basata su ipotesi, la trasformazione è un risultato).
Il cattivo odore delle vecchie tradizioni nazionaliste ristagna ancora in molte zone del nostro continente e fuori di esso. Si tratta di una realtà che sembra già compiuta pur senza concludersi o raggiungere una forma accettabile. E' una situazione difficile da sopportare e dalla quale non ci si riesce ad affrancare. Molti becchini si danno invano da fare, senza riuscire a sbarazzarsi delle spoglie. È un ruolo tutt’altro che gradevole.
I nazionalisti di ogni matrice si scagliano accuse reciproche in modo parziale, esagerato, caricaturale - per condannare gli altri o giustificare se stessi. Le coscienze che tentano di ergersi "al di sopra della mischia" generalmente sono considerate "traditrici della nazione". E per questo vengono punite.
Talvolta abbiamo voglia di finire piuttosto in carcere, come sta succedendomi, che di sopportare tutto questo.

giovedì 2 febbraio 2017

Verba volant (344): rabbia...

Rabbia, sost. f.

Italo è la vittima, Roberta è la vittima, anche Fabio è la vittima. Qualcosa non va: non può esserci una storia in cui ci sono soltanto vittime. Abbiamo bisogno che ci sia un colpevole: in fondo è rassicurante. La vicenda è purtroppo nota: Italo ha causato la morte di Roberta in un incidente stradale e Fabio, che amava Roberta, l'ha ucciso. Fabio ha certamente commesso un reato, molto grave, forse anche Italo ne ha commesso uno, meno grave, perché ovviamente non aveva l'intenzione di uccidere la ragazza. Roberta è l'unica davvero innocente. Ma questo è l'aspetto penale della storia, che è importante, ma che immagino abbia ormai poco significato per quelle famiglie, per quelli che sono rimasti. E anche per noi.
Poi ci sono queste tre vittime: due morti e uno sulla cui coscienza grava un peso indicibile. La storia di queste tre persone, di queste tre vittime, in qualche modo interroga tutti noi. Ciascuno di noi è sinceramente convinto che se gli succedesse quello che è successo a Fabio non si comporterebbe allo stesso modo, ciascuno di noi pensa che saprebbe controllare la propria rabbia, che riuscirebbe a gestire quel dolore. E' legittimo che siamo convinti di questo, è un bene che nella stragrande maggioranza dei casi le persone effettivamente ci riescano e che le vicende come quelle raccontate in questa brutta storia di cronaca siano un'eccezione, ma non possiamo esserne certi. Se non siamo santi - e non lo siamo - dobbiamo accettare questa nostra fragilità, sapere che potrebbe capitare anche a noi, che la rabbia potrebbe travolgerci. E che potremmo uccidere - o ucciderci - per la rabbia di non poter sopportare un dolore che ci dilania. Siamo debolissimi e prima lo capiamo meglio è.
Personalmente penso che essere consapevoli che in ogni momento possiamo spezzarci sia già una specie di punto di arrivo, qualcosa che alla fine può salvarci. Poi possiamo cercare di fare qualcosa di più, possiamo lavorare su noi stessi, sulla nostra rabbia, magari facendoci aiutare da chi sa e può farlo. Possiamo diventare più maturi, essere consapevoli che il mondo ha le sue regole - o non ha regole - e quindi che noi dobbiamo imparare a piegarci, ad adattarci ai cambiamenti, soprattutto quelli che non ci piacciono e soprattutto ad accettare il dolore, anche quando colpisce qualcuno a cui vogliamo bene.
Nonostante crediamo di sapere molte cose sulla nostra mente, nonostante ci siano tanti esperti in grado di aiutarci - o che millantano di aiutarci - in fondo non ne sappiamo poi tanto e non è affatto facile controllare il dolore e la rabbia. Poi viviamo in un mondo che non ci aiuta, perché ogni giorno ci vengono chieste prestazioni spesso superiori alle nostre forze. E' un mondo in cui dobbiamo essere sempre connessi, in cui dobbiamo sempre saper dire la parola giusta al momento giusto, in cui dobbiamo sempre fare la cosa giusta al momento giusto, in cui dobbiamo essere fisicamente perfetti, sempre belli, magri, sportivi, in cui dobbiamo essere sempre giovani e sani. Siccome sono cose impossibili, siamo sottoposti di continuo a una tensione che credo porti ad acuire la nostra rabbia, o che almeno non favorisca affatto la nostra capacità di tenerla sotto controllo. Nuotiamo controcorrente, anche quando abbiamo ancora la forza e la volontà di farlo. Viviamo in un mondo che ci rende più deboli proprio quando ci illude che siamo forti.
E qualcuno non ce la fa. Chi non c'è la fa è colpevole? Certo per la legge è colpevole; ed è giusto che sia così. Fabio deve scontare la sua pena, anche se quasi sicuramente non gli servirà a nulla, perché la nostra società al massimo punisce - quando ci riesce - ma non rende più forti, non aiuta a capire perché chi ha sbagliato lo ha fatto. Chi non ce la fa è colpevole soprattutto per se stesso, e la sua pena più pesante sarà portarsi dietro questa inadeguatezza. E' una pena da cui si può finire per essere schiacciati, in un esito autodistruttivo: spero non sia così per Fabio, ma ha già dimostrato di essere molto debole. Molto più debole della sua rabbia. E anche noi, ogni giorno, condividiamo questa debolezza. E, come Sisifo, portiamo un masso enorme, con grande fatica lo trasciniamo fino alla cima del mondo, ma proprio quando siamo arrivati rotola a terra e ricomincia la fatica. Ma questo non è un supplizio che dovremo patire in un'altra vita, che non ci sarà, ma in questa vita.
Come dice Lucrezio:
qui infine s'avvera per gli stolti la vita dell'inferno.

lunedì 30 gennaio 2017

Verba volant (343): proporzione...

Proporzione, sost. f.

Disegnate un quadrato, poi calcolate dove si trova il centro di uno dei lati; mettete il compasso su questo punto e quindi tracciate una curva che congiunga il vertice non adiacente all'intersezione della linea che prolunga il lato del quadrato. Così, più o meno, lo descrive Euclide. Se non avete capito, guardate la figura: è più facile da fare che da spiegare. Questo è il rettangolo perfetto, perché la proporzione tra a e b è un numero irrazionale, conosciuto come numero aureo o costante di Fidia o proporzione divina. Ritroviamo questa proporzione nel Partenone, nella Mona Lisa leonrdesca e nei quadri di Mondrian, in Debussy e in Firth of Fifth dei Genesis. Nel rispetto rigoroso di questa proporzione per gli antichi - e anche per molti moderni - sta la bellezza.
Immagino che i severi giudici della Consulta non avessero in mente Fibonacci - o i Deep Purple, anche loro hanno usato la proporzione aurea - quando hanno emesso la sentenza che ha definitivamente affossato la legge "più bella del mondo", come era stata incautamente definita dall'ometto che l'aveva promossa. Con quella sentenza la Corte - dovendo comunque garantire che ci fosse una legge elettorale - ha reintrodotto il proporzionale. Anche se nessuno ormai immagina di associare la bellezza a questo sistema elettorale.
Per più di vent'anni ci hanno spiegato che il proporzionale era il male e che questo paese si sarebbe salvato solo introducendo il maggioritario, anzi sempre più maggioritario. Anch'io ci sono cascato a suo tempo, anch'io ho sostenuto che era necessario superare il proporzionale e aprirsi totalmente al maggioritario, perché bisognava garantire prima di tutto la governabilità. Si è trattato di un errore fatale, che alla lunga ci ha uccisi, perché il maggioritario è stato una sorta di cavallo di Troia, usando il quale i nemici della democrazia sono entrati dentro i bastioni e hanno distrutto la città.
Ci eravamo talmente convinti che ci siamo dimenticati di un punto fondamentale: un sistema elettorale non è mai più forte della politica. Pensiamo alla storia repubblica, a quegli anni che per convenzione chiamiamo "prima Repubblica": c'era il proporzionale, eppure il sistema politico era stabile, anzi era troppo stabile, tanto da sclerotizzarsi e quindi morire. Quando renzi tentava di venderci la sua paccottiglia elettorale, diceva che finalmente avremmo saputo la sera delle elezioni chi aveva vinto. Allora, al tempo del proporzionale puro, lo sapevamo benissimo: chiuse le urne, sapevamo che aveva vinto la Democrazia Cristiana. Era così perché quel partito aveva molti voti, la maggioranza dei voti, e molto consenso nel paese - su come otteneva quei voti e quel consenso non è il tema di questa riflessione, ma comunque li aveva, anche se ottenuti in maniera illegale - e c'era un quadro politico internazionale che impediva altri possibili esiti. Tanto è vero che quando parve che la situazione politica italiana potesse cambiare, in maniera blandamente radicale, ma troppo radicale per qualcuno, ci fu un pesante intervento esterno che riportò l'ordine, il "loro" ordine: la storia italiana dal 1969 al 1980 - la stagione delle stragi e del terrorismo - racconta in sostanza questo. Non era il sistema elettorale che garantiva quella stabilità, erano altri fattori, politici e storici. La legge elettorale serviva a fotografare, nella maniera più realistica possibile, quello che succedeva nella politica del nostro paese: questo deve fare una legge elettorale, non può sostituirsi alla politica.
In Italia invece è avvenuto proprio questo. Ci siamo convinti - ci hanno convinto - che bastasse cambiare la legge elettorale per trasformare il paese. E così abbiamo introdotto il maggioritario per eleggere i consigli degli enti locali e l'elezione diretta di sindaci, presidenti di provincia e di regione, e abbiamo sperimentato varie soluzioni per rendere sempre più maggioritaria la legge attraverso cui scegliamo i nostri rappresentanti in parlamento, accarezzando l'idea di eleggere direttamente anche il presidente della Repubblica o quello del consiglio. E man mano che facevamo questi cambiamenti la fotografia diventava sempre meno nitida, perché questi sistemi non erano in grado di fotografare la realtà e soprattutto perché quella realtà diventava giorno dopo giorno sempre più confusa. Più non capivamo cosa stava diventando la politica, più credevamo che una nuova legge elettorale ce lo avrebbe chiarito, invece introducevamo sempre nuovi elementi di confusione.
Perché l'obiettivo di quelli che allora ci spiegavano che il maggioritario ci avrebbe salvato era quello di diminuire gli ambiti della democrazia, di rendere meno forti le istituzioni, di screditare la politica. E' un disegno di cui ora, a vent'anni di distanza, possiamo riconoscere lo svolgimento con una certa precisione e che ci ha portati, in maniera quasi naturale, alla riforma costituzionale varata dal precedente governo, che avrebbe, se non completato, portato molto avanti quel progetto. Il passo successivo, e finale, sarebbe stata l'elezione diretta - e plebiscitaria - dell'esecutivo. Il nostro NO, più o meno consapevole, del 4 dicembre ha rappresentato un freno, quel cammino è stato solo interrotto, è stato rallentato, ma non siamo riusciti a invertire il senso di marcia, perché vent'anni di propaganda contro la politica sono lunghissimi e hanno lasciato il segno, perché quel che rimane della politica è per lo più screditata, perché le forze che allora cominciarono quel progetto sono ancora in campo, mentre noi, che teoricamente dovremmo opporci, siamo deboli, spauriti, divisi. Spesso inconsapevoli della sfida che abbiamo di fronte e dei pericoli che stanno correndo le istituzioni. E noi con loro, perché difendere la Costituzione, vuol dire difendere i più deboli, quelli che hanno bisogno di essere tutelati dalle regole.
Non mi fido molto dei giudici della Consulta, anche loro rispondono a poteri che esulano dalle dinamiche democratiche; se hanno introdotto questa specie di proporzionale è perché sanno che ormai neppure questa legge elettorale sarà in grado di ristabilire un minimo di decenza alla politica, anche se è quella voluta dai Costituenti, è quella che meglio si adatta all'impianto della nostra Costituzione, è quella che garantisce di più i cittadini. Troppo tempo è passato, troppe parole sono state spese, soprattutto troppo debole è diventata la politica in Italia, come nel resto del mondo. Per questo serve un'altra grammatica, serve un'altra geometria, rigorosamente non euclidea, servono altri canoni di bellezza, serve ribaltare il tavolo e ricominciare.

domenica 29 gennaio 2017

Verba volant (342): unità...

Unità, sost. f.

Chi legge con una qualche regolarità le cose che scrivo, sa che non ho difficoltà a definirmi antirenziano. Anzi, io sono contro renzi in maniera direi pre-politica, quasi antropologica. Ma ormai credo che il problema non sia nemmeno più renzi, la cui stella - un fuoco di paglia, meglio - ha cominciato ormai a spegnersi. E sapete anche che sono un fiero avversario del pd, di tutto il pd. Quindi sono contento quando leggo che quel partito si sta indebolendo, mi fa piacere sapere che qualcuno parla di scissione: questo paese starà meglio senza il pd. Voglio però dire con altrettanta chiarezza che non mi arruolerò in un generico e variegato carrozzone antirenziano. Che ovviamente nascerà comunque, anche senza di me; ma almeno vorrei mettervi in guardia, per quello che vale il mio consiglio.
Vorrei non commetteste l'errore che abbiamo fatto noi in questo ultimo ventennio, quando abbiamo usato l'antiberlusconismo come unico elemento valoriale. E in nome dell'antiberlusconismo è nato di tutto, compreso il renzismo.
In più di vent'anni in nome della guerra santa contro Berlusconi abbiamo ingoiato tutto. Vi ricordate: abbiamo perfino applaudito Montanelli, esponente del più bieco anticomunismo e servo fedele degli interessi del capitale. Abbiamo eletto Di Pietro. Abbiamo fatto un governo con Cossiga. E abbiamo fatto l'Ulivo e abbiamo stretto un'alleanza sempre più organica con i democristiani.
Prevengo le vostre critiche e la vostra maliziosa domanda: ma tu dov'eri? Ero tra quelli che applaudivano D'Alema, Veltroni e Fassino, ero tra quelli che hanno fatto nascere il Pds e poi i Ds, ero tra quelli che hanno lavorato per l'Ulivo; ho fatto campagna per Di Pietro, ho sostenuto tutti i governi del cosiddetto centrosinistra, solo su Montanelli, perché non riuscivo proprio a parlarne bene, sono stato zitto; soprattutto ho lavorato per costruire un'alleanza organica con quelli che erano diversi da noi. L'unica colpa che non mi potete imputare è quella di aver partecipato attivamente per far nascere il pd: mi sono fermato prima e quindi, almeno su questo, sono innocente. Anche se i germi del pd e di renzi li abbiamo iniettati noi nel corpo della sinistra. Ovviamente non ci furono solo questi errori tattici, ci fu una visione strategica sbagliata, l'idea che di fronte ai cambiamenti del mondo la sinistra dovesse cambiare per avere l'ambizione di governare certi processi, e per questo siamo diventati destra, dimenticando progressivamente quello che eravamo e quello che avremmo dovuto essere, specialmente di fronte a un capitalismo sempre più violento.
Ho l'impressione che adesso si stia ripetendo lo stesso schema, anche con molti di quei protagonisti. Leggo che sempre più frequentemente si fa riferimento a un "nuovo" Ulivo, vedo l'attivismo di certi personaggi di allora, ad esempio di un ex presidente del consiglio del nostro partito di allora, che si vantava di essere l'esponente italiano della "terza via", come Tony Blair in Gran Bretagna. Vedo un proliferare di personaggi nel campo della cosiddetta sinistra per costruirsi delle piccole carriere personali nel nome dell'antirenzismo. E vedo che questo lavorio si accompagna sempre al mantra della necessità di stare uniti. Tanti compagni e amici me lo ripetono in continuazione qui in rete: dobbiamo stare uniti, l'unità è importante, non dividiamoci. Balle. Sarà che io sono sempre meno paziente e sono stato già troppo unito a persone con cui francamente poco mi univa e che mi stavano anche antipatiche, ma non credo che questo sia un valore in sé. Il tema è cosa fare e cosa essere, non stare uniti.
Perché su questi anti- generici poco si costruisce. Per questo mi interessa poco essere antirenziano - anche se ovviamente continuerò ad esserlo. Continuerò a essere antifascista: una definizione in cui si ritrovano in tanti per fortuna, anche se poi bisogna esserlo veramente per tutto quello che significa. E voglio essere anticapitalista: questa è una categoria in cui immagino saremo in meno. renzi, come qualsiasi "pidino", credo si definisca ancora antifascista, anche se non capisce esattamente cosa voglia dire, ma non vorrebbe essere definito anticapitalista o comunista. Ecco smettiamola di ricercare questa fantomatica unità e proviamo invece a unirci su un'idea. Noi vecchi espieremo - forse - le colpe del passato, voi giovani non dovrete fare tra vent'anni questo stesso discorso.

lunedì 23 gennaio 2017

Verba volant (341): riffa...

Riffa, sost. f.

Ero incerto se scrivere questa definizione, perché ho letto che questa notizia è stata ampiamente commentata da diversi "indignati professionali"e da alcuni polemisti in servizio permanente effettivo, una compagnia di giro di cui non vorrei far parte, neppure per sbaglio.
Non ho motivi per dubitare sulla buona fede di quegli amministratori locali - che peraltro svolgono il loro incarico in condizioni davvero difficili - che hanno deciso di assegnare tramite un sorteggio le prime casette in legno, speriamo provvisorie, a quelle famiglie che hanno perso le proprie case a causa del terremoto che ha colpito a fine agosto diverse realtà dell'Italia centrale. Semmai dovremmo arrabbiarci per il fatto che queste assegnazioni vengano fatte solo ora, a cinque mesi dal sisma, e soprattutto che siano ancora così poche, troppo poche. Occorreva trovare un criterio e a quegli amministratori la sorte è parsa un criterio migliore di altri.
Non so, certo è uno dei modi che potevano scegliere, ma ho l'impressione che questa scelta sia significativa per capire cosa siamo diventati, ovviamente non solo in quelle città colpite dal terremoto. E' talmente radicata la sfiducia nelle istituzioni, è talmente normale considerare che ogni scelta pubblica sia dettata da criteri opachi, quando non apertamente truffaldini, da far preferire la sorte alla redazione di una graduatoria.
Molti anni fa, quando facevo un altro mestiere, mi è capitato di scrivere i criteri per una graduatoria: non è affatto semplice, perché ci sono cose che sono facilmente misurabili e ce ne sono altre, di più a dire il vero, che sono molto più difficile da confrontare. E poi ci sono elementi che non sono affatto misurabili: perché ci sono cose, anche uguali, che io posso valutare in un modo e tu in modo opposto. Tu ed io possiamo avere lo stesso identico stipendio: io posso considerarmi ricco e tu considerarti povero e ciascuno di noi ha soggettivamente ragione. Perfino la perdita della casa può essere vissuta da due persone in maniera diversa, perché quella casa non è solo un valore immobiliare, un dato catastale, ma anche un insieme di ricordi, di affetti, di sentimenti, che nessuno di noi può quantificare in maniera oggettiva, E inevitabilmente stabilire dei criteri, anche se poi non partecipi più alla definizione della graduatoria, ti impone di fare delle scelte e altrettanto inevitabilmente ti espone al giudizio - e ovviamente alla critica - di chi a quella graduatoria deve accedere. E' davvero più semplice affidarsi al caso.
E poi dobbiamo sempre ricordarci che abbiamo a che fare con noi italiani, molti dei quali sono naturalmente portati a imbrogliare la pubblica amministrazione. Io, ad esempio, per stabilire una graduatoria delle famiglie a cui assegnare una casa prefabbricata avrei voluto tener conto del reddito di quelle famiglie, ma in questo paese stabilire il reddito pare una missione impossibile, perché non ci sono dati confrontabili. Non voglio urtare la sensibilità dei miei lettori che fanno gli artigiani o i liberi professionisti e pagano tutte le tasse - ce ne sono davvero, non è uno scherzo - e quindi mi spiace di usare quello che ad alcuni di loro può sembrare un vieto luogo comune, eppure se il mio dentista non mi fa la fattura quando mi cura un dente, magari dandomi il contentino di farmi risparmiare in questo modo l'Iva, e se non la fa neppure a molti altri suoi clienti, può finire che, a leggere soltanto le carte, io guadagni di più del mio dentista e quindi che alla sua famiglia tocchi la casetta di legno - o il posto all'asilo nido o qualunque altro beneficio, per assegnare il quale si calcoli anche il reddito - che forse sarebbe stato più giusto toccasse a me o ad un altro. Credo potrei continuare a fare esempi, ma non voglio far arrabbiare i miei lettori che in questi anni hanno trovato sistemi sempre più fantasiosi per pagare meno tasse: i coniugi che dicono di abitare in case diverse per non pagare l'Imu, quelli che non si sposano per non cumulare i redditi e così via, per stare alle cose più semplici e comuni, quelle che richiedono meno sforzo e per cui troviamo sempre una qualche giustificazione autoassolutoria: le tasse sono troppo alte e i servizi sempre meno, rischio che la casa che ho ereditato da povera nonna mi costi di più di quello che posso guadagnarci e cose del genere. E poi la giustificazione delle giustificazioni: ma loro rubano più di me.
Riffa viene dallo spagnolo e significa propriamente violenza, lotta, e solo in un secondo momento ha cominciato a indicare un sorteggio, una decisione demandata al caso. Ecco io in questa scelta degli amministratori di Norcia e di altre città di affidarsi al caso per una decisione così importante sento una forma di violenza, subita da quegli stessi amministratori e dalle loro comunità. E anche una violenza contro tutto il nostro paese. Perché considero quella scelta - o meglio quella non scelta - una forma di resa; è come se quei sindaci ci abbiano voluto dire: non sappiamo come fare a trovare un criterio e quindi rinunciamo, meglio un sorteggio, una lotteria, così che i cittadini non se la prendano con noi. E perché in questo paese non si può fare altro. No, dobbiamo avere il coraggio e la capacità di fare altro.

giovedì 19 gennaio 2017

Verba volant (340): congiuntivo...

Congiuntivo, sost. m. 
«Posso permettermi di farle una domanda?… Poi gliene farò altre, di altre natura… Nei componimenti di italiano lei mi assegnava sempre un tre, perché copiavo. Ma una volta mi ha dato un cinque: perché?».
«Perché aveva copiato da un autore più intelligente».
Il magistrato scoppiò a ridere. «L'italiano: ero piuttosto debole in italiano. Ma, come vede, non è poi stato un gran guaio: sono qui, procuratore della Repubblica…». «L'italiano non è l'italiano: è il ragionare» disse il professore. «Con meno italiano, lei sarebbe forse ancora più in alto».
E' un brano celebre, tratto dal romanzo Una storia semplice di Leonardo Sciascia. Probabilmente ricorderete questo scambio di battute grazie alla magistrale interpretazione di Gian Maria Volonté nel film tratto dal libro.
E' vero: l'italiano è a volte difficile, ma per questo ci fa ragionare. Non è sempre facile usare il congiuntivo in maniera corretta, capita a volte di sbagliare, anche quando ci pensiamo, anzi a volte ci sbagliamo di più proprio quando ci pensiamo. Certo quando scriviamo possiamo fare più attenzione ai congiuntivi, abbiamo - teoricamente - più tempo, anche se questo "diabolico" strumento attraverso cui io ora scrivo e voi prima o poi mi leggerete, ci porta a scrivere in fretta, che - come si sa - è una cattiva consigliera. Quando parliamo i congiuntivi rischiano ancora di più e non è detto che sia poi questo gran male. La lingua è - per fortuna - una cosa viva, che cambia, anzi proprio questi mutamenti le assicurano di essere immortale; se parlando non sentiamo tutta questa necessità di usare il congiuntivo e riusciamo comunque a far capire alle persone con cui parliamo le nostre idee, i nostri stati d'animo, le nostre passioni, non è detto che questi congiuntivi siano così indispensabili.
Forse un giorno i nostri bisnipoti non useranno più il congiuntivo, ma la loro lingua sarà altrettanto bella, avranno poeti e scrittori che la sapranno usare con maestria, anche senza quelle complicate costruzioni verbali. Tra la fine del Duecento e l'inizio del Trecento la lingua che sarebbe diventata l'italiano - con tutti i suoi bravi congiuntivi - suonava malissimo ai dotti del tempo che parlavano latino e consideravano quell'idioma con superba noncuranza. Gli accademici di quel tempo, leggendo Dante, probabilmente dicevano, come in un vecchio carosello: L'italiano? Non dura, dura minga, non può durare. Eppure l'italiano è durato perché i poeti e - nel nostro piccolo - ciascuno di noi siamo riusciti a trasmettere attraverso questa lingua pensieri ed emozioni. 
Vedo che in questi giorni sui mezzi di informazione viene preso di mira un esponente politico per aver sbagliato tre congiuntivi di fila. A parte il fatto che spesso sui giornali leggiamo consecutio che ci fanno accapponare la pelle, il problema - come diceva il professor Franzò - non è l'italiano, ma è il ragionare. Effettivamente scrivere tre pensieri di fila sbagliando in ognuno di essi un congiuntivo è indice di scarso ragionamento e io non voglio affatto difendere questo "scrittore" così avventato, visto che peraltro sarebbero state c...te anche se scritte in corretto italiano, con tutti i congiuntivi a modino. Io peraltro ho avuto la fortuna di conoscere ottimi amministratori pubblici, il cui italiano era zoppicante, perché da bambini avevano avuto ben altro da fare che andare a scuola. E ho imparato a ragionare - per quel poco che ci sono riuscito - e ho imparato a fare politica ascoltando molte di queste persone, i cui congiuntivi mi facevano sorridere. Ho anche conosciuto persone che non sbagliavano un congiuntivo, ma non dicevano nulla, perché non sapevano nulla. O, ancora peggio, che usavano la loro capacità di parlare bene per ingannare gli altri. 
Adesso ovviamente provo a scrivere senza errori perché mi sembra rispettoso verso voi che leggete e perché spero in questo modo di essere più chiaro. Ma mi auguro che mi leggiate più per quello che scrivo che per come lo scrivo. E cerco di scrivere senza errori, perché mi serve per ragionare. Ma non voglio farne un dramma se mi capita di sbagliare un congiuntivo.

Allora, ragioniere, che fa? Leggi?
Ma... mi dà del tu?
No, no! Dicevo: leggi lei?
Ah, congiuntivo...

domenica 15 gennaio 2017

"Io ero, io sono, io sarò" di Rosa Luxemburg


"L'ordine regna a Berlino!" annunzia trionfante la stampa borghese, annunziano Ebert e Noske, annunziano gli ufficiali delle "truppe vittoriose", a cui la plebaglia piccolo-borghese di Berlino acclama e sventola i fazzoletti!
La gloria e l'onore delle armi tedesche sono salvi di fronte alla storia mondiale. I miserabili sconfitti delle Fiandre e delle Argonne hanno riabilitato il loro nome con una splendida vittoria sui trecento spartachisti del Vorwärts.
"L'ordine regna a Varsavia!", "L'ordine regna a Parigi!", "L'ordine regna a Berlino!". Così si rincorrono a distanza di mezzo secolo gli annunzi dei guardiani dell'ordine da un centro all'altro della lotta storico-mondiale. E i vincitori tripudianti non considerano che un ordine che ha bisogno di essere mantenuto con periodici sanguinosi massacri, va inevitabilmente incontro al suo destino storico, al suo tramonto. Che cosa è stata quest'ultima "settimana di Spartaco" di Berlino, che cosa ha portato, che cosa ci insegna? Ancora in mezzo alla battaglia, in mezzo agli ululi di vittoria della controrivoluzione, i proletari rivoluzionari devono rendersi ragione dell'accaduto, commisurare gli avvenimenti e i loro risultati alla grande scala della storia. Seguire con consapevolezza le sue direttrici, le sue vie, è i primo compito dei combattenti del socialismo internazionale. Era da attendersi da questa lotta una vittoria definitiva del proletariato rivoluzionario, la caduta degli Ebert-Scheidemann e l'istituzione della dittatura socialista? Certo no, se si prendono seriamente in considerazione tutti gli aspetti decisivi della questione. Il punto debole della posizione rivoluzionaria attuale: l'immaturità politica dei soldati, che si lasciano pur sempre adoperare dai loro ufficiali a fini antipopolari controrivoluzionari, è già una prova dell'impossibilità, in quest'urto, di una durevole vittoria rivoluzionaria. D'altra parte questa stessa immaturità dell'esercito è solo un sintomo della generale immaturità della rivoluzione tedesca. Il contado, da cui proviene una grande percentuale della truppa, ora come prima è stato appena toccato dalla rivoluzione! Berlino è ancora come isolata dal Reich.
Da questa contraddizione, in una fase iniziale dello sviluppo rivoluzionario, tra aggravamento dei compiti e insufficienti condizioni per la loro realizzazione, risulta la conclusione formalmente negativa delle singole battaglie rivoluzionarie. Ma la rivoluzione è l'unica forma di guerra - anche questa è una sua particolare legge di vita - in cui la vittoria finale possa essere preparata solo attraverso una serie di sconfitte!
Che cosa ci mostra tutta la storia delle rivoluzioni moderne e del socialismo? Il primo divampare della lotta di classe in Europa: l'insurrezione dei setaioli lionesi del 1831, è finita con una grave sconfitta. Il movimento cartista inglese con una disfatta. Il sollevamento del proletariato parigino nei giorni del giugno 1848 è terminato con una sconfitta schiacciante. La Comune di Parigi con una sconfitta paurosa. Tutta la strada del socialismo - per quel che riguarda le battaglie rivoluzionarie - è disseminata di patenti disfatte.
E pure irresistibilmente questa stessa storia passo passo porta alla vittoria finale! Dove saremmo oggi senza quelle sconfitte, dalle quali abbiamo attinto esperienza storica, scienza, forza, idealismo! Noi, che oggi siamo giunti immediatamente davanti alla battaglia finale della lotta di classe proletaria, poggiamo i piedi proprio su quelle sconfitte, a nessuna delle quali possiamo rinunciare, ognuna delle quali è una parte della nostra forza e consapevolezza.
Avviene con le lotte rivoluzionarie l'esatto contrario che con le lotte parlamentari. Nello spazio di quattro decenni abbiamo avuto in Germania in sede parlamentare solo delle vittorie, siamo passati addirittura di vittoria in vittoria. E il risultato ne fu, al momento della grande prova storica del 4 agosto: una disfatta politica e morale catastrofica, un crollo inaudito, una bancarotta senza esempi. Le rivoluzioni ci hanno finora portato sonore sconfitte, ma esse nella loro inevitabilità sono altrettante garanzie della futura vittoria finale.
Le masse sono il fattore decisivo, sono la roccia sulla quale sarà edificata la vittoria finale della rivoluzione. Le masse sono state all'altezza della situazione, esse hanno fatto di questa sconfitta un anello di quella catena di sconfitte storiche, che sono l'orgoglio e la forza del socialismo internazionale. E perciò da questa sconfitta sboccerà la futura vittoria.
"L'ordine regna a Berlino!" Stupidi sbirri! Il vostro ordine è costruito sulla sabbia. Già domani la rivoluzione si ergerà nuovamente ed annuncerà con un suono di squilla: io ero, io sono, io sarò!

giovedì 12 gennaio 2017

Verba volant (339): ex...

Ex, prep lat.

Barack Obama sta per diventare l'ex presidente degli Stati Uniti; probabilmente sarà il migliore ex presidente della storia recente di quel paese. E' giovane, immagino riuscirà ad avere ancora un'influenza nella vita pubblica di quel paese, potrebbe perfino diventare il marito - o il padre - di una futura presidente.
E' ovviamente presto per tracciare un bilancio della sua presidenza, ma credo si possa dire che il suo mandato si chiude con una sconfitta molto pesante: il fatto che il suo successore sia una persona come Donald Trump è il fallimento più grande di Obama, qualcosa che lo consegnerà - non certo come avrebbe voluto - alla storia, insieme al fatto che è stato il primo presidente nero degli Stati Uniti. I simboli contano in politica - Obama, che è persona intelligente, lo sa bene, e immagino che lo stesso Trump lo intuisca - spesso contano più delle cose che si fanno o non si fanno. Otto anni fa l'ingresso di Obama alla Casa bianca è stato un evento che ha segnato nel profondo quel paese, dove la questione razziale ha ancora un peso, un peso tanto rilevante che Trump è stato eletto anche in forza di una sorta di reazione alla presidenza di Obama. Trump ha vinto le elezioni anche perché è un maschio bianco, per quanto molti dei suoi elettori non siano disposti ad ammetterlo.
Obama ha detto nel suo discorso d'addio che lascia un'America migliore di quella che ha trovato otto anni fa. E' legittimo che lo pensi ed è naturale che lo dica, ma mi verrebbe da dire che proprio l'elezione di Trump è il segno che si tratta di una frase retorica, destinata a scaldare gli animi dei suoi molti sostenitori, ma poco aderente alla realtà. Proprio la questione razziale rimane come una ferita che attraversa quel grande paese: e si tratta di una ferita non solo metaforica perché in questi otto anni tanti giovani ragazzi di colore e ispanici sono rimasti uccisi in scontri con la polizia e, più spesso, solo a seguito di controlli o di fermi ingiustificati. Essere nero negli Stati Uniti non è facile oggi come non lo era otto anni fa. La vicenda personale e politica di Obama è una storia diversa, troppo diversa, da quella che si vive nelle periferie delle città americane, perché in fondo la presidenza Obama non ha inciso sulla divisione più profonda della società degli Stati Uniti, come della nostra, tra poveri e ricchi.
Puoi anche essere nero, ma se sei ricco, se sei famoso, se sei bello, allora vieni accettato, sei un idolo, sei uno che può diventare perfino presidente, ma se sei povero, anche se sei bianco, allora non hai nessuna possibilità. E su questo Trump ha giocato le sue carte con abilità. Ma se sei nero di possibilità ne hai, se possibile, ancora meno.
Otto anni fa ci siamo emozionati a vedere quel giovane uomo di colore giurare sulla Bibbia appartenuta ad Abramo Lincoln. Poi, come spesso ci succede, abbiamo fatto l'errore di credere che un passo avanti così importante nel campo dei diritti civili avesse un significato anche nel campo dei diritti sociali. Non è stato così, non poteva essere così, perché non ti fanno diventare presidente degli Stati Uniti se sei un vero progressista e soprattutto perché Obama era ed è un moderato, uno che pensa che il governo possa servire a tutelare almeno un po' le fasce più deboli della società e a controllare solo gli eccessi più macroscopici degli spiriti animali del capitalismo. Invece in questi otto anni, forse ancora di più che in quelli precedenti, il capitalismo ha rotto ogni freno, non solo in America, ma soprattutto in altre parti del mondo, a partire dalla Cina. E Trump è il rappresentante di questi appetiti sfrenati - basta guardare chi ha scelto nella sua amministrazione. Poi vedremo se i capitalisti delle due sponde del Pacifico decideranno di combattersi o - come è più probabile - di allearsi, ma per entrambe queste scelte non era adatto uno come Obama, serviva uno come Trump, uno che garantisse di più e meglio gli interessi del capitale. Mentre i poveri degli Stati Uniti, i bianchi e soprattutto i neri, continueranno a essere poveri, più poveri, e soprattutto continueranno a credersi responsabili a vicenda della propria povertà, nella lotta sempre più sanguinosa tra gli ultimi e i penultimi, in cui l'unico vincitore è sempre chi siede in alto.
Per risolvere questo nodo Obama non ha fatto nulla in questi otto anni. Magari ci rifletterà nella sua nuova vita da ex.

mercoledì 11 gennaio 2017

Considerazione libere (416): a proposito di due sì...

In questi giorni potremmo dedicare il nostro tempo a riflettere sui motivi, legittimamente giuridici o inconfessabilmente politici, che hanno spinto i giudici della Consulta a emettere questa sentenza oppure a discutere su come sono stati scritti i quesiti o ancora a pensare alle conseguenze politiche di questa sentenza, sull'opportunità che si voti prima possibile il referendum o che si vada a elezioni anticipate. O su come questo referendum ci servirà a ricostruire una sinistra in Italia. Francamente però oggi non abbiamo questo tempo. Ne abbiamo pochissimo. E abbiamo scarse energie. E il nostro poco tempo e le nostre scarse energie dobbiamo dedicarle a fare propaganda per il SI', a spiegare qual è il vero significato di questi referendum, di quelli su cui saremo chiamati ad esprimerci e anche di quello che per ora non è stato ammesso. Ed è qualcosa che non riguarda solo strettamente il tema dell'utilizzo dei voucher o quello degli appalti o finanche quello, seppur fondamentale, dell'art. 18. Sono temi che abbiamo affrontato e su cui torneremo. Ma la questione vera riguarda la dignità costituzionale del lavoro, che i costituenti vollero sancire in maniera solenne - e assolutamente inedita - in quell'art. 1 molto citato, ma poco applicato.
La battaglia in cui dobbiamo essere impegnati già da queste ore e su cui dovremo saper costruire un fronte il più ampio possibile - speriamo maggioritario - è simile a quella che ci ha impegnato nei mesi passati. Perché anche lo scorso 4 dicembre in gioco non era tanto la sopravvivenza del Senato o il meccanismo di formazione delle leggi, quanto l'idea stessa di democrazia rappresentativa. Oggi allo stesso modo questi referendum ci servono a ribadire la centralità costituzionale del lavoro, l'idea che i diritti delle persone che lavorano devono essere garantiti a partire dalla legge fondamentale del nostro ordinamento.
Perché il nostro lavoro, il lavoro di tutti, deve essere uno sforzo libero. Pare scontato, ma non lo è: lo sforzo di uno schiavo, di un uomo o di una donna costretti a cedere il proprio tempo e le proprie energie, non può essere considerato lavoro. Le meraviglie architettoniche dell'antichità furono costruite da schiavi e oggi sono schiavi quelli che producono le magliette che indossiamo o i telefonini con cui ci teniamo continuamente in contatto, e questo non è lavoro. E non serve andare in Asia o in Africa, basta fermarsi nelle campagne dove si raccolgono le arance e i pomodori o andare in qualche fabbrica o in un call center. Lo dobbiamo ricordare quando valutiamo la crescita di un paese: la schiavitù conviene dal punto di vista puramente economico, dal momento che garantisce bassi costi di produzione e crescita della ricchezza complessiva. Però quello non è lavoro e non realizza la prosperità comune. Perché il lavoro di ciascuno di noi realizza a un tempo noi stessi e la società. E’ abbastanza semplice capire che il lavoro libero di ciascuno di noi contribuisce al bene della comunità, è qualcosa di cui abbiamo immediata evidenza. Forse non abbiamo ancora capito quanto il lavoro sia importante per ciascuno di noi. A chi è successo - a me è successo intorno ai quarant’anni - di non avere un lavoro sa che si tratta di un momento che si ricorda con dolore e ansia. Chi non lavora non esprime la sua capacità di essere, in qualche modo non è. L'art. 1 dice questo e dice che la democrazia si realizza con il lavoro e che il lavoro si tutela con la democrazia.
Troppo spesso in questi anni ci hanno fatto credere che il lavoro sia solo un dovere o, ancora peggio, una concessione che ci viene fatta, qualcosa per cui dobbiamo ringraziarli. Invece il lavoro è un nostro diritto. In gioco nel prossimo referendum c'è semplicemente questo. La domanda che quei due quesiti rivolgono a tutti noi è questa: abbiamo diritto al lavoro, un lavoro sicuro, un lavoro retribuito in maniera proporzionale ed equa? SI'.

lunedì 9 gennaio 2017

"La bellezza è un sogno" di Zygmunt Bauman

Noi umani possediamo il linguaggio, strumento capace di operare meraviglie, che ci permette di dare un nome alle cose esistenti, ma anche, ancor più miracolosamente, alle cose che non esistono ancora: alle cose come sono e alle cose come potrebbero essere. Grazie al linguaggio possiamo fare scelte: possiamo respingere certe cose in nome di altre, e possiamo anche parlare e pensare a cose che devono o possono ancora venire. Siamo animali "trasgressivi" e "trascendenti" e non possiamo farne a meno. Viviamo in anticipo sul presente. Le nostre rappresentazioni anticipano le nostre percezioni. Il mondo che abitiamo è sempre un passo, o un chilometro, o un anno luce più avanti rispetto al mondo di cui facciamo esperienza. La parte di mondo che sopravanza la nostra esperienza vissuta viene definita "ideale": gli ideali ci devono guidare in territori per il momento inesplorati e per i quali non esistono mappe.
La "bellezza" è uno degli ideali che ci guidano al di là del mondo già esistente. Il suo valore risiede pienamente nel suo potere di guida. Se mai arrivassimo al punto segnato dall'ideale della bellezza, essa perderebbe il suo potere: il nostro viaggio giungerebbe al termine. Non ci sarebbe più nulla da trasgredire o da trascendere, e quindi nemmeno umana per come la conosciamo. Ma forse, grazie al linguaggio, e all'immaginazione che il linguaggio rende tanto possibile quanto inevitabile, quel punto non può mai venire raggiunto.
Definiamo "belle" molte cose, ma di nessuna cosa che definiamo in questo modo possiamo dire onestamente che non possa conoscere un progresso. La "perfezione" è sempre "non ancora". Uno stato di cose nel quale non sia desiderabile alcun progresso è il sogno solo di coloro che devono progredire molto. Forse il concetto di perfezione costituisce un elogio dell'immobilità, ma compito di tale concetto è impedirci di rimanere immobili L'immobilità si trova nei cimiteri, eppure, paradossalmente è il sogno dell'immobilità a tenerci in vita. Fin tanto che il sogno resta irrealizzato contiamo i giorni, e i giorni contano: abbiamo uno scopo e un lavoro da portare a termine...
Non che un compito sempre testardamente e clamorosamente incompiuto sia un bene incondizionato o rechi felicità incontaminata. La condizione del "lavoro incompiuto" possiede molte attrattive ma, come tutte le altre condizioni, è meno che perfetta.
La memorabile sentenza di Robert Louis Stevenson, secondo la quale «viaggiare con speranza è meglio che arrivare», non è mai suonata più vera che nel nostro mondo moderno, liquido e fluido. Quando le mete si spostano o perdono di fascino più rapidamente di quanto le gambe riescano a camminare, le auto a muoversi e gli aerei a volare, restare in movimento conta più della meta. «Come fare» sembra più importante e urgente rispetto a «cosa fare». Impedire che tutto quel che facciamo in quest'istante divenga un'abitudine, non farsi vincolare dall'eredità del proprio passato, indossare l'identità attuale come si indossano le magliette, sostituibili quando non servono più o sono fuori moda, respingere gli insegnamenti del passato e abbandonare le competenze del passato senza pudori o pentimenti, tutto ciò sta diventando l'elemento distintivo dell'attuale politica della vita e attributo della razionalità nella modernità liquida. La cultura della modernità liquida non è più una cultura dell'apprendimento e dell'accumulazione, come le culture che conosciamo in base alle descrizioni degli storici e degli etnografi. E' invece una cultura del disimpegno, della discontinuità e della dimenticanza.
In questo tipo di cultura, e nelle strategie di politica della vita che essa approva e promuove, non c'è molto spazio per gli ideali. Ancor meno spazio c'è per gli ideali che sollecitano uno sforzo sostenuto, di lungo periodo, fatto di piccoli passi compiuti verso obiettivi che, per ammissione di tutti, sono distanti. Né c'è spazio per un ideale di perfezione che derivi tutto il suo fascino dalla promessa di porre termine alla scelta, al cambiamento, al progresso. Per essere più precisi, tale ideale può ancora librarsi sul mondo vitale di uomini e donne della modernità liquida, ma solo come sogno, sogno il cui avveramento nessuno si attende più, sogno notturno che svanisce d'un tratto con la luce del giorno.
Ecco perché la bellezza, nel suo significato ortodosso di ideale per cui combattere e morire, sembra star passando un brutto periodo.
Il significato della "bellezza" subisce impercettibilmente un cambiamento fatale. Negli usi attuali del termine i filosofi stenterebbero a riconoscere i concetti da loro costruiti attraverso i secoli con tanta serietà e fatica. Soprattutto non troverebbero il legame tra bellezza ed eternità, tra valore estetico e durevolezza. Pur tra controversie furiose, tutti i filosofi hanno concordato che la bellezza si solleva al di sopra dei volubili e fragili capricci privati, e che, anche se potrebbe esistere una "bellezza a prima vista", sarebbe il corso del tempo a comprovarla. Non troverebbero nemmeno la «pretesa di validità universale» che a loro giudizio era attributo indispensabile di ogni giudizio propriamente estetico. La cultura dell'azzardo ha rimosso dal cartellone questi due aspetti, entrambi macroscopicamente assenti dagli attuali usi più comuni del termine "bellezza".
Il mercato dei consumi e i modelli di condotta che esso richiede e coltiva si adattano alla cultura dell'azzardo della modernità liquida, la quale, a sua volta, si adatta alle pressioni e alle seduzioni del mercato. Entrambi sono in perfetto accordo, si alimentano e si rafforzano a vicenda. Per non far perdere tempo ai clienti e per non pregiudicare le loro gioie future, quindi imprevedibili, il mercato dei consumi offre prodotti rivolti al consumo immediato, preferibilmente usa e getta, fatti in modo da non ingombrare la spazio vitale quando non saranno più di moda. I consumatori, confusi dal vorticare delle mode e dal ritmo sempre più accelerato dei loro cambiamenti, non possono più basarsi sulla propria capacità di apprendimento e memorizzazione: pertanto ascoltano di buon grado chi li rassicura che il prodotto attualmente offerto è "l'oggetto da avere", "l'ultimo grido", un must in o con cui farsi vedere.
Il valore estetico, eterno e "oggettivo", del prodotto è l'ultima cosa di cui preoccuparsi. Né la bellezza è "nell'occhio di chi guarda". Al contrario, il suo luogo è la moda attuale: pertanto essa è destinata a divenire bruttezza non appena la moda corrente verrà sostituita, il che avverrà di sicuro, e presto. Il mercato possiede la stupefacente capacità di imporre alle scelte dei consumatori, ostentatamente individualistiche e quindi potenzialmente casuali e sparse, un modello regolare, per quanto di breve durata, senza il quale essi si sentirebbero completamente disorientati e perduti. Il gusto non è più una guida sicura, l'apprendimento e la fiducia nella conoscenza già acquisita sono trappole invece che aiuti, e il comme il faut di ieri può trasformarsi senza preavviso in comme il ne faut pas.
Nella nostra società della modernità liquida la bellezza è andata incontro al medesimo destino subito da tutti-gli-altri ideali che in passato hanno alimentato l'irrequietezza e lo spirito di ribellione. La ricerca di armonia totale e di durata eterna è stata riscritta, puramente e semplicemente, nei termini di un impegno frutto di cattivi consigli. I valori sono tali fin tanto che si prestano al consumo istantaneo e sul posto. I valori sono attributi di esperienze momentanee. Così è la bellezza. E la vita? La vita è una successione di esperienze momentanee.