Se abitassi ad Adro, in provincia di Brescia, non voterei per la Lega, sicuramente sarei parte di quella esigua minoranza che vota Pd o comunque a sinistra, anche solo per testimonianza. Se abitassi ad Adro e avessi una figlia o un figlio dai 3 ai 14 anni mi sarei molto arrabbiato, partecipando all'inaugurazione del nuovo polo scolastico, intitolato al sedicente ideologo della Lega - quel Gianfranco Miglio, che si ricorda più per il ghigno nelle apparizioni televisive che per le analisi sulla fine della società moderna e il ritorno al medioevo - vedendo ovunque il simbolo della Lega - la stella delle alpi - dai banchi ai cestini dei rifiuti, dagli zerbini ai posacenere, impresso sui vetri, sulle porte, nei cartelli. Avrei notato, più con ironia che con rabbia, quei crocifissi imbullonati alle pareti, contro ogni tentazione laicista di rimozione: un Cristo inchiodato due volte, prima dai soldati romani e poi dall'ignoranza e dall'intolleranza di piccoli amministratori leghisti.
Se vivessi ad Adro protesterei, firmerei petizioni, chiederei che la scuola fosse intitolata a Giorgio Ambrosoli e che venissero rimossi i più o meno subliminali simboli leghisti. Soprattutto vigilerei che all'interno della scuola non avvengano fenomeni, più o meno mascherati, di emarginazione verso gli stranieri e verso i poveri, che troppo spesso tendono a essere le stesse persone.
Se vivessi ad Adro e avessi una figlia o un figlio che frequenta il polo scolastico "Gianfranco Miglio" proverei a spiegargli perché ritengo sbagliata l'idea della società sostenuta dalla Lega e dalla destra e cercherei di educarlo secondo quei valori su cui io sono stato educato. Se vivessi ad Adro avrei sostenuto, contro il Sindaco e contro la maggioranza dei miei concittadini, la decisione della presidente dell'associazione dei genitori che gestiva la mensa di non sospendere il servizio ai bambini i cui genitori non pagavano regolarmente la retta e avrei applaudito, sempre contro il Sindaco e contro la maggioranza dei miei concittadini, la scelta di quell'imprenditore che ha deciso di pagare di tasca propria le rette, per assicurare a tutti il servizio, ritenendo che il benessere dei bambini debba sempre essere considerato prevalente, al di là di ogni altra considerazione.
Ma se vivessi ad Adro e avessi una figlia o un figlio dai 3 ai 14 anni sarei contento del fatto che mia figlia o mio figlio possano frequentare la scuola in un edificio nuovo, in regola con le norme di sicurezza e gli standard previsti dalle normative, con spazi verdi e laboratori, con le lavagne elettroniche. Probabilmente avrei anche dato il mio contributo, come hanno fatto gran parte dei cittadini di Adro, per dotare la scuola degli arredi e delle attrezzature, e avrei pensato - e anche detto pubblicamente - che quell'amministrazione, che io non avrei mai votato, ha fatto un buon lavoro, cedendo il vecchio edificio scolastico e facendosi costruire questo nuovo plesso, senza gravare sul bilancio comunale, strozzato dai vincoli finanziari imposti dagli stessi leghisti del governo di Roma. In troppi comuni italiani le bambine e i bambini vanno a scuola in edifici non a norma, con aule troppo piccole, con spazi per le attività sportive e di laboratorio inesistenti o molto carenti, senza spazi verdi.
Di Adro avevo già parlato in una mia precedente "considerazione" (la nr. 101, per la precisione) e non voglio tornare su quello che avevo già scritto. Ho letto diversi commenti sull'inagurazione della nuova scuola a marcata impronta leghista e li condivido tutti, a partire da quello di Michele Serra su Repubblica. Però mi pare che nessuno abbia affrontato la questione che a me sembra invece centrale: come mai la maggioranza dei cittadini di Adro è leghista ed è contenta della propria amministrazione? Probabilmente perché quegli amministratori hanno individuato un problema e l'hanno risolto bene, senza avere il timore di chiedere un sacrificio ai propri cittadini. I cittadini di Adro sono stati abbastanza intelligenti da capire che l'educazione dei loro figli è importante e che un'educazione efficace passa anche attraverso dei locali e delle strutture idonei: certo questi da soli non sono sufficienti, ma è importante che ci siano. Ora gli stessi cittadini mostrano anche una certa tendenza egoistica, ossia io penso ai miei figli, ai vostri pensateci voi. E siccome Adro è una realtà ricca dell'Italia può permettersi cose che nella gran parte del nostro paese sarebbero impossibili da realizzare, ma non per questo dobbiamo colpevolizzare i cittadini di Adro.
Di fronte a quello che è successo, che - lo ripeto - io considero molto grave, dobbiamo evitare due atteggiamenti: la condanna dagli accenti retorici e la sottovalutazione, come ha fatto la Gelmini parlando di folklore leghista. La comunità di Adro ha espresso un bisogno, un bisogno alto, e ha trovato il modo di soddisfare questo bisogno; i suoi leader hanno approfittato di questo per metterci il loro cappello, per esasperare la loro propaganda, ma non possiamo condannare una comunità perché vuole una scuola migliore per i propri figli.
Il problema che dovremmo porci è di garantire a tutte le bambine e tutti i bambini scuole pubbliche come quella di Adro, naturalmente senza simboli.
martedì 14 settembre 2010
lunedì 13 settembre 2010
"Aspetto chiunque voglia venire da me, per parlarmi" di Pier Paolo Pasolini

Aspetto chiunque voglia venire da me, per parlarmi.
Come sarei contento di starlo a sentire.
Purché io possa avere in mano delle armi
anche le più inutili e inoffensive
sarei capace di qualsiasi bassezza, magari anche di farmi
spia, fascista o sacrestano: all'idea di morire,
è vero, ci si abitua, ma qualcosa che intanto calmi
è ciò che più si desidera, in queste rive
che riappaiono come per un improvviso risveglio.
Che cosa mi calma? Qualche piccola e logica illusione.
Pur di non sapere di averVi perso, è meglio
sperare in un miracolo, mio Signore e Padrone;
"Oh, sventura come sei verbosa", è, se volete saperlo,
un verso di Shakespeare; per non parlare di Platone.
domenica 12 settembre 2010
"La piccola gloria" di Raymond Queneau
A M.G., gli fu piuttosto difficile ottenere una tessera d'ingresso alla Bibliothèque Nationale, nessun titolo avvalorava la sua domanda, nessuna ricerca legittimava la sua richiesta, e tuttavia era proprio quello il solo posto dove potesse raggiungere il suo scopo. Ogni altro modo di operare sarebbe stato vano e senza efficacia, esposto a troppi rischi. M.G. passò dunque tutta un'estate senza riuscire ad avallare la sua domanda, quando un giorno d'autunno passando davanti a un'area di affissioni ufficiali scorse una pubblicità per l'Ecole du Louvre. Capì, ne divenne l'allievo sebbene sino ad allora non si fosse mai interessato a quel genere di studi, studiò l'arte del medioevo e l'epigrafia, infine, diplomato, poté ottenere una tessera di lettore, quella che dà diritto alla Sala di Studio.Il primo giorno che vi si recò, si sedette un poco a caso; era prima della guerra, in un tempo in cui si poteva ancora scegliere il proprio posto. Poi si guardò intorno, si orientò, imparò il funzionamento di questa grande macchina. C'erano in particolare i cataloghi, di cui bisognava conoscere l'uso, dei numerosi cataloghi, alcuni a stampa, altri manoscritti, altri ancora fotografici, alcuni su schede altri no, in ordine alfabetico o in ordine di soggetto: insomma tutto un tirocinio da fare. Quando ebbe un poco capito, il primo pensiero di M.G. fu di cercare il proprio nome nel catalogo generale; ce lo trovò; e fu per lui una così grande emozione, una gioia vivissima. Tenendo aperto con la mano alla pagina il tomo 48, alzando gli occhi verso il soffitto, sognò, per qualche attimo, e sorrideva. Vi erano le tre opere che aveva pubblicato, ben descritte, con la loro segnatura: il Rinnovamento della Terra mediante l'esclusione di Newton, Lione, Lenglumé, 1841, in-8°, pp. VIII-246, R. 24111, l'Estremità dei cieli ridotta alla sua giusta espressione, Lione, Lenglumé, 1843, in-8°, pp. IX-351, R. 24112 e la Notte Newtoniana sin qui sparsa sulla terra e oramai annientata dal pieno giorno della Verità, Caen, Ledoyen, 1859, in-8°, pp. XL-674, R. 26700.
M.G. non si stancava di leggere e rileggere queste poche righe bibliografiche - tutto ciò che restava di lui su questa terra come gloria, poiché in tutti i dizionari e reportori che poté compulsare non trovò alcuna traccia del suo nome e della sua opera, come neppure in alcun trattato, in alcuna storia.
La seconda parte del suo programma fu realizzata nel modo seguente: riempì le tre schede necessarie e richiese in lettura i suoi tre libri. Di lì ad un'ora circa, un impiegato a questo scopo venne a portarglieli. Erano neri di polvere; M.G. la scosse quindi constatò che non erano stati consultati, mai; le loro pagine non erano tagliate. M.G. abbassò pesantemente la testa maneggiando distrattamente le sue opere; così, non era mai stato letto - perlomeno qui. Ma a che pro sperare di essere stato letto altrove. Nessuno si era mai chinato sulle sue elucubrazioni - e tuttavia ricordava i momenti di genio che illuminarono i suoi soggiorni a Lione poi a Caen, l'ardore con cui scriveva, l'entusiasmo che lo bruciava. Poi, dopo la pubblicazione, l'insuccesso completo, il silenzio. Allora M.G. era morto sperando almeno qualcosa dalla posterità. Vedeva adesso che la posterità non si era mai curata di lui.
Uscì qual giorno dalla Nationale, gonfio di delusioni e disperazioni. Vagò tutta la notte, riflettendo a quello che doveva fare. Le tenebre di Parigi lo videro in diversi quartieri a mormorare l'esame del suo problema. Al mattino, all'ora di apertura, era lì, entrò, si mise a osservare. Le sue osservazioni furono condotte metodicamente per parecchi giorni, parecchie settimane, parecchi mesi. Mostrava una tale discrezione che nessuno si accorse della sua inchiesta. A che cosa s'interessava quel vecchio signore barbuto? alla morte di Luigi XVI. E quella ragazza bionda? al giansenismo. E quell'altro? quell'altro? quell'altro? Nessun erudito, nessuna erudita sembrava avesse concepito un progetto dove potesse appigliarsi o collocarsi la letteratura M.G.-iana. Passarono dei mesi. M.G. continuava a sorvegliare con un occhio sagace la vita intellettuale della sala di studio.
In lettore però finì per incuriosirlo, poiché non scorgeva alcun legame tra i diversi autori di cui gli vedeva cercare le segnature. Non poteva prenderlo per uno che potesse scegliere a caso, nelle risorse del catalogo, poiché sembrava proprio perseguire una ricerca determinata. Dopo un certo tempo, M.G. poté constatare che quegli autori erano tutti francesi, del XIX secolo e, per quel tanto che era in grado di giudicare, completamente sconosciuti. Esitò ancora qualche tempo, continuò a osservare, e frattanto dovette concludere che, lui stesso, era nella condizione di interessare lo sconosciuto lettore, in quanto francese, undevigintico e per giunta, ahimé! sconosciuto. Quanto all'argomento delle sue opere, esso era presentabile come quelli degli altri; nessuna scienza pareva disinteressare il personaggio.
Gli occorreva dunque farne adesso la conoscenza; e per questo, giocò d'astuzia.
Seguì il personaggio, osservò il suo comportamento, notò le sue abitudini, vagliò i suoi costumi, arguì i suoi gusti; lo pedinò. L'altro non aveva niente amici né quasi relazioni; egli s'impose presso una di queste, che, un giorno, lo presentò. Conversarono. M.G., forte della propria indagine, guidava la conversazione e presto il personaggio gli confessò la natura dei suoi lavori, un probabile in-quarto di circa seicento pagine, bibliografia e tutto, e che tratterebbe incompendiosamente dei francesi oscuri del XIX secolo, un tema vasto. M.G. allora, emozionato, gli disse:
- Lei conosce M.G.?
L'altro non lo conosceva.
- Ha scritto questa, quella e quell'altra opera, disse M.G. citando i titoli.
- No non conosco, disse l'altro, non conosco. E' molto interessante, mormorò.
E tirò fuori dalla tasca un taccuino per prendere delle note. Ci scrisse titoli e nome.
M.G., tutti i giorni che seguirono, fu felice. Ma, la seconda volta che incontrò l'erudito, questi gli disse:
- Come dunque si chiamava il suo uomo? Si figuri che avevo perso la scheda.
M.G., amaro, gli diede di nuovo le indicazioni.
La volta seguente che incontrò l'erudito, questi gli disse:
- Interessante il suo uomo, interessante. Gli dedicherò dalle quattro alle cinque pagine circa del mio volume.
E M.G. fu di nuovo felice. Così non morirebbe completamente! Il suo nome resterebbe fra gli uomini non soltanto sotto il semplice e puro aspetto di un'iscrizione al catalogo della Bibliotèque Nationale, ma anche sotto la forma eminente di una notizia a lui dedicata da un erudito emerito in un in-quarto magistrale. Fu felice. Vivrebbe in eterno, o perlomeno molto a lungo - molto, molto a lungo. Non voleva pensare tanto lontano. A ogni modo poteva protrarre così la sua vita postuma di centinaia di anni, di migliaia forse. La fatalità dei cataloghi non consentiva ancora oggi di citare scrittori greci dei quali non resta più una riga? Allora lui, perché no? Supponiamo che tutta questa civiltà scompaia, e che non ne resti più, per pura sorte, che un frammento strappato della compilazione dell'erudito, e che questo frammento, per l'appunto, sia quello che lo concerne. Allora, egli sopravviverebbe, unico e solo. Perché no? Fu felice.
Le volte seguenti che incontrò l'erudito, gli chiedeva notizie del libro. Il libro andava avanti, presto fu quasi terminato, poi non ci fu che qualche messa a punto da fare. Stava per essere stampato, allorché il suo autore ne perse il manoscritto. Disgustato, questi abbandonò le sue ricerch e si ritirò un una campagna che aveva nei dintorni di Parigi.
M.G. gli fece numerose visite, per incoraggiarlo. Sperava sempre che l'altro stesse per ricominciare. Ma no, l'altro non voleva, non voleva sapere niente. M.G. vedendo sfumare ogni possibilità di sopravvivere nello spirito degli uomini si sentì a poco a poco indebolire e disgregarsi. Nella rabbia suprema della sua morte totale prossima, concentrò le poche forze che gli restavano per strozzare l'erudito. Che morì. Quanto a lui, andò a disperdersi a poco a poco, si dissolse, niente restò di lui, i fantasmi non hanno più fantasmi. (E' proprio sicuro?)
sabato 11 settembre 2010
Considerazioni libere (161): a proposito di colpevoli disattenzioni...
Tra il 30 luglio e il 3 agosto di quest'anno almeno 240 persone, donne e bambini, sono state violentate nel villaggio congolese di Luvungi, nella parte orientale del paese, da parte dei ribelli hutu ruandesi del Fronte democratico per la liberazione del Ruanda.
Non è una notizia. E' infatti l'ennesimo episodio del conflitto che, secondo diverse e autorevoli ong, ha fatto più vittime dai tempi della seconda guerra mondiale. Nel 1994, dopo la fine del genocidio ruandese operato dagli hutu, in cui sono morte 800mila persone, tra tutsi e hutu moderati, più di un milione di hutu si sono rifugiati nella Repubblica Democratica del Congo, per sfuggire alla vendetta degli stessi tutsi; nel 1997 il governo ruandese ha lanciato un'offensiva contro i ribelli hutu rimasti nella regione orientale del Congo. Questa è, in estrema sintesi, la cronaca delle cosiddette prima e seconda guerra del Congo, a cui hanno partecipato numerosi paesi africani e in cui sono morte, secondo alcune stime internazionali, almeno sei milioni di persone.
Il 27 agosto è stata pubblicata una bozza di un rapporto dell'Alto commissariato dell'Onu sui diritti umani che cerca finalmente di individuare i responsabili di questo vero e proprio genocidio. Credo valga la pena riportare un passo del rapporto, per far capire a che livello di violenza sia arrivato quel conflitto.
In questo quadro di terribili violenze, in cui non mancati neppure casi di cannibalismo, non stupisce l'uso sistematico dello stupro, come è successo, ancora una volta a Luvungi, poco più di un mese fa. Stupisce il fatto che le truppe dell'Onu fossero a soli 20 chilometri da quel villaggio e non siano stati in grado di intervenire per prevenire o almeno per fermare quell'attacco a popolazione civile inerme. Le truppe Onu sul campo in questa occasione - ma è già successo molte volte in quella sfortunata regione - si sono comportate come le proverbiali tre scimmiette.
Non è mancata la ferma condanna dei funzionari delle Nazioni Unite che stanno a New York, ma non è stato fatto nulla, a parte le parole di circostanze. Anzi l'Onu si prepara a rendere più "diplomatico" il rapporto di cui ho parlato prima, che accusa in maniera circostanziata l'attuale presidente del Ruanda Paul Kagame e l'ex presidente del Congo Laurent Désiré Kabila, padre dell'attuale presidente. Inutile sottolineare ancora una volta i grandi interessi economici che ruotano attorno alle risorse economiche di quel paese, ma di questo ho già parlato in due mie precedenti "considerazioni" (la nr. 83 e la nr. 92, per la precisione).
Ancora una volta la guerra si accanisce sul corpo delle donne. E ancora una volta noi guardiamo dall'altra parte.
Non è una notizia. E' infatti l'ennesimo episodio del conflitto che, secondo diverse e autorevoli ong, ha fatto più vittime dai tempi della seconda guerra mondiale. Nel 1994, dopo la fine del genocidio ruandese operato dagli hutu, in cui sono morte 800mila persone, tra tutsi e hutu moderati, più di un milione di hutu si sono rifugiati nella Repubblica Democratica del Congo, per sfuggire alla vendetta degli stessi tutsi; nel 1997 il governo ruandese ha lanciato un'offensiva contro i ribelli hutu rimasti nella regione orientale del Congo. Questa è, in estrema sintesi, la cronaca delle cosiddette prima e seconda guerra del Congo, a cui hanno partecipato numerosi paesi africani e in cui sono morte, secondo alcune stime internazionali, almeno sei milioni di persone.
Il 27 agosto è stata pubblicata una bozza di un rapporto dell'Alto commissariato dell'Onu sui diritti umani che cerca finalmente di individuare i responsabili di questo vero e proprio genocidio. Credo valga la pena riportare un passo del rapporto, per far capire a che livello di violenza sia arrivato quel conflitto.
L'uso estensivo di armi bianche (per lo più martelli) e i massacri sistematici di sopravvissuti dopo l'occupazione delle campagne dimostrano che molti decessi non sono imputabili alle circostanze della guerra. Le vittime sono soprattutto bambini, donne e persone anziane o malate.
In questo quadro di terribili violenze, in cui non mancati neppure casi di cannibalismo, non stupisce l'uso sistematico dello stupro, come è successo, ancora una volta a Luvungi, poco più di un mese fa. Stupisce il fatto che le truppe dell'Onu fossero a soli 20 chilometri da quel villaggio e non siano stati in grado di intervenire per prevenire o almeno per fermare quell'attacco a popolazione civile inerme. Le truppe Onu sul campo in questa occasione - ma è già successo molte volte in quella sfortunata regione - si sono comportate come le proverbiali tre scimmiette.
Non è mancata la ferma condanna dei funzionari delle Nazioni Unite che stanno a New York, ma non è stato fatto nulla, a parte le parole di circostanze. Anzi l'Onu si prepara a rendere più "diplomatico" il rapporto di cui ho parlato prima, che accusa in maniera circostanziata l'attuale presidente del Ruanda Paul Kagame e l'ex presidente del Congo Laurent Désiré Kabila, padre dell'attuale presidente. Inutile sottolineare ancora una volta i grandi interessi economici che ruotano attorno alle risorse economiche di quel paese, ma di questo ho già parlato in due mie precedenti "considerazioni" (la nr. 83 e la nr. 92, per la precisione).
Ancora una volta la guerra si accanisce sul corpo delle donne. E ancora una volta noi guardiamo dall'altra parte.
giovedì 9 settembre 2010
"Stato d'assedio" di Mahmoud Darwish
Qui, sui pendii delle colline, dinanzi al crepuscolo e alla legge del tempo
vicino ai giardini dalle ombre spezzate,
facciamo come fanno i prigionieri,
facciamo come fanno i disoccupati:
coltiviamo la speranza.
Un paese che si prepara all’alba. Diventiamo meno intelligenti
perché spiamo l’ora della vittoria:
non c’è notte nella nostra notte illuminata
da una pioggia di bombe.
I nostri nemici vegliano,
i nostri nemici accendono per noi la luce
nell’oscurità dei sotterranei.
Qui, nessun “io”.
Qui, Adamo si ricorda che la sua argilla
è fatto di polvere.
In punto di morte, dice:
non posso più smarrire il sentiero:
libero sono a un passo dalla mia libertà.
Il mio futuro è nella mia mano.
Ben presto penetrerò nella mia vita,
nascerò libero, senza madre né padre,
e mi sceglierò un nome di lettere d’azzurro…
Qui, fra spirali di fumo, sui gradini di casa,
non c’è tempo per il tempo.
come chi s’innalza verso Dio,
dimentichiamo il dolore.
Nulla qui riecheggia Omero.
I miti bussano alla nostra porta, se vogliono.
Nulla riecheggia Omero. Qui, un generale
scava alla ricerca di uno stato addormentato
sotto le rovine di una Troia che verrà.
Voi, ritti in piedi sulla soglia, entrate,
bevete con noi il caffè arabo.
Sentirete che siete uomini come noi.
Voi, ritti in piedi sulla soglia delle case,
uscite dalla nostra alba.
Ci sentiremo sicuri di essere
uomini come voi!
Quando gli aerei scompaiono, spiccano il volo le colombe
bianchissime, lavano la gota del cielo
con ali libere, riprendono il bagliore e il possesso
dell’etere e del gioco. In alto, ancora più in alto volano via
le colombe bianchissime. Ah, se il cielo
fosse vero… (mi ha detto un uomo correndo fra due bombe).
I cipressi, dietro i soldati, minareti che s’innalzano
per non far crollare il cielo. Dietro la siepe di ferro
pisciano i soldati – al riparo di un tank –
e la giornata autunnale conclude la sua traiettoria dorata
in una strada vasta come una chiesa dopo la messa domenicale…
(A un assassino) Se avessi contemplato il volto della vittima
e riflettuto, ti saresti ricordato di tua madre nella camera
a gas, avresti buttato via le ragioni del fucile
e avresti cambiato idea: non è così che si ritrova un’identità.
L’assedio è attesa,
attesa su una scala inclinata
dove più infuria l’uragano.
Soli, siamo soli a bere l’amaro calice,
se non fosse per le visite dell’arcobaleno.
Abbiamo dei fratelli dietro quella spianata,
fratelli buoni, che ci amano. Ci guardano e piangono.
Poi si dicono in segreto:
“Ah! Se quest’assedio venisse dichiarato…”
Lasciano la frase incompiuta:
“Non lasciateci soli, non abbandonateci”.
Le nostre perdite: da due a otto martiri, giorno dopo giorno.
E dieci feriti.
E venti case.
E cinquanta ulivi…
Aggiungeteci la perdita intrinseca
che sarà il poema, l’opera teatrale, la tela incompiuta.
Una donna ha detto alla nube: copri il mio amato
perché ho le vesti grondanti del suo sangue.
Se non sei pioggia, amor mio
sii albero
colmo di fertilità, sii albero
se non sei albero, amor mio
sii pietra
satura d’umidità, sii pietra
se non sei pietra, amor mio
sii luna
nel sogno dell’amata, sii luna
(così una donna che dava sepoltura al figlio)
O ronde della notte! Non siete stanche
di spiare la luce nel nostro sale
e l’incandescenza della rosa nella nostra ferita,
non siete stanche, ronde della notte?
Un lembo di questo infinito assoluto azzurro
basterebbe
ad alleviare il fardello di questo tempo
e a spazzare via la melma di questo luogo.
Che l’anima scenda dalla sua cavalcatura
e cammini con passi di seta
al mio fianco, mano nella mano, come due amici
di vecchia data che condividono il pane secco
e un bicchiere di vino della vecchia vigna,
Per poter attraversare insieme questa strada.
Poi i nostri giorni seguiranno sentieri diversi:
io al di là della natura, e lei,
lei preferirà inerpicarsi su un’altra vetta.
Siamo lontani dal nostro destino come gli uccelli
che fanno il nido negli anfratti delle statue,
o nella cappa del camino, o nelle tende
dove riposava il principe andando a caccia.
Sulle mie macerie spunta verde l’ombra,
e il lupo sonnecchia sulla pelle della mia capra.
Sogna come me, come l’angelo,
che la vita sia qui… non laggiù.
Quando si è assediati, il tempo diventa spazio
pietrificato nella sua eternità
quando si è assediati, lo spazio diventa tempo
che ha fallito il suo ieri e il suo domani.
Questo martire mi assedia ogni volta che vedo spuntare un nuovo giorno
e mi chiede: Dov’eri? Annota sui dizionari
tutte le parole che mi hai offerto
e libera i dormienti dal ronzio dell’eco.
Il martire mi spiega: Non ho cercato al di là della spianata
le vergini dell’immortalità, perché amo la vita
sulla terra, fra i pini e gli alberi di fico,
ma era inaccessibile, così ho preso la mira
con l’ultima cosa che mi appartiene: il sangue
nel corpo dell’azzurro.
Il martire mi avverte: Non credere alle loro storie
credi a me, padre, quando osservi la mia foto e chiedi piangendo:
Come hai potuto scambiare le nostre vite, figlio mio,
perché mi hai preceduto? C’ero io, c’ero prima io!
Il martire non mi da tregua: mi sono solo spostato
con i miei mobili consunti.
Ho posato una gazzella sul mio letto,
e una falce di luna sul mio dito,
per alleviare la mia pena.
L’assedio continuerà, per convincerci a scegliere
una schiavitù che non fa male,
in piena libertà!
Resistere significa: accertarsi della forza
del cuore e dei testicoli, e del tuo male tenace:
il male della speranza.
In quel che resta dell’alba, cammino verso il mio involucro esterno
in quel che resta della notte, ascolto il rumore dei passi rimbombare al mio interno
saluto chi come me insegue
l’ebbrezza della luce, lo splendore della farfalla,
nell’oscurità di questo tunnel.
Saluto chi beve con me dal mio bicchiere
nelle tenebre di una notte che entrambi ci avvolge:
saluto il mio spettro.
Per me i miei amici preparano sempre una festa
da Dio, una sepoltura serena all’ombra delle querce
un epitaffio inciso nel marmo del tempo
e sempre ai funerali li precedo correndo:
chi è morto… chi?
La scrittura, un cucciolo che morde il nulla
la scrittura ferisce senza lasciar tracce di sangue.
Le nostre tazze di caffè. Gli uccelli, gli alberi verdi
nell’ombra azzurrina, il sole che scivola di muro
in muro con balzi di gazzella
l’acqua delle nubi dalla forma illimitata – tutto quel che ci resta.
Il cielo. E altre cose dai ricordi sospesi
rivelano che questo mattino è potente splendore,
e che noi siamo i convitati dell’eternità.
Considerazioni libere (160): a proposito di donne vittime delle guerre...
In qualunque guerra le prime vittime sono le persone più deboli, i poveri, gli ammalati, ma soprattutto le donne e i bambini. E naturalmente l'Iraq non fa eccezione. Da pochi giorni gran parte dei soldati statunitensi hanno lasciato il paese mediorientale, ma si continua ancora a combattere: come ho scritto in una mia precedente "considerazione" la guerra non è finita il 1 settembre, così come non era finita il 1 maggio del 2003.
Il periodico statunitense The Nation ha dedicato un articolo alle oltre 50 mila donne irachene che, a causa della guerra, sono intrappolate nella schiavitù sessuale: è un fenomeno di cui bisognerebbe parlare, ma di cui finora si occupati in pochissimi.
La guerra ha lasciato in Iraq moltissime donne vedove e orfane. Il conflitto tra etnie ha comportato l'aumento del numero di divorzi e la fine, più o meno ufficiale, di tanti matrimoni misti.
Molte di queste donne, rimaste all'improvviso sole, hanno deciso di continuare a vivere in quel paese, ma tante, a causa delle condizioni di vita sempre più dure, hanno deciso di cercare una situazione migliore in Siria e in Giordania. In questo viaggio della speranza vengono spesso irretite delle trappole dei trafficanti di sesso; a volte non hanno documenti e sono facili prede in paesi dove le burocrazie e le forze dell'ordine sono spesso corrotte. Alcune di loro sono costrette a fare le ballerine nei locali di Damasco, Amman, Beirut, moltissime, ormai alla mercé dei loro protettori, diventano prostitute.
Ancora più tragica è la sorte delle donne che sono vendute dalle loro famiglie, per pagare debiti o per risolvere dispute tribali: cadono immediatamente nel mercato del sesso, senza neppure la speranza di poter raggiungere un futuro diverso.
Gli Stati Uniti avrebbero potuto salvare molte di queste donne. Il Congresso nel 2008 ha approvato il Refugee crisis in Iraq Act, un programma speciale per i rifugiati iracheni, che però non è mai stato avviato. I rifugiati iracheni, in particolare le donne vittime del tratta, avrebbero dovuto essere qualificati con la cosiddetta "priorità 2". Si tratta di una misura che gli Stati Uniti hanno già utilizzato con successo ai tempi della guerra del Vietnam, per soccorrere gli amerasians, ossia i figli nati dai rapporti tra i soldati americani e le donne vietnamite e cambogiane. Secondo quanto stabilito dalla legge, il Dipartimento di Stato americano potrebbe occuparsi direttamente di queste donne - indicate appunto con la qualifica "priorità 2" - scavalcando le pratiche previste dall'agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati e portandole nel territorio statunitense.
Purtroppo il Dipartimento di Stato non ha avviato il programma. Gli Stati Uniti inoltre non si stanno neppure impegnando per garantire che l’Unhcr, che finora ha gestito con scarsi mezzi la situazione, possa affrontare seriamente il problema delle rifugiate fra Iraq, Siria e Giordania.
Non dimentichiamoci delle donne irachene e non dimentichiamo che sono tra le vittime di questa guerra.
Il periodico statunitense The Nation ha dedicato un articolo alle oltre 50 mila donne irachene che, a causa della guerra, sono intrappolate nella schiavitù sessuale: è un fenomeno di cui bisognerebbe parlare, ma di cui finora si occupati in pochissimi.
La guerra ha lasciato in Iraq moltissime donne vedove e orfane. Il conflitto tra etnie ha comportato l'aumento del numero di divorzi e la fine, più o meno ufficiale, di tanti matrimoni misti.
Molte di queste donne, rimaste all'improvviso sole, hanno deciso di continuare a vivere in quel paese, ma tante, a causa delle condizioni di vita sempre più dure, hanno deciso di cercare una situazione migliore in Siria e in Giordania. In questo viaggio della speranza vengono spesso irretite delle trappole dei trafficanti di sesso; a volte non hanno documenti e sono facili prede in paesi dove le burocrazie e le forze dell'ordine sono spesso corrotte. Alcune di loro sono costrette a fare le ballerine nei locali di Damasco, Amman, Beirut, moltissime, ormai alla mercé dei loro protettori, diventano prostitute.
Ancora più tragica è la sorte delle donne che sono vendute dalle loro famiglie, per pagare debiti o per risolvere dispute tribali: cadono immediatamente nel mercato del sesso, senza neppure la speranza di poter raggiungere un futuro diverso.
Gli Stati Uniti avrebbero potuto salvare molte di queste donne. Il Congresso nel 2008 ha approvato il Refugee crisis in Iraq Act, un programma speciale per i rifugiati iracheni, che però non è mai stato avviato. I rifugiati iracheni, in particolare le donne vittime del tratta, avrebbero dovuto essere qualificati con la cosiddetta "priorità 2". Si tratta di una misura che gli Stati Uniti hanno già utilizzato con successo ai tempi della guerra del Vietnam, per soccorrere gli amerasians, ossia i figli nati dai rapporti tra i soldati americani e le donne vietnamite e cambogiane. Secondo quanto stabilito dalla legge, il Dipartimento di Stato americano potrebbe occuparsi direttamente di queste donne - indicate appunto con la qualifica "priorità 2" - scavalcando le pratiche previste dall'agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati e portandole nel territorio statunitense.
Purtroppo il Dipartimento di Stato non ha avviato il programma. Gli Stati Uniti inoltre non si stanno neppure impegnando per garantire che l’Unhcr, che finora ha gestito con scarsi mezzi la situazione, possa affrontare seriamente il problema delle rifugiate fra Iraq, Siria e Giordania.
Non dimentichiamoci delle donne irachene e non dimentichiamo che sono tra le vittime di questa guerra.
sabato 4 settembre 2010
Considerazioni libere (159): a proposito di concorsi e di bellezza....
Due giorni fa i giornali e i telegiornali hanno riportatato, con una certa evidenza, la notizia che un barista di Tezze sul Brenta ha cercato di organizzare un concorso di bellezza, mettendo in palio un posto di lavoro come cameriera, con contratto a chiamata. Giustamente la Cgil di Vicenza e del Veneto ha stigmatizzato questo comportamento. Riporto il comunicato del sindacato.
Concordo pienamente con queste parole, ma ho trovato francamente ipocriti molti dei commenti che hanno accompagnato la notizia, i giudizi dei vari opinionisti che hanno ripetuto che la bellezza non è tutto. Chi si sdegna così a buon mercato evidentemente non ha mai scorso - o almeno non l'ha fatto recentemente - gli annunci delle offerte di lavoro. Chi lo fa tutti i giorni, come succede a me da qualche tempo, vede che la realtà del mondo del lavoro è molto simile a quel concorso di Tezze. Il requisito della "bella presenza" e la richiesta di inviare, insieme al curriculum, una fotografia - magari due, una del viso e una a figura intera - accompagnano moltissime offerte, al di là di quello che è il profilo richiesto.
Ho già avuto modo di parlare - nella "considerazione" nr. 9, per la precisione, scritta quasi un anno fa - di un annuncio in cui si ricercava per uno studio professionale di Bologna un'architetto o un'ingegnere "bella presenza", senza ulteriori specifiche su specializzazioni o esperienza.
I telegiornali hanno giustamente criticato il barista di Tezze, ma quali criteri utilizza un qualsiasi direttore di testata per scegliere le giornaliste che conducono gli stessi telegiornali?
Io non ho nessun pregiudizio verso le donne belle, ho lavorato con donne capaci e intelligenti belle e meno belle, così come ho lavorato con donne capaci e intelligenti bionde e brune. Trovo profondamente ingiusto valutare una donna per il suo aspetto, eppure il barista di Tezze non è certo l'unico a comportarsi in questa maniera. C'è un malcostume prevalente, nel mondo dello spettacolo, nella politica, perfino nello sport, per cui una donna bella ha maggiori occasioni di emergere, di far vedere quello che vale.
Non è una bella società quella che ragiona in questo modo.
p.s. Vi invito a leggere l'intervista che la Presidente della Repubblica finlandese ha rilasciato al Corriere, in vista del suo prossimo viaggio in Italia. Newsweek ha stilato una classifica, secondo cui la Finlandia è il paese al mondo in cui si vive meglio. Sarà un caso, ma in Finlandia le donne votano dal 1906 e attualmente sono donne, oltre alla Presidente, il premier e 11 dei 20 ministri.
Fermatelo, perché questa iniziativa celebra, in un rito da osteria, la svalorizzazione delle persone e del lavoro, i cui segnali stanno emergendo sempre più frequenti nelle nostre comunità.
Fermatelo, perché toglie dignità alle donne, che per soddisfare l’aspirazione ad un lavoro devono passare per la mercificazione del proprio corpo, costrette a sottoporsi a cerimoniali avvilenti, tanto più se questo lavoro l’hanno perso, schiacciate della crisi.
Fermatelo perché il lavoro è cosa nobile e deve vedere prima di tutto premiate le professionalità e le competenze, anche di una ragazza che serve al bar.
Fermatelo perché non si può sbandierare, come fa il gestore del locale, il fatto che “ogni sei mesi si ripeterà il concorso” per assumere un’altra ragazza "in aggiunta" (il che non comporta particolari impegni per il titolare che, usando il lavoro a chiamata, può far lavorare il dipendente solo quando gli fa comodo) "o in sostituzione dell’altra", che può essere tranquillamente mollata (magari vox populi, se non è compiacente coi clienti?) alla stregua di una lavoratrice usa e getta.
Concordo pienamente con queste parole, ma ho trovato francamente ipocriti molti dei commenti che hanno accompagnato la notizia, i giudizi dei vari opinionisti che hanno ripetuto che la bellezza non è tutto. Chi si sdegna così a buon mercato evidentemente non ha mai scorso - o almeno non l'ha fatto recentemente - gli annunci delle offerte di lavoro. Chi lo fa tutti i giorni, come succede a me da qualche tempo, vede che la realtà del mondo del lavoro è molto simile a quel concorso di Tezze. Il requisito della "bella presenza" e la richiesta di inviare, insieme al curriculum, una fotografia - magari due, una del viso e una a figura intera - accompagnano moltissime offerte, al di là di quello che è il profilo richiesto.
Ho già avuto modo di parlare - nella "considerazione" nr. 9, per la precisione, scritta quasi un anno fa - di un annuncio in cui si ricercava per uno studio professionale di Bologna un'architetto o un'ingegnere "bella presenza", senza ulteriori specifiche su specializzazioni o esperienza.
I telegiornali hanno giustamente criticato il barista di Tezze, ma quali criteri utilizza un qualsiasi direttore di testata per scegliere le giornaliste che conducono gli stessi telegiornali?
Io non ho nessun pregiudizio verso le donne belle, ho lavorato con donne capaci e intelligenti belle e meno belle, così come ho lavorato con donne capaci e intelligenti bionde e brune. Trovo profondamente ingiusto valutare una donna per il suo aspetto, eppure il barista di Tezze non è certo l'unico a comportarsi in questa maniera. C'è un malcostume prevalente, nel mondo dello spettacolo, nella politica, perfino nello sport, per cui una donna bella ha maggiori occasioni di emergere, di far vedere quello che vale.
Non è una bella società quella che ragiona in questo modo.
p.s. Vi invito a leggere l'intervista che la Presidente della Repubblica finlandese ha rilasciato al Corriere, in vista del suo prossimo viaggio in Italia. Newsweek ha stilato una classifica, secondo cui la Finlandia è il paese al mondo in cui si vive meglio. Sarà un caso, ma in Finlandia le donne votano dal 1906 e attualmente sono donne, oltre alla Presidente, il premier e 11 dei 20 ministri.
giovedì 2 settembre 2010
"Tutto cambia e niente cambia" di Lawrence Ferlinghetti

Tutto cambia e niente cambia
Finiscono secoli
e tutto continua
come nulla finisse
Come le nubi ancora s’arrestano a mezzovolo come dirigibili presi tra venti contrari
E la febbre dell’efferata vita di città ancora strozza le strade
Ma ancora io sento cantare
ancora le voci dei poeti
mischiate agli schiamazzi delle troie
nell’antica Manhattan
o nella Parigi di Baudelaire
echeggiare richiami d’uccelli
lungo i vicoli della storia
ora coi nomi cambiati
E ora siamo nel Novecento
e la Borsa è di nuovo crollata
E mio padre vagabonda qui vicino con il fedora in testa
occhi sui marciapiedi
un’unica lira italiana
e un centesimo che raffigura la testa di un indiano in tasca
Trafficanti di liquori e carri funebri passano al rallentatore
Risuona la campana di ferro di una chiesa
frammista agli allarmi delle macchine nell’anno duemila
Mentre abiti nuovi corrono al lavoro in grattacieli oscillanti
mentre gli strilloni ancora strillano annunciando l’ultima follia
E risate s’alzano
sul mare lontano
Considerazioni libere (158): a proposito di sexting...
Stamattina, nella sala d'attesa di un ospedale, mi sono ritrovato a sfogliare un numero dell'inserto femminile della Repubblica - quello del 24 luglio scorso - probabilmente dimenticato dal familiare di un qualche paziente e poi lasciato lì per far ingannare l'attesa ai successivi ospiti della saletta. Come succede in questi casi, voltavo le pagine un po' meccanicamente, senza pensare troppo a quello che stavo guardando.
Ma a un certo punto sono stato colpito da alcune immagini. Sono foto di ragazze, adolescenti o poco più, che nelle loro camere si fotografano seminude, in pose più o meno seducenti. Sono scatti del fotografo statunitense Evan Baden; le potete vedere nel suo sito. Sono immagini che colpiscono; c'è il contrasto tra l'innocenza di quelle stanze, con i poster, i peluche, i giochi, i colori vivaci di ragazze che sono ancora bambine e la spudoratezza di certe pose, del volersi ritrarre in momenti intimi, di immagini fatte per sé, ma soprattutto per gli altri, per chi sta dall'altra parte del computer o del telefonino. E tra questi due poli, tra l'innocenza e la spudoratezza, ci sono i corpi di queste giovani donne.
L'articolo descrive in maniera abbastanza precisa il progetto di Baden, che, coinvolgendo soltanto modelle maggiorenni, ha voluto mettere in luce il fenomeno che negli Stati Uniti chiamano sexting, ossia l'abitudine di tante ragazze di trasmettere attraverso la rete proprie immagini sexy. E' come se quelle immagini erotiche fossero sfuggite al controllo delle loro autrici per essere viste da tutti e per metterci di fronte a qualcosa che vorrebbe rimanere confinato dietro quelle porte.
Guardate le foto e fatevi un giudizio, non sono immagini che io definirei volgari. Volgare è per me lo spot che da qualche tempo si vede, a qualsiasi ora del giorno, nelle principali reti nazionali, con Belen Rodriguez al bordo di una piscina, per pubblicizzare una nota azienda di telefonia. Non che gli spot precedenti fossero di maggior gusto, Belen era sempre generosamente svestita, ma almeno c'era il tentativo di costruire una piccola gag, in questo appare unicamente il suo corpo, inquadrato nei minimi particolari, in maniera francamente morbosa.
Le foto di Baden non hanno la stessa morbosità, ma personalmente penso che la redazione di quella rivista non avrebbe dovuto pubblicarle. Sono immagini che devono essere spiegate, commentate, sono adatte a una mostra o per essere pubblicate in un libro, ma non possono essere lasciate così alla perversione di un lettore incapace di capirne il significato.
Fatto salvo che quello non era il contenitore adatto per quelle foto, sono immagini che ci invitano a riflettere, perché sono immagini "vere", raccontano qualcosa che avviene, magari senza che noi ce ne accorgiamo; siamo i genitori e gli adulti che rimangono fuori da quelle porte e che non sanno quello che succede lì dietro. Ma a volte lo sappiamo fin troppo bene, perché siamo gli spettatori di quelle scene, i destinatari di quelle allusioni o peggio quelli che le sollecitano. La nostra società, dominata e condizionata dagli uomini, non riesce ad avere un rapporto sano e normale con il corpo della donna, lo vuole dominare, possedere, fin da quando comincia a mostrare i primi segni che cominciano a inquietarci.
Quelle foto ci raccontano di ragazze che sono convinte che l'apparire - e l'apparire in un certo modo - sia il modo naturale di diventare adulte, di crescere e ci raccontano di uomini che o non sanno spiegare come si cresce oppure, colpevolmente, approfittano di queste debolezze. A questo punto anche la prospettiva con cui si guardano quelle foto cambia, anche in quel particolare contesto. Zaira mi ha fatto giustamente notare che probabilmente la cosa peggiore in quel numero della rivista - ma il discorso potrebbe valere per qualsiasi altra - non erano quelle foto che mi hanno così colpito, ma quelle che avevo trascurato, quelle che avevo considerato normali. Sono peggiori le immagini ritoccate con Photoshop, all'inseguimento di un'ideale di bellezza che sacrifica ogni particolarità e tende a omologare l'immagine della donna in un cliché costruito a tavolino, da uomini per lo più. Sono peggiori le immagini di modelle sempre più giovani e sempre più magre. Sono peggiori le immagini che tendono a esaltare le cose, gli oggetti, il superfluo al di là del loro vero valore. Tutte queste immagini sono peggiori e sono più pericolose perché rimangono nella testa delle ragazze, facendole inseguire un ideale di bellezza che non riusciranno a raggiungere mai e facendole credere che la "roba" sia più importanti di tutto. E le rendono anche più deboli e prede più facili per i lupi cattivi che purtroppo ci sono tra di noi e, temo, siano sempre più numerosi.
Ma a un certo punto sono stato colpito da alcune immagini. Sono foto di ragazze, adolescenti o poco più, che nelle loro camere si fotografano seminude, in pose più o meno seducenti. Sono scatti del fotografo statunitense Evan Baden; le potete vedere nel suo sito. Sono immagini che colpiscono; c'è il contrasto tra l'innocenza di quelle stanze, con i poster, i peluche, i giochi, i colori vivaci di ragazze che sono ancora bambine e la spudoratezza di certe pose, del volersi ritrarre in momenti intimi, di immagini fatte per sé, ma soprattutto per gli altri, per chi sta dall'altra parte del computer o del telefonino. E tra questi due poli, tra l'innocenza e la spudoratezza, ci sono i corpi di queste giovani donne.
L'articolo descrive in maniera abbastanza precisa il progetto di Baden, che, coinvolgendo soltanto modelle maggiorenni, ha voluto mettere in luce il fenomeno che negli Stati Uniti chiamano sexting, ossia l'abitudine di tante ragazze di trasmettere attraverso la rete proprie immagini sexy. E' come se quelle immagini erotiche fossero sfuggite al controllo delle loro autrici per essere viste da tutti e per metterci di fronte a qualcosa che vorrebbe rimanere confinato dietro quelle porte.
Guardate le foto e fatevi un giudizio, non sono immagini che io definirei volgari. Volgare è per me lo spot che da qualche tempo si vede, a qualsiasi ora del giorno, nelle principali reti nazionali, con Belen Rodriguez al bordo di una piscina, per pubblicizzare una nota azienda di telefonia. Non che gli spot precedenti fossero di maggior gusto, Belen era sempre generosamente svestita, ma almeno c'era il tentativo di costruire una piccola gag, in questo appare unicamente il suo corpo, inquadrato nei minimi particolari, in maniera francamente morbosa.
Le foto di Baden non hanno la stessa morbosità, ma personalmente penso che la redazione di quella rivista non avrebbe dovuto pubblicarle. Sono immagini che devono essere spiegate, commentate, sono adatte a una mostra o per essere pubblicate in un libro, ma non possono essere lasciate così alla perversione di un lettore incapace di capirne il significato.
Fatto salvo che quello non era il contenitore adatto per quelle foto, sono immagini che ci invitano a riflettere, perché sono immagini "vere", raccontano qualcosa che avviene, magari senza che noi ce ne accorgiamo; siamo i genitori e gli adulti che rimangono fuori da quelle porte e che non sanno quello che succede lì dietro. Ma a volte lo sappiamo fin troppo bene, perché siamo gli spettatori di quelle scene, i destinatari di quelle allusioni o peggio quelli che le sollecitano. La nostra società, dominata e condizionata dagli uomini, non riesce ad avere un rapporto sano e normale con il corpo della donna, lo vuole dominare, possedere, fin da quando comincia a mostrare i primi segni che cominciano a inquietarci.
Quelle foto ci raccontano di ragazze che sono convinte che l'apparire - e l'apparire in un certo modo - sia il modo naturale di diventare adulte, di crescere e ci raccontano di uomini che o non sanno spiegare come si cresce oppure, colpevolmente, approfittano di queste debolezze. A questo punto anche la prospettiva con cui si guardano quelle foto cambia, anche in quel particolare contesto. Zaira mi ha fatto giustamente notare che probabilmente la cosa peggiore in quel numero della rivista - ma il discorso potrebbe valere per qualsiasi altra - non erano quelle foto che mi hanno così colpito, ma quelle che avevo trascurato, quelle che avevo considerato normali. Sono peggiori le immagini ritoccate con Photoshop, all'inseguimento di un'ideale di bellezza che sacrifica ogni particolarità e tende a omologare l'immagine della donna in un cliché costruito a tavolino, da uomini per lo più. Sono peggiori le immagini di modelle sempre più giovani e sempre più magre. Sono peggiori le immagini che tendono a esaltare le cose, gli oggetti, il superfluo al di là del loro vero valore. Tutte queste immagini sono peggiori e sono più pericolose perché rimangono nella testa delle ragazze, facendole inseguire un ideale di bellezza che non riusciranno a raggiungere mai e facendole credere che la "roba" sia più importanti di tutto. E le rendono anche più deboli e prede più facili per i lupi cattivi che purtroppo ci sono tra di noi e, temo, siano sempre più numerosi.
mercoledì 1 settembre 2010
Considerazioni libere (157): a proposito di lavoratori e di disoccupati...
Sono usciti i dati Istat sulla disoccupazione in Italia a luglio di quest'anno: il tasso di disoccupazione è dell'8,4%, stabile rispetto al mese precedente, ma in crescita rispetto allo stesso mese del 2009 (era al 7,9%); tra i giovani, ossia tra chi ha dai 15 ai 24 anni, questo tasso sale al 26,8% (l'1,1% in più rispetto a un anno fa); il numero dei cosiddetti inattivi, tra i 15 e i 65 anni, raggiunge i 14.948.000. Poi c'è il ricorso sempre più frequente alla cassa integrazione: nel 2010 in Italia supereremo il miliardo di ore utilizzate. Infine c'è la piaga del lavoro nero: secondo i dati Istat pubblicati nello scorso mese di aprile sono oltre 2.600.000 i lavoratori irregolari, un numero in aumento rispetto all'anno scorso. So che mi ripeto, ma di fronte a un fenomeno di questa proporzione mi sembra un delitto non parlarne: questi numeri dovrebbero da soli essere la premessa per il programma che il centrosinistra presenterà alle prossime elezioni.
Naturalmente non tutte le soluzioni sono uguali e probabilmente su questo bisognerebbe cominciare a mettere qualche punto fermo. In questi anni i teorici della politica e dell'economia, non solo di destra, ci hanno autorevolmente spiegato che la soluzione per aumentare il lavoro e complessivamente la ricchezza della società era rendere più flessibili le regole e più libero il mercato; dal momento che queste previsioni non si sono realizzate, nonostante le leggi e soprattutto la prassi abbiano fatto molti passi in quella direzione - in Italia, ma in generale tutta Europa - ora ci spiegano che è stata colpa della crisi mondiale e ci dicono di attendere la ripresa, immaginando che con questa benedetta ripresa - di cui pure ci sono assai scarsi segnali - riprenderà anche a muoversi il mercato del lavoro.
Chi mi legge sa che io tendo a essere pessimista e francamente temo che la ripresa si giocherà su una diminuzione della quantità e del qualità del lavoro, se non interverranno delle misure precise a regolare un mercato che procede in maniera sempre più decisa con le sue regole. In questi mesi estivi, mentre tutto il mondo politico era impegnato a discutere di un appartamento a Montecarlo, l'amministratore delegato della Fiat ha cercato di spostare ulteriormente l'asticella del rapporto tra diritti e doveri dei lavoratori, teorizzando tra l'altro che deve essere ormai considerata finita la contrapposizione tra lavoro e impresa; a favore di quest'ultima, naturalmente. Sinceramente non mi meraviglia che Marchionne dica quello che ha detto in questi giorni, mi meraviglia il fatto che affermazioni di questo genere siano sostanzialmente passate nell'indifferenza di gran parte dei leaders del centrosinistra.
Esiste ancora la contrapposizione tra lavoro e impresa? Personalmente penso di sì e penso che i lavoratori debbano continuare a organizzarsi per difendere i diritti che hanno già conquistato e possibilmente per garantirne dei nuovi alle generazioni che verranno dopo. Forse sbaglio, ma vorrei sentire qualche argomentazione convincente, e possibilmente non solo da parte della Fiat.
Il lavoro continua a essere retribuito in misura molto inferiore rispetto al valore che produce e questo valore eccedente, che tende a crescere anche per effetto delle innovazioni tecnologiche, viene solo in parte investito sulla produzione. Questa ricchezza è gestita da pochi, prevalentemente nei mercati finanziari, nell'illusione, come si è visto in questi anni, che il denaro da solo possa produrre altro denaro. La sinistra non dovrebbe allora porsi il problema di come invertire questa tendenza? Non dovrebbe elaborare i modi per attribuire al salario quanto sarebbe socialmente necessario e giusto riconoscere in questo tempo. Non è il comunismo né la fine del capitalismo, ma semplicemente provare a immaginare che una persona venga retribuita per quello che produce realmente. Provare a immaginare delle forme perché ci siano vere forme di redistribuzione del reddito e di crescita della ricchezza. Personalmente penso che passi di qui la sfida per chi ha un lavoro e ha il diritto che sia un lavoro di qualità e giustamente retribuito e anche per chi il lavoro in questo sistema non l'ha e rischia di non averlo mai.
Naturalmente non tutte le soluzioni sono uguali e probabilmente su questo bisognerebbe cominciare a mettere qualche punto fermo. In questi anni i teorici della politica e dell'economia, non solo di destra, ci hanno autorevolmente spiegato che la soluzione per aumentare il lavoro e complessivamente la ricchezza della società era rendere più flessibili le regole e più libero il mercato; dal momento che queste previsioni non si sono realizzate, nonostante le leggi e soprattutto la prassi abbiano fatto molti passi in quella direzione - in Italia, ma in generale tutta Europa - ora ci spiegano che è stata colpa della crisi mondiale e ci dicono di attendere la ripresa, immaginando che con questa benedetta ripresa - di cui pure ci sono assai scarsi segnali - riprenderà anche a muoversi il mercato del lavoro.
Chi mi legge sa che io tendo a essere pessimista e francamente temo che la ripresa si giocherà su una diminuzione della quantità e del qualità del lavoro, se non interverranno delle misure precise a regolare un mercato che procede in maniera sempre più decisa con le sue regole. In questi mesi estivi, mentre tutto il mondo politico era impegnato a discutere di un appartamento a Montecarlo, l'amministratore delegato della Fiat ha cercato di spostare ulteriormente l'asticella del rapporto tra diritti e doveri dei lavoratori, teorizzando tra l'altro che deve essere ormai considerata finita la contrapposizione tra lavoro e impresa; a favore di quest'ultima, naturalmente. Sinceramente non mi meraviglia che Marchionne dica quello che ha detto in questi giorni, mi meraviglia il fatto che affermazioni di questo genere siano sostanzialmente passate nell'indifferenza di gran parte dei leaders del centrosinistra.
Esiste ancora la contrapposizione tra lavoro e impresa? Personalmente penso di sì e penso che i lavoratori debbano continuare a organizzarsi per difendere i diritti che hanno già conquistato e possibilmente per garantirne dei nuovi alle generazioni che verranno dopo. Forse sbaglio, ma vorrei sentire qualche argomentazione convincente, e possibilmente non solo da parte della Fiat.
Il lavoro continua a essere retribuito in misura molto inferiore rispetto al valore che produce e questo valore eccedente, che tende a crescere anche per effetto delle innovazioni tecnologiche, viene solo in parte investito sulla produzione. Questa ricchezza è gestita da pochi, prevalentemente nei mercati finanziari, nell'illusione, come si è visto in questi anni, che il denaro da solo possa produrre altro denaro. La sinistra non dovrebbe allora porsi il problema di come invertire questa tendenza? Non dovrebbe elaborare i modi per attribuire al salario quanto sarebbe socialmente necessario e giusto riconoscere in questo tempo. Non è il comunismo né la fine del capitalismo, ma semplicemente provare a immaginare che una persona venga retribuita per quello che produce realmente. Provare a immaginare delle forme perché ci siano vere forme di redistribuzione del reddito e di crescita della ricchezza. Personalmente penso che passi di qui la sfida per chi ha un lavoro e ha il diritto che sia un lavoro di qualità e giustamente retribuito e anche per chi il lavoro in questo sistema non l'ha e rischia di non averlo mai.
da "Signor Malaussène a teatro" di Daniel Pennac

Sì perché la felicità, la felicità... non c'è mica solo la felicità nella vita, c'è la vita!
A nascere son buoni tutti...
Persino io sono nato!
Ma poi bisogna divenire! Divenire! Crescere, aumentare, svilupparsi, ingrossare...
(senza gonfiare),
accettare i mutamenti (ma non le mutazioni),
maturare (senza avvizzire),
evolvere (e valutare),
progredire (senza rimbambire),
durare (senza vegetare),
invecchiare (senza troppo ringiovanire),
e morire senza protestare, per finire!
Un programma enorme! Una vigilanza continua...
Perché a ogni età l'età si ribella contro l'età, sai!
domenica 29 agosto 2010
Considerazioni libere (156): a proposito di una ritirata (più o meno strategica)...
Lo scorso 19 agosto le truppe statunitensi hanno completato il ritiro dall'Iraq, in anticipo rispetto alla data fissata del 31 agosto. La guerra non è finita il 19 agosto, così come non era finita il 1 maggio del 2003, quando il presidente Bush annunciò solennemente, dal ponte della portaerei Lincoln, che la coalizione internazionale aveva vinto.
La guerra in Iraq continua, non solo perché nel paese rimangono 50mila soldati statunitensi con il compito di completare l'addestramento delle truppe irachene, ma soprattutto perché nel paese si continua a combattere. Anche se la guerra non è finita, il ritiro degli Stati Uniti segna un passaggio importante della storia recente dell'Iraq e permette di fare un primo, provvisorio, bilancio.
Prima di tutto non dobbiamo dimenticare i caduti. Dall'inizio della guerra ad oggi sono morti 4.417 militari degli Stati Uniti, 318 militari di altri paesi occidentali e 97.453-106.339 iracheni, secondo le stime di iraqbodycount.net e icasualties.org. A causa della guerra, ci sono inoltre 4 milioni di profughi e di rifugiati interni, una massa di persone che costituisce un peso insopportabile per le fragili strutture amministrative dell'Iraq e un elemento di tensione con gli stati vicini, quando questi profughi tentano di varcare i confini.
C'è un dato positivo, che nessuno - neppure il più fazioso oppositore della politica estera americana - può negare o sottacere: l'intervento occidentale ha provocato la caduta del regime di Saddam Hussein, una dittatura feroce che per molti anni ha sistematicamente violato i diritti politici e civili di quel popolo, ha oppresso duramente le minoranze etniche e religiose, ha sfruttato le grandi risorse del paese per arricchire la famiglia e la cerchia del dittatore e per costruire un pericoloso apparato militare, che costituiva un oggettivo pericolo per tutta la regione. Al di là delle menzogne sulle armi di distruzione di massa, non si deve dimenticare che soltanto il raid israeliano del 1981, distruggendo il reattore nucleare di Osirak, ha impedito che il regime iracheno realizzasse un proprio arsenale atomico.
Purtroppo le conseguenze negative dell'intervento sono superiori a questo risultato positivo. La fine del regime di Saddam Hussein ha fatto emergere ciò che la dittatura, con il suo pugno di ferro, aveva soltanto occultato: l'Iraq è una "invenzione" delle cancellerie della Gran Bretagna e della Francia, quando, alla fine della prima guerra mondiale, si dissolse l'impero ottomano. Quando è crollato il potere autoritario di Saddam, l'Iraq è sparito ed è rimasto un insieme di tribù che non riescono a trovare le ragioni per continuare a stare insieme. E infatti, nonostante le elezioni si siano svolte il 7 marzo scorso, il parlamento iracheno non è ancora riuscito a eleggere un nuovo governo; neppure lo choc del ritiro statunitense, pur lasciando grandi responsabilità nelle mani dei capi tribali iracheni, pare sia sufficiente a sbloccare la situazione. Occorre anche dire che questa condizione di instabilità e la cronica debolezza di quel paese favorisce chi, a seguito delle truppe, è arrivato in Iraq per fare affari: le più importanti aziende petrolifere occidentali, russe e cinesi si sono spartite i giacimenti iracheni e prebabilmente non soffrono troppo per questa situazione. La guerra per molti è un buon affare.
C'è un altra conseguenza della guerra in Iraq che è utile ricordare. Nell'equilibrio geopolitico di quella regione, la fine dell'Iraq sta di fatti favorendo il suo più forte vicino, la repubblica islamica dell'Iran, con tutte le conseguenze che questo comporta.
Un altro elemento di questo bilancio. Al di là dei troppo ottimistici proclami di Bush jr., l'intervento in Iraq non ha reso più debole il terrorismo islamico. Da un punto di vista pratico, la dissoluzione delle strutture statali e amministrative ha reso più semplice trovare in quel territorio basi e nascondigli, ha messo sul mercato illegale armi ed esplosivi, ma soprattutto ha creato una schiera di persone facilmente arruorabili: soldati, miliziani, esponenti del vecchio regime, entrati o pronti a entrare nelle file del terrorismo. Dal punto di vista ideologico poi, le guerre in Afghanistan e in Iraq sono state una formidabile arma propagandistica per quella parte del mondo islamico che predica lo scontro di civiltà, la guerra santa contro il mondo occidentale, il terrorismo. Il modo in cui Stati Uniti e Gran Bretagna hanno deciso l'intervento, mentendo sulla minaccia irachena e ignorando le richieste delle istituzioni internazionali, costituisce un grave precedente. Aver così pesantemente delegittimato il ruolo delle Nazioni Unite sta già provocando delle conseguenze: con che autorevolezza l'Onu può chiedere all'Iran di sospendere le attività per la costruzione di armi atomiche, quando non ha saputo fermare la guerra in Iraq? Anche alcuni comportamenti tenuti dalle truppe occidentali hanno finito per rinfocolare l'odio delle popolazioni musulmane; le uccisioni dei civili, magari con i droni, e l'utilizzo della tortura non sono certo stati il miglior biglietto da visita per presentare la superiorità della cultura dei diritti umani di tipo occidentale.
La guerra in Iraq continua, non solo perché nel paese rimangono 50mila soldati statunitensi con il compito di completare l'addestramento delle truppe irachene, ma soprattutto perché nel paese si continua a combattere. Anche se la guerra non è finita, il ritiro degli Stati Uniti segna un passaggio importante della storia recente dell'Iraq e permette di fare un primo, provvisorio, bilancio.
Prima di tutto non dobbiamo dimenticare i caduti. Dall'inizio della guerra ad oggi sono morti 4.417 militari degli Stati Uniti, 318 militari di altri paesi occidentali e 97.453-106.339 iracheni, secondo le stime di iraqbodycount.net e icasualties.org. A causa della guerra, ci sono inoltre 4 milioni di profughi e di rifugiati interni, una massa di persone che costituisce un peso insopportabile per le fragili strutture amministrative dell'Iraq e un elemento di tensione con gli stati vicini, quando questi profughi tentano di varcare i confini.
C'è un dato positivo, che nessuno - neppure il più fazioso oppositore della politica estera americana - può negare o sottacere: l'intervento occidentale ha provocato la caduta del regime di Saddam Hussein, una dittatura feroce che per molti anni ha sistematicamente violato i diritti politici e civili di quel popolo, ha oppresso duramente le minoranze etniche e religiose, ha sfruttato le grandi risorse del paese per arricchire la famiglia e la cerchia del dittatore e per costruire un pericoloso apparato militare, che costituiva un oggettivo pericolo per tutta la regione. Al di là delle menzogne sulle armi di distruzione di massa, non si deve dimenticare che soltanto il raid israeliano del 1981, distruggendo il reattore nucleare di Osirak, ha impedito che il regime iracheno realizzasse un proprio arsenale atomico.
Purtroppo le conseguenze negative dell'intervento sono superiori a questo risultato positivo. La fine del regime di Saddam Hussein ha fatto emergere ciò che la dittatura, con il suo pugno di ferro, aveva soltanto occultato: l'Iraq è una "invenzione" delle cancellerie della Gran Bretagna e della Francia, quando, alla fine della prima guerra mondiale, si dissolse l'impero ottomano. Quando è crollato il potere autoritario di Saddam, l'Iraq è sparito ed è rimasto un insieme di tribù che non riescono a trovare le ragioni per continuare a stare insieme. E infatti, nonostante le elezioni si siano svolte il 7 marzo scorso, il parlamento iracheno non è ancora riuscito a eleggere un nuovo governo; neppure lo choc del ritiro statunitense, pur lasciando grandi responsabilità nelle mani dei capi tribali iracheni, pare sia sufficiente a sbloccare la situazione. Occorre anche dire che questa condizione di instabilità e la cronica debolezza di quel paese favorisce chi, a seguito delle truppe, è arrivato in Iraq per fare affari: le più importanti aziende petrolifere occidentali, russe e cinesi si sono spartite i giacimenti iracheni e prebabilmente non soffrono troppo per questa situazione. La guerra per molti è un buon affare.
C'è un altra conseguenza della guerra in Iraq che è utile ricordare. Nell'equilibrio geopolitico di quella regione, la fine dell'Iraq sta di fatti favorendo il suo più forte vicino, la repubblica islamica dell'Iran, con tutte le conseguenze che questo comporta.
Un altro elemento di questo bilancio. Al di là dei troppo ottimistici proclami di Bush jr., l'intervento in Iraq non ha reso più debole il terrorismo islamico. Da un punto di vista pratico, la dissoluzione delle strutture statali e amministrative ha reso più semplice trovare in quel territorio basi e nascondigli, ha messo sul mercato illegale armi ed esplosivi, ma soprattutto ha creato una schiera di persone facilmente arruorabili: soldati, miliziani, esponenti del vecchio regime, entrati o pronti a entrare nelle file del terrorismo. Dal punto di vista ideologico poi, le guerre in Afghanistan e in Iraq sono state una formidabile arma propagandistica per quella parte del mondo islamico che predica lo scontro di civiltà, la guerra santa contro il mondo occidentale, il terrorismo. Il modo in cui Stati Uniti e Gran Bretagna hanno deciso l'intervento, mentendo sulla minaccia irachena e ignorando le richieste delle istituzioni internazionali, costituisce un grave precedente. Aver così pesantemente delegittimato il ruolo delle Nazioni Unite sta già provocando delle conseguenze: con che autorevolezza l'Onu può chiedere all'Iran di sospendere le attività per la costruzione di armi atomiche, quando non ha saputo fermare la guerra in Iraq? Anche alcuni comportamenti tenuti dalle truppe occidentali hanno finito per rinfocolare l'odio delle popolazioni musulmane; le uccisioni dei civili, magari con i droni, e l'utilizzo della tortura non sono certo stati il miglior biglietto da visita per presentare la superiorità della cultura dei diritti umani di tipo occidentale.
sabato 28 agosto 2010
"Acqua sporca" di Wen Yiduo

Questo è il fosso dell’acqua putrida e della disperazione,
non un alito di fresca brezza la increspa.
Meglio gettarci anche ferracci arrugginiti e pezzi di rame,
e senza rimorsi anche gli avanzi del pasto.
Forse i pezzi di rame vogliono diventare verdi come giada,
e sulle scatolette di latta si ricama qualche petalo di fior di pesco;
lasciamo che l’unto tessa sopra un tessuto damascato,
e dalla muffa esca evaporando una rosea nuvola.
Lasciamo che l’acqua stagnante fermentando diventi un fosso di verde vino,
pieno di bianca schiuma che fluttuante diventi una perla;
le piccole perle ridendo si trasformano in una grande perla,
rubata e rotta dall’ attacco dei moscerini.
E’ proprio il fosso della disperazione dell’acqua morta,
anche riesce ad avanzare un po’ di acqua chiara.
Se la rana non riesce a sopportare la solitudine,
forse dall’acqua stagnante esce un gracidio.
Questo è il fosso dell’acqua putrida e della disperazione,
qui non è certo il luogo della bellezza,
allora è meglio che i malvagi la vengano a dissodare,
e vedremo che mondo ne sapranno tirar fuori.
venerdì 27 agosto 2010
Considerazioni libere (155): a proposito di lettere...
Chi ha la perseveranza di leggere con una qualche continuità queste mie "considerazioni" sa che non sono tenero nei confronti dei dirigenti del Partito Democratico e che in genere trovo deludente la loro cronica incapacità di prendere una posizione netta su qualsiasi argomento; specialmente rimprovero a una parte dei dirigenti di quel partito - segnatamente a quelli provenienti dai Ds - l'aver voluto rinunciare a costruire un forte partito socialista in Italia.
Fatta questa premessa, sono contento di notare che in questi ultimi giorni il Pd è riuscito finalmente a battere un colpo, offrendo una qualche speranza anche a un inguaribile pessimista come me.
Le premesse dell'estate non erano buone: l'estemporanea apertura a Tremonti come possibile guida di un futuribile governo tecnico-istituzionale, la mancanza di una proposta di riforma della legge elettorale, pur dichiarando che questa stessa riforma dovrebbe essere il punto essenziale di questo ipotetico nuovo esecutivo, la figuraccia fatta a Torino con il mancato invito alla ex-festa nazionale del presidente della Regione e il solito conseguente balletto delle dichiarazioni e dei distinguo. Poi sono arrivate le lettere di Veltroni e di Bersani rispettivamente al Corriere e alla Repubblica. I tempi di questo carteggio sono un po' sospetti. Il primo segretario del Pd sapeva dell'imminente iniziativa del terzo segretario e l'ha voluto anticipare? Oppure il neo segretario ho voluto togliere la scena al fondatore del Pd, dopo la sua inaspettata presa di posizione? Che sia andata in un modo o nell'altro o che le due lettere siano state concepite e scritte nello stesso tempo e in maniera indipendente non è un bel segnale sulla capacità di dialogo del gruppo dirigente, ma su questo punto proviamo per ora a sorvolare. En passant, ricordo che nei giorni precedenti la prima lettera c'era stata un'intervista al secondo segretario del Pd, che fortunatamente non ha avuto una grande eco.
L'aspetto positivo di entrambe le lettere è che, seppur timidamente, si ricomincia a parlare di politica e si prova a immaginare una credibile alternativa riformista e di centrosinistra per il nostro paese. In entrambe le lettere si prende atto che, al di là della forza elettorale del centrodestra, il cosiddetto berlusconismo non rappresenta un accidente della storia, ma è fortemente radicato nella società italiana. Soprattutto mi sembra importante che si voglia ripartire dall'unico tentativo riuscito di un governo riformista e di centrosinistra, ossia il primo governo Prodi, in cui peraltro ebbero ruoli importanti sia Veltroni che Bersani. Se non si capisce quali furono le potenzialità di quella stagione e quali gli errori è difficile sperare che il centrosinistra possa sperare di tornare al governo. La prospettiva è quella indicata da Bersani della creazione di un nuovo Ulivo, che naturalmente avrebbe una vocazione maggioritaria all'interno dello schieramento di centrosinistra.
Francamente alla luce di questa prospettiva, mi pare ancora più deleteria la scelta fatta due anni fa di far morire il più forte partito di ispirazione socialista che ci sia stato in Italia per far nascere un ibrido dall'identità incerta, ma era impossibile chiedere adesso a Veltroni e a Bersani di ammettere che quella scelta fu un errore.
Per sperare di avere qualche possibilità quando si andrà nuovamente al voto, occorre smettere di dare enfasi al tema delle alleanze tra sigle politiche - come è stato fatto con l'infelice espeirenza dell'Unione - e tornare a parlare e a coinvolgere quella parte del paese che si sente naturalmente nel centrosinistra, ma che in questi anni si è progressivamente allontanata. La vera alleanza da fare è quella con gli sperduti cittadini del centrosinistra. E siamo in tanti.
Fatta questa premessa, sono contento di notare che in questi ultimi giorni il Pd è riuscito finalmente a battere un colpo, offrendo una qualche speranza anche a un inguaribile pessimista come me.
Le premesse dell'estate non erano buone: l'estemporanea apertura a Tremonti come possibile guida di un futuribile governo tecnico-istituzionale, la mancanza di una proposta di riforma della legge elettorale, pur dichiarando che questa stessa riforma dovrebbe essere il punto essenziale di questo ipotetico nuovo esecutivo, la figuraccia fatta a Torino con il mancato invito alla ex-festa nazionale del presidente della Regione e il solito conseguente balletto delle dichiarazioni e dei distinguo. Poi sono arrivate le lettere di Veltroni e di Bersani rispettivamente al Corriere e alla Repubblica. I tempi di questo carteggio sono un po' sospetti. Il primo segretario del Pd sapeva dell'imminente iniziativa del terzo segretario e l'ha voluto anticipare? Oppure il neo segretario ho voluto togliere la scena al fondatore del Pd, dopo la sua inaspettata presa di posizione? Che sia andata in un modo o nell'altro o che le due lettere siano state concepite e scritte nello stesso tempo e in maniera indipendente non è un bel segnale sulla capacità di dialogo del gruppo dirigente, ma su questo punto proviamo per ora a sorvolare. En passant, ricordo che nei giorni precedenti la prima lettera c'era stata un'intervista al secondo segretario del Pd, che fortunatamente non ha avuto una grande eco.
L'aspetto positivo di entrambe le lettere è che, seppur timidamente, si ricomincia a parlare di politica e si prova a immaginare una credibile alternativa riformista e di centrosinistra per il nostro paese. In entrambe le lettere si prende atto che, al di là della forza elettorale del centrodestra, il cosiddetto berlusconismo non rappresenta un accidente della storia, ma è fortemente radicato nella società italiana. Soprattutto mi sembra importante che si voglia ripartire dall'unico tentativo riuscito di un governo riformista e di centrosinistra, ossia il primo governo Prodi, in cui peraltro ebbero ruoli importanti sia Veltroni che Bersani. Se non si capisce quali furono le potenzialità di quella stagione e quali gli errori è difficile sperare che il centrosinistra possa sperare di tornare al governo. La prospettiva è quella indicata da Bersani della creazione di un nuovo Ulivo, che naturalmente avrebbe una vocazione maggioritaria all'interno dello schieramento di centrosinistra.
Francamente alla luce di questa prospettiva, mi pare ancora più deleteria la scelta fatta due anni fa di far morire il più forte partito di ispirazione socialista che ci sia stato in Italia per far nascere un ibrido dall'identità incerta, ma era impossibile chiedere adesso a Veltroni e a Bersani di ammettere che quella scelta fu un errore.
Per sperare di avere qualche possibilità quando si andrà nuovamente al voto, occorre smettere di dare enfasi al tema delle alleanze tra sigle politiche - come è stato fatto con l'infelice espeirenza dell'Unione - e tornare a parlare e a coinvolgere quella parte del paese che si sente naturalmente nel centrosinistra, ma che in questi anni si è progressivamente allontanata. La vera alleanza da fare è quella con gli sperduti cittadini del centrosinistra. E siamo in tanti.
"The cats will know" di Cesare Pavese

Ancora cadrà la pioggia
sui tuoi dolci selciati,
una pioggia leggera
come un alito o un passo.
Ancora la brezza e l’alba
fioriranno leggere
come sotto il tuo passo,
quando tu rientrerai.
Tra fiori e davanzali
i gatti lo sapranno.
Ci saranno altri giorni,
ci saranno altre voci.
Sorriderai da sola.
I gatti lo sapranno.
Udrai parole antiche,
parole stanche e vane
come i costumi smessi
delle feste di ieri.
Farai gesti anche tu.
Risponderai parole -
viso di primavera,
farai gesti anche tu.
I gatti lo sapranno,
viso di primavera;
e la pioggia leggera,
l’alba color giacinto,
che dilaniano il cuore
di chi più non ti spera,
sono il triste sorriso
che sorridi da sola.
Ci saranno altri giorni,
altre voci e risvegli.
Soffriremo nell’alba,
viso di primavera.
martedì 24 agosto 2010
Considerazioni libere (154): a proposito dei problemi della democrazia...
Sarkozy, in una fase particolarmente opaca del suo mandato presidenziale - che peraltro rischia di essere ricordato più per la bellezza e l'esuberanza di Carlà che per le riforme promesse e non realizzate dal marito - ha deciso di far aumentare il proprio indice di popolarità, organizzando la "deportazione volontaria" di alcune decine di rom verso la Romania.
Il presidente francese era certo consapevole che questa operazione avrebbe trovato nel suo paese l'ostilità di gran parte degli intellettuali e di una parte della chiesa, aveva messo nel conto anche il giudizio negativo dei suoi colleghi europei, che, in maniera assolutamente ipocrita, hanno criticato un provvedimento che sarebbero stati pronti ad assumere per assicurarsi un aumento dei consensi. Non c'è dubbio infatti che Sarkozy abbia fatto una cosa estremamente popolare - inefficace dal punto di vista pratico, visti i numeri delle persone coinvolte - ma capace di raccogliere consensi in ampi strati dell'opinione pubblica, non solo di centrodestra; e non solo francese. Il fatto che questa operazione di rimpatri, più o meno forzati, abbia coinvolto poche persone non la rende meno grave né meno suscettibile di condanna, ma non è questo quello che al momento mi interessa.
Dall'altra parte dell'Atlantico, Obama ha sfidato la grande maggioranza dell'opinione pubblica statunitense, dichiarando in maniera pubblica e solenne di approvare la decisione del sindaco di New York di autorizzare la costruzione di una moschea vicino a Ground zero. Il presidente degli Stati Uniti si è appellato a quanto sancito dalla costituzione americana, ma questo non è stato sufficiente a superare le critiche, che hanno di fatto affossato quel progetto. Di questo ho già parlato in una mia precedente "considerazione" (la nr. 152, per la precisione) e non è necessario che torni sull'argomento.
Ora, al di là del merito delle due questioni, queste vicende toccano un nodo vitale per le nostre democrazie: cosa succede quando la maggioranza dei cittadini ha un'opinione che è in contrasto con quelle norme generali che stanno alla base delle nostre stesse democrazie? Ossia, per dirla in maniera più brutale, cosa succede quando la maggioranza prende una decisione sbagliata e ingiusta?
Un caso eclatante è quello della pena di morte. Negli ordinamenti giuridici dei paesi europei la pena capitale è bandita, in nome del principio secondo cui uno stato non ha diritto di uccidere un uomo; fortunatamente questa decisione è già stata assunta nelle leggi dei nostri paesi - in Italia addirittura dal 1889 - sappiamo infatti che c'è una parte dell'opinione pubblica, forse maggioritaria, che riterrebbe la pena di morte un utile strumento per combattere la criminalità e se, ad esempio ora in Italia, si conducesse un referendum per chiederne l'introduzione, non sono certo quale sarebbe l'esito. Il problema è che in democrazia, per definizione, la maggioranza ha ragione, non sbaglia.
A cercare di temperare quello che vorrebbe la maggioranza ci sono, in ogni democrazia, due fattori altrettanto importanti: da un lato una minoranza, più o meno compatta, più o meno forte, più o meno minoritaria, che ricorda costantemente che esistono diritti che non possono essere cancellati, neppure dalla maggioranza, e dall'altro lato un sistema giudiziario, che, non essendo eletto, non deve cercare il consenso dell'opinione pubblica e che ha il compito di difendere quei diritti che si vorrebbero limitare o abolire.
Proprio perché esistono queste dinamiche, è necessario che di fronte alla decisione di Sarkozy, benché - lo ripeto - poco efficace dal punto di vista pratico, si continui a tenere alto il livello di attenzione e non si ceda alla tentazione di considerarla unicamente un fatto propagandistico. Oppure qui in Italia è necessario continuare a protestare contro la legge ingiusta, sostenuta da un'ampia maggioranza di consensi, che prevede i respingimenti degli stranieri clandestini verso la Libia, ossia un paese dove c'è una dittatura, senza tutelare coloro che possono richiedere asilo. Per questo motivo è necessario che qualcuno alzi la voce ogni volta che è calpestato un diritto.
E per questo è necessario che continuino a operare autorità giuridiche, indipendenti e autorevoli, e soprattutto è necessario che non venga minata questa loro autorevolezza, come invece si fa regolarmente in Italia a riguardo della Corte costituzionale o delle Corti europee, specialmente quando emettono sentenze non favorevoli alla maggioranza.
Ed è necessario infine che sui diritti il dialogo tra maggioranza e minoranza non si spezzi, che la minoranza non consideri la maggioranza irrecuperabile e nemica della democrazia e dei diritti e che la maggioranza non consideri la minoranza un fastidio da eliminare.
Il presidente francese era certo consapevole che questa operazione avrebbe trovato nel suo paese l'ostilità di gran parte degli intellettuali e di una parte della chiesa, aveva messo nel conto anche il giudizio negativo dei suoi colleghi europei, che, in maniera assolutamente ipocrita, hanno criticato un provvedimento che sarebbero stati pronti ad assumere per assicurarsi un aumento dei consensi. Non c'è dubbio infatti che Sarkozy abbia fatto una cosa estremamente popolare - inefficace dal punto di vista pratico, visti i numeri delle persone coinvolte - ma capace di raccogliere consensi in ampi strati dell'opinione pubblica, non solo di centrodestra; e non solo francese. Il fatto che questa operazione di rimpatri, più o meno forzati, abbia coinvolto poche persone non la rende meno grave né meno suscettibile di condanna, ma non è questo quello che al momento mi interessa.
Dall'altra parte dell'Atlantico, Obama ha sfidato la grande maggioranza dell'opinione pubblica statunitense, dichiarando in maniera pubblica e solenne di approvare la decisione del sindaco di New York di autorizzare la costruzione di una moschea vicino a Ground zero. Il presidente degli Stati Uniti si è appellato a quanto sancito dalla costituzione americana, ma questo non è stato sufficiente a superare le critiche, che hanno di fatto affossato quel progetto. Di questo ho già parlato in una mia precedente "considerazione" (la nr. 152, per la precisione) e non è necessario che torni sull'argomento.
Ora, al di là del merito delle due questioni, queste vicende toccano un nodo vitale per le nostre democrazie: cosa succede quando la maggioranza dei cittadini ha un'opinione che è in contrasto con quelle norme generali che stanno alla base delle nostre stesse democrazie? Ossia, per dirla in maniera più brutale, cosa succede quando la maggioranza prende una decisione sbagliata e ingiusta?
Un caso eclatante è quello della pena di morte. Negli ordinamenti giuridici dei paesi europei la pena capitale è bandita, in nome del principio secondo cui uno stato non ha diritto di uccidere un uomo; fortunatamente questa decisione è già stata assunta nelle leggi dei nostri paesi - in Italia addirittura dal 1889 - sappiamo infatti che c'è una parte dell'opinione pubblica, forse maggioritaria, che riterrebbe la pena di morte un utile strumento per combattere la criminalità e se, ad esempio ora in Italia, si conducesse un referendum per chiederne l'introduzione, non sono certo quale sarebbe l'esito. Il problema è che in democrazia, per definizione, la maggioranza ha ragione, non sbaglia.
A cercare di temperare quello che vorrebbe la maggioranza ci sono, in ogni democrazia, due fattori altrettanto importanti: da un lato una minoranza, più o meno compatta, più o meno forte, più o meno minoritaria, che ricorda costantemente che esistono diritti che non possono essere cancellati, neppure dalla maggioranza, e dall'altro lato un sistema giudiziario, che, non essendo eletto, non deve cercare il consenso dell'opinione pubblica e che ha il compito di difendere quei diritti che si vorrebbero limitare o abolire.
Proprio perché esistono queste dinamiche, è necessario che di fronte alla decisione di Sarkozy, benché - lo ripeto - poco efficace dal punto di vista pratico, si continui a tenere alto il livello di attenzione e non si ceda alla tentazione di considerarla unicamente un fatto propagandistico. Oppure qui in Italia è necessario continuare a protestare contro la legge ingiusta, sostenuta da un'ampia maggioranza di consensi, che prevede i respingimenti degli stranieri clandestini verso la Libia, ossia un paese dove c'è una dittatura, senza tutelare coloro che possono richiedere asilo. Per questo motivo è necessario che qualcuno alzi la voce ogni volta che è calpestato un diritto.
E per questo è necessario che continuino a operare autorità giuridiche, indipendenti e autorevoli, e soprattutto è necessario che non venga minata questa loro autorevolezza, come invece si fa regolarmente in Italia a riguardo della Corte costituzionale o delle Corti europee, specialmente quando emettono sentenze non favorevoli alla maggioranza.
Ed è necessario infine che sui diritti il dialogo tra maggioranza e minoranza non si spezzi, che la minoranza non consideri la maggioranza irrecuperabile e nemica della democrazia e dei diritti e che la maggioranza non consideri la minoranza un fastidio da eliminare.
domenica 22 agosto 2010
da" Tolleranza e responsabilità intellettuale" di Karl R. Popper
All’età di settant’anni, nel dicembre del 1942, il dottor Leopold Lucas e la sua moglie furono imprigionati nel lager di Thiresienstadt, dove egli ha lavorato come un rabbino: un compito immensamente difficile. Morì dieci mesi dopo. Dora Lucas, sua moglie, rimase in Thiresienstadt per altri tredici mesi, dove le fu possibile lavorare come infermiera. Nell’ottobre 1944 fu deportata in Polonia assieme a diciottomila altri prigionieri. Là fu condannata a morte. Fu un terribile destino. Fu il destino di innumerevoli altri esseri umani, gente che amava altra gente e che cercava di aiutare altre persone, che erano amati da altre persone, che sono stati aiutati da altre persone. Essi appartengono a quelle famiglie che sono state strappate, distrutte e sterminate.
Non intendo qui parlare di questi eventi terribili. Tutte le volte che uno prova a parlare di queste cose sembra sempre che egli cerchi di rimpicciolirli, sono eventi che sono più grandi della stessa immaginazione.
Ma l’orrore continua. Coloro che sono scappati dal Vietnam; le vittime di Pol Pot in Cambogia; le vittime della rivoluzione in Iran; coloro che sono fuggiti dall’Afghanistan e gli arabi che sono dovuti scappare da Israele, a ripetizione uomini, donne e bambini diventano le vittime di questi pazzi fanatici.
Cosa potremmo fare per prevenire questi eventi mostruosi? Possiamo fare qualcosa?
La mia risposta è: sì! Io credo che ci possa essere moltissimo che possiamo fare. Quando dico noi, intendo gli intellettuali, che sono quegli esseri umani interessati alle idee; specialmente quelli che leggono e scrivono.
Perché io penso che noi, gli intellettuali, siamo in grado di aiutare? Semplicemente perché noi, gli intellettuali, abbiamo fabbricato le armi più terribili per migliaia di anni, uccisori di masse di uomini in nome di un idea, una dottrina, una teoria e una religione – tutte queste cose sono il prodotto del nostro lavoro, invenzioni di noi intellettuali. Se solo potessimo smetterla di manipolare gli uomini contro gli uomini – spesso con le migliori intenzioni– ci sarebbe tanto di guadagnato. Nessuno può dire che sia impossibile per noi smettere di fare ciò.
Il più importante fra i dieci comandamenti è: non uccidere. Esso contiene quasi la totalità dell’etica. Il modo in cui Schopenhauer, per esempio, formula la dottrina etica è sostanzialmente un’estensione di questo comandamento importante. La dottrina etica di Schopenhauer è semplice, diretta e chiara. Egli afferma: "Non far del male a nessuno. Aiuta tutti al meglio delle tue possibilità".
[...]
Voltaire si chiede: “Che cos’è la tolleranza?” e risponde (traduco liberamente): “La tolleranza è la necessaria conseguenza della comprensione della nostra imperfezione umana. Errare è umano e a noi questo capita continuamente. Perciò perdoniamoci gli uni gli altri le nostre follie. Questo è il primo principio del diritto naturale”.
Qui Voltaire fa appello alla nostra onestà intellettuale: noi dobbiamo ammettere i nostri errori, la nostra imperfezione, la nostra ignoranza. Voltaire conosce benissimo che i fanatici esistono. Ma la loro convinzione è veramente onesta? Hanno essi onestamente esaminato se stessi, ciò in cui credono e le ragioni per sostenere ciò di cui sono convinti? E non è l’attitudine all’autocritica una parte dell’onestà intellettuale? E non ha il fanatismo spesso cercato di negare la nostra non ammessa incredulità, che abbiamo represso, e talvolta ne siamo solo parzialmente consci?
Voltaire si appella alla nostra modestia intellettuale; e soprattutto il suo appello alla nostra onestà intellettuale fece una grande impressione sugli intellettuali del suo tempo. Mi piacerebbe riaffermare qui il suo appello.
La motivazione data da Voltaire in favore della tolleranza è che noi dobbiamo perdonarci gli uni gli altri le nostre follie. Ma una follia comune come quella della intolleranza Voltaire trova giusto che sia difficile da tollerare. Invero è qui che la tolleranza ha i suoi limiti. Se noi concediamo all’intolleranza il diritto di essere tollerata, allora noi distruggiamo la tolleranza, e lo stato di diritto. Questo è stata la sorte della Repubblica di Weimar.
Ma a parte l’intolleranza, vi sono ancora altre follie che noi non dovremmo tollerare; soprattutto quella follia che fa sì che gli intellettuali seguano le ultime mode; quella follia che ha spinto molti scrittori a adottare uno stile oscuro e che vuole impressionare, quello stile criptico che Goethe ha criticato in modo così radicale nel Faust (per esempio la tavola della moltiplicazione delle streghe). Questo stile, lo stile delle parole grandi e oscure, delle parole pompose ed incomprensibili, questo modo di scrivere non dovrebbe affatto essere ammirato e neppure tollerato dagli intellettuali. Esso rende possibile quella filosofia che è stata descritta come relativismo; una filosofia che porta alla tesi che tutte le tesi sono intellettualmente più o meno difendibili. Tutto è accettabile! Così il relativismo porta all’anarchia, alla mancanza di leggi, e al dominio della violenza.
L’argomento da me scelto “Tolleranza e responsabilità intellettuale” mi ha portato alla questione del relativismo.
A questo punto mi piacerebbe confrontare il relativismo con una posizione che è quasi sempre confusa col relativismo, ma che invece è totalmente differente da esso. Io ho spesso descritto questa posizione come pluralismo, ma ciò ha semplicemente portato a questi fraintendimenti.
Pertanto lo caratterizzerò qui come pluralismo critico. Il più confuso relativismo, che sorge da una scadente forma di tolleranza, porta al dominio della violenza, il pluralismo critico può contribuire a tenere la violenza sotto controllo.
Allo scopo di distinguere il relativismo dal pluralismo critico, l’idea di verità è di cruciale importanza. Il relativismo è la posizione che tutto può essere affermato, o praticamente tutto. Tutto è vero, o niente è vero. Pertanto la verità è un concetto senza significato.
Il pluralismo critico è la posizione che, nell’interesse della ricerca della verità, per tutte le teorie, le migliori in particolare, dovrebbe essere favorita la competizione con tutte le altre teorie. Questa competizione consiste nella discussione razionale delle teorie e nell’eliminazione critica. La discussione dovrebbe essere razionale – e ciò significa che dovrebbe avere a che fare con la verità delle teorie in competizione: la teoria che sembra avvicinarsi di più nel corso della discussione critica è la migliore; e la teoria migliore rimpiazza la teoria più debole. Pertanto la questione in gioco è quella della verità.
Non intendo qui parlare di questi eventi terribili. Tutte le volte che uno prova a parlare di queste cose sembra sempre che egli cerchi di rimpicciolirli, sono eventi che sono più grandi della stessa immaginazione.
Ma l’orrore continua. Coloro che sono scappati dal Vietnam; le vittime di Pol Pot in Cambogia; le vittime della rivoluzione in Iran; coloro che sono fuggiti dall’Afghanistan e gli arabi che sono dovuti scappare da Israele, a ripetizione uomini, donne e bambini diventano le vittime di questi pazzi fanatici.
Cosa potremmo fare per prevenire questi eventi mostruosi? Possiamo fare qualcosa?
La mia risposta è: sì! Io credo che ci possa essere moltissimo che possiamo fare. Quando dico noi, intendo gli intellettuali, che sono quegli esseri umani interessati alle idee; specialmente quelli che leggono e scrivono.
Perché io penso che noi, gli intellettuali, siamo in grado di aiutare? Semplicemente perché noi, gli intellettuali, abbiamo fabbricato le armi più terribili per migliaia di anni, uccisori di masse di uomini in nome di un idea, una dottrina, una teoria e una religione – tutte queste cose sono il prodotto del nostro lavoro, invenzioni di noi intellettuali. Se solo potessimo smetterla di manipolare gli uomini contro gli uomini – spesso con le migliori intenzioni– ci sarebbe tanto di guadagnato. Nessuno può dire che sia impossibile per noi smettere di fare ciò.
Il più importante fra i dieci comandamenti è: non uccidere. Esso contiene quasi la totalità dell’etica. Il modo in cui Schopenhauer, per esempio, formula la dottrina etica è sostanzialmente un’estensione di questo comandamento importante. La dottrina etica di Schopenhauer è semplice, diretta e chiara. Egli afferma: "Non far del male a nessuno. Aiuta tutti al meglio delle tue possibilità".
[...]
Voltaire si chiede: “Che cos’è la tolleranza?” e risponde (traduco liberamente): “La tolleranza è la necessaria conseguenza della comprensione della nostra imperfezione umana. Errare è umano e a noi questo capita continuamente. Perciò perdoniamoci gli uni gli altri le nostre follie. Questo è il primo principio del diritto naturale”.
Qui Voltaire fa appello alla nostra onestà intellettuale: noi dobbiamo ammettere i nostri errori, la nostra imperfezione, la nostra ignoranza. Voltaire conosce benissimo che i fanatici esistono. Ma la loro convinzione è veramente onesta? Hanno essi onestamente esaminato se stessi, ciò in cui credono e le ragioni per sostenere ciò di cui sono convinti? E non è l’attitudine all’autocritica una parte dell’onestà intellettuale? E non ha il fanatismo spesso cercato di negare la nostra non ammessa incredulità, che abbiamo represso, e talvolta ne siamo solo parzialmente consci?
Voltaire si appella alla nostra modestia intellettuale; e soprattutto il suo appello alla nostra onestà intellettuale fece una grande impressione sugli intellettuali del suo tempo. Mi piacerebbe riaffermare qui il suo appello.
La motivazione data da Voltaire in favore della tolleranza è che noi dobbiamo perdonarci gli uni gli altri le nostre follie. Ma una follia comune come quella della intolleranza Voltaire trova giusto che sia difficile da tollerare. Invero è qui che la tolleranza ha i suoi limiti. Se noi concediamo all’intolleranza il diritto di essere tollerata, allora noi distruggiamo la tolleranza, e lo stato di diritto. Questo è stata la sorte della Repubblica di Weimar.
Ma a parte l’intolleranza, vi sono ancora altre follie che noi non dovremmo tollerare; soprattutto quella follia che fa sì che gli intellettuali seguano le ultime mode; quella follia che ha spinto molti scrittori a adottare uno stile oscuro e che vuole impressionare, quello stile criptico che Goethe ha criticato in modo così radicale nel Faust (per esempio la tavola della moltiplicazione delle streghe). Questo stile, lo stile delle parole grandi e oscure, delle parole pompose ed incomprensibili, questo modo di scrivere non dovrebbe affatto essere ammirato e neppure tollerato dagli intellettuali. Esso rende possibile quella filosofia che è stata descritta come relativismo; una filosofia che porta alla tesi che tutte le tesi sono intellettualmente più o meno difendibili. Tutto è accettabile! Così il relativismo porta all’anarchia, alla mancanza di leggi, e al dominio della violenza.
L’argomento da me scelto “Tolleranza e responsabilità intellettuale” mi ha portato alla questione del relativismo.
A questo punto mi piacerebbe confrontare il relativismo con una posizione che è quasi sempre confusa col relativismo, ma che invece è totalmente differente da esso. Io ho spesso descritto questa posizione come pluralismo, ma ciò ha semplicemente portato a questi fraintendimenti.
Pertanto lo caratterizzerò qui come pluralismo critico. Il più confuso relativismo, che sorge da una scadente forma di tolleranza, porta al dominio della violenza, il pluralismo critico può contribuire a tenere la violenza sotto controllo.
Allo scopo di distinguere il relativismo dal pluralismo critico, l’idea di verità è di cruciale importanza. Il relativismo è la posizione che tutto può essere affermato, o praticamente tutto. Tutto è vero, o niente è vero. Pertanto la verità è un concetto senza significato.
Il pluralismo critico è la posizione che, nell’interesse della ricerca della verità, per tutte le teorie, le migliori in particolare, dovrebbe essere favorita la competizione con tutte le altre teorie. Questa competizione consiste nella discussione razionale delle teorie e nell’eliminazione critica. La discussione dovrebbe essere razionale – e ciò significa che dovrebbe avere a che fare con la verità delle teorie in competizione: la teoria che sembra avvicinarsi di più nel corso della discussione critica è la migliore; e la teoria migliore rimpiazza la teoria più debole. Pertanto la questione in gioco è quella della verità.
sabato 21 agosto 2010
Considerazioni libere (153): a proposito di pubblico cordoglio...
Dopo la rigenerante vacanza salentina, durante la quale sono rimasto "senza rete" e quindi nell'impossibilità di aggiornare questo blog, ricomincio a scrivere "in diretta" (l'altra sera ho pubblicato alcune "considerazioni" che, per non perdere il vizio, ho scritto nei giorni di vacanza, quando una qualche notizia mi "costringeva" al commento).
Scrivo comunque di una cosa accaduta nei giorni scorsi: la morte del ex presidente della repubblica Francesco Cossiga e il successivo unanime cordoglio espresso da politici, giornalisti e opinionisti vari. La morte di qualsiasi persona ci deve indurre rispetto ed è naturale che in una tale circostanza i ricordi siano volti a mettere in evidenza più le cose positive che quelle negative, ma credo anche che quando muoia una persona che ha avuto un ruolo nella vita politica, culturale e sociale di un paese non ci si possa esimire da un giudizio su quello che quella persona ha fatto e ha rappresentato, nel bene e nel male.
Cossiga ha avuto responsabilità di rilievo in due momenti particolari della vita politica italiana: era ministro dell'interno quando le Brigate rosse hanno rapito e ucciso Aldo Moro, era presidente del consiglio quando i terroristi neofascisti hanno compiuto la strage alla stazione di Bologna. In entrambe le situazioni la sua azione è stata piena di ombre e se l'Italia è riuscita a uscire da quella tragica stagione non è merito di uomini come Cossiga. Da ministro prima e da presidente del consiglio poi non ha potuto o non ha voluto fare piena chiarezza sugli avvenimenti di cui era testimone. Passata quella stagione e in particolare dopo il suo mandato al Quirinale, Cossiga è tornato spesso a parlare di quegli anni, continuando purtroppo ad alimentare sospetti e divisioni.
Sul rapimento e sull'uccisione di Moro, Cossiga ha ribadito testardamente che quell'azione terroristica fu compiuta e gestita in piena autonomia dalle Brigate rosse e non ha mai detto nulla del ruolo che giocarono quei vertici politici e militari che rispondevano ad altri poteri, attraverso la loggia P2; se non si rese conto che i più alti gradi delle forze armate, delle forze dell'ordine e dei servizi segreti, che pure lui coordinava, prendevano ordini da altri o era un incapace o era in qualche modo coinvolto in un disegno che ormai, a livello storico - purtroppo non giudiziario - è, se non chiarito, almeno delineato. In quegli anni ci fu il tentativo, peraltro riuscito, di condizionare l'evoluzione del sistema politico, per evitare eccessive aperture verso la sinistra, e fu usato ogni mezzo, lecito e illecito, per raggiungere tale obiettivo.
Sulla strage di Bologna, Cossiga ha continuato a compiere, fino a pochi mesi dalla morte, un'opera di vero e proprio depistaggio, accreditando - forte della sua presunta conoscenza di chissà quali segreti - la tesi che la strage di Bologna sia stata un incidente, provocata dallo scoppio accidentale di un ordigno trasportato in treno da un terrorista palestinese, che aveva scelto le ferrovie italiane per portare una bomba, già innescata, nel nord Europa. Cossiga finge di ignorare le sentenze, passate in giudicato, che condannano da un lato i terroristi neofascisti di aver materialmente portato la bomba, quel giorno e a quell'ora, per uccidere il massimo numero di persone e dall'altro lato alcuni uomini dei servizi segreti, ancora coinvolti nella P2, di aver ripetutamente depistato le indagini, facendo trovare false bombe, inventando testimoni e così via. Ancora non sappiamo i motivi che spinsero qualcuno ad armare in questo modo i neofascisti, probabilmente neppure Cossiga lo sapeva, ma allora avrebbe fatto meglio a tacere, per rispetto di chi in quella strage ha perso la vita.
Il cordoglio per una persona non può velo alla verità. Una democrazia non se lo può permettere.
Scrivo comunque di una cosa accaduta nei giorni scorsi: la morte del ex presidente della repubblica Francesco Cossiga e il successivo unanime cordoglio espresso da politici, giornalisti e opinionisti vari. La morte di qualsiasi persona ci deve indurre rispetto ed è naturale che in una tale circostanza i ricordi siano volti a mettere in evidenza più le cose positive che quelle negative, ma credo anche che quando muoia una persona che ha avuto un ruolo nella vita politica, culturale e sociale di un paese non ci si possa esimire da un giudizio su quello che quella persona ha fatto e ha rappresentato, nel bene e nel male.
Cossiga ha avuto responsabilità di rilievo in due momenti particolari della vita politica italiana: era ministro dell'interno quando le Brigate rosse hanno rapito e ucciso Aldo Moro, era presidente del consiglio quando i terroristi neofascisti hanno compiuto la strage alla stazione di Bologna. In entrambe le situazioni la sua azione è stata piena di ombre e se l'Italia è riuscita a uscire da quella tragica stagione non è merito di uomini come Cossiga. Da ministro prima e da presidente del consiglio poi non ha potuto o non ha voluto fare piena chiarezza sugli avvenimenti di cui era testimone. Passata quella stagione e in particolare dopo il suo mandato al Quirinale, Cossiga è tornato spesso a parlare di quegli anni, continuando purtroppo ad alimentare sospetti e divisioni.
Sul rapimento e sull'uccisione di Moro, Cossiga ha ribadito testardamente che quell'azione terroristica fu compiuta e gestita in piena autonomia dalle Brigate rosse e non ha mai detto nulla del ruolo che giocarono quei vertici politici e militari che rispondevano ad altri poteri, attraverso la loggia P2; se non si rese conto che i più alti gradi delle forze armate, delle forze dell'ordine e dei servizi segreti, che pure lui coordinava, prendevano ordini da altri o era un incapace o era in qualche modo coinvolto in un disegno che ormai, a livello storico - purtroppo non giudiziario - è, se non chiarito, almeno delineato. In quegli anni ci fu il tentativo, peraltro riuscito, di condizionare l'evoluzione del sistema politico, per evitare eccessive aperture verso la sinistra, e fu usato ogni mezzo, lecito e illecito, per raggiungere tale obiettivo.
Sulla strage di Bologna, Cossiga ha continuato a compiere, fino a pochi mesi dalla morte, un'opera di vero e proprio depistaggio, accreditando - forte della sua presunta conoscenza di chissà quali segreti - la tesi che la strage di Bologna sia stata un incidente, provocata dallo scoppio accidentale di un ordigno trasportato in treno da un terrorista palestinese, che aveva scelto le ferrovie italiane per portare una bomba, già innescata, nel nord Europa. Cossiga finge di ignorare le sentenze, passate in giudicato, che condannano da un lato i terroristi neofascisti di aver materialmente portato la bomba, quel giorno e a quell'ora, per uccidere il massimo numero di persone e dall'altro lato alcuni uomini dei servizi segreti, ancora coinvolti nella P2, di aver ripetutamente depistato le indagini, facendo trovare false bombe, inventando testimoni e così via. Ancora non sappiamo i motivi che spinsero qualcuno ad armare in questo modo i neofascisti, probabilmente neppure Cossiga lo sapeva, ma allora avrebbe fatto meglio a tacere, per rispetto di chi in quella strage ha perso la vita.
Il cordoglio per una persona non può velo alla verità. Una democrazia non se lo può permettere.
venerdì 20 agosto 2010
"Un estraneo" di Maram al-Masri
giovedì 19 agosto 2010
Considerazioni libere (152): a proposito di moschee...
Una buona notizia di ferragosto.
Dopo un primo momento di riserbo e il tentativo dei suoi portavoce di considerare la questione di esclusivo interesse locale, il presidente Obama ha deciso di prendere posizione a favore della decisione del sindaco di New York di autorizzare la costruzione di una moschea a tre isolati da Ground zero. Si tratta di una decisione impopolare, che, secondo i sondaggi, è giudicata negativamente dal 68% dei cittadini statunitensi e che ha trovato l'ostilità di gran parte dei familiari delle vittime degli attentati dell'11 settembre. Immagino che ora non mancheranno neppure qui da noi i detrattori della proposta: i fanatici epigoni della Fallaci, gli ideologi dello scontro di civiltà, la Santanchè versione Giovanna d'Arco, il crociato Magdi Cristiano Allam e compagnia cantante. Fortuntamente a New York tra i primi a sostenere la proposta ci sono stati i rappresentanti delle altre confessioni religiose, compresi gli ebrei, e spero che il Vaticano abbia il coraggio di esprimere una propria posizione sull'argomento.
Come dimostra il giudizio dell'opinione pubblica statunitense, è ormai prevalsa una lettura secondo cui questo primo decennio del nuovo secolo sarebbe segnato dallo scontro inconciliabile tra civiltà occidentale e islam, così come la seconda metà del secolo scorso è stato segnato dalla dicotomia comunismo/anticomunismo. Si tratta di una lettura sbagliata e motivata dall'interesse di una parte importante dell'establishment statunitense di alimentare la guerra in Afghanistan e in Iraq e di giustificare un possibile attacco all'Iran. Questa lettura è sbagliata prima di tutto perché non è chiaro cosa sia la civiltà occidentale che dovremmo difendere: l'identità cristiana? i valori del liberalismo? la difesa dei diritti umani? La stessa vicenda della costruzione della moschea vicino a Ground zero dimostra che c'è da parte della maggioranza degli statunitensi un'intolleranza verso il mondo mussulmano almeno pari a quella alimentata da una parte delle classi dirigenti mussulmane contro l'occidente. Come ha cercato di spiegare Obama, l'idea di fondo della Costituzione americana viene negata se si impedisce a una parte dei cittadini di professare il proprio credo religioso. E, per altro, è paradossale che la difesa di una presunta identità cristiana passi attraverso una società così fortemente secolarizzata come quella statunitense e quella dei paesi europei, dove i credenti cristiani sono ormai una minoranza, per quanto influente nella vita politica.
Personalmente penso che dovremmo abbandonare i toni apocalittici dello scontro di civiltà e cominciare a ragionare sulle vere differenze che ci sono nel mondo: tra chi gode dei diritti politici e civili e chi ne è escluso, tra i paesi in cui le donne hanno riconosciuto il loro ruolo politico, economico e sociale e quelli in cui sono soggetti con meno o senza diritti, tra chi sfrutta e chi viene sfruttato, parole che sembrano antiche, ma che hanno una loro terribile attualità.
Considerazione scritta domenica 15 agosto
Dopo un primo momento di riserbo e il tentativo dei suoi portavoce di considerare la questione di esclusivo interesse locale, il presidente Obama ha deciso di prendere posizione a favore della decisione del sindaco di New York di autorizzare la costruzione di una moschea a tre isolati da Ground zero. Si tratta di una decisione impopolare, che, secondo i sondaggi, è giudicata negativamente dal 68% dei cittadini statunitensi e che ha trovato l'ostilità di gran parte dei familiari delle vittime degli attentati dell'11 settembre. Immagino che ora non mancheranno neppure qui da noi i detrattori della proposta: i fanatici epigoni della Fallaci, gli ideologi dello scontro di civiltà, la Santanchè versione Giovanna d'Arco, il crociato Magdi Cristiano Allam e compagnia cantante. Fortuntamente a New York tra i primi a sostenere la proposta ci sono stati i rappresentanti delle altre confessioni religiose, compresi gli ebrei, e spero che il Vaticano abbia il coraggio di esprimere una propria posizione sull'argomento.
Come dimostra il giudizio dell'opinione pubblica statunitense, è ormai prevalsa una lettura secondo cui questo primo decennio del nuovo secolo sarebbe segnato dallo scontro inconciliabile tra civiltà occidentale e islam, così come la seconda metà del secolo scorso è stato segnato dalla dicotomia comunismo/anticomunismo. Si tratta di una lettura sbagliata e motivata dall'interesse di una parte importante dell'establishment statunitense di alimentare la guerra in Afghanistan e in Iraq e di giustificare un possibile attacco all'Iran. Questa lettura è sbagliata prima di tutto perché non è chiaro cosa sia la civiltà occidentale che dovremmo difendere: l'identità cristiana? i valori del liberalismo? la difesa dei diritti umani? La stessa vicenda della costruzione della moschea vicino a Ground zero dimostra che c'è da parte della maggioranza degli statunitensi un'intolleranza verso il mondo mussulmano almeno pari a quella alimentata da una parte delle classi dirigenti mussulmane contro l'occidente. Come ha cercato di spiegare Obama, l'idea di fondo della Costituzione americana viene negata se si impedisce a una parte dei cittadini di professare il proprio credo religioso. E, per altro, è paradossale che la difesa di una presunta identità cristiana passi attraverso una società così fortemente secolarizzata come quella statunitense e quella dei paesi europei, dove i credenti cristiani sono ormai una minoranza, per quanto influente nella vita politica.
Personalmente penso che dovremmo abbandonare i toni apocalittici dello scontro di civiltà e cominciare a ragionare sulle vere differenze che ci sono nel mondo: tra chi gode dei diritti politici e civili e chi ne è escluso, tra i paesi in cui le donne hanno riconosciuto il loro ruolo politico, economico e sociale e quelli in cui sono soggetti con meno o senza diritti, tra chi sfrutta e chi viene sfruttato, parole che sembrano antiche, ma che hanno una loro terribile attualità.
Considerazione scritta domenica 15 agosto
Considerazioni libere (151): a proposito delle difficoltà del centrosinistra...
Al punto in cui è giunto lo scontro politico all'interno della maggioranza che ha vinto le elezioni del 2008, non è improbabile che il parlamento venga sciolto prima della scadenza naturale e che si torni a votare nella prossima primavera.
Purtroppo il Partito Democratico è la forza politica al momento più impreparata ad affrontare il voto, perché mancano - o almeno non appaiono ai più - né uno schema strategico né un disegno tattico. Purtroppo altrettanto impreparato è lo schieramento a sinistra del Pd, che non si è ripreso dalla sconfitta bruciante di due anni fa e non riesce ancora a trovare in Vendola un leader capace di riunire le forze della sinistra che ci sono nella società; lo stesso Vendola peraltro fatica a trovare un proprio ruolo e probabilmente il fatto di avere un compito istituzionale piuttosto complesso non lo aiuta in questo lavoro.
E' comunque il Pd a essere in maggior difficoltà. Il leader del maggior partito di opposizione dovrebbe essere il candidato naturale a guidare la coalizione e a proporsi come futuro capo dell'esecutivo, ma da diversi settori del partito questo automatismo è più o meno implicitamente negato: Chiamparino si è autocandidato a future primarie, Fioroni dice che è necessario un nuovo Prodi capace di essere sintesi di una coalizione vasta che dovrebbe andare dalla sinistra radicale all'Udc, lo stesso Bersani pare incerto, dando l'impressione che tema la sconfitta e il conseguente dibattito interno sulla sua segreteria che ne deriverebbe.
Tutte la valutazioni che in questi giorni fanno i dirigenti del Pd ruotano attorno al tema delle alleanze ed è naturale che sia così, ma il Pd pare sempre in posizione subordinata. Nella fantasiosa ipotesi si una sorta di rassemblement democratico, che includerebbe anche Fini, il Pd si troverebbe gioco forza in una posizione di minoranza. Nello schema che vede un'alleanza tra l'Udc e il Pd, guidata da Casini, al di là di un forte ridimensionamento delle tematiche progressiste, non ci sarebbe nulla di quello che rappresentò Prodi nel '96; in quel caso non si trattava soltanto di un'alleanza tattica, guidata da una personalità di centro potenzialmente capace di attrarre maggiormente i ceti moderati, ma c'era un progetto politico con caratteri innovativi, c'era l'idea di costruire un nuovo polo politico, l'Ulivo, che finì purtroppo senza riuscire a mostrare il suo potenziale riformista e che non si riuscì più a far rinascere nel 2006. Anche l'ipotesi di tornare alla cosiddetta vocazione maggioritaria, se fosse vissuta come nel 2008, ossia come un elemento di isolamento - magari mantenendo la sola alleanza con l'Italia dei valori - sarebbe un segno di debolezza e l'annuncio di una nuova sconfitta. I dirigenti del Pd, e Bersani prima di tutto, dovrebbero lavorare affinché il partito diventasse l'elemento catalizzatore della futura alleanza di centrosinistra: sono le altre forze politiche che dovrebbero porsi il problema se e come allearsi con il Pd, e non il contrario, come sta avvenendo invece ora. Questo naturalmente richiede una chiarezza di proposte che, al momento, non c'è.
Come è noto, comunque, i dirigenti del Pd pensano che la soluzione migliore allo stallo provocato dalla rottura traumatica avvenuta nel principale partito del centrodestra non sia il ricorso al voto, ma la formazione di un nuovo governo - definito di volta in volta di garanzia o di transizione o di responsabilità istituzionale - che abbia il compito minimo di cambiare l'attuale legge elettorale, la "porcata", secondo la definizione di Calderoli, che l'ha elaborata. A parte il fatto che investire tutto su questa unica possibilità è piuttosto rischioso, perché le variabili sono davvero tante e piuttosto aleatorie, non è affatto chiaro come dovrebbe essere cambiata la legge elettorale. I dirigenti del Pd dicono che occorre restituire ai cittadini la facoltà di scegliere i propri parlamentari, ma questo risultato si può ottenere sia con un sistema maggioritario a collegi elettorali sia con il ritorno al proporzionale puro con le preferenze, per citare soltanto i due estremi, tra cui si trovano una serie piuttosto ampia di varianti, come dimostra anche la nostra storia recente in fatto di sistemi elettorali. Qual è il sistema sostenuto dal Pd? Forse i sostenitori della vocazione maggioritaria preferiranno un sistema con una forte quota maggioritaria, mentre coloro che lavorano per una nuova aggregazione delle forze politiche preferirebbero un sistema con una più forte proporzionale. Non si tratta di una questione peregrina, ma l'ennesima dimostrazione della difficoltà di avere una linea chiara e comunque questa indecisione renderà ancora più difficile, se non impossibile, coagulare una maggioranza ampia su una proposta di riforma. O, anche in questo caso, il Pd dovrà andare a traino di una proposta non sua, come quella elaborata dall'Udc e dai fautori del cosiddetto "terzo polo".
A scanso di equivoci, ripeto che non sono contento dei problemi del Pd; spero sempre che qualcosa cambi...
Considerazione scritta giovedì 12 agosto
Purtroppo il Partito Democratico è la forza politica al momento più impreparata ad affrontare il voto, perché mancano - o almeno non appaiono ai più - né uno schema strategico né un disegno tattico. Purtroppo altrettanto impreparato è lo schieramento a sinistra del Pd, che non si è ripreso dalla sconfitta bruciante di due anni fa e non riesce ancora a trovare in Vendola un leader capace di riunire le forze della sinistra che ci sono nella società; lo stesso Vendola peraltro fatica a trovare un proprio ruolo e probabilmente il fatto di avere un compito istituzionale piuttosto complesso non lo aiuta in questo lavoro.
E' comunque il Pd a essere in maggior difficoltà. Il leader del maggior partito di opposizione dovrebbe essere il candidato naturale a guidare la coalizione e a proporsi come futuro capo dell'esecutivo, ma da diversi settori del partito questo automatismo è più o meno implicitamente negato: Chiamparino si è autocandidato a future primarie, Fioroni dice che è necessario un nuovo Prodi capace di essere sintesi di una coalizione vasta che dovrebbe andare dalla sinistra radicale all'Udc, lo stesso Bersani pare incerto, dando l'impressione che tema la sconfitta e il conseguente dibattito interno sulla sua segreteria che ne deriverebbe.
Tutte la valutazioni che in questi giorni fanno i dirigenti del Pd ruotano attorno al tema delle alleanze ed è naturale che sia così, ma il Pd pare sempre in posizione subordinata. Nella fantasiosa ipotesi si una sorta di rassemblement democratico, che includerebbe anche Fini, il Pd si troverebbe gioco forza in una posizione di minoranza. Nello schema che vede un'alleanza tra l'Udc e il Pd, guidata da Casini, al di là di un forte ridimensionamento delle tematiche progressiste, non ci sarebbe nulla di quello che rappresentò Prodi nel '96; in quel caso non si trattava soltanto di un'alleanza tattica, guidata da una personalità di centro potenzialmente capace di attrarre maggiormente i ceti moderati, ma c'era un progetto politico con caratteri innovativi, c'era l'idea di costruire un nuovo polo politico, l'Ulivo, che finì purtroppo senza riuscire a mostrare il suo potenziale riformista e che non si riuscì più a far rinascere nel 2006. Anche l'ipotesi di tornare alla cosiddetta vocazione maggioritaria, se fosse vissuta come nel 2008, ossia come un elemento di isolamento - magari mantenendo la sola alleanza con l'Italia dei valori - sarebbe un segno di debolezza e l'annuncio di una nuova sconfitta. I dirigenti del Pd, e Bersani prima di tutto, dovrebbero lavorare affinché il partito diventasse l'elemento catalizzatore della futura alleanza di centrosinistra: sono le altre forze politiche che dovrebbero porsi il problema se e come allearsi con il Pd, e non il contrario, come sta avvenendo invece ora. Questo naturalmente richiede una chiarezza di proposte che, al momento, non c'è.
Come è noto, comunque, i dirigenti del Pd pensano che la soluzione migliore allo stallo provocato dalla rottura traumatica avvenuta nel principale partito del centrodestra non sia il ricorso al voto, ma la formazione di un nuovo governo - definito di volta in volta di garanzia o di transizione o di responsabilità istituzionale - che abbia il compito minimo di cambiare l'attuale legge elettorale, la "porcata", secondo la definizione di Calderoli, che l'ha elaborata. A parte il fatto che investire tutto su questa unica possibilità è piuttosto rischioso, perché le variabili sono davvero tante e piuttosto aleatorie, non è affatto chiaro come dovrebbe essere cambiata la legge elettorale. I dirigenti del Pd dicono che occorre restituire ai cittadini la facoltà di scegliere i propri parlamentari, ma questo risultato si può ottenere sia con un sistema maggioritario a collegi elettorali sia con il ritorno al proporzionale puro con le preferenze, per citare soltanto i due estremi, tra cui si trovano una serie piuttosto ampia di varianti, come dimostra anche la nostra storia recente in fatto di sistemi elettorali. Qual è il sistema sostenuto dal Pd? Forse i sostenitori della vocazione maggioritaria preferiranno un sistema con una forte quota maggioritaria, mentre coloro che lavorano per una nuova aggregazione delle forze politiche preferirebbero un sistema con una più forte proporzionale. Non si tratta di una questione peregrina, ma l'ennesima dimostrazione della difficoltà di avere una linea chiara e comunque questa indecisione renderà ancora più difficile, se non impossibile, coagulare una maggioranza ampia su una proposta di riforma. O, anche in questo caso, il Pd dovrà andare a traino di una proposta non sua, come quella elaborata dall'Udc e dai fautori del cosiddetto "terzo polo".
A scanso di equivoci, ripeto che non sono contento dei problemi del Pd; spero sempre che qualcosa cambi...
Considerazione scritta giovedì 12 agosto
Considerazioni libere (150): a proposito di federalismo e di turismo...
Ho scoperto il Salento grazie a Zaira, che è originaria, da parte della famiglia paterna, di questa splendida terra. Da due anni passiamo qui le vacanze estive: sono luoghi che davvero meritano di essere visitati, per il mare, per la natura, per l'arte, per la cucina, per la musica.
La lettura dei giornali locali riserva qualche curiosità, che mi fa piacere condividere con i miei sparuti lettori. Di ieri è la notizia che il movimento di Adriana Poli Bortone, che qui è piuttosto radicato - visto che la stessa Poli Bortone, già ministro in quota An nel primo governo Berlusconi, è stata una capace sindaco a Lecce - e che ha un rapporto conflittuale con il centrodestra - sul modello del Mpa del siciliano Lombardo - si è fatto promotore di un ordine del giorno nel consiglio comunale di Lecce per promuovere la nascita di una nuova regione, il "grande Salento", unendo le province di Lecce, Brindisi e Taranto. Un bell'esempio di risparmio dei soldi pubblici, visto che il nuovo ente dovrebbe avere un nuovo presidente, una nuova giunta e un nuovo consiglio, con tutto quello che ne consegue. Non pensate che la proposta sia così peregrina, visto che solo un anno fa in Puglia è nata una nuova provincia "tricefala", con tre capoluoghi, Barletta, Andria e Trani, denominata Bat.
Invece i giornali di oggi annunciano che la provincia di Lecce promuoverà il marchio "Salento d'amare" in maniera autonoma nelle principali città europee e a New York. Sul Corriere del Mezzogiorno si ricorda come la Puglia ha partecipato nello scorso mese di febbraio alla Borsa internazionale del turismo di Milano: accanto allo stand della regione, c'erano uno spazio della Capitanata e della Terra di Bari, uno spazio di Lecce e del Salento, uno spazio di Taranto - che allora rivendicava il fatto di non essere in Salento e presentava il proprio marchio "Terra jonica". Anche la provincia di Brindisi in febbraio non voleva essere considerata in Salento e così ha acquistato uno spazio al Bit per presentare il marchio "Filia solis"; peccato che la decisione non sia stata condivisa da Brindisi e dai comuni di Ostuni, Carovigno, Fasano e Ceglie, che sono andati a Milano, presentando il marchio "Terra di Brindisi". Immaginate lo stupore dell'operatore statunitense - che probabilmente non ha ben chiaro quale sia il delicato ruolo istituzionale delle province in Italia - che si è trovato davanti a due stand di Brindisi.
Il problema non è naturalmente solo quello della proliferazione dei marchi - che è comunque un dato negativo, visto che le altre regioni riescono a presentare in forme unitarie territori altrettanto "complessi" quanto quello pugliese - ma la capacità di controllare in maniera effettiva che a quello promesso da un marchio corrispondano servizi e offerte per i turisti. Visitando il Salento pare che questa capacità istituzionale non ci sia, supplita in qualche modo da molte iniziative singole di valore, che solo raramente fanno rete. Così ad esempio alcune associazioni della zona attorno a Santa Maria di Leuca si sono date un'organizzazione per non far coincidere e pubblicizzare in maniera unitaria le sagre che si svolgono in ogni paese oppure i Comuni della Grecìa collaborano per le iniziative della "Notte della taranta": sono momenti utili, ma non bastano. Naturalmente questi problemi non saranno risolti né da un nuovo marchio né da una nuova regione.
Considerazione scritta mercoledì 11 agosto
La lettura dei giornali locali riserva qualche curiosità, che mi fa piacere condividere con i miei sparuti lettori. Di ieri è la notizia che il movimento di Adriana Poli Bortone, che qui è piuttosto radicato - visto che la stessa Poli Bortone, già ministro in quota An nel primo governo Berlusconi, è stata una capace sindaco a Lecce - e che ha un rapporto conflittuale con il centrodestra - sul modello del Mpa del siciliano Lombardo - si è fatto promotore di un ordine del giorno nel consiglio comunale di Lecce per promuovere la nascita di una nuova regione, il "grande Salento", unendo le province di Lecce, Brindisi e Taranto. Un bell'esempio di risparmio dei soldi pubblici, visto che il nuovo ente dovrebbe avere un nuovo presidente, una nuova giunta e un nuovo consiglio, con tutto quello che ne consegue. Non pensate che la proposta sia così peregrina, visto che solo un anno fa in Puglia è nata una nuova provincia "tricefala", con tre capoluoghi, Barletta, Andria e Trani, denominata Bat.
Invece i giornali di oggi annunciano che la provincia di Lecce promuoverà il marchio "Salento d'amare" in maniera autonoma nelle principali città europee e a New York. Sul Corriere del Mezzogiorno si ricorda come la Puglia ha partecipato nello scorso mese di febbraio alla Borsa internazionale del turismo di Milano: accanto allo stand della regione, c'erano uno spazio della Capitanata e della Terra di Bari, uno spazio di Lecce e del Salento, uno spazio di Taranto - che allora rivendicava il fatto di non essere in Salento e presentava il proprio marchio "Terra jonica". Anche la provincia di Brindisi in febbraio non voleva essere considerata in Salento e così ha acquistato uno spazio al Bit per presentare il marchio "Filia solis"; peccato che la decisione non sia stata condivisa da Brindisi e dai comuni di Ostuni, Carovigno, Fasano e Ceglie, che sono andati a Milano, presentando il marchio "Terra di Brindisi". Immaginate lo stupore dell'operatore statunitense - che probabilmente non ha ben chiaro quale sia il delicato ruolo istituzionale delle province in Italia - che si è trovato davanti a due stand di Brindisi.
Il problema non è naturalmente solo quello della proliferazione dei marchi - che è comunque un dato negativo, visto che le altre regioni riescono a presentare in forme unitarie territori altrettanto "complessi" quanto quello pugliese - ma la capacità di controllare in maniera effettiva che a quello promesso da un marchio corrispondano servizi e offerte per i turisti. Visitando il Salento pare che questa capacità istituzionale non ci sia, supplita in qualche modo da molte iniziative singole di valore, che solo raramente fanno rete. Così ad esempio alcune associazioni della zona attorno a Santa Maria di Leuca si sono date un'organizzazione per non far coincidere e pubblicizzare in maniera unitaria le sagre che si svolgono in ogni paese oppure i Comuni della Grecìa collaborano per le iniziative della "Notte della taranta": sono momenti utili, ma non bastano. Naturalmente questi problemi non saranno risolti né da un nuovo marchio né da una nuova regione.
Considerazione scritta mercoledì 11 agosto
Considerazioni libere (149): a proposito di informazione libera...
In questa insolitamente attiva estate della politica italiana, per capire gli umori del centrodestra, è un'utile lettura Il Giornale diretto da Vittorio Feltri. Naturalmente non è necessario comprarlo, basta guardare il titolo che campeggia su tutta la prima pagina, in questi giorni "scagliato" contro Fini e i suoi sostenitori. Quello di ieri, lunedì 9 agosto, era, nel suo genere un piccolo capolavoro: "Fini come Scajola". Ossia, per insultare nel modo peggiore il Presidente della Camera e per dire che ha approfittato della sua posizione per favorire il fratello della propria compagna, lo si paragona all'incauto ministro che ha detto che gli è stata acquistata una casa "a sua insaputa". Peccato però che l'ingenuo Scajola non sia un'esponente dell'odiato e vituperato centrosinistra, ma un insigne rappresentante della più stretta cerchia di consiglieri di Berlusconi e che in diverse occasioni autorevoli esponenti del centrodestra abbiano espresso la loro solidarietò a Scajola, spiegandoci che le sue dimissioni sono state un atto di responsabilità, non dovute, e dipingendolo come l'ennesima vittima della magistratura politicizzata di sinistra.
Povero Scajola, si sarà rammaricato a leggere il titolo de Il Giornale, proprio ora che stava tornando alla ribalta, avendo dato vita all'ennesima fondazione all'interno del Pdl, intitolata a Cristoforo Colombo - ligure come lui e altrettanto capace a superare infidi scogli - con il nobile obiettivo di superare le correnti per ridare slancio al partito. C'è perfino chi ha ipotizzato un suo ritorno al ministero per lo sviluppo economico, visto che continua un interim ormai imbarazzante, dopo una serie di rifiuti più o meno eccellenti. "Scajola" è diventato per i pasdaran, le guardie armate, del declinante berlusconismo un insulto da lanciare in faccia al nemico di turno.
Francamente i due casi sono difficilmente paragonabili, se non per un aspetto prettamente immobiliare. Scajola ha ricevuto in "dono" una casa da parte di un costruttore che nel corso degli anni ha ottenuto diversi e importanti appalti dall'amministrazione pubblica; Fini ha venduto una casa che era a disposizione del suo partito e quindi un bene privato a tutti gli effetti. Sarebbe stato più opportuno che la vendita non fosse stata fatta a una società off-shore, e quindi nata per frodare il fisco, e certo non depone a favore del Presidente della Camera che il fratello della sua compagna sia dietro a questa società off-shore e quindi sia un possibile evasore, ma se dovessimo sempre rispondere della dabbennaggine dei nostri cognati...
E che dire se Berlusconi dovesse rispondere di quello che ha fatto il fratello...
Considerazione scritta martedì 10 agosto
Povero Scajola, si sarà rammaricato a leggere il titolo de Il Giornale, proprio ora che stava tornando alla ribalta, avendo dato vita all'ennesima fondazione all'interno del Pdl, intitolata a Cristoforo Colombo - ligure come lui e altrettanto capace a superare infidi scogli - con il nobile obiettivo di superare le correnti per ridare slancio al partito. C'è perfino chi ha ipotizzato un suo ritorno al ministero per lo sviluppo economico, visto che continua un interim ormai imbarazzante, dopo una serie di rifiuti più o meno eccellenti. "Scajola" è diventato per i pasdaran, le guardie armate, del declinante berlusconismo un insulto da lanciare in faccia al nemico di turno.
Francamente i due casi sono difficilmente paragonabili, se non per un aspetto prettamente immobiliare. Scajola ha ricevuto in "dono" una casa da parte di un costruttore che nel corso degli anni ha ottenuto diversi e importanti appalti dall'amministrazione pubblica; Fini ha venduto una casa che era a disposizione del suo partito e quindi un bene privato a tutti gli effetti. Sarebbe stato più opportuno che la vendita non fosse stata fatta a una società off-shore, e quindi nata per frodare il fisco, e certo non depone a favore del Presidente della Camera che il fratello della sua compagna sia dietro a questa società off-shore e quindi sia un possibile evasore, ma se dovessimo sempre rispondere della dabbennaggine dei nostri cognati...
E che dire se Berlusconi dovesse rispondere di quello che ha fatto il fratello...
Considerazione scritta martedì 10 agosto
Considerazioni libere (148): a proposito di cognati...
Se la memoria non mi inganna - e d'altra parte, non avendo la possibilità di collegarmi alla rete, non posso consultare Wikipedia e quindi posso solo affidarmi ai ricordi di qualche lontana lettura - in Spagna, durante la dittatura del generalissimo Francisco Franco, ebbe una posizione di rilievo il fratello della moglie del Caudillo, che la voce popolare cominciò a chiamare il "cognatissimo".
Le cronache di questa estate italiana ci riportano le gesta di un più modesto cognato, il fratello dell'attuale compagna del Presidente della Camera. Questo personaggio pare non sia nuovo ad approfittare del proprio ruolo di cognato; grazie ai buoni uffici dell'allora fidanzato della sorella, il ruspante e delinquente Gaucci, riuscì addirittura a diventare vicepresidente della Ternana, ruolo certo di prestigio, ma forse insufficiente per l'ambizione del giovane. Figurarsi cosa avrà pensato quando la sorella è diventata la compagna di un personaggio ben più presentabile e potente. Pare che il nostro abbia frequentato i corridoi della Rai, vantando appunto il proprio ruolo di cognato illustre. Non è difficile immaginare che il cognato abbia trovato attenzione e credito in diversi ambienti, anche da parte di quelli che ora si sono affrettati a sbattergli la porta in faccia, visto il cattivo momento di cui gode Fini.
C'è una bella commedia di Gogol', intitolata L'ispettore generale, che, pur ambientata nella Russia dell'Ottocento, sembra descrivere tanti vizi del nostro paese. In una remota città dell'impero arriva la notizia che da San Pietroburgo è in arrivo un ispettore generale per indagare sui funzionari pubblici della regione; questo annuncio getta nel panico i notabili della città, tanto corrotti quanto incapaci. Poco dopo arriva un giovane spiantato, accompagnato da un servo perennemente affamato, partito per la Russia profonda in cerca di fortuna. Naturalmente i notabili credono si tratti del misterioso ispettore e fanno a gara per invitarlo a pranzo e a cena; tutti lo blandiscono, le donne tentano di sedurlo e gli si offrono più o meno scopertamente, gli uomini ne lodano l'intelligenza e l'arguzia, gli fanno regali, gli prestano soldi, fin quando il servo, intuita la verità, convince il padrone a scappare, poco prima dell'arrivo del vero ispettore. In Italia avviene lo stesso: è sufficiente essere un potente o un supposto potente o un parente - perché in Italia, si sa, tutti tengono famiglia - perché tante porte si schiudano. Non è necessario chiedere, c'è sempre qualcuno pronto a offrire.
Immagino che il povero cognato avrebbe preferito che l'illustre parente fosse rimasto tranquillo nel suo ruolo istituzionale, senza l'alzata di testa di sfidare Berlusconi. Ora si godrebbe il suo appartamento a Montecarlo e soprattutto avrebbe potuto continuare a sfruttare il suo ruolo, senza troppa fatica. Magari ora gli tocca cercare un lavoro, ma c'è sempre la possibilità di approdare all'Isola dei famosi.
Considerazione scritta lunedì 9 agosto
Le cronache di questa estate italiana ci riportano le gesta di un più modesto cognato, il fratello dell'attuale compagna del Presidente della Camera. Questo personaggio pare non sia nuovo ad approfittare del proprio ruolo di cognato; grazie ai buoni uffici dell'allora fidanzato della sorella, il ruspante e delinquente Gaucci, riuscì addirittura a diventare vicepresidente della Ternana, ruolo certo di prestigio, ma forse insufficiente per l'ambizione del giovane. Figurarsi cosa avrà pensato quando la sorella è diventata la compagna di un personaggio ben più presentabile e potente. Pare che il nostro abbia frequentato i corridoi della Rai, vantando appunto il proprio ruolo di cognato illustre. Non è difficile immaginare che il cognato abbia trovato attenzione e credito in diversi ambienti, anche da parte di quelli che ora si sono affrettati a sbattergli la porta in faccia, visto il cattivo momento di cui gode Fini.
C'è una bella commedia di Gogol', intitolata L'ispettore generale, che, pur ambientata nella Russia dell'Ottocento, sembra descrivere tanti vizi del nostro paese. In una remota città dell'impero arriva la notizia che da San Pietroburgo è in arrivo un ispettore generale per indagare sui funzionari pubblici della regione; questo annuncio getta nel panico i notabili della città, tanto corrotti quanto incapaci. Poco dopo arriva un giovane spiantato, accompagnato da un servo perennemente affamato, partito per la Russia profonda in cerca di fortuna. Naturalmente i notabili credono si tratti del misterioso ispettore e fanno a gara per invitarlo a pranzo e a cena; tutti lo blandiscono, le donne tentano di sedurlo e gli si offrono più o meno scopertamente, gli uomini ne lodano l'intelligenza e l'arguzia, gli fanno regali, gli prestano soldi, fin quando il servo, intuita la verità, convince il padrone a scappare, poco prima dell'arrivo del vero ispettore. In Italia avviene lo stesso: è sufficiente essere un potente o un supposto potente o un parente - perché in Italia, si sa, tutti tengono famiglia - perché tante porte si schiudano. Non è necessario chiedere, c'è sempre qualcuno pronto a offrire.
Immagino che il povero cognato avrebbe preferito che l'illustre parente fosse rimasto tranquillo nel suo ruolo istituzionale, senza l'alzata di testa di sfidare Berlusconi. Ora si godrebbe il suo appartamento a Montecarlo e soprattutto avrebbe potuto continuare a sfruttare il suo ruolo, senza troppa fatica. Magari ora gli tocca cercare un lavoro, ma c'è sempre la possibilità di approdare all'Isola dei famosi.
Considerazione scritta lunedì 9 agosto
Considerazioni libere (147): a proposito dei paradossi della politica...
La politica italiana sta andando in vacanza e ci consegna un divertente paradosso. Berlusconi, per storia personale e soprattutto per sua naturale indole, è la persona più estranea alle regole, scritte e non scritte, della vita istituzionale e politica italiana, tanto da teorizzare una sorta di democrazia carismatica, in cui conta unicamente il legame diretto tra il leader e il suo popolo, senza alcuna altra mediazione. Questa è in fondo l'unica riforma istituzionale che davvero sia stata introdotta in Italia in questi sedici anni: la divisione del paese in due schiere nettamente avverse e inconciliabili, i berlusconiani e gli antiberlusconiani.
Ora, anche se la netta maggioranza degli italiani continua a essere berlusconiana nelle proprie viscere più profonde, Berlusconi si ritrova a guidare un governo senza maggioranza parlamentare, e il fatto divertente è che siano rispuntate alcune definizioni che sembravano ormai definitivamente consegnate alla storia recente della vita politica italiana: "governo balneare" o "governo della non-sfiducia", come se Berlusconi fosse uno di quei notabili democristiani degli anni sessanta, da televisione in bianco e nero, un Rumor qualsiasi ad esempio. Anzi - e qui sta il paradosso - proprio a queste regole, a queste pratiche politiche, che egli considera stantie e bolla solitamente come "teatrino della politica", deve la possibilità di rimanere a Palazzo Chigi, nonostante la nascita del nuovo partito di Fini segni di fatto la fine di questa legislatura. Ma finché non ci sarà un esplicito voto di sfiducia, il governo Berlusconi potrà continuare a vivacchiare, sperando nelle assenze o in qualche transfuga: il berlusconismo meritava forse una fine migliore, almeno più drammatica e spettacolare, come quella immaginata da Moretti ne "Il caimano". Vedremo cosa succederà nelle prossime settimane.
Da questa crisi - e mi dispiace moltissimo, come potrete immaginare - esce comunque sconfitto il centrosinistra. Più che sconfitto, annichilito. Considerare come unica alternativa credibile a questo governo un esecutivo di transizione o di larghe intese, guidato magari da Tremonti, significa rinunciare in partenza al proprio ruolo di alternativa. Il centrosinistra - in particolare il Partito Democratico - immagina per sé un ruolo di opposizione o di irrilevanza politica per i prossimi anni. A questo paese occorre proporre un progetto alternativo a quello portato avanti con coerenza dal centrodestra e per farlo bisogna ripartire da alcuni concetti da sempre fondamentali della sinistra: ridistribuzione, giustizia sociale, lotta contro i privilegi, coniungadoli con valori che sono diventati via via nostro patrimonio, come la tutela delle pari opportunità, la difesa dei diritti individuali e la lotta per la legalità. Ci vorrà forse tempo, ma perché rinunciare in partenza?
Considerazione scritta giovedì 5 agosto
Ora, anche se la netta maggioranza degli italiani continua a essere berlusconiana nelle proprie viscere più profonde, Berlusconi si ritrova a guidare un governo senza maggioranza parlamentare, e il fatto divertente è che siano rispuntate alcune definizioni che sembravano ormai definitivamente consegnate alla storia recente della vita politica italiana: "governo balneare" o "governo della non-sfiducia", come se Berlusconi fosse uno di quei notabili democristiani degli anni sessanta, da televisione in bianco e nero, un Rumor qualsiasi ad esempio. Anzi - e qui sta il paradosso - proprio a queste regole, a queste pratiche politiche, che egli considera stantie e bolla solitamente come "teatrino della politica", deve la possibilità di rimanere a Palazzo Chigi, nonostante la nascita del nuovo partito di Fini segni di fatto la fine di questa legislatura. Ma finché non ci sarà un esplicito voto di sfiducia, il governo Berlusconi potrà continuare a vivacchiare, sperando nelle assenze o in qualche transfuga: il berlusconismo meritava forse una fine migliore, almeno più drammatica e spettacolare, come quella immaginata da Moretti ne "Il caimano". Vedremo cosa succederà nelle prossime settimane.
Da questa crisi - e mi dispiace moltissimo, come potrete immaginare - esce comunque sconfitto il centrosinistra. Più che sconfitto, annichilito. Considerare come unica alternativa credibile a questo governo un esecutivo di transizione o di larghe intese, guidato magari da Tremonti, significa rinunciare in partenza al proprio ruolo di alternativa. Il centrosinistra - in particolare il Partito Democratico - immagina per sé un ruolo di opposizione o di irrilevanza politica per i prossimi anni. A questo paese occorre proporre un progetto alternativo a quello portato avanti con coerenza dal centrodestra e per farlo bisogna ripartire da alcuni concetti da sempre fondamentali della sinistra: ridistribuzione, giustizia sociale, lotta contro i privilegi, coniungadoli con valori che sono diventati via via nostro patrimonio, come la tutela delle pari opportunità, la difesa dei diritti individuali e la lotta per la legalità. Ci vorrà forse tempo, ma perché rinunciare in partenza?
Considerazione scritta giovedì 5 agosto
Storie (III). "Maria e Angela..."
Maria e Angela stanno per arrivare in treno a Bologna. È la mattina del 2 agosto 2010. Vivono a Empoli. Maria ha 54 anni, lavora alla cassa di un grande supermercato; per alcuni anni, prima dell'incidente - lei lo continua a chiamare pudicamente così - ha lavorato in una fabbrica di confezioni, poi ha trovato questo lavoro, che le ha permesso di ottenere un part time e di stare più tempo con la figlia. Angela ha 33 anni, lavora in un'agenzia di viaggi e da tre anni non vive più insieme a sua madre; si è sposata con Giulio e l'anno prossimo sperano di avere un bambino.
Il loro treno sta entrando in stazione. Maria è arrivata in questa stazione alcune altre volte prima dell'incidente, ma ormai non riesce a ricordarne nemmeno una.
Il loro treno sta entrando in stazione. Maria è arrivata in questa stazione alcune altre volte prima dell'incidente, ma ormai non riesce a ricordarne nemmeno una.
Angela invece è arrivata in stazione a Bologna per la prima volta il 2 agosto del 1980, trent'anni fa. Stavano andando in vacanza sul lago di Garda, insieme a due amiche di Maria; dovevano aspettare la coincidenza e stavano nella sala di attesa di seconda classe. Era davvero caldo quella mattina a Bologna e Angela non voleva star ferma. La sala d'attesa era piena di persone, sul binario 1, lì davanti, era fermo un treno. Nessuno nota l'uomo che appoggia una valigia sotto il tavolino della sala d'attesa, proprio dove è seduta Maria. Sono le 10.15. Angela corre tra le sedie, inciampa in una borsa, Maria la raggiunge, la prende in braccio, le amiche controllano i suoi bagagli, Maria porta Angela fuori, a vedere il treno che sta per ripartire. Sono le 10.25.
Maria si risveglia su un taxi, vede Angela accanto a sé, tutte e due hanno il viso coperto di sangue, sente il taxista chiederle come sta, perde di nuovo i sensi. Maria si sveglia di nuovo, è in un letto con le braccia fasciate, chiede a un medico notizie di sua figlia; è all'ospedale anche lei, sta bene, la rassicura il medico. In quel momento passa il presidente Pertini a salutare i feriti, stringe la mano di Maria, le fa coraggio con il suo fare paterno. Lentamente Maria viene a sapere quello che è successo: è scoppiata una bomba in stazione, proprio lì, nella sala d'attesa di seconda classe, è stata una strage.
Maria si risveglia su un taxi, vede Angela accanto a sé, tutte e due hanno il viso coperto di sangue, sente il taxista chiederle come sta, perde di nuovo i sensi. Maria si sveglia di nuovo, è in un letto con le braccia fasciate, chiede a un medico notizie di sua figlia; è all'ospedale anche lei, sta bene, la rassicura il medico. In quel momento passa il presidente Pertini a salutare i feriti, stringe la mano di Maria, le fa coraggio con il suo fare paterno. Lentamente Maria viene a sapere quello che è successo: è scoppiata una bomba in stazione, proprio lì, nella sala d'attesa di seconda classe, è stata una strage.
Maria e Angela vanno ogni anno alla manifestazione che ricorda la strage, portano un fiore per le due amiche che sono rimaste accanto ai bagagli. Solo un anno, l'85, non sono andate: Angela aveva il morbillo. Altre volte sono passate per quella stazione, insieme o da sole: Angela è passata per la stazione di Bologna con la gita delle superiori e poi per la prima vacanza con Giulio, ma quel viaggio, il 2 agosto di ogni anno, lo devono fare insieme, loro due sole, per ricordare. Si fermano a guardare l'orologio fermo alle 10.25, leggono i nomi delle 83 persone morte nella strage. Si stringono le mani.
Questa è una storia di fantasia. Le vittime della strage alla stazione di Bologna furono 85: tra loro, la vittima più piccola, Angela Fresu, di 3 anni, e sua madre Maria Fresu, di 24 anni, il cui corpo - l'unico che non è stato trovato - è stato disintegrato dalla bomba.

Questa opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.
Questa è una storia di fantasia. Le vittime della strage alla stazione di Bologna furono 85: tra loro, la vittima più piccola, Angela Fresu, di 3 anni, e sua madre Maria Fresu, di 24 anni, il cui corpo - l'unico che non è stato trovato - è stato disintegrato dalla bomba.

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