domenica 18 luglio 2010

"Non sa più nulla, è alto sulle ali" di Vittorio Sereni


Non sa più nulla, è alto sulle ali
il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna.
Per questo qualcuno stanotte
mi toccava la spalla mormorando
di pregar per l'Europa
mentre la Nuova Armada
si presentava alle coste di Francia.
Ho risposto nel sonno: - E' il vento,
il vento che fa musiche bizzarre.
Ma se tu fossi davvero
il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna
prega tu se lo puoi, io sono morto
alla guerra e alla pace.
Questa è la musica ora:
delle tende che sbattono sui pali.
Non è musica d'angeli, è la mia
sola musica e mi basta. -

Considerazioni libere (141): a proposito di poveri...

Poco meno di un mese fa ho riportato su questo blog un celebre passo di un discorso che Robert Kennedy, allora candidato alla presidenza degli Stati Uniti, tenne all'università del Kansas. Kennedy, con un'intuizione allora rivoluzionaria, spiegava ai suoi ascoltatori che il Pil era uno strumento inadeguato per misurare la felicità e il benessere delle persone. "Il Pil - diceva - non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari".
Dal '68 a oggi, nonostante siano aumentati coloro che pensano che questo indicatore sia insufficiente per descrivere la civiltà di un paese, i politici e gli studiosi di scienze sociali hanno continuato a utilizzare questo valore, strettamente legato alla ricchezza e alla povertà dei beni materiali.
Il Pil non racconta né la realtà dei paesi ricchi e sviluppati né quella dei paesi poveri. Per questa ragione gli studiosi dell'Oxford poverty and human development initiative hanno sviluppato il Multidimensional poverty index, un sistema che calcola, insieme al valore della ricchezza, anche altri fattori, come il livello d'istruzione, l'accesso all'acqua potabile e all'energia elettrica. L'aspetto interessante è che gli studiosi dell'università inglese non si basano soltanto su dati di natura statistica, ma coinvolgono direttamente le popolazioni, partendo dalla considerazione che nessuno è "esperto" di povertà quanto i poveri stessi; sono prima di tutto i poveri infatti che, quando descrivono la propria condizione, includono come elementi discriminanti - oltre alla salute, agli standard di vita e al livello d'istruzione - anche la possibilità di avere un lavoro equamente retribuito, la protezione dalla violenza domestica, la relazioni sociali, la dignità e la possibilità di agire come protagonisti dei propri destini. Come ho già avuto modo di dire un aspetto importante per misurare il livello di un paese è quello di capire che ruolo e che dignità rivestono le donne in quella società. La prospettiva multidimesionale è importante perché ci fa capire che il problema non è soltanto quello della quantità della ricchezza, ma quello della sua distribuzione, e aggiunge il valore della speranza.
In questi giorni sono usciti alcuni primi dati di questi studi che in parte confermano le analisi macroeconomiche, ma che dovrebbero anche farci riflettere sulle scelte di sviluppo di alcuni paesi. La situazione dell'Africa è nauralmente drammatica: in Niger ad esempio il 93% della popolazione è povera in termini multidimensionali. Però è l'Asia meridionale, a causa della sua consistenza demografica, il luogo dove ci sono più poveri al mondo: il 51% del totale. Ci sono più poveri in India che nei 26 stati più miseri dell'Africa. In otto stati nord occidentali della confederazione indiana vivono 420 milioni di poveri, mentre nel continente africano sono 410 milioni. Eppure l'India è un paese "emergente", siede nel consesso dei G20: certo l'economia di quel paese è importante, ma i rischi che la crescita azzeri molti altri valori è altrettanto alto. Mi è già capitato di scrivere di alcune contraddizioni presenti in quel paese, come lo sviluppo della medicina per favorire contro la fecondità e il dramma delle madri surrogate (nella "considerazione" nr. 105, per la precisione).
Sarebbe interessante capire quali valori potrebbero emergere da un'analisi multidimensionale della povertà applicata ai cosiddetti paesi ricchi....

giovedì 15 luglio 2010

da "L'età dei diritti" di Norberto Bobbio

Partiamo dal presupposto che i diritti umani sono cose desiderabili, cioè fini meritevoli di essere perseguiti, e che, nonostante la loro desiderabilità, non sono ancora stati tutti, dappertutto, e in egual misura, riconosciuti, e siamo spinti dalla convinzione che il trovarne un fondamento, cioè addurre motivi per giustificare la scelta che abbiamo fatta e che vorremmo fosse fatta anche dagli altri, sia un mezzo adeguato ad ottenerne un più ampio riconoscimento.
Dallo scopo che la ricerca del fondamento si propone nasce l'illusione del fondamento assoluto, l'illusione cioè che, a furia di accumulare e vagliare ragioni ed argomenti, si finirà per trovare la ragione e l'argomento irresistibile cui nessuno potrà rifiutare di dare la propria adesione. [...] Questa illusione fu comune per secoli ai giusnaturalisti, i quali credettero di aver messo certi diritti (ma non erano sempre gli stessi) al riparo di ogni possibile confutazione derivandoli direttamente dalla natura dell'uomo. Ma come fondamento assoluto di diritti irresistibili la natura dell'uomo dimostrò di essere molto fragile. [...] Kant aveva ragionevolmente ridotti i diritti irresistibili (egli diceva " innati ") ad uno solo: la libertà. Ma che cosa è la libertà?
Questa illusione oggi non è più possibile; ogni ricerca del fondamento assoluto è, a sua volta, infondata. [...] La maggior parte delle definizioni dei diritti umani sono tautologiche: "Diritti dell'uomo sono quelli che spettano all'uomo in quanto uomo ". [...] Oppure, quando si aggiunge qualche riferimento al contenuto, non si può fare a meno di introdurre termini di valore: "Diritti dell'uomo sono quelli il cui riconoscimento è condizione necessaria per il perfezionamento della persona umana oppure per lo sviluppo della civiltà ecc. ecc.". E qui nasce una nuova difficoltà: i termini di valore sono interpretabili in modo diverso secondo l'ideologia assunta dall'interprete; infatti, in che cosa consista il perfezionamento della persona umana o lo sviluppo della civiltà, è oggetto di molti appassionanti ma insolubili contrasti.
I diritti dell'uomo costituiscono una classe variabile come la storia di questi ultimi secoli mostra a sufficienza. L'elenco dei diritti dell'uomo si è modificato e va modificandosi col mutare delle condizioni storiche, cioè dei bisogni e degli interessi, delle classi al potere, dei mezzi disponibili per la loro attuazione, delle trasformazioni tecniche, ecc. Diritti che erano stati dichiarati assoluti alla fine del Settecento, come la proprietà "sacre et inviolable", sono stati sottoposti a radicali limitazioni nelle dichiarazioni contemporanee; diritti che le dichiarazioni del Settecento non menzionavano neppure, come i diritti sociali, sono ormai proclamati con grande ostentazione in tutte le dichiarazioni recenti. Non è difficile prevedere che in avvenire potranno emergere nuove pretese che ora non riusciamo neppure a intravedere, come il diritto a non portare le armi contro la propria volontà, o il diritto di rispettare la vita anche degli animali, e non solo degli uomini. Il che prova che non vi sono diritti per loro natura fondamentali. Ciò che sembra fondamentale in un'epoca storica e in una determinata civiltà, non è fondamentale in altre epoche e in altre culture.
Non si vede come si possa dare un fondamento assoluto di diritti storicamente relativi. Del resto non bisogna aver paura del relativismo. La constatata pluralità delle concezioni religiose e morali è un fatto storico, anch'esso soggetto a mutamento. Il relativismo che da questa pluralità deriva, è anch'esso relativo. E poi proprio questo pluralismo è l'argomento più forte a favore di alcuni diritti dell'uomo, più celebrati, come la libertà di religione e in genere la libertà di pensiero. Se non fossimo convinti della irriducibile pluralità delle concezioni ultime, e se fossimo convinti, al contrario, che asserzioni religiose, etiche e politiche sono dimostrabili come teoremi (ancora una volta era l'illusione dei giusnaturalisti, di un Hobbes, ad esempio, che chiamava "teoremi" le leggi naturali), i diritti alla libertà religiosa o alla libertà di pensiero politico perderebbero la loro ragione di essere, o per lo meno acquisterebbero un altro significato: sarebbero non il diritto di avere la propria religione personale o di esprimere il proprio pensiero politico, bensì il diritto di non essere distolti con la forza dal perseguire la ricerca dell'unica verità religiosa e dell'unico bene politico.
Si ponga mente alla profonda differenza che esiste tra il diritto alla libertà religiosa e il diritto alla libertà scientifica. Il diritto alla libertà religiosa consiste nel diritto a professare qualsiasi religione e anche a non professarne nessuna. Il diritto alla libertà scientifica consiste non nel diritto a professare qualsiasi verità scientifica o anche a non averne nessuna, ma essenzialmente nel diritto a non esser ostacolati nel perseguimento della ricerca scientifica.
Oltre che mal definibile e variabile la classe dei diritti dell'uomo è anche eterogenea. Tra i diritti compresi nella stessa dichiarazione vi sono pretese molto diverse tra loro e, quel che è peggio, anche incompatibili. Pertanto le ragioni che valgono per sostenere le une non valgono per sostenere le altre. In questo caso, non si dovrebbe parlare di fondamento, ma di fondamenti dei diritti dell'uomo, di diversi fondamenti secondo il diritto le cui buone ragioni si desidera difendere.
Tutte le dichiarazioni recenti dei diritti dell'uomo comprendono, oltre ai tradizionali diritti individuali che consistono in libertà, i cosiddetti diritti sociali che consistono in poteri. Le prime richiedono da parte degli altri (ivi compresi gli organi pubblici) obblighi puramente negativi, di astenersi da determinati comportamenti; i secondi possono essere realizzati solo se vengono imposti ad altri (ivi compresi gli organi pubblici) un certo numero di obblighi positivi. Sono antinomici nel senso che il loro sviluppo non può procedere parallelamente: l'attuazione integrale degli uni impedisce l'attuazione integrale degli altri. Più aumentano i poteri dei singoli, più diminuiscono, degli stessi singoli, le libertà. Si tratta di due situazioni giuridiche così diverse che gli argomenti fatti valere per sostenere la prima non valgono per sostenere la seconda. I due principali argomenti per introdurre alcune libertà tra i diritti fondamentali sono: a) la irriducibilità delle credenze ultime; b) la credenza che l'individuo quanto più è libero tanto più possa progredire moralmente e possa promuovere anche il progresso materiale della società. Orbene di questi due argomenti il primo è, per giustificare la richiesta di nuovi poteri, irrilevante, il secondo si è rivelato storicamente falso.
Orbene, due diritti fondamentali ma antinomici non possono avere, gli uni e gli altri, un fondamento assoluto, un fondamento cioè che, renda un diritto e il suo opposto, entrambi, inconfutabili e irresistibili. Anzi è bene ricordare che storicamente l'illusione del fondamento assoluto di alcuni diritti stabiliti è stata di ostacolo all'introduzione di nuovi diritti incompatibili con quelli. Si pensi alle remore poste al progresso della legislazione sociale dalla teoria giusnaturalistica del fondamento assoluto della proprietà: l'opposizione quasi secolare contro l'introduzione dei diritti sociali è stata fatta in nome del fondamento assoluto dei diritti di libertà. Il fondamento assoluto non è soltanto un'illusione; qualche volta è anche un pretesto per difendere posizioni conservatrici.
Sin qui ho esposto alcune ragioni per cui credo improponibile una ricerca del fondamento assoluto dei diritti dell'uomo. Ma vi è un altro aspetto della questione, che è emerso da queste ultime considerazioni. Si tratta di sapere se la ricerca del fondamento assoluto, qualora sia coronata da successo, ottenga il risultato sperato di far conseguire più rapidamente e più efficacemente il riconoscimento e l'attuazione dei diritti dell'uomo. Qui viene in discussione il secondo dogma del razionalismo etico che è poi la seconda illusione del giusnaturalismo: che i valori ultimi non solo si possano dimostrare come teoremi, ma che basti averli dimostrati, cioè resi in un certo senso inconfutabili e irresistibili per assicurarne l'attuazione. Accanto al dogma della dimostrabilità dei valori ultimi, la cui infondatezza si è cercato di mostrare nei paragrafi precedenti, il razionalismo etico, nella sua forma più radicale e antica, sostiene anche che la dimostrata razionalità di un valore è condizione non solo necessaria ma sufficiente della sua attuazione. Il primo dogma assicura la potenza della ragione; il secondo ne assicura il primato.
Questo secondo dogma del razionalismo etico, e del giusnaturalismo, che del razionalismo etico è l'espressione storica più cospicua, è smentito dall'esperienza storica. Adduco su questo punto tre argomenti. Prima di tutto, non si può dire che i diritti dell'uomo siano stati rispettati di più nelle età in cui i dotti erano concordi nel ritenere di aver trovato per difenderli un argomento inconfutabile, cioè un fondamento assoluto: la loro derivabilità dall'essenza o dalla natura dell'uomo. In secondo luogo, nonostante la crisi dei fondamenti, per la prima volta in questi decenni la maggior parte dei governi esistenti hanno proclamato di comune accordo una dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Di conseguenza, dopo questa dichiarazione il problema dei fondamenti ha perduto gran parte del suo interesse. Se la maggior parte dei governi esistenti si sono accordati in una dichiarazione comune, è segno che, hanno trovato buone ragioni per farlo. Perciò, ora non si tratta tanto di cercare altre ragioni, o addirittura, come vorrebbero i giusnaturalisti redivivi, la ragione delle ragioni, ma di porre le condizioni per una più ampia e scrupolosa attuazione dei diritti proclamati. Certamente, per dare la propria opera alla creazione di queste condizioni, bisogna essere convinti che l'attuazione dei diritti dell'uomo è un fine desiderabile; ma non basta questa convinzione perché quelle condizioni si realizzino. Molte di queste condizioni (e così passo al terzo argomento) non dipendono dalla buona volontà neppure dei governanti e tanto meno dalle buone ragioni addotte per dimostrare la bontà assoluta di quei diritti: solo la trasformazione industriale in un paese, per esempio, rende possibile la protezione dei diritti connessi ai rapporti di lavoro. Si ricordi che il più forte argomento addotto dai reazionari di tutti i paesi contro i diritti dell'uomo, in specie contro i diritti sociali, non è già la loro mancanza di fondamento, ma la loro inattuabilità. Quando si tratta di enunciarli l'accordo è ottenuto con relativa facilità, indipendentemente dalla maggiore o minore convinzione del loro fondamento assoluto: quando si tratta di passare all'azione, fosse pure il fondamento indiscutibile, cominciano le riserve e le opposizioni. Il problema di fondo relativo ai diritti dell'uomo è oggi non tanto quello di giustificarli, quanto quello di proteggerli. E un problema non filosofico ma politico.
Che esista una crisi dei fondamenti è innegabile. Bisogna prenderne atto, ma non tentare di superarla cercando altro fondamento assoluto da sostituire a quello perduto. Il nostro compito, oggi, è molto più modesto, ma anche più difficile. Non si tratta di trovare il fondamento assoluto impresa sublime ma disperata ma, di volta in volta, i vari fondamenti possibili. Senonché anche questa ricerca dei fondamenti possibili impresa legittima e non destinata come l'altra all'insuccesso non avrà alcuna importanza storica se non sarà accompagnata dallo studio delle condizioni, dei mezzi e delle situazioni in cui questo o quel diritto possa essere realizzato. Tale studio è compito delle scienze storiche e sociali. Il problema filosofico dei diritti dell'uomo non può essere dissociato dallo studio dei problemi storici, sociali, economici, psicologici, inerenti alla loro attuazione: il problema dei fini da quello dei mezzi. Ciò significa che il filosofo non è più solo. Il filosofo, che si ostina a restar solo, finisce per condannare la filosofia alla sterilità. Questa crisi dei fondamenti è anche un aspetto della crisi della filosofia.

mercoledì 14 luglio 2010

da "Come pensiamo" di John Dewey

Possiamo ricapitolare col dire che l'origine del pensiero sta sempre in una qualche perplessità, confusione o dubbio. Il pensiero non è un caso di combustione spontanea; non accade punto secondo "principi generali". Vi è qualcosa che lo occasiona e lo evoca. I comuni appelli a pensare, rivolti ad un bambino (come ad un adulto), senza tener conto della esistenza o meno, nella sua esperienza, di una qualche difficoltà che lo turbi o che alteri il suo equilibrio, sono altrettanto futili quanto, per cosí dire, l'invitarlo a sollevarsi da terra reggendosi con i lacci delle scarpe. Data una difficoltà, ciò che ne segue immediatamente è il suggerimento di una qualche via d'uscita; la formazione in via di prova di qualche piano o progetto, l'accoglimento di qualche teoria che dia ragione della peculiarità in questione, la considerazione di qualche soluzione del problema. I dati a disposizione non possono fornire la soluzione, possono suggerirla. Da dove nascono, allora, le suggestioni? Evidentemente dall'esperienza passata e dall'avere a disposizione un deposito di conoscenza rilevante. Se in passato si è avuta una qualche familiarità con situazioni del genere, se si è avuto a che fare con materiali della stessa specie, suggestioni piú o meno appropriate e capaci di venire in aiuto non mancheranno di presentarsi. Ma se non vi è stata una qualche esperienza analoga, la confusione rimane confusione. Anche quando un fanciullo (o un adulto) si trova personalmente di fronte ad un problema, è cosa assolutamente futile sollecitarlo insistentemente a pensare se egli non ha mai avuto in precedenza esperienze implicanti condizioni in qualche modo analoghe. Vi può essere, tuttavia, uno stato di perplessità e così pure una precedente esperienza dalla quale emerge un suggerimento e ciò nonostante non esserci un atto di pensiero riflessivo. Infatti si può non essere sufficientemente critici nei riguardi delle idee che vengono in mente. Una persona può arrivare di colpo ad una conclusione senza vagliare i fondamenti su cui poggia, può andare avanti o indebitamente abbreviare l'atto di indagine e di ricerca; prendere la prima "risposta" o soluzione che le viene in mente, o per pigrizia mentale, o per torpore, o per l'impazienza di raggiungere qualcosa di stabile. Si è in grado di pensare riflessivamente solo allorquando si è disposti a prolungare lo stato di sospensione e ad assumersi il fastidio della ricerca. Per molte persone, cosí la sospensione del giudizio, come la ricerca intellettuale, rappresentano una cosa spiacevole: il loro desiderio è di porvi termine il piú presto possibile. Esse coltivano un iperpositivo e dogmatico abito mentale; o forse pensano che una condizione di dubbio debba essere considerata come una prova di inferiorità mentale. Questo momento, in cui l'esame e la prova affiorano nell'indagine, segna la differenza tra il pensiero riflessivo ed un cattivo modo di pensare. Per essere genuinamente pensanti, noi dobbiamo sostenere e protrarre quello stato di dubbio che stimola ad una completa ricerca, in modo da non accettare un'idea o asserire positivamente una credenza finché non si siano trovate fondate ragioni per giustificarla.

"Poveri poeti" di Pablo Neruda


Poveri poeti che la vita e la morte
perseguitaron con la stessa cupa tenacia,
poi son coperti d'impassibil pompa,
abbandonati al rito e al dente funerario.
Essi - oscuri come pietruzze - ora
dietro gli alteri cavalli, distesi
vanno, alfine governati dagli intrusi,
tra i becchini, a dormire senza silenzio.
Anzi, ormai sicuri che il morto è morto
fanno delle esequie un festino miserabile
con tacchini, maiali e altri oratori.
Spirarono la loro morte e allora l'offesero:
solo perché la loro bocca è chiusa
e più non può rispondere al canto.

martedì 13 luglio 2010

Considerazioni libere (140): a proposito di chi parla e di chi sta zitto...

A Mao è attribuita la frase: "grande è la confusione sotto il cielo, dunque tutto è stupendo". Non so a cosa si riferisse il Grande timoniere, ma certo faccio fatica a essere d'accordo con lui, almeno per quel che riguarda le ultime vicende italiane.
La lentissima fine del ciclo di Berlusconi sta letteralmente mettendo in ginocchio il nostro paese. Nonostante il risultato delle elezioni politiche di soli due anni fa, che ha assicurato al centrodestra una maggioranza parlamentare schiacciante, nonostante il successo dell'anno scorso alle elezioni regionali, nonostante i valori e la cultura di questo centrodestra siano nettamente maggioritari nel nostro paese, il governo è assolutamente incapace di imprimere una direzione all'Italia, che rimane ferma e anzi arretra in molti campi. La cosa più grave è che il centrodestra, in questa fase di debolezza di Berlusconi, non riesce a trovare gli anticorpi per sconfiggere il proliferare dei tanti intrallazzatori che approfittano di questa situazione di inattività per prosperare e lucrare. All'ombra di Belusconi è cresciuto questo germinaio di funzionari corrotti, di vecchi e nuovi faccendieri, di puttanieri più o meno "fornitori della real casa", che hanno visto aumetare enormemente il loro potere.
Come ho già avuto modo di scrivere altre volte, in questa fase certamente ci troviamo di fronte al momento scatenante della patologia, ma le cause profonde di questa malattia si trovano nel tessuto profondo di questo paese, che Berlusconi ha blandito e ha saputo rappresentare. Probabilmente in una prima fase ha saputo anche mitigare questi "spiriti animali", anche se non ha li mai voluti sconfiggere, perché fondanti del suo potere, ma ora certamente non ci riesce più e credo che guardi con sincera rabbia a quello che sta avvenendo intorno a lui, rabbia dettata soprattutto dall'impotenza.
Da quello che emerge in questi giorni poi c'è da trarre almeno una prima considerazione. Ha ragione Berlusconi quando dice che in Italia esiste il problema della giustizia. E' un problema se giudici di altissimo livello frequentano disinvoltamente cene e feste esclusive, è un problema se giudici prossimi alla pensione brigano per avere incarichi e procuratele varie, è un problema se in sedi inusuali e più o meno segrete si decide chi deve andare a presiedere questa o quella corte. In Italia, come dicono nel centrodestra, c'è anche il problema di pubblici ministeri che decidono di condurre le loro inchieste spinti da convinzioni politiche, ma soprattutto c'è il problema di una "casta" di magistrati, che guadagna molto, che lavora pochissimo, che è selezionata e scelta in base a criteri non trasparenti. Sotto la protezione della legittima e sacrosanta indipendenza della magistratura, è cresciuta una "burocrazia giudicante" inefficiente, costosa, chiusa e incapace di rinnovarsi, a volte anche disonesta, come purtroppo emerge con troppa frequenza dalle cronache di queste settimane. La riforma della giustizia dovrebbe partire da qui, da una riforma della Cassazione, dai sistemi di nomina dei più alti livelli delle procure e dei tribunali, dalle forme di reclutamento e carriera dei giovani magistrati, dall'introduzione di elementi veri di responsabilizzazione.
C'è poi una seconda cosa che balza agli occhi leggendo i giornali di questi giorni - non posso dire guardando i telegiornali, perché in questo caso i fatti semplicemente non esistono. Tutto il dibattito politico si svolge esclusivamente nell'ambito del centrodestra. Evidentemente sia la coppia Bossi-Tremonti sia Fini si stanno posizionando per il momento in cui Berlusconi uscirà dalla scena. Formigoni si sta ritagliando un proprio profilo settentrionale; in Sicilia sta prevalendo una tentazione autonomista. Casini ha fatto la proposta del governo di larghe intese, provando anch'egli a disegnare una prospettiva per il futuro. Francamente non ritengo che nessuno di questi sia un genio della politica, ma sono quelli che ci sono e più e meno con coerenza cercano di interpretare una linea politica. Nel centrosinistra regna la più completa afasia, eppure di cose da dire mi pare ce ne sarebbero, almeno per denunciare questo stato di cose e per dire che nessuno degli attuali comprimari, aspiranti al ruolo di protagonista, può presentarsi vergine al momento del dopo-Berlusconi. Ho intuito che Bersani è - o è appena stato - negli Stati Uniti perché ho visto che il suo capo ufficio stampa ha scritto dei messaggi personali da Washington sulla sua bacheca di Facebook. Ho visto che il vicesegretario ha presentato in questi giorni il suo libro sull'Europa. Va bene tutto - figurarsi, io poi penso che sia bene sollevarsi dalle beghe della politica interna, per saper guardare a cosa avviene al di là dei nostri confini - ma questo è il momento di parlare. Se si ha qualcosa da dire.

sabato 10 luglio 2010

da "Storia dell'assedio di Lisbona" di Josè Saramago

Tuttavia, hanno detto, scagli la prima pietra chi è senza peccato. In realtà, è molto facile accusare, Mogueime mente, Moguieime ha mentito, ma noi, qui, superbamente istruiti sulle menzogne e sulle verità degli ultimi venti secoli, con la psicologia a cesellare gli animi, e la mal tradotta psicanalisi, più tutto il resto per la cui sola enunciazione ci vorrebbero cinquanta pagine, non dovremmo sollevare sulla punta di una spada intransigente i difetti altrui, se tanto indulgenti solitamente siamo con i nostri, e la prova è che non si ricorda nessuno che, giudice severo e radicale degli atti commessi, abbia spinto l'esecutorio coraggio al limite di linciare addirittura se stesso. Del resto, tornando al passo evangelico, ci è lecito dubitare che il mondo fosse a quel tempo tanto incancrenito di vizi che per salvarsi avesse bisogno del figlio di un Dio, visto che l'episodio dell'adultera ci dimostra proprio che le cose non andavano poi così male laggiù in Palestina, mentre adesso invece vanno malissimo, notate come in quel lontano giorno neanche una pietra fu lanciata contro la sventurata donna, era bastato che Gesù avesse pronunciato le fatali parole che subito si erano ritratte le mani aggressive, di tal maniera dichiarando, confessando e persino proclamando i loro padroni che sissignore, sì che aveva ragione lui, peccaminose erano. Insomma, un popolo che è stato capace di riconoscersi colpevole pubblicamente, anche se in modo implicito, non dovrebbe essere del tutto perduto, dovrebbe avere ancora dentro di sé intatto un principio di bontà, autorizzandoci quindi a concludere, con minimo rischio di errore, che dev'esserci stata una certa precipitazione nella venuta del Salvatore. Mentre oggi sì che ne varrebbe la pena, perché non soltanto i corrotti perseverano nel cammino della loro corruzione, ma sta anche diventando ogni giorno più difficile trovare ragioni per interrompere un linciaggio già cominciato.

venerdì 9 luglio 2010

Considerazioni libere (139): a proposito di una nuova etica civile...

Alcune persone affermano che il nostro paese sta scivolando, in maniera ormai inesorabile, verso una forma di governo populista e autoritaria e c'è chi comincia a parlare apertamente di regime. Purtroppo ci sono diversi elementi che sembrano suffragare questa allarmante tesi: le cronache di questi anni - e di questi ultimi mesi in particolare - presentano molti segnali, che non credo sia necessario richiamare, dal momento che me ne sono già occupato in altre mie precedenti "considerazioni".
E' vero che fortunatamente l'impianto costituzionale, nonostante i diversi tentativi, per lo più pasticciati e confusi, di riformarlo, è sostanzialmente ancora quello disegnato dai padri costituenti ed è anche vero che questa Repubblica, pur con tutti i suoi limiti, ha subito già in passato attacchi violenti, a cui ha saputo resistere.
C'è però adesso qualcosa che mi allarma: la caduta di attenzione sul tema dei diritti. Formalmente nel nostro paese vigono i diritti enunciati nella prima parte della Costituzione, ma attorno a essi c'è una sempre più scarsa tensione positiva. Provo a riportare qualche esempio.
Primo esempio. Questo governo, interpretando gli umori e le convinzioni della grande maggioranza del paese, ha stipulato un accordo con la Libia che permette alle forze dell'ordine di respingere in mare le persone che tentano di sbarcare sulle nostre coste, senza verificare se abbiano i requisiti per richiedere l'asilo politico, e di farli tornare nei porti libici da cui verosimilmente sono partiti. Il problema da molti sottaciuto è che in Libia non c'è un governo democratico, ma una dittatura e ora questa apparentemente secondaria questione è venuta a galla. E' stato scoperto il centro di detenzione di Braq, nel sud della Libia, dove erano rinchiusi in condizioni inumane 247 profughi eritrei, tra cui donne e bambini. Le autorità internazionali hanno denunciato le torture e i maltrattamenti subiti da queste persone e il rischio che siano rimandati in Eritrea, il paese da cui erano fuggiti perché perseguitati per le loro opinioni politiche o il loro credo religioso. Certo non tutti coloro che sono passati per il campo di Braq avevano tentato di venire in Italia, ma qualcuno certamente ci sarà e questo rende il nostro paese responsabile verso di loro, almeno di omissione, per non aver controllato le loro storie e per sostenere apertamente un regime dittatoriale come quello di Gheddafi.
Secondo esempio. In Italia non esiste un sistema carcerario degno di un paese civile. E il fatto che la situazione sia altrettanto grave in altri paesi europei non può bastarci come giustificazione. Il caso di Stefano Cucchi, il lungo elenco di suicidi di giovani senza nome, perché quasi mai hanno l'onore delle cronache, sono lì a ricordarci che esiste un problema enorme su cui non sappiamo intervenire, ma su cui pare non si voglia nemmeno intervenire. Nella maggioranza di questo paese non c'è una tensione morale su tema così rilevante.
Terzo esempio. Due giorni fa le forze dell'ordine non hanno saputo - mi auguro che sia andata così e che non emerga un disegno più fosco - gestire una difficile situazione nelle vie di Roma. E' normale che i cittadini abruzzesi siano esasperati: da più di un anno dal sisma sono state trovate solo soluzioni di emergenza e non è ancora cominciata la ricostruzione, mentre sui giornali emerge un quadro inquietante di responsabilità su quegli stessi che hanno gestito la fase di emergenza. Chi doveva gestire l'ordine pubblico a Roma pensava che fossero andati nella capitale in gita? Oppure si è convinto che in Abruzzo va tutto bene, come sostiene la maggioranza governativa? Bisogna ribadire che manifestare è un diritto e che chi manifesta non è un "rompicoglioni".
Purtroppo questo elenco potrebbe essere più lungo. L'art. 1 della Costituzione con quel forte richiamo al lavoro rischia sempre più di essere un esercizio di retorica.
Bisogna ripartire dai diritti, se non vogliamo che la situazioni tenda sempre più a peggiorare. Bisogna far crescere un'etica dei diritti, una consapevolezza dei diritti, un orgoglio dei diritti. Bisogna non dimenticare di esercitarli.

"La signora Frola e il signor Ponza, suo genero" di Luigi Pirandello

Ma insomma, ve lo figurate? c'è da ammattire sul serio tutti quanti a non poter sapere chi tra i due sia il pazzo, se questa signora Frola o questo signor Ponza, suo genero. Cose che càpitano soltanto a Valdana, città disgraziata, calamìta di tutti i forestieri eccentrici! Pazza lei o pazzo lui; non c'è via di mezzo: uno dei due dev'esser pazzo per forza. Perché si tratta niente meno che di questo... Ma no, è meglio esporre prima con ordine. Sono, vi giuro, seriamente costernato dell'angoscia in cui vivono da tre mesi gli abitanti di Valdana, e poco m'importa della signora Frola e del signor Ponza, suo genero. Perché, se è vero che una grave sciagura è loro toccata, non è men vero che uno dei due, almeno, ha avuto la fortuna d'impazzirne e l'altro l'ha ajutato, séguita ad ajutarlo così che non si riesce, ripeto, a sapere quale dei due veramente sia pazzo; e certo una consolazione meglio di questa non se la potevano dare. Ma dico di tenere così, sotto quest'incubo, un'intera cittadinanza, vi par poco? togliendole ogni sostegno al giudizio, per modo che non possa più distinguere tra fantasma e realtà. Un'angoscia, un perpetuo sgomento. Ciascuno si vede davanti, ogni giorno, quei due; li guarda in faccia; sa che uno dei due è pazzo; li studia, li squadra, li spia e, niente! non poter scoprire quale dei due; dove sia il fantasma, dove la realtà. Naturalmente, nasce in ciascuno il sospetto pernicioso che tanto vale allora la realtà quanto il fantasma, e che ogni realtà può benissimo essere un fantasma e viceversa. Vi par poco? Nei panni del signor prefetto, io darei senz'altro, per la salute dell'anima degli abitanti di Valdana, lo sfratto alla signora Frola e al signor Ponza, suo genero. Ma procediamo con ordine. Questo signor Ponza arrivò a Valdana or sono tre mesi, segretario di prefettura. Prese alloggio nel casolare nuovo all'uscita del paese, quello che chiamano "il Favo". Lì. All'ultimo piano, un quartierino. Tre finestre che danno sulla campagna, alte, tristi (ché la facciata di là, all'aria di tramontana, su tutti quegli orti pallidi, chi sa perché, benché nuova, s'è tanto intristita) e tre finestre interne, di qua, sul cortile, ove gira la ringhiera del ballatojo diviso da tramezzi a grate. Pendono da quella ringhiera, lassù lassù, tanti panierini pronti a esser calati col cordino a un bisogno. Nello stesso tempo, però, con maraviglia di tutti, il signor Ponza fissò nel centro della città, e propriamente in Via dei Santi n. 15, un altro quartierino mobigliato di tre camere e cucina. Disse che doveva servire per la suocera, signora Frola. E difatti questa arrivò cinque o sei giorni dopo; e il signor Ponza si recò ad accoglierla, lui solo, alla stazione e la condusse e la lasciò lì, sola. Ora, via, si capisce che una figliuola, maritandosi, lasci la casa della madre per andare a convivere col marito, anche in un'altra città; ma che questa madre poi, non reggendo a star lontana dalla figliuola, lasci il suo paese, la sua casa, e la segua, e che nella città dove tanto la figliuola quanto lei sono forestiere vada ad abitare in una casa a parte, questo non si capisce più facilmente; o si deve ammettere tra suocera e genero una così forte incompatibilità da rendere proprio impossibile la convivenza, anche in queste condizioni. Naturalmente a Valdana dapprima si pensò così. E certo chi scapitò per questo nell'opinione di tutti fu il signor Ponza. Della signora Frola, se qualcuno ammise che forse doveva averci anche lei un po' di colpa, o per scarso compatimento o per qualche caparbietà o intolleranza, tutti considerarono l'amore materno che la traeva appresso alla figliuola, pur condannata a non poterle vivere accanto. Gran parte ebbe in questa considerazione per la signora Frola e nel concetto che subito del signor Ponza s'impresse nell'animo di tutti, che fosse cioè duro, anzi crudele, anche l'aspetto dei due, bisogna dirlo. Tozzo, senza collo, nero come un africano, con folti capelli ispidi su la fronte bassa, dense e aspre sopracciglia giunte, grossi mustacchi lucidi da questurino, e negli occhi cupi, fissi, quasi senza bianco, un'intensità violenta, esasperata, a stento contenuta, non si sa se di doglia tetra o di dispetto della vista altrui, il signor Ponza non è fatto certamente per conciliarsi la simpatia o la confidenza. Vecchina gracile, pallida, è invece la signora Frola, dai lineamenti fini, nobilissimi, e una aria malinconica, ma d'una malinconia senza peso, vaga e gentile, che non esclude l'affabilità con tutti. Ora di questa affabilità, naturalissima in lei, la signora Frola ha dato subito prova in città, e subito per essa nell'animo di tutti è cresciuta l'avversione per il signor Ponza; giacché chiaramente è apparsa a ognuno l'indole di lei, non solo mite, remissiva, tollerante, ma anche piena d'indulgente compatimento per il male che il genero le fa; e anche perché s'è venuto a sapere che non basta al signor Ponza relegare in una casa a parte quella povera madre, ma spinge la crudeltà fino a vietarle anche la vista della figliuola. Se non che, non crudeltà, protesta subito nelle sue visite alle signore di Valdana la signora Frola, ponendo le manine avanti, veramente afflitta che si possa pensare questo di suo genero. E s'affretta a decantarne tutte le virtù, a dirne tutto il bene possibile e immaginabile; quale amore, quante cure, quali attenzioni egli abbia per la figliuola, non solo, ma anche per lei, sì, sì, anche per lei; premuroso, disinteressato... Ah, non crudele, no, per carità! C'è solo questo: che vuole tutta, tutta per sé la mogliettina, il signor Ponza, fino al punto che anche l'amore, che questa deve avere (e l'ammette, come no?) per la sua mamma, vuole che le arrivi non direttamente, ma attraverso lui, per mezzo di lui, ecco. Sì, può parere crudeltà, questa, ma non lo è; è un'altra cosa, un'altra cosa ch'ella, la signora Frola, intende benissimo e si strugge di non sapere esprimere. Natura, ecco... ma no, forse una specie di malattia... come dire? Mio Dio, basta guardarlo negli occhi. Fanno in prima una brutta impressione, forse, quegli occhi; ma dicono tutto a chi, come lei, sappia leggere in essi: la pienezza chiusa, dicono, di tutto un mondo d'amore in lui, nel quale la moglie deve vivere senza mai uscirne minimamente, e nel quale nessun altro, neppure la madre, deve entrare. Gelosia? Sì, forse; ma a voler definire volgarmente questa totalità esclusiva d'amore. Egoismo? Ma un egoismo che si dà tutto, come un mondo, alla propria donna! Egoismo, in fondo, sarebbe quello di lei a voler forzare questo mondo chiuso d'amore, a volervisi introdurre per forza, quand'ella sa che la figliuola è felice, così adorata... Questo a una madre può bastare! Del resto, non è mica vero ch'ella non la veda, la sua figliuola. Due o tre volte al giorno la vede: entra nel cortile della casa; suona il campanello e subito la sua figliuola s'affaccia di lassù. - Come stai Tildina? - Benissimo, mamma. Tu? - Come Dio vuole, figliuola mia. Giù, giù il panierino! E nel panierino, sempre due parole di lettera, con le notizie della giornata. Ecco, le basta questo. Dura ormai da quattr'anni questa vita, e ci s'è abituata la signora Frola. Rassegnata, sì. E quasi non ne soffre più. Com'è facile intendere, questa rassegnazione della signora Frola, quest'abitudine ch'ella dice d'aver fatto al suo martirio, ridondano a carico del signor Ponza, suo genero, tanto più, quanto più ella col suo lungo discorso si affanna a scusarlo. Con vera indignazione perciò, e anche dirò con paura, le signore di Valdana che hanno ricevuto la prima visita della signora Frola, accolgono il giorno dopo l'annunzio di un'altra visita inattesa, del signor Ponza, che le prega di concedergli due soli minuti d'udienza, per una "doverosa dichiarazione", se non reca loro incomodo. Affocato in volto, quasi congestionato, con gli occhi più duri e più tetri che mai, un fazzoletto in mano che stride per la sua bianchezza, insieme coi polsini e il colletto della camicia, sul nero della carnagione, del pelame e del vestito, il signor Ponza, asciugandosi di continuo il sudore che gli sgocciola dalla fronte bassa e dalle gote raschiose e violacee, non già per il caldo, ma per la violenza evidentissima dello sforzo che fa su se stesso e per cui anche le grosse mani dalle unghie lunghe gli tremano; in questo e in quel salotto, davanti a quelle signore che lo mirano quasi atterrite, domanda prima se la signora Frola, sua suocera, è stata a visita da loro il giorno avanti; poi, con pena, con sforzo, con agitazione di punto in punto crescenti, se ella ha parlato loro della figliuola e se ha detto che egli le vieta assolutamente di vederla e di salire in casa sua. Le signore, nel vederlo così agitato, com'è facile immaginare, s'affrettano a rispondergli che la signora Frola, sì, è vero, ha detto loro di quella proibizione di vedere la figlia, ma anche tutto il bene possibile e immaginabile di lui, fino a scusarlo, non solo, ma anche a non dargli nessun'ombra di colpa per quella proibizione stessa. Se non che, invece di quietarsi, a questa risposta delle signore, il signor Ponza si agita di più; gli occhi gli diventano più duri, più fissi, più tetri; le grosse gocce di sudore più spesse; e alla fine, facendo uno sforzo ancor più violento su se stesso, viene alla sua "dichiarazione doverosa". La quale è questa, semplicemente: che la signora Frola, poveretta, non pare, ma è pazza. Pazza da quattro anni, sì. E la sua pazzia consiste appunto nel credere che egli non voglia farle vedere la figliuola. Quale figliuola? E' morta, è morta da quattro anni la figliuola: e la signora Frola, appunto per il dolore di questa morte, è impazzita: per fortuna, impazzita, sì, giacché la pazzia è stata per lei lo scampo dal suo disperato dolore. Naturalmente non poteva scamparne, se non così, cioè credendo che non sia vero che la sua figliuola è morta e che sia lui, invece, suo genero, che non vuole più fargliela vedere. Per puro dovere di carità verso un'infelice, egli, il signor Ponza, seconda da quattro anni, a costo di molti e gravi sacrifici, questa pietosa follia: tiene, con dispendio superiore alle sue forze, due case: una per sé, una per lei; e obbliga la sua seconda moglie, che per fortuna caritatevolmente si presta volentieri, a secondare anche lei questa follia. Ma carità, dovere, ecco, fino a un certo punto: anche per la sua qualità di pubblico funzionario, il signor Ponza non può permettere che si creda di lui, in città, questa cosa crudele e inverosimile: ch'egli cioè, per gelosia o per altro, vieti a una povera madre di vedere la propria figliuola. Dichiarato questo, il signor Ponza s'inchina innanzi allo sbalordimento delle signore, e va via. Ma questo sbalordimento delle signore non ha neppure il tempo di scemare un po', che rieccoti la signora Frola con la sua aria dolce di vaga malinconia a domandare scusa se, per causa sua, le buone signore si sono prese qualche spavento per la visita del signor Ponza, suo genero. E la signora Frola, con la maggior semplicità e naturalezza del mondo, dichiara a sua volta, ma in gran confidenza, per carità! poiché il signor Ponza è un pubblico funzionario, e appunto per questo ella la prima volta s'è astenuta dal dirlo, ma sì, perché questo potrebbe seriamente pregiudicarlo nella carriera; il signor Ponza, poveretto - ottimo, ottimo inappuntabile segretario alla prefettura, compìto, preciso in tutti i suoi atti, in tutti i suoi pensieri, pieno di tante buone qualità - il signor Ponza, poveretto, su quest'unico punto non... non ragiona più, ecco; il pazzo è lui, poveretto; e la sua pazzia consiste appunto in questo: nel credere che sua moglie sia morta da quattro anni e nell'andar dicendo che la pazza è lei, la signora Frola che crede ancora viva la figliuola. No, non lo fa per contestare in certo qual modo innanzi agli altri quella sua gelosia quasi maniaca e quella crudele proibizione a lei di vedere la figliuola, no; crede, crede sul serio il poveretto che sua moglie sia morta e che questa che ha con sé sia una seconda moglie. Caso pietosissimo! Perché veramente col suo troppo amore quest'uomo rischiò in prima di distruggere, d'uccidere la giovane moglietta delicatina, tanto che si dovette sottrargliela di nascosto e chiuderla a insaputa di lui in una casa di salute. Ebbene, il povero uomo, a cui già per quella frenesia d'amore s'era anche gravemente alterato il cervello, ne impazzì; credette che la moglie fosse morta davvero: e questa idea gli si fissò talmente nel cervello, che non ci fu più verso di levargliela, neppure quando, ritornata dopo circa un anno florida come prima, la moglietta gli fu ripresentata. La credette un'altra; tanto che si dovette con l'ajuto di tutti, parenti e amici, simulare un secondo matrimonio, che gli ha ridato pienamente l'equilibrio delle facoltà mentali. Ora la signora Frola crede d'aver qualche ragione di sospettare che da un pezzo suo genero sia del tutto rientrato in sé e ch'egli finga, finga soltanto di credere che sua moglie sia una seconda moglie, per tenersela così tutta per sé, senza contatto con nessuno, perché forse tuttavia di tanto in tanto gli balena la paura che di nuovo gli possa esser sottratta nascostamente. Ma sì. Come spiegare, se no, tutte le cure, le premure che ha per lei, sua suocera, se veramente egli crede che è una seconda moglie quella che ha con sé? Non dovrebbe sentire l'obbligo di tanti riguardi per una che, di fatto, non sarebbe più sua suocera, è vero? Questo, si badi, la signora Frola lo dice, non per dimostrare ancor meglio che il pazzo è lui; ma per provare anche a se stessa che il suo sospetto è fondato. - E intanto, - conclude con un sospiro che su le labbra le s'atteggia in un dolce mestissimo sorriso, - intanto la povera figliuola mia deve fingere di non esser lei, ma un'altra, e anch'io sono obbligata a fingermi pazza credendo che la mia figliuola sia ancora viva. Mi costa poco, grazie a Dio, perché è là, la mia figliuola, sana e piena di vita; la vedo, le parlo; ma sono condannata a non poter convivere con lei, e anche a vederla e a parlarle da lontano, perché egli possa credere, o fingere di credere che la mia figliuola, Dio liberi, è morta e che questa che ha con sé è una seconda moglie. Ma torno a dire, che importa se con questo siamo riusciti a ridare la pace a tutti e due? So che la mia figliuola è adorata, contenta; la vedo; le parlo; e mi rassegno per amore di lei e di lui a vivere così e a passare anche per pazza, signora mia, pazienza... Dico, non vi sembra che a Valdana ci sia proprio da restare a bocca aperta, a guardarci tutti negli occhi, come insensati? A chi credere dei due? Chi è il pazzo? Dov'è la realtà? dove il fantasma? Lo potrebbe dire la moglie del signor Ponza. Ma non c'è da fidarsi se, davanti a lui, costei dice d'esser seconda moglie; come non c'è da fidarsi se, davanti alla signora Frola, conferma d'esserne la figliuola. Si dovrebbe prenderla a parte e farle dire a quattr'occhi la verità. Non è possibile. Il signor Ponza - sia o no lui il pazzo - è realmente gelosissimo e non lascia vedere la moglie a nessuno. La tiene lassù, come in prigione, sotto chiave; e questo fatto è senza dubbio in favore della signora Frola; ma il signor Ponza dice che è costretto a far così, e che sua moglie stessa anzi glielo impone, per paura che la signora Frola non le entri in casa all'improvviso. Può essere una scusa. Sta anche di fatto che il signor Ponza non tiene neanche una serva in casa. Dice che lo fa per risparmio, obbligato com'è a pagar l'affitto di due case; e si sobbarca intanto a farsi da sé la spesa giornaliera, e la moglie, che a suo dire non è la figlia della signora Frola, si sobbarca anche lei per pietà di questa, cioè d'una povera vecchia che fu suocera di suo marito, a badare a tutte le faccende di casa, anche alle più umili, privandosi dell'ajuto di una serva. Sembra a tutti un po' troppo. Ma è anche vero che questo stato di cose, se non con la pietà, può spiegarsi con la gelosia di lui. Intanto, il signor Prefetto di Valdana s'è contentato della dichiarazione del signor Ponza. Ma certo l'aspetto e in gran parte la condotta di costui non depongono in suo favore, almeno per le signore di Valdana più propense tutte quante a prestar fede alla signora Frola. Questa, difatti, viene premurosa a mostrar loro le letterine affettuose che le cala giù col panierino la figliuola, e anche tant'altri privati documenti, a cui però il signor Ponza toglie ogni credito, dicendo che le sono stati rilasciati per confortare il pietoso inganno. Certo è questo, a ogni modo: che dimostrano tutt'e due, l'uno per l'altra, un meraviglioso spirito di sacrifizio, commoventissimo; e che ciascuno ha per la presunta pazzia dell'altro la considerazione più squisitamente pietosa. Ragionano tutt'e due a meraviglia; tanto che a Valdana non sarebbe mai venuto in mente a nessuno di dire che l'uno dei due era pazzo, se non l'avessero detto loro: il signor Ponza della signora Frola, e la signora Frola del signor Ponza. La signora Frola va spesso a trovare il genero alla prefettura per aver da lui qualche consiglio, o lo aspetta all'uscita per farsi accompagnare in qualche compera: e spessissimo, dal canto suo, nelle ore libere e ogni sera il signor Ponza va a trovare la signora Frola nel quartierino mobigliato; e ogni qual volta per caso l'uno s'imbatte nell'altra per via, subito con la massima cordialità si mettono insieme; egli le dà la destra e, se stanca, le porge il braccio, e vanno così, insieme, tra il dispetto aggrondato e lo stupore e la costernazione della gente che li studia, li squadra, li spia e, niente!, non riesce ancora in nessun modo a comprendere quale sia il pazzo dei due, dove sia il fantasma, dove la realtà.

giovedì 8 luglio 2010

Considerazioni libere (138): a proposito di affari sporchi...

In una mia "considerazione" di un po' di tempo fa (la nr. 84, per la precisione), ho raccontato di quello che sta succedendo in Birmania, del tentativo della giunta militare al potere di "controllare" le prossime elezioni e dei modi con cui i militari stanno rubando le ricchezze del paese, spesso con l'interessata complicità delle multinazionali occidentali.
Sul tema degli affari della giunta birmana è uscito in questi giorni il rapporto della ong americano-thailandese EarthRights International. Nel rapporto si spiega che dal 1998 la compagnia petrolifera Myanma Oil and Gas Enterprise, controllata dalla giunta, è socia di tre importanti compagnie petrolifere - la francese Total, la statunitense Chevron e la thailandese Pttep - per lo sfruttamento del giacimento di gas naturale Yadana. La ong ha calcolato che questa attività abbia fruttato più di nove miliardi di dollari, metà dei quali finiti nelle tasche dei generali, in conti off-shore aperti presso due importanti banche di Singapore, la Overseas Chinese Banking Corporation e il DBS Group, che però ufficialmente negano ogni coinvolgimento con il regime birmano.
Secondo le informazioni della EarthRights International, nella regione del Tenasserim, dove si trovano il giacimento e il gasdotto, sarebbero dislocati almeno quattordici battaglioni dell'esercito birmano, a cui Chevron e Total hanno delegato la propria sicurezza. Questo compito è esercitato con il pugno di ferro. A febbraio stati assassinati due membri dell'etnia mon nel villaggio di Ahlersakan nell'area del gasdotto; queste due uccisioni sarebbero parte di una campagna di "esecuzioni mirate", effettuate dal battaglione 282, che ha proprio il compito di garantire la sicurezza del personale delle compagnie petrolifere e del gasdotto.
In quest'area del paese vivono circa cinquantamila persone che - sempre secondo l'ong - sarebbero sottoposte a una sorta di coscrizione obbligatoria non retribuita per effettuare i lavori necessari per lo sfruttamento del giacimento di gas naturale.
In troppi guadagnano grazie al regime birmano e al controllo che esso esercita su quel popolo.

Considerazioni libere (137): a proposito di chi sa fare le cose...

La Rai nei mesi estivi, evidentemente per risparmiare su nuovi programmi, utilizza a piene mani le risorse dei suoi cospicui archivi, assemblando spezzoni di vecchi varietà. Si tratta di video che si possono trovare anche su Youtube, cercandoli con un po' di pazienza.
Non so se chi cura questi programmi e chi ne autorizza la messa in onda si rende conto dell'indiscusso effetto autolesionistico di questa operazione; spero non voluto: altrimenti dovremmo più correttamente parlare di masochismo. Guardando quegli spezzoni di trasmissioni in bianco e nero è inevitabile il confronto con quello che è in onda in questi anni e purtroppo questo confronto è quasi sempre impietoso: i nuovi programmi ne escono ancor più brutti di quello che effettivamente sono.
Mi pare che il motivo fondamentale di questo decadimento sia piuttosto semplice da trovare: la televisione non cerca chi sa fare, ma per lo più valorizza chi non sa fare. E purtroppo questo è vero anche in altri campi di questo paese.
A suo modo è emblematica la storia di Pietro Taricone, che è morto tragicamente pochi giorni fa, suscitando una forte commozione. Taricone era diventato popolare perché aveva partecipato alla prima edizione del Grande fratello: era stato scelto non perché sapesse fare qualcosa, perché avesse un qualche talento, ma perché, secondo gli autori di quella fortunata trasmissione, poteva rappresentare meglio di altri un tipo di giovane maschio italiano, un po' sbruffone, dongiovanni, ma poi capace di farsi voler bene, un tipo spesso presente nei film della commedia all'italiana. Ed effettivamente Taricone rappresentò al meglio questa "maschera", perché probabilmente lui era proprio così. Finita la trasmissione, Pietro avrebbe potuto tranquillamente vivere di rendita, passare da una trasmissione all'altra, continuando a non saper fare nulla, ma rimanendo al centro dell'attenzione mediatica. Taricone ha fatto una cosa decisamente controcorrente - e che in qualche modo ha pagato - e ha deciso che non poteva continuare a essere famoso senza saper far nulla; in questo è stato davvero poco italiano. Ha provato, con una determinazione ammirevole, a fare l'attore, probabilmente con risultati non sempre eccelsi, ma bisogna dargli atto di questa scelta, perseguita con ostinazione.
Per il resto la televisione odierna è spesso fatta da ballerine che non sanno ballare, pur potendo vantare altre evidenti doti, da comici che non fanno ridere, ma soprattutto da autori che non sanno scrivere e dirigenti televisivi che non capiscono molto di televisione. Davvero la televisione in questo è specchio fedele della nostra società.

p.s. oggi è morto Lelio Luttazzi, uno che sapeva fare le cose...

mercoledì 7 luglio 2010

"Per i morti di Reggio Emilia" di Fausto Amodei


Compagno cittadino, fratello partigiano,
teniamoci per mano in questi giorni tristi.
Di nuovo a Reggio Emilia, di nuovo là in Sicilia,
son morti dei compagni per mano dei fascisti.

Di nuovo come un tempo, sopra l'Italia intera
fischia il vento, infuria la bufera.

A diciannove anni è morto Ovidio Franchi,
per quelli che son stanchi o sono ancora incerti.
Lauro Farioli è morto per riparare al torto
di chi si è già scordato di Duccio Galimberti.

Son morti sui vent'anni, per il nostro domani,
son morti come vecchi partigiani.

Marino Serri è morto, è morto Afro Tondelli,
ma gli occhi dei fratelli si son tenuti asciutti.
Compagni sia ben chiaro che questo sangue amaro
versato a Reggio Emilia è sangue di noi tutti.

Sangue del nostro sangue, nervi dei nostri nervi,
come fu quello dei Fratelli Cervi.

Il solo vero amico che abbiamo al fianco adesso
è sempre quello stesso che fu con noi in montagna.
Ed il nemico attuale è sempre ancora eguale
a quel che combattemmo sui nostri monti e in Spagna.

Uguale la canzone che abbiamo da cantare,
scarpe rotte eppur bisogna andare.

Compagno Ovidio Franchi, compagno Afro Tondelli
e voi Marino Serri, Reverberi e Farioli,
dovremo tutti quanti aver d'ora in avanti
voialtri al nostro fianco per non sentirci soli.

Morti di Reggio Emilia uscite dalla fossa,
fuori a cantar con noi Bandiera Rossa!

ascoltate la canzone, cliccando qui

Considerazioni libere (136): a proposito di carboni ardenti...

Oggi voglio raccontarvi una piccola storia estiva, una di quelle storie che sembrano di "colore", ma che descrivono molto bene la nostra società.
Domenica scorsa nove dirigenti di Tecnocasa sono stati costretti a rivolgersi al pronto soccorso per ustioni ai piedi, fortunatamente solo due sono stati ricoverati al centro grandi ustionati dell'ospedale Sant'Eugenio. I malcapitati avevano tentato - evidentemente senza riuscirci - di fare una passeggiata sui carboni ardenti. Gli incauti agenti immobiliari erano stati mandati dalla loro azienda a un "motivation day", una giornata per imparare a conoscere se stessi e aumentare la loro autostima, con una serie di test e di giochi di ruolo culminanti nella passeggiata sui carboni ardenti. Ecco come Alessandro Di Priamo, il "docente" della giornata, descrive sul proprio sito la sua lucrosa attività.
Attraverso la camminata sui carboni ardenti, i partecipanti impareranno come cambiare i propri stati d’animo ed i comportamenti per essere in grado di compiere azioni concrete ed ottenere nuovi risultati. La pirobazia aiuta le persone a formarsi una nuova rappresentazione interna delle proprie possibilità. Se qualcosa che appariva "impossibile" era soltanto una limitazione della mente, quante altre "impossibilità" saranno in effetti altrettanto possibili? Sfidati e vai Oltre con Alessandro: farai la camminata più lunga ed emozionante in Italia: 12 mt.

Chi sta cercando o ha cercato lavoro in questi tempi si è certamente imbattuto in esperti delle risorse umane, motivatori e altre figure del genere che sottopongono test sulle motivazioni, che propinano ai candidati sempre gli stessi giochi di ruolo, che esaltano le virtù delle proprie aziende, in cui immancabilmente si trova un ambiente giovane, dinamico, teso al risultato e alla crescita personale, che ti raccontano tutto questo subito prima di presentarti un misero contratto di collaborazione a progetto. Fortunatamente a nessun candidato viene ancora chiesto di camminare sui carboni ardenti, ma forse qualcuno ci penserà.
Al momento non si sa quanto la passeggiata sui carboni ardenti per gli agenti di Tecnocasa sia stata una scelta libera e volontaria o imposta dall'azienda; quasi sicuramente sia l'azienda sia soprattutto l'esperto di coaching estremo si sono tutelati e risulterà che i nove hanno volontariamente deciso di sottoporsi a questa prova; magari qualcuno di loro era davvero convinto e gli altri, presumibilmente la maggioranza, lo hanno fatto per non sfigurare davanti ai colleghi e ai capi.
Peraltro camminare sui carboni ardenti senza bruciarsi non è né l'indice di una particolare apertura della mente né il segno di doti soprannaturali; basta essere allenati e cercare di tenere il meno possibile a contatto le palme dei piedi con la brace, che è un pessimo conduttore del calore.
Un'ultima considerazione. Il "Corriere della sera" ha riportato la notizia, ma ha omesso il nome dell'agenzia immobiliare. Forse per non gettare luce su uno sponsor? Non so, ma certo quando giustamente i giornali fanno la battaglia contro la cosiddetta "legge bavaglio", credo che sia sbagliato che accettino queste forme di autocensura. Non credo che i loro lettori smetteranno di rivolgersi alle agenzie Tecnocasa quando devono acquistare casa, magari si limiteranno a dare un occhiata ai loro piedi.

venerdì 2 luglio 2010

"Quello" di Angel Gonzalez


Quello.
Non questa cosa.
Né
- tanto meno - questo.

Quello.

Quello che sta sulla soglia
della mia fortuna.
Mai chiamato,
neppure atteso;
soltanto presenza che non occupa spazio,
ombra o luce fedele al bordo di me stesso
che né il vento strappa, né la pioggia scioglie,
né il sole appassisce, né la notte spegne.

Tenue filo di brezza
che mi legava alla vita dolcemente.
Quello
che se mai fosse stato
possibile,
e che sarebbe ancora possibile
oggi o domani se non fosse
un sogno.

mercoledì 30 giugno 2010

Considerazioni libere (135): a proposito di politiche culturali...

Oggi voglio raccontare una piccola storia italiana, che - almeno a mio parere - non ha avuto l'attenzione che meriterebbe.
Ravello è una splendida cittadina della provincia di Salerno, uno dei moltissimi tesori italiani, tanto che l'Unesco ha dichiarato Ravello e la costiera amalfitana patrimonio dell'umanità. La città ospita ogni anno il Festival di Ravello, dedicato a Wagner, che proprio in un soggiorno nella località campana trasse l'ispirazione per comporre il suo ultimo capolavoro, il Parsifal, e che è solo uno dei tanti turisti illustri che si è innamorato di questo luogo.
Dal 2002 il presidente della Fondazione Ravello è il sociologo Domenico De Masi che è riuscito a rilanciare il Festival, grazie anche alla sua capacità di raccogliere contributi privati: questo appuntamento culturale infatti ha un bilancio che vive per il 66% grazie a sponsor privati e per il 34% con fondi pubblici, un caso unico nel Sud. De Masi si è proposto un altro ambizioso progetto, realizzare a Ravello un grande auditorium, un luogo in cui avviare, non solo nei mesi estivi, un'attività culturale capace di attirare turisti in quel comune che, pur avendo solo 2.500 abitanti, conta diciotto alberghi, di cui cinque a cinque stelle. Oscar Niemeyer, uno dei più importanti architetti del mondo, il "padre" di Brasilia, ha realizzato gratuitamente il progetto di questo auditorium e la Fondazione ha ottenuto dall'Unione europea 18,5 milioni di euro necessari per realizzare l'opera.
A questo punto sono iniziati i contenziosi. Nei primi sei anni chi sedeva all'opposizione in Consiglio comunale ha fatto di tutto per non far realizzare l'opera e si è costituito un comitato contro l'auditorium, sostenuto anche da Italia Nostra. Sono partiti esposti, si sono svolti diversi processi e i lavori sono stati più volte sospesi. Nel febbraio del 2005 infine il Consiglio di Stato ha dato il via libera ai lavori che sono terminati nel 2009. Oggi la sala può piacere o non piacere, affascinare o apparire uno sfregio, ma è una realtà da 18.5 milioni di euro. L'auditorium è stato anche inaugurato, ma ora è chiuso, anzi rimarrà chiuso proprio per l'edizione 2010 del Festival, che si inaugura il 1 luglio con uno spettacolo in cui si esibiranno John Malkovich e la Wiener Akademie.
Nel frattempo è diventato Sindaco chi fino a pochi mesi fa si era opposto alla realizzazione dell'auditorium. Il 2 ottobre del 2009 il sindaco Imperato ha sottoscritto un atto di comodato con cui il Comune affidava alla Fondazione la gestione della sala; la Fondazione aveva già preparato un cartellone prevedendo quattro festival, uno per ogni stagione e un piano industriale che prevede il pareggio nei primi due anni di attività. Ma il 22 aprile di quest'anno il Consiglio comunale, compreso lo stesso Sindaco Imperato, ha bocciato questa convenzione, decidendo di costituire una propria società di gestione: evidentemente qualcuno ha colto le potenzialità economiche della struttura. Nel frattempo i Vigili del fuoco non hanno ancora concesso l'agibilità e il Comune non ha particolare fretta, visto che prima vuole risolvere la partita della gestione.
Così a Ravello c'è un'auditorium, progettato da uno dei più grandi architetti del mondo e costato 18,5 milioni di euro, che nessuno sta utilizzando. Ogni altro commento mi pare superfluo.

domenica 27 giugno 2010

"Odysseus" di Francesco Guccini


Bisogna che lo affermi fortemente
che certo non appartenevo al mare,
anche se dei d'olimpo e umana gente
mi sospinsero un giorno a navigare,
e se guardavo l'isola petrosa,
ulivi e armenti sopra la collina,
c'era il mio cuore al sommo d'ogni cosa
c'era l'anima mia che è contadina;
un'isola d'aratro e di frumento
senza le vele, senza pescatori,
il sudore e la terra erano argento
il vino e l'olio erano i miei ori.
Ma se tu guardi il monte che hai di faccia
senti che ti sospinge a un altro monte,
un'isola col mare che l'abbraccia
ti chiama a un'altra isola di fronte
e diedi un volto a quelle mie chimere
le navi costruii di forma ardita,
concavi navi dalle vele nere
e nel mare cambiò quella mia vita
ma il mare trascurato mi travolse,
seppi che il mio futuro era sul mare
con un dubbio pero che non si sciolse;
senza futuro era il mio navigare.
Ma nel futuro trame di passato
si uniscono a brandelli di presente,
ti esalta l'acqua e al gusto del salato
brucia la mente,
e ad ogni viaggio reinventarsi un mito,
a ogni incontro redisegnare il mondo,
e perdersi nel gusto del proibito
sempre più in fondo
e andar
e in giorni bianchi come arsura,
soffio di vento e forza delle braccia,
mano al timone e sguardo nella pura
schiuma che lascia effimera una traccia;
e andare nella notte che ti avvolge e
scrutare delle stelle il tremolare
in alto l'Orsa è un segno che ti volge
diritta verso il nord della Polare.
E andare come spinto dal destino
verso una guerra, verso l'avventura
e tornare contro ogni vaticino
contro gli Dei e contro la paura.
E andare verso isole incantate
verso altri amori, verso forze arcane
compagni persi e navi naufragate;
per mesi, anni o soltanto settimane?
La memoria confonde e da l'oblio,
chi era Nausicaa e dove le sirene?
Circe e Calipso perse nel brusio
di voci che non so legare assieme,
mi sfuggono il timone, vele, remo,
la fratura tra inizio ed il finire,
l'urlo dell' accecato Polifemo
ed il mio navigare per fuggire.
E fuggendo si muore e la mia morte
sento vicina quando tutto tace
sul mare, e maledico la mia sorte
non trovo pace.
Forse perchè sono rmasto solo
ma allora non tremava la mia mano
e i remi mutai in ali il folle volo
oltre l'umano.
Le via del mare insegna false rotte,
ingannevole il mare ogni tracciato,
solo leggende perse nella note
perenne di chi un giorno l'ha cantato,
donandomi pero l'eterna vita
racchiusa in versi, in ritmi, in una rima,
dandomi ancora la gioia infinita
di entrare in porti sconosciuti prima.

ascoltate la canzone, cliccando qui

sabato 26 giugno 2010

Considerazioni libere (134): a proposito di nazionale...

Non mi pare il caso di dire che lo scarso - usiamo un eufemismo, per carità di patria - risultato della nazionale italiana di calcio sia lo specchio della condizione di crisi in cui si trova il nostro paese. Il calcio rimane comunque uno sport, in cui le occasioni e i colpi di fortuna - e naturalmente quelli di sfortuna - hanno un peso molto forte: se il guardialinee non si fosse accorto del quasi impercettibile fuorigioco di Quagliarella, adesso saremmo qui a raccontare una storia diversa. Ma la prova regina che non c'è una stretta relazione tra lo stato del paese e le sorti della nazionale è la vittoria dell'Italia di Lippi nel mondiale del 2006: allora l'Italia-paese faceva schifo praticamente come oggi.
Sgombrato il campo da questo sociologismo da quattro soldi, ci sono però alcuni aspetti della sconfitta della nazionale che descrivono abbastanza bene quello che avviene nel nostro paese. La sconfitta della nazionale è frutto certamente dell'incapacità dei quei calciatori di gestire l'indubbia pressione che un appuntamento internazionale di quel livello porta con sé e dell'incapacità del commissario tecnico di capire cosa stava succedendo nelle teste dei suoi giocatori. Però sarebbe ingeneroso dire che le responsabilità sono soltanto queste. Eppure in Italia funziona così: si individua un responsabile e gli si butta la croce addosso e intanto gli altri aspettano che passi la bufera.
La crisi della nazionale la conseguenza logica di una serie di incapacità a livello dirigenziale: la Figc è debolissima e in balìa di decisioni che vengono prese in altre sedi, non c'è nessun investimento sui centri giovanili federali, non c'è nessuna programmazione seria riguardante le nazionali giovanili che dovrebbero essere i naturali vivai per la nazionale maggiore. Nonostante tutto questo Abete rimarrà al suo posto, certamente consigliato dal suo immarcescibile predecessore e mentore Franco Carraro. Nel calcio attuale la nazionale è una parentesi, perché tutto il rilevantissimo interesse economico è concentrato sul super-campionato che giocano una dozzina di squadre a livello europeo: lì ci sono i soldi, lì ci sono le persone che decidono. Ovviamente nessuno - o ben pochi, specialmente tra i cosiddetti addetti ai lavori - ha interesse a disturbare il munifico manovratore e quindi si va avanti così. D'altra parte nessuno ha provato a criticare Marchionne e nessuno criticherà i padroni delle grandi squadre.

"Il valore della ricchezza" di Robert Kennedy

Discorso pronunciato presso l'Università del Kansas il 18 marzo 1968

Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto interno lordo. Il Pil comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine settimana.
Il Pil mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.

venerdì 25 giugno 2010

Considerazioni libere (133): a proposito di compagni...

Intervengo con un po' di ritardo su una di quelle questioni che tanto appassionano i giornali e i commentatori delle vicende politiche italiane: l'opportunità o meno di usare la parola "compagno" all'interno del Partito Democratico.
I fatti sono noti: sabato 19 giugno, intervenendo alla manifestazione che il Pd ha organizzato contro la manovra economica, l'attore Fabrizio Gifuni ha esordito con "compagne e compagni", scatenando l'applauso fragoroso della platea. Nei giorni successivi alcuni giovani del Pd hanno scritto a Bersani, dichiarando il loro disappunto perché secondo loro quella formula appartiene a una tradizione che il Pd avrebbe dovuto superare e quindi non dovrebbe essere più usata. Da questa lettera è cominciato il dibattito, svoltosi spesso sul tono dell'ironia e del sarcasmo, in cui si sono cimentati i soliti noti, dentro e fuori - ma soprattutto fuori - del partito. Proprio perché la discussione si è stancamente protratta su questo livello basso, ho preferito non occuparmene qui, anche perché contemporaneamente si stava parlando della vicenda di Pomigliano, una questione decisamente più seria e su cui si è definitivamente giocata - almeno secondo me - la credibilità del Pd come partito del centrosinistra, erede della tradizione riformista italiana. Di questo ho già parlato, nella "considerazione" nr. 131, per la precisione.
Ho però ripensato alla cosa e mi sono reso conto che per me quella parola è carica di significato e quindi qualche riflessione si impone. Fin da bambino ho sentito usare questa parola, i miei genitori erano compagni, i miei zii, tante delle persone che conoscevo, mio nonno era compagno - un compagno socialista, ma sempre un compagno. Come credo di aver già scritto, anche prima di capire qualcosa del mondo, la parola "compagno" ha avuto per me un significato positivo e ammetto che mi è rimasto una sorta di riflesso incondizionato. Poi ho conosciuto tante compagne e tanti compagni, ho imparato a conoscerli e a lavorare con loro, e quella parola è diventata per me sempre più importante. Ricordo l'emozione con cui l'ho pronunciata nelle prime occasioni in cui ho avuto l'opportunità di intervenire in sezione o quando, un po' di tempo dopo, mi è capitato di pronunciare il discorso per un compagno che ci aveva lasciato. Ho riletto in questi giorni un passo più volte citato di Mario Rigoni Stern:
Compagni è un nome bello e antico che non dobbiamo lasciare in disuso; deriva dal latino “cum panis” che accomuna coloro che mangiano lo stesso pane. Coloro che lo fanno condividono anche l’esistenza con tutto quello che comporta: gioia, lavoro, lotta e anche sofferenze. È molto più bello Compagni che “Camerata” come si nominano coloro che frequentano stesso luogo per dormire, e anche di “Commilitone” che sono i compagni d’arme.
Ecco, noi della Resistenza siamo Compagni perché abbiamo sì diviso il pane quando si aveva fame ma anche, insieme, vissuto il pane della libertà che è il più difficile da conquistare e mantenere.

Queste parole raccontano, come meglio non si potrebbe fare, tutto quello che ho sentito e sento. E questo sentimento non potrà cambiare, almeno per me. E' un insieme di emozioni e di ragionamenti che mi accompagnerà, perché fa parte ormai del mio percorso.
Se però ragiono a mente fredda sulla questione, trovo che a loro modo di vedere quei giovani del Pd che hanno scritto a Bersani hanno ragione. Non sono stati loro, ma chi questo partito ha voluto far nascere a spiegare che era finito un mondo e che con la fine di quel mondo era finito anche un certo modo di concepire la politica. Il Pd è già qualcosa di profondamente diverso da quello che era il maggior partito che ha contribuito a fondarlo, nonostante i tentativi gattopardeschi di alcuni dirigenti che continuano a sostenere che c'è una continuità tra quella storia e la nascita del Pd. E nonostante Berlusconi continui a rappresentare il Pd come una costola della terza Internazionale. Sbaglia lui e sbagliano i gattopardi: il Pd è già qualcosa di molto diverso da un partito socialista e temo - almeno dal mio punto di vista - che il processo sia irreversibile.
Nei momenti di rabbia mi verrebbe da dire che è giusto che gli iscritti al Pd non si chiamino tra loro compagni, che non ne hanno il diritto. Ad esempio l'ho pensato leggendo certe dichiarazioni sulla vicenda di Pomigliano. Poi, passata la rabbia, mi rendo conto che sarebbe un peccato d'orgoglio: non ho certo io il diritto di dire a uno che si vuol chiamare compagno se può o non può farlo. E' una delle cose che mi hanno insegnato i compagni.

"Acrobata" di Edoardo Sanguineti


acrobata (s. m.) è chi cammina tutto in punta (di piedi): (tale, almeno, è per l'etimo): poi procede, però, naturalmente, tutto in punta di dita, anche, di mani (e in punta di forchetta): e sopra la sua testa: (e sopra i chiodi, fachireggiando e funamboleggiando): (e sopra i fili tesi tra due case, per le strade e le piazze: dentro un trapezio, in un circo, in un cerchio, sopra un cielo): volteggia su due canne, flessibilmente, infilzate in due bicchieri, in due scarpe, in due guanti: (dentro il fumo, nell'aria): pneumatico e somatico, dentro il vuoto pneumatico: (dentro pneumatici plastici, dentro botti e bottiglie): e salta mortalmente: e mortalmente (e moralmente) ruota: (così mi ruoto e salto, io nel tuo cuore):