mercoledì 14 aprile 2010

"Il futuro" di Julio Cortázar


E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menu,
o nel sorriso che alleggerisce il “tutto completo” delle sotterranee,
nei libri prestati e nell’arrivederci a domani.

Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
né ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all’angolo della strada mi fermerò,
a quell’angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
né qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,
né là fuori, in quel fiume di strade e di ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te.

martedì 13 aprile 2010

Considerazioni lbere (100): a proposito di computer e di veleni...

Sono arrivato alla "considerazione" nr. 100: un traguardo forse modesto, ma per me comunque importante; come sempre ringrazio le amiche e gli amici che in questi mesi hanno avuto la pazienza di leggere queste mie note. Senza la vostra attenzione avrebbe avuto molto meno senso continuare a tenere in vita questo blog.
In questi mesi ho utilizzato questo spazio, oltre che per dire la mia su alcuni temi, soprattutto per dare voce a notizie che hanno goduto di pochissima attenzione sulle cronache dei giornali e delle televisioni. E mi pare doveroso dedicare questa centesima "considerazione" proprio a una di queste storie, che ho trovato nel nr. 841 di Internazionale: vi consiglio di leggere l'articolo che il giornalista tedesco Clemens Höges ha scritto sulla discarica di prodotti elettronici di Accra.
Accra è la capitale del Ghana; in un sobborgo di questa città si trova una discarica che la gente del posto ha ribattezzato Sodoma e Gomorra. Non c'è nulla di pruriginoso in questo nome, ma un modo per cercare di dare un nome all'inferno. E infernale è davvero questa discarica: in questa grande spianata arrivano moltissimi computer che noi non usiamo più, perché o sono rotti o sono ormai obsoleti. I ragazzi di Sodoma e Gomorra li raccolgono, li smembrano, e cercano di recuperare quanto più materiale è possibile. Ci sono ragazzi di 16/18 anni che bruciano di continuo i computer, utilizzando la gommapiuma dei frigoriferi, che produce una fiamma capace di sciogliere anche la plastica più resistente. Poi ci sono bambini dagli 8 ai 14 anni che si muovono tra i rifiuti e le parti bruciate per raccogliere cavi di rame, pezzi di alluminio, viti e prese d'acciaio. I ragazzi più grandi coordinano questo esercito di pezzenti, stanno alle bilance, controllano il materiale raccolto dai bambini e lo rivendono alle fonderie. Un bambino di dieci anni può guadagnare due cedi ghanesi al giorno (circa un euro), il sufficiente per mangiare, ma non per affittare un posto in una baracca per la notte; chi sta ai fuochi guadagna qualcosa di più e si può permettere di dormire in una baracca di sei metri quadri, insieme ad altri due ragazzi. Le bambine portano da bere ai loro coetanei che stanno ai fuochi, il lavoro più faticoso e pericoloso.
A Sodoma e Gomorra, a causa di questi fuochi, l'aria è nera e irrespirabile, il fumo brucia la gola, l'acqua del fiume è nera e densa. I bambini vivono immersi in una nebbia nera. Nella terra, nell'aria, nell'acqua ci sono altissime concentrazioni di piombo, cadmio, arsenico, diossina, tutti elementi cancerogeni.
Secondo un rapporto delle Nazioni Unite ogni anno si producono circa 40 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, 3 milioni soltanto negli Stati Uniti e 2,3 milioni in Cina. Ma questi numeri sono destinati ad aumentare, grazie soprattutto ai paesi in via di sviluppo. Lo stesso rapporto calcola che in Sudafrica e in Cina la produzione di rifiuti elettronici aumenterà del 400%, in India del 500% e lo stesso in alcuni paesi dell'Africa, come il Senegal e l'Uganda. Noi abbiamo sempre bisogno di computer sempre più potenti, sempre più veloci, sempre più leggeri. I ragazzi di Sodoma e Gomorra probabilmente non vedranno mai un computer funzionante, e non saprebbero neppure usarlo, perché non vanno a scuola.
Smaltire un monitor in Germania, rispettando tutte le normative in difesa della salute dei cittadini e dell'ambiente, costa circa 3,50 euro, portarlo in un container in Ghana costa soltanto 1,50 euro. Nel 1989 è stata firmata la Convenzione di Basilea che dovrebbe regolare i rapporti tra paesi ricchi e paesi poveri su questo tema, impedendo che questi ultimi diventino le discariche dei primi. Gli Stati Uniti non hanno mai ratificato l'accordo e anche dove è stato fatto ci sono molti modi per aggirarlo. In Germania ad esempio i rifiuti elettronici non possono essere esportati, ma si possono vendere i computer che possono essere riparati o anche i computer vecchi, che pure non riescono più a supportare nessun programma che viene utilizzato oggi. Questi computer partono dalla Germania come computer teoricamente utilizzabili, ma una volta arrivati in Ghana vanno ad alimentare la discarica di Sodoma e Gomorra. Ci sono grandi interessi in ballo, e anche la grande criminalità ha capito che ci sono enormi possibilità di guadagno.
E così i nostri vecchi computer, i telefonini che non usiamo più, gli elettrodomestici che abbiamo deciso di cambiare diventano veleno per i bambini di Accra. I ragazzi che "lavorano" a Sodoma e Gomorra faticano a superare i venticinque anni. Il piombo provoca prima mal di testa e crampi allo stomaco, poi danneggia il sistema nervoso e il cervello. Gli elementi chimici nascosti nel fumo provocano tumori. Non ci sono stati finora indagini sugli effetti, ma le stesse autorità del posto, che pure lamentano di non avere gli strumenti e le risorse per analizzare quello che sta succedendo, affermano che è difficile trovare qualcuno che abbia più di venticinque anni tra chi lavora laggiù. Naturalmente non c'è nessuna assistenza sanitaria per i ragazzi di Sodoma e Gomorra.
Mi rendo conto che è facile cadere in una forma di moralismo: noi abbiamo da buttare via e loro muoiono per i veleni che noi buttiamo. E mi rendo anche conto che è difficile agire personalmente e singolarmente perché questo non accada, anche se un consumo più intelligente sarebbe possibile. Almeno non smettiamo di considerarla un'ingiustizia.

lunedì 12 aprile 2010

"La spaccapietre" di Suryakant Tripathi Nirala


Lei spaccava pietre.
La vidi io sulla strada di Allahabad
lei spaccava pietre.

Non albero ombroso
ai cui piedi sedere,
nero il corpo, giovinezza piena,
chini gli occhi, mentre intenta al lavoro.
Pesante martello in mano,
ripetutamente colpiva –
davanti la fila degli alberi, i palazzi, i bastioni.

Saliva la calura,
estate,
forma ardente del giorno.
Si levò il vento bruciante,
terra ardente come cotone,
si sparsero scintille di polvere,
fu quasi il meriggio:
lei spaccava pietre.

Vedendomi, mi guardò una volta
volse lo sguardo al palazzo, corda spezzata.
Nessuno vedendo,
mi guardò con quello sguardo
che picchiato non piange.
Si dispose naturale sitar,
udii io quel vibrar di corde che mai avevo udito
dopo un attimo tremò elegante,
scivolarono gocce dalla fronte,
ripreso il lavoro di nuovo disse:
“Io spacco pietre”.

domenica 11 aprile 2010

Considerazioni libere (99): a proposito di acqua e di Coca Cola...

Il Rajasthan è il più grande stato indiano - oltre 340.000 kmq - e uno dei più popolosi con i suoi 56 milioni di abitanti; è anche uno dei più aridi, una delle sue attrazioni è il deserto di Thar, il terzo per estensione dell'intera Asia. Dal 1999 nel villaggio di Kala Dera, a circa 40 chilometri dalla capitale Jaipur, è in funzione uno stabilimento della Coca-Cola, che produce bibite gassate e l'acqua in bottiglia Kinley. La Coca-Cola è tornata nel mercato indiano nel '93, dopo sedici anni di divieto di commercializzazione dei suoi prodotti; attualmente ha 52 stabilimenti di imbottigliamento e di pompaggio delle acque ed è leader nel mercato delle bevande analcoliche in quel paese, che conta una popolazione di oltre un miliardo di persone. La decisione di aprire uno stabilimento in quell'area, notoriamente arida, è stato il frutto di un accordo tra la Coca-Cola e il governo per la trasformazione di quel distretto, prevalentemente agricolo, in un polo industriale.
Nonostante questi progetti gran parte dei 13.000 abitanti di Kala Dera e degli altri villaggi che ci sono lì intorno continuano a lavorare nell'agricoltura, producendo miglio, arachidi, frumento e ceci. I lavoratori impiegati presso l’impianto della Coca-Cola variano dai 60 ai 250, a seconda della stagione.
Secondo un dossier elaborato nel 2004 dai ricercatori del Central Ground Water Board e dal Rajasthan Pollution Control Board, l’impianto della Coca-Cola ha utilizzato 1.370.694 metri cubi di acqua nel 2002 e 1.740.301 metri cubi nei primi nove mesi del 2003. La Coca-Cola ha pagato al governo del Rajastan una tassa di concessione annua di 5.000 rupie (110 dollari) nei tre anni dal 2000 al 2002 e di 24.246 rupie nel 2003
(610 dollari). Il dossier ha denunciato come l’impianto della Coca-Cola abbia creato uno “squilibrio ecologico-idrologico” nell’area. Occorre ricordare che in nessun distretto del Rajastan c'è l'accesso all'acqua potabile nelle case.
Nel ditretto di Jaipur di registra da alcuni anni un progressivo abbassamento delle falde acquifere; secondo alcuni ricercatori è passato da 40 a 80 piedi, ma il presidente del consiglio di villaggio di Kala Dera denuncia che sia sceso fino a 125 piedi. Il progressivo abbassamento delle falde ha diversi impatti sull’agricoltura locale: l'aumento dei costi di produzione, la diminuzione della produttività, la diminuzione della superficie di terra lavorabile, l'aumento della disoccupazione. Gli attivisti dei 32 comitati di lotta sorti nel distretto riportano che negli ultimi 4-5 anni la produzione di frumento è calata da 10 a 2 quintali per ettaro. Inoltre i pozzi dei villaggi utilizzati per l’uso domestico sono a rischio di essiccamento.
Ad aggravare la situazione è stata l'eccezionale siccità di quest'anno, la più grave dal 1972, secondo i dati dell'Indian Meteorological Department; nonostante la mancanza delle piogge monsoniche che alimentano le falde, i dirigenti della Coca-Cola hanno deciso di mantenere la produzione a pieno regime, rendendo ancora più grave la situazione per oltre diecimila famiglie.
Gli attivisti dei comitati di lotta continuano la loro protesta, nonostante la Coca-Cola goda di forti appoggi sia dal Partito del Congresso, ora al governo, sia dalle forze di opposizione. I comitati dichiarano che ogni giorno 24 tir, ciascuno con 1.100 imballaggi, trasportano i prodotti finiti fuori dagli stabilimenti; mentre i dirigenti della Coca-Cola non forniscono dati ufficiali sulla produzione.
I dirigenti della Coca-Cola si difendono ricordando cosa hanno fatto e continuano a fare di positivo per la regione. L'azienda ha costruito una strada nel villaggio e ha donato un campo medico per la distribuzione di medicinali. Dona borse di studio agli studenti meritori in tredici scuole della zona e macchine da cucire per cinquanta vedove. Inoltre hanno finanziato l'installazione di 27 impianti per l'irrigazione a goccia, per consumare meno acqua. I tecnici dell'azienda sostengono infatti che l'agricoltura sia la maggior responsabile dell'abbassamento delle falde. I comitati ribattono che i beneficiari dei sussidi per l’irrigazione a goccia sono stati solo alcuni benestanti, persone influenti che hanno sostenuto le attività della Coca-Cola e che comunque possono permettersi la costosa manutenzione di questo tipo di impianto.
A supportare la protesta dei comitati di lotta ci sono inoltre i risultati di un'indagine indipendente del prestigioso Environmental Research Institute di New Delhi, pubblicati nel 2009. Nel rapporto si legge che le attività della Coca-Cola di Kala Dera "continueranno a contribuire al peggioramento della situazione idrica e ad essere fonte di stress per le comunità locali".
Ho cercato di raccogliere e riferire le notizie in maniera asettica, probabilmente non riuscendoci; forse hanno una parte di ragione i manager della Coca-Cola quando affermano che lo spostamento dell'azienda da Kala Dera sarebbe un danno per la regione e che le tecniche utilizzate dai contadini indiani contribuiscono all'abbassamento delle falde. Ma hanno ragione gli attivisti dei comitati a continuare a denunciare un modello di sviluppo in cui c'è qualcuno che guadagna e qualcuno che progressivamente ci rimette. A Kala Dera ci sta perdendo l'ambiente e ci stanno rimettendo, a un prezzo durissimo, un gran numero di famiglie.

venerdì 9 aprile 2010

da "Saggio sulla libertà" di John Stuart Mill

Per mostrare piú chiaramente quanto male si faccia con il rifiutar d’ascoltare delle opinioni perché noi le abbiamo condannate in anticipazione nel nostro proprio giudizio sarebbe desiderabile stabilire la discussione su di un caso determinato. Io scelgo di preferenza i casi che mi sono meno favorevoli, quelli nei quali l’argomento contro la libertà di opinioni e dal punto di vista della verità e dal punto di vista della utilità è considerato come il piú forte.
Poniamo che le opinioni combattute siano la credenza in Dio ed in una vita futura o non importa qualche altra fra le dottrine di morale generalmente accettate. Dar battaglia su questo terreno è come offrire un gran vantaggio ad un avversario di mala fede, poiché esso dirà sicuramente (e con lui molte persone che non desiderano punto d’essere in malafede): "Queste sono dunque dottrine che voi non ritenete abbastanza certe per esser poste sotto la protezione della legge? La credenza in Dio è una di quelle opinioni di cui non si può sentirsi sicuro senza pretendere all’infallibilità?".
Ma io domando che mi si permetta di notare come il sentirsi certo di una dottrina qualunque essa sia, non è ciò che io dico pretendere all’infallibilità. Io con questo intendo il mettersi a decidere una tale questione anche per conto degli altri, senza permetter loro di sentire ciò che si può obbiettare dall’altro canto. Io non denuncio e biasimo meno questa pretesa se essa si fa innanzi per sostenere le mie piú solenni convinzioni. Un uomo ha un bell’essere positivamente convinto non soltanto della felicità ma anche delle conseguenze perniciose, non soltanto delle conseguenze perniciose ma anche (per adoperar delle espressioni che io pienamente condanno) dell’immoralità e della empietà di un’opinione; se nondimeno in conseguenza di questo giudizio personale egli impedisca a questa opinione di parlare in propria difesa egli afferma la propria infallibilità. E questa affermazione è ben lungi dall’essere meno pericolosa o meno biasimevole perché l’opinione è detta immorale od empia; al contrario questo è il caso piú fatale di tutti.
Queste sono precisamente le occasioni in cui gli uomini commettono quegli spaventevoli errori che suscitano la stupefazione e l’orrore della posterità. Noi ne troviamo degli esempi memorabili nella storia quando vediamo il braccio della legge occupato a distruggere gli uomini migliori e le piú nobili dottrine: e questo purtroppo con grande successo quanto agli uomini; quanto alle dottrine parecchie hanno sopravvissuto per essere proprio quasi per derisione invocate in difesa di una simile condotta verso di quelle che non le accettavano o che ne rifiutavano la interpretazione comune.
Non si può ricordare abbastanza sovente alla specie umana che vi è stato un uomo il quale si chiamò Socrate e che vi fu un memorabile conflitto tra quest’uomo da una parte e le autorità legali e l’opinione pubblica dall’altra. Egli era nato in un secolo e in un paese ricchi di grandezze individuali; la sua memoria ci è stata trasmessa da quelli che conoscono meglio lui e l’età sua come la memoria dell’uomo piú virtuoso del suo tempo. Noi lo conosciamo al tempo stesso come il caposcuola e il prototipo di tutti quei grandi maestri di virtú che vennero dopo di lui attraverso la sorgente dell’inspirazione di Platone e del giudizio utilitarismo di Aristotele, “i maestri di color che sanno”, i due creatori di qualunque filosofia etica e non etica. Questo maestro riconosciuto da tutti i pensatori eminenti a lui posteriori, quest’uomo la cui gloria sempre crescente da piú che duemila anni supera quella di tutti gli altri nomi che resero illustre la sua città natale fu mandato a morte dai suoi concittadini dopo una condanna legale come colpevole d’empietà e d’immoralità. Empietà perché negava gli dei riconosciuti dallo Stato; a vero dire il suo accusatore afferma ch’egli non credeva in alcuno. Immoralità perché corrompeva la gioventú con le sue dottrine e coi suoi insegnamenti. Si hanno tutte le ragioni per credere che il tribunale lo abbia trovato in coscienza colpevole di questi delitti; ed esso condannò ad essere mandato a morte come un volgare malfattore l’uomo che fra i suoi contemporanei era probabilmente il piú benemerito verso la specie umana.
Passiamo all’altro unico esempio di iniquità giudiziaria per ricordare il quale dopo la morte di Socrate non si debba scendere un gradino piú basso. Noi alludiamo all’avvenimento che si compí sul calvario piú di diciotto secoli or sono. L’uomo che lasciò in tutti quelli che l’avevano veduto e sentito una tale impressione della sua grandezza morale che diciotto secoli hanno reso omaggio a lui come all’Onnipotente fu condannato a morte ignominiosa come bestemmiatore. Perché? Non soltanto gli uomini non riconobbero punto il loro benefattore, ma lo presero per il contrario di quello ch’egli era e lo trattarono come un prodigio di empietà. Ed ora sono ritenuti essi come tali a cagione del modo con cui lo trattarono. I sentimenti che animano oggi la specie umana a proposito di questi dolorosi avvenimenti la rendono estremamente ingiusta nel suo giudizio sugli sciagurati attori.
Questi secondo ogni apparenza non erano peggiori della generalità degli uomini: erano all’incontro uomini che possedevano in modo completo piú che completo forse il sentimento religioso morale e patriottico del loro tempo e del loro paese; di quelli uomini insomma che sono fatti in ogni tempo, compreso il nostro, per traversare la vita rispettati e senza macchia. Quando il gran sacerdote si stracciò gli abiti sentendo pronunciare le parole che secondo le idee del suo paese costituivano il piú nero dei delitti la sua indignazione e il suo orrore erano probabilmente cosí sinceri come oggi i sentimenti morali e religiosi professati dalla generalità delle persone pie e rispettabili. E molti di quelli che ora fremono della sua condotta avrebbero agito allo stesso modo se avessero vissuto in quell’epoca e fossero stati ebrei. I cristiani ortodossi che sono tentati a credere uomini assai peggiori di loro quelli che lapidavano i primi martiri dovrebbero ricordarsi che San Paolo fu tra questi persecutori.

giovedì 8 aprile 2010

da "Lettere dal carcere" (VI) di Antonio Gramsci

14 gennaio 1929

Carissima Giulia,
attendo ancora la tua risposta alla mia ultima lettera. Quando avremo ripreso una conversazione regolare (se pure a lunghi intervalli), ti scriverò tante cose sulla mia vita, sulle mie impressioni ecc. ecc. Intanto tu devi informarmi sul come Delio interpreta il Meccano. Questo mi interessa molto, perché non ho mai saputo decidere, se il Meccano, togliendo al bambino il suo proprio spirito inventivo, sia il giocattolo moderno che piú si può raccomandare. Cosa ne pensi tu e cosa ne pensa tuo padre? In generale io penso che la cultura moderna (tipo americano), della quale il meccano è l’espressione, renda l’uomo un po’ secco, macchinale, burocratico, e crei una mentalità astratta (in un senso diverso da quello che per "astratto" s’intendeva nel secolo scorso). C’è stata l’astrattezza determinata da una intossicazione metafisica, e c’è l’astrattezza determinata da una intossicazione matematica. Come deve essere interessante osservare le reazioni di questi principi pedagogici nel cervello di un piccolo bambino, che poi è nostro e al quale siamo legati da ben altro sentimento che non sia il semplice "interesse scientifico".
Carissima, scrivimi a lungo. Ti abbraccio forte, forte.

Antonio

mercoledì 7 aprile 2010

"I migranti" di Derek Walcott


L’onda della marea dei rifugiati, non un semplice passo di oche
selvatiche, gli occhi di carbone nei vagoni merci, le facce
smunte, e in particolare lo sguardo fisso dei bambini
emaciati, gli enormi fardelli che traversano i ponti, gli assali
che cricchiano con un suono di giunture e di ossa, la macchia scura
che passa le frontiere sulle carte geografiche e ne dissolve le forme,
come succede ai corpi dei morti dentro le fosse di calce, o come
fa il pacciame luccicante che si disfa sotto i piedi in autunno
nel fango, mentre il fumo di un cipresso segnala Sachsenhausen…
e quelli che non stanno sopra il treno, che non hanno muli o cavalli,
quelli che hanno messo la sedia a dondolo e la macchina per cucire
sul carretto a mano perché da tempo le bestie hanno lasciato
i loro campi al galoppo per tornare alla mitologia del perdono,
alle campane di pietra sui ciottoli della domenica e al cono
della guglia del campanile aranciato che buca le nubi sopra i tigli,
quelli che appoggiano la mano stanca sulla sponda del carro
come sul fianco del mulo, le donne con la faccia di selce
e gli zigomi di vetro, con gli occhi velati di ghiaccio che hanno
il colore degli stagni dove posano le anitre, e per le quali
c’è un solo cielo e una sola stagione nel corso di un anno
ed è quando il corvo come un ombrello rotto sbatte le ali,
si sono tutti ridotti alla comune e incredibile lingua
della memoria, e questa gente che non ha una casa e nemmeno
una provincia parla delle fonti limpide e parla delle mele,
e del suono del latte in estate dentro le zangole piene,
e tu da dove vieni, da quale regione, io conosco
quel lago e anche le locande, la birra che si beve,
e quelle sono le montagne dove riponevo la mia fede,
ma adesso sulla carta, che è simile a un mostro, altro non si vede
che una rotta che ci porta verso il Nulla, anche se sul retro
c’è la veduta di un posto che si chiama la Valle del Perdono,
dove il solo governo è quello dell’albero di pomi e le forze
schierate dell’esercito sono gli striscioni di orzo
all’interno di umili tenute, e questa è la visione
che a poco a poco si restringe dentro le pupille
di chi muore e di chi si abbandona in un fosso,
rigido e con la fronte che diventa fredda come le pietre
che ci hanno bucato le scarpe e grigia come le nuvole
che, quando il sole si leva, si trasformano subito in cenere
sotto i pioppi e sopra le palme, nell’ingannevole aurora
di questo nuovo secolo che è il vostro.

Considerazioni libere (98): a proposito dei soldi dell'Africa...

E' uscito in questi giorni un rapporto intitolato Illicit financial flow from Africa: hidden resources for development, curato dal Global Financial Integrity, un centro studi no-profit che ha sede a Washington. Vale la pena analizzare alcuni dei dati che emergono da questo studio.
La ricerca degli esperti del Gfi si è concentrata sul flusso di capitali che, in maniera illecita, sono usciti dall'Africa. Prima si sono valutati e conteggiati i flussi economici in ingresso, sommando le variazioni del debito con l'estero dei vari paesi e il netto dell'investimento diretto di capitali stranieri, poi si sono conteggiate le spese, impiegate sia nel ripianamento del deficit corrente sia nell'aumento delle riserve valutarie delle varie banche centrali. La differenza tra le somme che sono entrate e quelle che sono state effettivamente impiegate si è con ogni probabilità volatizzata in conti esteri. A questa analisi si è aggiunto l'esame del cosiddetto mispricing, ossia la pratica che permette di occultare capitali, aumentando sui documenti doganali il valore delle importazioni e riducendo quello delle esportazioni. Solo valutando questi dati, reperibili comunque negli studi della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale e quindi sostanzialmente pubblici, i tecnici del Gfi hanno calcolato che dal 1970 al 2008 sono "spariti" 854 miliardi di dollari.
Qui rimaniamo nell'ambito di frodi e trucchi a livello statale, i tecnici del Gfi non hanno gli strumenti per valutare l'impatto del mispricing tra aziende, ossia con accordi tra società acquirenti e venditrici, né è possibile valutare l'entità del contrabbando. Qui il calcolo è solo presuntivo, ad ogni modo nel rapporto si valuta che nei 38 anni studiati la cifra complessiva che è transitata dall'Africa alle banche e alle società finanziarie dei paesi occidentali sia pari a 1.800 miliardi di dollari. Comunque solo con gli 854 miliardi di dollari documentati sarebbe stato possibile ripianare il debito estero dell'Africa, pari a 250 miliardi di dollari, e investirne altri 600 per lo sviluppo del continente.
L'Africa continua a essere il continente più povero del mondo, ma ci sono politici, alti funzionari, militari, imprenditori che hanno accumulato, grazie alla complicità di governi, funzionari, banchieri dei paesi occidentali enormi fortune all'estero. Questa enorme massa di denaro ha alimentato l'economia dei paesi ricchi, ma è stata letteralmente sottratta alle donne e agli uomini dell'Africa.
La mancanza di democrazia in gran parte dei paesi dell'Africa, le continue guerre e l'instabilità di quasi tutto il continente, la mancanza di controlli, le pratiche dettate dall'urgenza di finanziare gli aiuti umanitari e le politiche di sviluppo hanno permesso di creare questo sistema perverso. Naturalmente per fare questi trucchi è necessario anche un sistema finanziario internazionale che lo permetta e lo nasconda e quindi sono stati utilizzati i cosiddetti paradisi fiscali, ci si è fatto scudo del segreto bancario, insomma sono stati utilizzati tutti quei sistemi che i più spregiudicati tra gli uomini della finanza del mondo sviluppato hanno alimentato, con la passiva connivenza di troppi governi, nonostante alcune reiterate minacce di controlli.
In altre "considerazioni" ho raccontato alcune storie specifiche, come quelle legate alla costruzione delle grandi dighe nella Repubblica Democratica del Congo e in Etiopia, credo sia necessario avere almeno la percezione di cosa avviene a livello globale: una storia che non ci piace.

lunedì 5 aprile 2010

Storie (II). "L'incontro..."

"Signor comandante, mi scusi. Ho capito di aver sbagliato. Lo so che ci avete ordinato di non sparare ai civili. Mi scusi. Lo so che adesso il villaggio è in rivolta, perché ho ucciso quel poveretto. Ho avuto paura, signor comandante. Mi scusi. Lo so, adesso lo so, che era disarmato, che era solo un povero matto. Signor comandante, ho sbagliato. Avrebbe dovuto vedere come correva veloce. Ho fatto uno sbaglio ad allontanarmi dai miei compagni, lo so. Sembrava un fulmine, signor comandante, l'ho visto correre. Mi scusi, signor comandante. Ho sparato. Correva verso di me. Ho sbagliato ad abbandonare la mia posizione. Era veloce, sembrava un fulmine. Correva. Ho avuto paura. Ho sparato. Dica a sua madre che non ha sofferto. Ho avuto paura, signor comandante".

Mia madre non vuole più che esca da solo. Non mi piace stare sempre in casa, non posso più correre. A me piace correre. Da quando ci sono tutti questi rumori, di giorno e di notte, questi lampi nel cielo, senza che venga poi a piovere, mia madre non vuole più che esca da solo. Mia madre dice che quei rumori e quei lampi sono cattivi e che posso uscire solo se sono con lei. A me piace correre: sono il più veloce di tutti. Da quando sono cominciati i rumori e i lampi, mia madre è strana. Tutta la gente è strana. Li vedo dalla finestra, camminare veloci, lungo i muri delle case, tutti sembrano tristi. Quando usciamo per comprare le cose da mangiare, in giro vedo solo donne, bambini e vecchi. Sono tutti tristi, guardano verso la collina da dove vengono i rumori e i lampi. In paese non ci sono più uomini e non ci sono più i miei amici. Io sono più veloce di tutti i miei amici, nessuno corre più veloce di me. Mi piacciono i miei amici, loro sono diversi da me, loro parlano e mi chiamano lepre, perché corro più veloce di tutti loro. I miei amici si sono tutti sposati e hanno avuto dei bambini, mi piace correre insieme ai bambini. Da quando sono cominciati i rumori non posso più correre. Mia madre chiude la porta e tiene la chiave sempre con lei. La tiene nella tasca del grembiule, insieme alla piccola fotografia di mio padre. Mia madre non è come me, mia madre parla. Chissà se mio padre parla o se è come me. Chissà se mio padre corre più veloce di me. Vorrei fargli vedere come so correre veloce. Corro più veloce di tutti. Mi piace correre. Quando non c'erano i rumori e i lampi, correvo per i campi e gli amici urlavano, quando mi vedevano. Mi chiamano lepre, perché nessuno corre come me. Io non ho mai visto mio padre, non l'ho mai visto come vedo mia madre. Vedo tutti i giorni la fotografia che è sopra il camino. In paese non ho mai visto nessuno con dei vestiti come mio padre. Mio padre non è un contadino: porta i pantaloni e la giacca dello stesso colore, e porta uno strano berretto. Porta gli stivali lucidi e una grande cintura. E poi tiene in mano una strana cosa, non so come si chiama. In paese non ho mai visto nessuno con in mano una cosa così. Mia madre dice sempre che un giorno incontrerò mio padre in un posto bellissimo. Io molte volte di notte immagino di vedere mio padre, e gli corro incontro più veloce che posso. Nessuno corre più veloce di me. A me piace correre. Quando ero piccolo andavo lontano e mi riportavano a casa i padri dei miei amici. Stamattina i rumori e i lampi sono più forti del solito. Ma io non ho paura. La nostra vicina sta urlando, piange, mia madre esce e non chiude a chiave la porta. Forse posso uscire. E' tanto tempo che non esco da solo. Corro per la strada. Qualcuno mi ha visto, sento urlare lepre dietro di me. Che bello tornare a correre. Sono il più veloce di tutti, corro nei campi. Se potesse vedermi mio padre, se potesse vedere come corro veloce. Nessuno corre più veloce di me. C'è qualcuno là in fondo. E' mio padre, il berretto, gli stivali, la grande cintura e ha in mano quella cosa, proprio come nella fotografia. Guarda come corro veloce.

"Dottore, questa notte è stata terribile. Ho sognato ancora quell'uomo. Dottore, perché quell'uomo mi sorrideva?"

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domenica 4 aprile 2010

"Cento poesie d'amore, 48" di Adonis


Certo (questa è una parola che non ho detto - è dettata da lei)
certo, quando ci incontreremo
le foreste dei nostri giorni rinnoveranno le foglie,
quei campi che nei nostri corpi sospirano
cambieranno i fiori, e il luogo dell'incontro sembrerà
un letto che la mano
delle terre intesse di desiderio e incanto.
Benvenuta,
tu lava risalente dai vulcani spenti dei miei desideri,
(queste parole non sono state pronunciate da me, sono dettate da lei).

sabato 3 aprile 2010

Considerazioni libere (97): a proposito di minori, alcol e regole...

Per i miei assidui e pazienti lettori che non sono bolognesi riassumo brevemente una vicenda di cui in questi giorni si parla molto nella mia città. Mercoledì scorso, il 31 marzo, una ragazza bolognese di 15 anni, insieme a tre coetanei, è andata al cinema; dopo il film, invece di andare a mangiare una pizza - come la giovane aveva detto alla madre, con l'impegno di rientrare entro mezzanotte - i quattro sono andati in un locale del centro. Qui la ragazza pare abbia bevuto tre mojito e sei vodke. Uscita dal locale si è sentita male, ha chiamato la madre ed è stata immediatamente portata all'ospedale. Ora la ragazza sta bene, ma ha rischiato moltissimo: un altro bicchiere e sarebbe entrata in coma etilico. La madre, dopo aver sporto denuncia contro il gestore del bar che non ha controllato l'età dei ragazzi, ha scritto una lettera a una televisione locale bolognese per stigmatizzare il comportamento dei gestori dei locali, colpevoli di dare alcol ai minorenni, senza alcun tipo di controllo. Nei giornali di questi giorni, i gestori si difendono, lamentando l'impossibilità di riuscire a controllare tutte le persone che entrano nei locali, spiegando che in molti casi i maggiorenni prendono da bere anche per i minorenni, per aggirare i controlli. Le associazioni di categoria hanno preso posizione, smentendo la madre. I politici "proibizionisti" non hanno mancato di fare dichiarazioni per chiedere regole più severe su bar e discoteche e la polemica si è alimentata con le solite parti in commedia. Il Comune promette controlli più severi, anche con l'utilizzo di vigili urbani in borghese nei locali.
Questa la vicenda e le polemiche - non molto fruttuose - che ne sono seguite. Francamente credo che, come spesso succede, si sia perso di vista l'elemento essenziale del problema.
Certamente ci sono gestori dei locali che chiudono anche due occhi e non rinunciano ai loro guadagni, chiedendo le carte di identità ai loro troppo giovani clienti. So bene, anche per diretta esperienza, che è difficile controllare tutti, specialmente in certe serate, e che spesso sono gli stessi ragazzi - e le ragazze - a ingannare deliberatamente i baristi. Vi assicuro che a volte non è facile dire che una ragazza è minorenne e che altrettanto spesso i ragazzi più grandi sono "complici" dei loro amici più giovani. Però è possibile controllare ed è un dovere etico che ogni gestore dovrebbe sentire. E quindi è sacrosanto fare dei controlli e punire, anche severamente, chi non rispetta le regole che ci sono e che vanno semplicemente applicate. Però non possiamo pretendere che i gestori dei locali diventino un'agenzia educativa; le famiglie non possono pensare che i loro figli troveranno sempre un barista attento e coscienzioso che vigilierà su di loro.
La responsabilità di questa storia, finita per fortuna bene, è prima di tutto della ragazza che, pur sentendosi abbastanza grande per uscire di sera con i suoi amici, non è in grado di controllarsi e di capire che il suo fisico non può sopportare quella dose di alcol. Poi c'è la responsabilità degli amici che non hanno capito quello che stava succedendo e non hanno fatto nulla per fermare il gioco pericoloso della loro amica. E poi c'è la responsabilità della madre e del padre della ragazza. E questa sinceramente mi sembra la più grave tra le tante emerse. Quando hanno dato il permesso a loro figlia di stare fuori fino a mezzanotte, quando le hanno dato i soldi per il cinema e per la cena (non dovevano essere pochi: tre mojito e sei vodke in un bar del centro costano parecchio), hanno valutato se la loro figlia era abbastanza matura per una responsabilità del genere? Conoscevano gli amici con cui stava uscendo? Evidentemente no, perché né la loro figlia né i suoi amici sono abbastanza maturi. Sicuramente è stata la prima volta che la ragazza ha osato tanto, ma francamente viene il sospetto che forse altre volte ci abbia provato, magari con quantità meno forti. In genere si scopre per gradi fino a che punto possiamo arrivare a reggere l'alcol, fino alla sera in cui non ci si rende conto che il limite è stato raggiunto, con tutte le conseguenza del caso - penso ci siamo passati in molti: in questo caso o la ragazza ha provato per la prima volta e nel caso non era certo pronta per uscire da sola oppure aveva già fatto delle "tappe di avvicinamento" ed è grave che la madre non se ne sia accorta. Quindi la madre, oltre a denunciare il barista, farebbe bene anche a capire dove ha sbagliato.

Considerazioni libere (96): a proposito dei bambini di Falluja...

Tra qualche mese le truppe occidentali lasceranno l'Iraq. Prima c'era la dittatura di Saddam Hussein, ora ci sono un presidente e un parlamento eletti democraticamente. Nessuno, neppure coloro che hanno criticato più aspramente i motivi che hanno spinto gli Stati Uniti e la Gran Bretagna a intervenire in quel paese, può negare che questa sia una cosa positiva. Eppure...
Eppure i medici di Falluja stanno registrando un aumento anomalo di malformazioni congenite e di tumori nei bambini. Falluja è stata uno degli obiettivi degli scontri nella parte occidentale del paese, teatro di due offensive delle truppe statunitensi nel 2004. Non esistono dati precisi. Ci sono bambini che nascono con due teste, altri che hanno tumori multipli, altri ancora con problemi al sistema nervoso centrale. Il giornalista del Guardian Martin Chulov ha intervistato alcuni medici e pediatri che lavorano a Falluja, ha raccolto dati, testimonianze, in un articolo che vi invito a leggere. Il dottor Bassam Allah, primario del reparto pediatrico dell'ospedale della città ha dichiarato: "Mi creda, adesso è come se stessimo curando pazienti subito dopo Hiroshima".
Un aumento dei tumori infantili si registra da diversi anni a Bassora, una delle città più colpite già nel 1991, durante la prima guerra del Golfo, e anche a Najaf, dove ci sono stati intensi combattimenti nel 2004, i tumori stanno aumentando, come a Falluja. Gli stessi medici non sono certi delle cause che hanno scatenato questo aumento di tumori. O meglio non riescono a individuare una sola causa. Forse l'utilizzo di armi proibite - il Pentagono ha ammesso che a Falluja è stato utilizzato il fosforo bianco - forse l'aumento dell'inquinamento dell'aria e dell'acqua, forse la malnutrizione e le mancate cure durante la gravidanza, forse un effetto legato alla condizione psicologica delle madri. Certo chi ha voluto e chi ha condotto la guerra, direttamente o indirettamente, è responsabile di tutto questo.
Il ritorno alla democrazia in Iraq giustifica i bambini deformi e malati di Bassora e di Falluja? Forse sì, forse il sacrificio di quei bambini è necessario per garantire un futuro diverso e migliore per molti altri bambini. Eppure...
Eppure c'è qualcosa che morde la coscienza a leggere queste notizie, a vedere i filmati che accompagnano l'articolo di Chulov. Vorrei che la politica desse una risposta a questi interrogativi. Credo che una buona politica potrebbe spiegarci che i bambini deformi e malati di Falluja sono un male necessario, ma dovrebbe impegnarsi con altrettanta energia a curare i malati e ad eliminare i fattori di rischio; a Falluja non sta avvenendo né una cosa né l'altra, purtroppo. Una buona politica potrebbe convincerci che i bambini di Falluja sono il sacrificio doloroso e necessario che il mondo deve alla crescita della sua civiltà, ma onestamente ora nessuno è in grado di dirci che l'Iraq di domani sarà migliore del paese che abbiamo conosciuto.

"Arcipelaghi" di Derek Walcott


Alla fine di questa frase, comincerà la pioggia.
All'orlo della pioggia una vela.

Lenta la vela perderà di vista le isole;
in una foschia se ne andrà la fede nei porti
di un'intera razza.

La guerra dei dieci anni è finita.
La chioma di Elena, una nuvola grigia.
Troia, un bianco accumulo di cenere
vicino al gocciolar del mare.

Il gocciolio si tende come le corde di un'arpa.
Un uomo con occhi annuvolati raccoglie la pioggia

e pizzica il primo verso dell'Odissea.

Considerazioni libere (95): a proposito della pillola Ru486...

L'avvio in questi giorni dell'utilizzo negli ospedali italiani della pillola abortiva Ru486 ha riacceso il dibattito su un tema così delicato come l'aborto. Le dichiarazioni degli appena eletti presidenti del Piemonte e del Veneto, Cota e Zaia - al di là della subitanea correzione di rotta imposta da Bossi - ha scatenato un dibattito che, anche a sinistra, ha immediatamente allontanato la questione dal tema centrale: la tutela della salute della donna. Alle improvvide dichiarazioni degli esponenti leghisti ha subito fatto eco il plauso del cardinale di turno e quindi a ruota le prese di posizione dei politici dell'uno e dell'altro schieramento e quindi dei commentatori che si sono cimentati in analisi sul rapporto tra Lega e gerachie ecclesiastiche e così via. Sullo sfondo rimangono le donne, i loro drammi, le loro difficili scelte: di questo ormai non si occupa più nessuno.
In questo clima, è stata una piacevole sorpresa l'intervista che è pubblicata questa mattina sul Corriere della sera a Giorgio Lambertenghi Deliliers, che è presidente dell'Associazione medici cattolici di Milano e che conseguentemente si dichiara "anti-abortista al 100 per 100". Al di là di questa affermazione di principio, che non condivido, l'intervista a Lambertenghi Deliliers rappresenta una posizione di grande equilibrio, in cui mi riconosco completamente. Il suo ragionamento parte da due affermazioni di fondo. Il medico dice che "la legge va rispettata. In difesa delle donne che altrimenti rischiano di tornare ad abortire clandestinamente". Poi afferma che "l'aborto non è mai una passeggiata". Coerentemente con questi principi, il dottor Lambertenghi Deliliers spiega che la donna - e anche i suoi genitori, quando si tratta di una minorenne - deve essere pienamente informata e che la Ru486 deve essere somministrata in ambiente protetto, in modo che l'aborto possa avvenire in ospedale, per evitare le conseguenze di possibili effetti collaterali. L'elemento centrale, al di là di ogni posizione ideologica, rimane la tutela della salute della donna.
A me piacerebbe che tutti quelli che in questi giorni si dovranno occupare di questa delicata questione si attenessero a questi semplici principi. L'aborto è una cosa troppo seria e drammatica per farne una battaglia ideologica, avulsa dalle circostanze, dalle storie e dalle condizioni di salute di ciascuna delle pazienti che in questi giorni decideranno di abortire, utilizzando la pillola Ru486. Francamente trovo altrettanto stonate le dichiarazioni della coppia Cota-Zaia e quelle di chi plaude il fatto che la Puglia, sottinteso la Puglia di Vendola, sarà la prima regione a utilizzare questo sistema.
Non è questione di chi arriverà per primo, né se sarà una regione governata dal centrodestra o dal centrosinistra, l'importante è che la scelta sia consapevole e che avvenga nelle massime condizioni di sicurezza. Se si valuterà necessario un ricovero di qualche giorno è bene che avvenga così, se paziente e medici valuteranno che sarà sufficiente la somministrazione in day hospital è giusto che questa sia la scelta. Occorre tenere conto infatti non solo delle implicazioni strettamente cliniche, ma anche di quelle psicologiche; se una donna riterrà meglio affrontare questo difficile momento della sua vita accanto alle persone che ama è bene che sia così. In alcuni altri casi probabilmente è meglio che un ricovero eviti alla donna l'ulteriore stress provocato da una situazione familiare complicata.
In una mia precedente "considerazione" (la nr. 90, per la precisione), che ho dedicato al dramma degli aborti selettivi in Cina e in India, ho citato una frase di Bill Clinton che mi pare riassuma meglio di ogni altra la posizione che un laico dovrebbe avere sull'argomento: l'aborto deve essere "sicuro, legale e raro".

Considerazioni libere (94): a proposito di Pasqua in Palestina...

Mentre in tutto il mondo celebriamo la Pasqua, mi sembra doveroso ricordare quello che avviene ogni giorno in Palestina, la terra dove questa festa ha un significato particolare.
Secondo le stime delle Nazioni Unite il tasso di disoccupazione nella Striscia di Gaza è pari al 45%; gli attacchi aerei israeliani, oltre a provocare la morte di moltissimi civili, stanno distruggendo le fattorie e i campi destinati all'agricoltura.
Per i giovani palestinesi che non vogliono entrare nelle milizie di Hamas e hanno bisogno di guadagnare qualcosa per mantenere le loro famiglie, le possibilità sono molto poche e purtroppo molto rischiose. Secondo l'ong palestinese Al-Mezan dal 2000 a oggi sessanta persone sono state uccise mentre tentavano di varcare il confine tra la Striscia di Gaza e Israele per cercare un lavoro. Lo scorso 24 marzo le forze di occupazione hanno arrestato venti lavoratori palestinesi nei pressi di Dugit, nella parte settentrionale della Striscia; stavano raccogliendo della ghiaia dalle macerie per impiegarla nella costruzione di nuove abitazioni. Dopo ore di interrogatori i venti sono stati rilasciati, ma le truppe israeliane nello stesso giorno hanno alzato il fuoco contro un gruppo di palestinesi a Sofa, mentre cercavano di raggiungere la parte orientale di Rafah; in questa azione è stato ferito al torace Naji Abu Rida, di 31 anni; alle ambulanze palestinesi è stato impedito per circa un quarto d'ora di raggiungere il ragazzo ferito, in violazione delle convenzioni internazionali. Due giorni dopo, il 26 marzo, il quindicenne Abdul Aziz Hamdan è stato ferito alla gamba sinistra a Erez, accanto al muro che segna il confine settentrionale della Striscia, mentre stava raccogliendo con i suoi fratelli e alcuni amici dei mattoni dalle macerie delle case distrutte, da rivendere alle fabbriche locali. Questa è la quotidianità della vita a Gaza, anche nei giorni che precedono la Pasqua.
C'è chi rischia la vita sopra e chi la rischia sotto terra. Per molti palestinesi l'unica possibile fonte di reddito sono le gallerie sotterranee che collegano Gaza con il confine egiziano. So bene che i cittadini di Israele hanno il diritto di vivere sicuri nelle loro case, senza avere la costante paura dei razzi e degli attentati, e so che Hamas ha una gravissima responsabilità per quello che sta avvenendo in Palestina, ma credo che allo stesso tempo dovremmo capire che fino a quando per chi vive a Gaza non ci sarà altra possibilità di sopravvivere se non accettando di aderire a Hamas, Israele non potrà mai vivere in pace.
Le donne e gli uomini che vivono in quella terra meritano una Pasqua di pace.

venerdì 2 aprile 2010

"Notte di Sine" di Léopold Sédar Senghor


Donna, posa sulla mia fronte le tue mani balsamiche, le tue mani più morbide della pelliccia.
In alto le palme oscillano, stormiscono appena nell'alta brezza
notturna. Non s'ode neppure il canto della nutrice. Ci culli il silenzio ritmato.
Ascoltiamo il suo canto, ascoltiamo battere il nostro sangue oscuro, ascoltiamo
battere il polso profondo dell'Africa nella bruma dei villaggi perduti.

Ecco, declina la luna stanca verso il suo letto di mare disteso.
Ecco che si assopiscono gli scoppi di riso, che gli stessi narratori
ciondolano il capo come il bimbo sul dorso della madre.
Ecco che i piedi dei danzatori si appesantiscono, si fa pesante la lingua dei cori alternati.

E' l'ora delle stelle e della Notte che sogna.
Si appoggia a questa collina di nubi, drappeggiata nel suo lungo perizoma di latte.
I tetti delle case luccicano teneramente. Che dicono, così confidenziali, alle stelle?
Dentro, nel facolare si spegne nell'intimità di odori acri e dolci.

Donna, accendi la lampada dall'olio chiaro perché parlino intorno gli antenati come i genitori, i bambini nel letto.
Ascoltiamo la voce degli Antichi d'Elissa. Come noi esiliati.
Non hanno voluto morire, che si perdesse nelle sabbie il loro torrente seminale.
Che io senta, nella casa fumosa visitata da un riflesso di anime amiche
la mia testa sul tuo seno caldo come un dang tratto fumante dal fuoco,
che respiri l'odore dei nostri Morti, che raccolga e ripeta la loro viva voce, che apprenda
a vivere prima di discernere, più in là del tuffatore, nelle alte profondità del sonno.

mercoledì 31 marzo 2010

Considerazioni lbere (93): a proposito dell'esito del voto...

Quando si prova a dare un giudizio sulle elezioni - in qualunque paese e in qualunque periodo si svolgano - credo che sarebbe necessario seguire almeno due semplici regole: a) tenere conto dei numeri (quelli veri e non come ce li siamo immaginati o li abbiamo sperati); b) ricordare quello che si è detto prima di quelle stesse elezioni (per non fare la figura di astrologi che non commentano mai le proprie previsioni). Capita di leggere analisi che sfuggono a una - o anche a entrambe - queste regole.
Io avevo parlato delle elezioni regionali in una mia "considerazione" di circa due mesi fa (la nr. 61, per la precisione), occupandomi prevalentemente di quello che stava facendo il Partito Democratico. Se non avete voglia di rileggere quella pur breve "considerazione", ve ne riassumo il senso: lamentavo che il Pd era in ritardo nella definizione delle candidature (a metà gennaio mancavano ancora i candidati presidenti in almeno cinque regioni), che in alcuni casi la candidatura era stata "subita" dal Pd (penso al Lazio) e soprattutto che mancava un profilo riconoscibile del partito. Per me quelle valutazioni sono ancora valide e quindi ritengo che in qualche modo i risultati di lunedì scorso potessero essere previsti, anzi personalmente pensavo che lo scarto tra centrodestra e centrosinistra sarebbe stato ancora più negativo. Poi tra gennaio e le elezioni è successo un po' di tutto: il "pasticcio" delle liste, l'emergere di nuovi scandali, il duro scontro sulle trasmissioni televise di informazione politica e così via, tanto che a qualche dirigente del Pd è venuta l'idea che le elezioni si potessero anche vincere. Con le conseguenti delusioni di queste ore.
Veniamo ai dati. C'è un primo elemento che secondo me balza agli occhi e che non ho sentito citare da nessun commentatore (forse per la mia incapacità di assistere a molti dei lunghi e noiosi commenti al voto che ci ha propinato la televisione). Hanno votato circa due elettori su tre e tra i votanti poco più di un quarto ha espresso la propria preferenza per la lista del Pdl e poco più di un altro quarto ha votato per il Pd: diciamo che circa un elettore su tre ha votato per i due partiti maggiori. Dovrei fare dei conti che adesso non riesco a fare - e mi rendo conto che questa affermazione è arbitraria, perché ci insegnano alle elementari che non si possono sommare mele e pere -, ma probabilmente nell'epoca del proporzionale puro, gli elettori della Dc e quelli del Pci erano più di un terzo dell'intero elettorato italiano. Ormai la distinzione tra centrodestra e centrosinistra è acquisita dagli elettori italiani, eppure il risultato dei due partiti che hanno - o hanno avuto - l'ambizione di avere una vocazione maggioritaria all'interno del proprio schieramento non esprime questa polarità. Di questa debolezza non beneficia l'Udc, che non riesce a esprimere grandi risultati, nonostante i suoi voti siano stati necessari per far vincere alcuni candidati, come Burlando in Liguria, o siano stati a loro modo determinanti per far perdere il candidato del centrodestra in Puglia (per non parlare della sacrosanta scomparsa di Rutelli), ma hanno tratto profitto forze che esprimono spinte estreme, radicali e intransigenti, come la Lega, come l'Italia dei valori, come il Movimento cinque stelle. L'Italia che esce dalle regionali di quest'anno è ancora bipolare, ma il panorama politico è certo più frastagliato. Vale la pena di considerare che succede qualcosa di analogo anche negli altri paesi europei. In Gran Bretagna alle prossime elezioni politiche potrebbe finire il bipartitismo classico del Novecento e i liberali potrebbero essere determinanti per formare il nuovo governo; in Francia a sinistra, accanto al Psf è nato un movimento ecologista importante, mentre a destra soffre un partito che, non a caso, ha tentato di unificare in un'unica forza tutte le tendenze del centrodestra francese. In Germania i liberali, i verdi e la Linke sono tornati a essere forze di cui tenere conto nel gioco delle alleanze dei due partiti maggiori. Soltanto in Italia però lo scontro si radicalizza in questo modo.
Questo avviene, secondo me, per due motivi, che provo ad analizzare.
Nel centrodestra il "vero" partito di Berlusconi non è il Pdl, ma è proprio la Lega nord. Forza Italia era un partito assolutamente anomalo nel panorama italiano ed europeo. Era formato in larga parte da dipendenti di Berlusconi, i suoi avvocati, i suoi medici, gli uomini che hanno lavorato per lui e con lui nel mondo della finanza, nella televisione e in tutti i campi dove egli si è impegnato nel corso degli anni, in sostanza le persone di cui si poteva fidare: un partito assolutamente personale, gestito e finanziato dal proprietario-leader. Non è un caso che tanti dirigenti che, pur provenendo da esperienze diverse ed estranee al mondo di Berlusconi, all'inizio o nel corso degli anni si sono avvicinati a quel partito, ne siano stati progressivamente allontanati o marginalizzati. Naturalmente dal momento che in Forza Italia c'era molto potere, lì si sono radunati molti opportunisti - qualità questa peculiarmente italiana - ma tra questi raramente si trova personale politico preparato. Il Pdl, nonostante gli sforzi di Fini, somiglia troppo a Forza Italia e credo che non reggerà al momento in cui Berlusconi lascerà la vita politica italiana. Un partito politico è qualcosa di più e di diverso - e Fini lo sa bene e cerca di ricordarlo ogni giorno al presidente del consiglio. La Lega nord è un partito politico, che riesce a esprimere un gruppo dirigente sul territorio e soprattutto che rappresenta valori, aspettative e richieste di un blocco sociale; questo blocco sociale non è la maggioranza del paese, ma è significativo per insediamento economico e produttivo. La Lega rappresenta davvero quel ceto produttivo, piccolo e medio-piccolo, che Berlusconi vorrebbe rappresentare, anche contro certo mondo dell'alta finanza - che invece l'ha sempre considerato un parvenù - e che comunque si riconosce in lui, ma non nel suo partito. E in più la Lega rappresenta in quelle regioni del nord anche una parte del mondo del lavoro, perché sa interpretare paure che quelle persone hanno di fronte al mondo che cambia.
Sono intervenuto in queste "considerazioni" diverse volte sul centrosinistra e forse non è necessario ribadire ancora una volta la mia opinione. Il Pd perde perché non si capisce cosa sia. E' significativo il voto in Emilia-Romagna, dove pure Errani vince, ma dove la coalizione registra un pesante arretramento, prevalentemente a favore dell'astensione e del Movimento cinque stelle. Ed è altrettanto significativo che il centrosinistra raggiunga risultati importanti dove non era guidato da uomini del Pd. Il risultato di Vendola in Puglia e quello della Bonino nel Lazio sono il segno che non tutto è perduto; anche quando il partito maggiore della coalizione "perde il diritto" di indicare i propri uomini, come è avvenuto in quelle regioni, a causa degli scandali che l'hanno colpito, esiste una coalizione che ha le energie per rianimare energie che sembravano sopite. Il risultato della Bonino, nonostante la sconfitta, è molto significativo. Bisogna ricordare le dimissioni ignominiose di Marrazzo, l'incapacità del Pd di trovare un candidato, nonostante tutto questo la Bonino è riuscita a portare il centrodestra a un testa a testa che non era immaginabile alcuni mesi fa, quando il Lazio si considerava perso.
Quali sono le prospettive? Cosa dovremmo fare? Naturalmente mi esprimo soltanto per la "mia" parte. Chi milita nel centrodestra deciderà. Personalmente ho deciso di votare per Sinistra-Ecologia-Libertà, nonostante una mia atavica avversione per un'idea "frazionistica" sempre presente a sinistra, per cui si tendono a individuare più le ragioni che dividono che quelle che uniscono. Speravo che a livello nazionale il risultato fosse migliore, anche se non mi illudevo. Ho votato così perché speravo che i dirigenti di Pd capissero che una parte del popolo della sinistra sta lì, e soprattutto sta in attesa, disperdendosi tra protesta e non-voto, in attesa che ci sia davvero qualcosa di nuovo. Speravo che i dirigenti del Pd capissero che può essere utile e necessario un accordo tattico con l'Udc, ma che la prospettiva non può essere una solida alleanza tra Pd e Udc, con un ulteriore spostamento al centro dell'asse del partito.
Ho letto con attenzione la proposta di Vendola che chiede ai partiti della sinistra in Puglia di sciogliersi per formare qualcosa di nuovo: può essere una strada, pur rendendomi conto che sarebbe per tanti l'ennesima fondazione di un "partito nuovo". Eppure qualcosa bisogna fare. Personalmente continuo a pensare che in Italia sia necessario, come c'è negli altri paesi europei, un grande partito che rappresenti i valori del socialismo europeo. C'era e lo abbiamo chiuso, per fare qualcosa che ancora non abbiamo capito cosa sia.

martedì 30 marzo 2010

da "Le ceneri di Gramsci" di Pier Paolo Pasolini

IV

Lo scandalo del contraddirmi, dell'essere
con te e contro te; con te nel core,
in luce, contro te nelle buie viscere;

del mio paterno stato traditore
- nel pensiero, in un'ombra di azione -
mi so ad esso attaccato nel calore

degli istinti, dell'estetica passione;
attratto da una vita proletaria
a te anteriore, è per me religione

la sua allegria, non la millenaria
sua lotta: la sua natura, non la sua
coscienza: è la forza originaria

dell'uomo, che nell'atto s'è perduta,
a darle l'ebbrezza della nostalgia,
una luce poetica: ed altro più

io non so dirne, che non sia
giusto ma non sincero, astratto
amore, non accorante simpatia...

Come i poveri povero, mi attacco
come loro a umilianti speranze,
come loro per vivere mi batto

ogni giorno. Ma nella desolante
mia condizione di diseredato,
io possiedo: ed è il più esaltante

dei possessi borghesi, lo stato
più assoluto. Ma come io possiedo la storia,
essa mi possiede; ne sono illuminato:

ma a che serve la luce?

lunedì 29 marzo 2010

"Cantèda òng" di Tonino Guerra


Du dè fa ch'l'era la pròima dmènga
d'novembar
u i èra una nebbia ch'la s taièva se cùrtel.
I èlbar i èra biènch ad broina e al strèidi e la campagna
al parèva quèrti d'lanzùl. Pu l'è avnù
fura è sòl
ch'l'à sughè l'univèrs e sultent agli òmbri
agli è resti bagnèdi.
Pinèla è cuntadòin è lighèva al vòidi
de filèr sa degli èrbi sèchhi ch'è tnèva tra gli urècci.
Intènt ch'è lavurèva me a zcurèva
d'là zità,
dlà mi vòita ch'l'era pasa t'un balèn
e ch'um fèva paèura la morta.
Aloura l'a fèrum totti i rumeùr
ch'la fasèva sal mèni
e sòul adès u s'è santoi un gazòt ch'è cantèva
a là dalòng.
U m'à dètt: parchè paèura?
La morta l'a n'è mèga nuiòsa,
la vèn una vòlta snò.

domenica 28 marzo 2010

"Gli indifferenti" di Antonio Gramsci


articolo da "La Città futura" del febbraio 1917

Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che "vivere vuol dire essere partigiani". Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L'indifferenza è il peso morto della storia. E' la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica.
L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E' la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all'intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all'iniziativa dei pochi che operano, quanto all'indifferenza, all'assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.
I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.
Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'èin essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.
Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.