martedì 24 maggio 2016

Verba volant (275): biblioteca...


Biblioteca, sost. f.

Le buone notizie tendono a sfuggirci, specialmente quelle che sarebbero in grado di regalarci un filo di speranza. A me questa notizia era colpevolmente sfuggita, ma adesso che l'ho saputa voglio condividerla con voi. Lo scorso 9 maggio è stata riaperta la biblioteca di Sarajevo, un edificio andato quasi del tutto distrutto nell'agosto del 1992, a seguito dei bombardamenti serbi sulla città bosniaca. Quel grande palazzo costruito in stile moresco alla fine dell'Ottocento dagli austriaci fu visitato dall'arciduca Francesco Ferdinando il 28 giugno 1914; pochi minuti dopo, uscito da quelle sale sfarzose, l'erede al trono degli Asburgo venne ucciso e da quel momento il mondo cambiò. Per sempre.
In genere le biblioteche sono bersagli facili da colpire durante un conflitto, anche perché non ci si prende particolare cura della loro difesa. Comprensibilmente sono altre le priorità: bisogna cercare di salvare i ponti, gli aeroporti, le infrastrutture da cui dipendono le vite delle persone e che servono a difendersi nell'immediato. E che permetteranno una più veloce ricostruzione. E le biblioteche non sembrano rientrare tra queste; almeno a prima vista.
E' quello che è successo secoli fa ad Alessandria. Racconta Plutarco che durante la guerra civile egiziana Cesare, assediato con Cleopatra e con poche truppe fedeli nel palazzo reale, mentre il resto della città era in mano ai ribelli, ostili a lui e alla regina, decise di dar fuoco alla flotta romana, per impedire che cadesse in mano al nemico. Quell'incendio, andato fuori controllo, devastò la grande biblioteca. Non sappiamo se quell'incendio fu effettivamente la causa della distruzione di quell'antica istituzione, anche perché in seguito altri conquistatori ebbero la colpa - o si presero il merito - di aver definitivamente raso al suolo quel luogo e distrutto i testi che lì erano stati conservati, studiati, catalogati. Forse più l'inevitabile fluire della storia che una dichiarata volontà distruttrice è stata la vera causa della fine della biblioteca di Alessandria: da sempre l'ignoranza, l'ignavia, la negligenza sono più pericolose del fuoco. Abbiamo perso tante opere degli antichi, anche se non le più importanti, che sono arrivate comunque fino a noi. Omero non ha scritto un terzo poema andato in fumo in quel rogo, Sofocle non ha scritto tragedie più grandi dell'Edipo re e dell'Antigone, e per fortuna neppure le Rane di Aristofane sono andate perdute. Certo abbiamo perduto le opere di qualche storico minore - ma Erodoto e Tucidide li abbiamo completi - non possiamo leggere il secondo libro della Poetica di Aristotele - però ci abbiamo guadagnato un bel romanzo - e in fondo non è neppure così grave che siano andate perdute le opere di Protagora. La storia non si fa con i se, e neppure la letteratura e la filosofia, nonostante siano materie dai contorni decisamente più vaghi. Noi siamo quello che ci hanno insegnato gli antichi, attraverso quello che ci è stato tramandato, ed è sostanzialmente inutile pensare a quello che non è arrivato fino a noi.
Anche nella distruzione della biblioteca di Sarajevo abbiamo perso molti libri. Ovviamente nessuna parola conservata tra quelle mura è andata perduta definitivamente, perché viviamo ormai nell'epoca della riproducibilità assoluta e nulla di quello che è stato scritto andrà mai più perduto, anche se in qualche caso sarebbe un bene. Purtroppo sono stati distrutti molti libri e questa è stata una perdita molto grave. In quella biblioteca erano conservati antichi manoscritti, preziosi incunaboli e su questi le fiamme sono state impietose. Ma si tratta di oggetti, preziosi, in alcuni casi di valore inestimabile, ma pur sempre oggetti. Aida Buturovic, una giovane bibliotecaria di 32 anni, venne uccisa da una scheggia di granata, mentre tentava di salvare qualcuno di quei libri, perché per lei, come per gli altri che in quei drammatici giorni di agosto tentarono quell'impresa, avevano un valore ben maggiore di quello assegnato dagli antiquari o dalle case d'asta.
Eppure la vita di Aida non valeva nessuno di quei preziosi volumi. Una biblioteca è importante per quello che custodisce, ma sarebbe morta senza le donne e gli uomini che la animano e la fanno vivere. Per questa ragione una biblioteca diventa un obiettivo militare in un conflitto e i nemici cercano di distruggerla e per questo è così importante quando una biblioteca viene ricostruita, riaperta, viene fatta nuovamente vivere, diventa ancora un luogo di scambio, di dialogo, di studio, torna a essere uno spazio in cui si fa educazione, dove vive la cultura, dove cresce la civiltà. Per questo ci siamo emozionati a vedere Vedran Smailovic suonare il suo violoncello tra quelle rovine. Per questo sapere che la biblioteca di Sarajevo è tornata a funzionare è una notizia così bella.

post scriptum
Tempo fa ho espresso più o meno la stessa idea, provando a raccontare una storia...

sabato 21 maggio 2016

Verba volant (274): prudenza...

Prudenza, sost. f.

L'altra sera guardando un telefilm mi hanno colpito le pubblicità. Non tanto la loro insistenza e la loro pervasività - ormai ci siamo abituati e chissà se i nostri figli riuscirebbero a guardare in televisione un film tutto intero, come potevamo fare ancora noi alla loro età - e neppure la loro ostentata volgarità - purtroppo ci siamo abituati anche all'uso pornografico del corpo femminile per reclamizzare qualsiasi prodotto - mi ha fatto pensare l'oggetto di quelle inserzioni. Praticamente in una ogni due - tra un'auto e un reggiseno, tra un telefonino e un detersivo - venivano offerti dei prestiti.
Ho pensato: ecco la pubblicità ai tempi della crisi. Il telespettatore a casa non fa in tempo a pensare che gli piacerebbe proprio comprarsi quella cosa, sponsorizzata dalla bellezza di turno o dal suo calciatore preferito, e che non ha i soldi per farlo, mentre pensa che quella cosa non se la può permettere, ecco arriva lo spot che ti risolve i problemi: i soldi li puoi avere, facilmente e senza garanzie. Per comprarti anche quello che non ti serve. Anche con i soldi che non hai.
Anche mia moglie e io abbiamo chiesto un prestito per acquistare la casa in cui viviamo: è una cosa piuttosto normale, perché è difficile che una famiglia abbia tutti i soldi necessari per comprarsi una casa. Così come potremmo chiedere un finanziamento per acquistare un'auto nuova, quando la nostra ci lasciasse definitivamente: è una cosa di cui abbiamo bisogno per andare a lavorare e per le necessità della famiglia e quindi dovremmo e potremmo fare un sacrificio del genere. Ma i tizi che chiedono i prestiti negli spot non hanno mai questi bisogni così consueti; chiedono un prestito per rinnovare il bagno, perché vogliono assolutamente quelle mattonelline a mosaico, oppure per abbellire il giardino, per far crepare di invidia il vicino. A me non verrebbe mai in mente di fare un debito per comprare un televisore o un telefonino o per andare in vacanza - ci sono persone che lo fanno - perché i miei genitori mi hanno tenacemente insegnato che ci sono cose - praticamente tutto - che si possono comprare solo quando i soldi si hanno tutti, e anzi quando se ne hanno un po' di più, perché bisogna sempre tenere qualcosa da parte perché non si sa mai. Sarà che i miei genitori sono nati quando c'era la guerra, sarà che che sono cresciuti in famiglie di contadini, che avevano ben chiaro il valore del denaro, dal momento che ne vedevano assai poco. Però mi hanno insegnato così e così avrei insegnato ai miei figli se ne avessi avuti.
I miei genitori - parlo ovviamente dei miei, ma intendo anche quelli di Zaira, così come quelli di molti di voi che mi leggete - avevano il valore della prudenza. A sentire questi corifei della "nuova" economia pare che questo sia un valore superato, addirittura nemico dello sviluppo. Quelli che preparano le pubblicità sembrano volerci dire: spendete i soldi che avete, e anche quelli che non avete, fate girare l'economia. Come se questa fosse la ricetta far crescere il paese, per farlo uscire dalla crisi in cui si trova. Eppure se ci fermassimo un attimo a pensare, dovremmo ricordare che questo paese è cresciuto, è cresciuto davvero, quando erano giovani quelli come i miei e i vostri genitori, quelli prudenti, quelli che non fare il passo più lungo della gamba. E' quella generazione lì che ha permesso a quelli della mia generazione di studiare, di andare a lavorare non da ragazzini come hanno fatto loro, è quella generazione lì che ha portato benessere al nostro paese, con quella mentalità contadina, con quella saggezza che da anni ormai ci insegnano a dimenticare.
E' come quella pubblicità di una marca di telefonini in cui ti spiegano che dopo un anno lo potrai cambiare e anzi la bontà dell'offerta sta proprio nel fatto che ogni anno potrai cambiare telefono. E perché ogni anno dovrei cambiarlo? Queste pubblicità sono pericolose non per quello che ci spingono a comprare - anche se a volte anche questo è un pericolo, perché poi non abbiamo i soldi per onorare i debiti e rischiamo di rovinarci per qualcosa di superfluo, se non di inutile - ma soprattutto perché agiscono su tutti noi, indipendentemente dal fatto che compriamo o meno, che chiediamo o meno un prestito. E' difficile non sentirci come consumatori, perché è sostanzialmente quello che vogliono che siamo, e ce lo ripetono, ogni giorno dell'anno, ogni ora del giorno, in maniera asfissiante. Valiamo non per quello che siamo, per quello che pensiamo, per quello che facciamo, ma per quello che compriamo. Anche se non abbiamo i soldi per farlo.

giovedì 19 maggio 2016

Verba volant (273): radicale...

Radicale, agg. m, e f.

Giacinto Pannella, detto Marco, è uno che è vissuto della politica. Noi adesso diamo all'espressione vivere della politica un significato deteriore, perché in tanti ormai vivono - e vivono bene - alle spalle della politica, fanno politica perché non hanno trovato un'altra strada nella vita oppure perché hanno capito che le loro qualità - piccole o grandi che siano, spesso piccole - possono procurare loro dei vantaggi, soprattutto economici, una volta avviata questa carriera. Per quelli come Pannella, ma il discorso potrebbe valere anche per tutti i leader di quella generazione lì - da Andreotti a Berlinguer, da Craxi a Moro, in sostanza quelli venuti dopo alla generazione degli "eroi", quelli della guerra e della Resistenza - la politica era la vita. E hanno vissuto intensamente proprio perché intensamente hanno fatto politica.
Credo che Marco Pannella, se non avesse avuto la ventura di nascere e crescere in questo paese, avrebbe fatto una carriera ben diversa da quella che fu costretto a scegliersi. Se in Italia la destra non fosse stata clericale e bigotta, in sostanza così tremendamente cattolica, uno dalle qualità di Pannella, liberale, liberista e libertario, sarebbe diventato in breve tempo uno dei capi della destra. E questo in prospettiva avrebbe anche aiutato la sinistra a essere diversa, magari le avrebbe impedito di diventare a sua volta clericale e bigotta. Ma questa è un'altra storia, è un problema nostro, di noi che stiamo da questa parte della barricata. Mentre Pannella è sempre stato dall'altra parte, al di là delle scelte che l'hanno portato, per calcolo, a sostenere questo o quel governo, soprattutto nel tempo del maggioritario, che lui ha sfruttato con abilità.
Ma la storia, come noto, non si fa con i se e quindi Pannella si è dovuto inventare qualcosa di diverso ed è stato qualcosa di diverso. Adesso facciamo fatica a immaginarlo, visto che i politici fanno i pagliacci nelle trasmissioni televisive, cantano, ballano, dicono parolacce, fanno gesti sguaiati in parlamento, si spogliano. Pannella, in un'epoca in cui la politica erano i completi grigio topo e gli occhiali alla Filini dei notabili Dc o l'austera sacralità di Berlinguer, rompeva gli schemi e in questo modo creò il suo personaggio. E attraverso questo suo personaggio, spesso irritante, a volte inutilmente volgare, sempre chiassoso - anche quando si faceva imbavagliare - eccessivo, è riuscito non solo a fare politica per tutta la sua vita, e quindi a vivere, perché della politica aveva bisogno come l'aria, ma anche a cambiare un po' questo paese. In meglio.
A Pannella dobbiamo alcuni battaglie civili importanti, come il divorzio e l'aborto. In questo caso Pannella non fu tanto un trascinatore, non fu quello che portò la maggioranza degli italiani a vincere queste importanti battaglie civili, ma fu quello che capì, con una lucidità che mancò a molti, anche migliori di lui, che il paese era pronto, che quella maggioranza c'era già. E non sarebbe mai stata la sua maggioranza, ma egli seppe essere la scintilla. E non è poco. E infatti altre battaglie, altrettanto giuste, non riuscì a condurle in porto, ad esempio sull'abolizione dell'ergastolo o sulla condizione delle persone in carcere, perché su questo gli italiani non sarebbero mai stati disposti a seguirlo, e non lo sono neppure oggi.
Poi, succede anche ai migliori artisti, Pannella è rimasto schiacciato dal suo personaggio e la parte finale della sua lunga parabola non rende certo onore a quello che ha saputo fare prima. Immagino che a lui farebbero piacere perfino le ipocrisie di questi giorni, le lodi insincere, i tentativi di intestarsi le sue battaglie per raccogliere qualche voto. L'uomo doveva essere anche vanitoso. Io, da persona di sinistra e quindi da avversario, perché comunque Pannella è sempre, coerentemente, rimasto a destra, lo vorrei ringraziare lo stesso, non tanto per le battaglie civili, ma proprio per quell'idea alta di politica che anche lui, con i suoi modi così poco convenzionali, ha saputo trasmettere. In un tempo in cui invece i politici danno così cattiva prova di sé e soprattutto screditano, per incapacità e per dolo, l'idea stessa di politica, ricordare Pannella dovrebbe servire anche a rivalutare questo aspetto così importante della vita delle donne e degli uomini.

lunedì 16 maggio 2016

Verba volant (272): indagare...

Indagare, v. tr.

Ormai lo sapete: ho fatto politica per molti anni, quasi venti. Ma certo non sapete - a meno che non siate bolognesi dotati di buona memoria - che in questo lungo periodo della mia vita - per molti aspetti così importante - una volta sono stato iscritto nel registro degli indagati. In quegli anni a Bologna c'era un sostituto procuratore che si era specializzato in indagini riguardanti i dirigenti del Pds e poi dei Ds. Praticamente tutte queste sue indagini caddero nel vuoto: fu così anche per quella che riguardò me e altre persone, tra cui un sindaco di Bologna e gli esponenti della sua giunta. Al termine del tempo previsto, dopo tutte le proroghe possibili, fu lo stesso sostituto a chiedere l'archiviazione; per tutti. Quelle indagini comportarono delle spese a carico dei cittadini, richiesero tempo, probabilmente distolsero l'attenzione da altre questioni più importanti, ma, al di là di tutto questo, francamente ho sempre avuto l'impressione che a lui interessasse poco il merito della questione, tanto il suo obiettivo era stato raggiunto: qualche articolo del Carlino, quando la notizia venne fuori, a cui naturalmente non ne seguì nessuno quando fu decisa l'archiviazione. Il messaggio era chiaro: sono tutti uguali, anche "loro" rubano come gli altri. Non incontrai mai quel magistrato, se non qualche volta al cinema - Bologna è una città piccola - ma naturalmente lui non sapeva chi ero io. Non gli interessava minimamente: voleva colpirmi per quello che facevo, per quello che ero. Produssi molti documenti per spiegare le mie ragioni e davvero di quei mesi ricordo soprattutto che feci tante fotocopie, spesso di documenti che avevo già presentato settimane prima e che non si sapeva dove fossero finiti.
Ho ricordato questo episodio di molti anni fa, per dire che il rapporto non sano - per usare un eufemismo - tra politica e magistratura non è certo questione di oggi. Personalmente, anche prima che mi capitasse questa disavventura, non ero mai stato tra coloro che apprezzavano quelli che sventolavano i cappi o lanciavano le monetine. Davo allora - e dò oggi - un giudizio molto duro di Bettino Craxi, ma più per la politica, più per quello che ha fatto - e non ha fatto - quando ha avuto la possibilità di guidare questo paese che per le vicende giudiziarie, che pure sono gravi e che hanno determinato la sua fine politica. Allo stesso modo non mi sono mai scagliato contro la magistratura, anche se ne ho conosciuto la parte peggiore. Ricordo che alla notizia dell'indagine, un consigliere dell'opposizione di Granarolo, un craxiano convinto con cui spesso mi ero scontrato, mi espresse la sua solidarietà, dicendo che finalmente avrei capito quello che avevamo fatto passare al suo segretario e disse che un po' mi invidiava, perché nella sua militanza politica non poteva vantare un'indagine a suo carico. A me sinceramente quell'indagine non fece alcun piacere, non la considerai una cosa di cui vantarmi, ma, proprio perché ero sicuro che non avevo commesso nessun illecito, non pensai neppure di dimettermi dalle cariche che avevo allora o di smettere di fare politica. Tutt'altro: sentii la spinta a continuare.
Ripensando a quegli anni credo che se ci dobbiamo imputare qualche colpa sia stata quella di essere "teneri" nella polemica verso quei magistrati che usavano il loro ruolo, il loro potere, il loro prestigio, contro una classe politica che di prestigio ne aveva sempre meno. Penso che sbagliammo a lasciare la polemica contro i giudici agli altri, molti dei quali erano poi effettivamente colpevoli. Avremmo forse dovuto dire che il sistema stava prendendo una direzione che sarebbe stato difficile modificare. Era complicato allora fare questa distinzione, non ne avemmo il coraggio, perché i magistrati erano tutti eroi e i politici erano tutti gente poco perbene, nell'immaginario dell'opinione pubblica, immaginario peraltro ben costruito da soggetti che avevano tutto l'interesse a delegittimare la politica. Certo non lo facemmo. Molti di noi subirono queste indagini in silenzio.
Come potrete immaginare, ho ripensato a queste vicende lontane, guardando a quello che succede nel nostro paese, in particolare in una dimensione che conosco bene, ossia quella delle amministrazioni comunali. Oggi è difficile fare il sindaco senza essere indagato, senza essere il destinatario di un avviso di garanzia. Anche perché per l'opposizione fare degli esposti, delle denunce, è diventato il modo normale di fare politica. Perché prendersi la briga di fare opposizione, di studiare, di elaborare delle alternative, tutte cose difficili? Basta scrivere un bell'esposto e tanto un giudice a cui non va bene l'amministrazione in carica lo si trova sempre. Parte l'indagine, magari il sindaco si dimette - o o fanno dimettere i suoi - e, visto che abbiamo inventato questo sistema che se va a casa il sindaco, si va a a casa tutti, si fanno nuove elezioni. E arriva un nuovo sindaco, magari un esponente dell'opposizione. Contro cui viene presentato un nuovo esposto e così via. Ricomincia la giostra.
La prima responsabilità di questa situazione sta naturalmente nella debolezza della politica, in parte intrinseca, in parte - come dicevo - indotta a forza. Ma c'è anche un sistema di leggi, di norme, di codici e codicilli, farraginoso e bizantino, in cui è difficile districarsi, anche perché spesso all'interno delle amministrazioni comunali mancano le competenze. In questi anni alla debolezza della politica si è accompagnata una debolezza della struttura amministrativa, della burocrazia, anche perché i dirigenti vengono scelti più per la propria fedeltà all'amministrazione che per le reali competenze, e così si alimenta un corto circuito pericoloso.
Non entro nel merito delle ultime vicende di attualità, ma oggettivamente adesso a chi mai verrebbe voglia di fare il sindaco? A Forrest Gump o a Pietro Gambadilegno. Il primo non si rende conto di cosa gli succede intorno e rischia di diventare una facile pedina per gli interessi di altri, il secondo ha ormai una scorza così dura che l'ennesimo avviso di garanzia non gli fa né caldo né freddo, anche perché i cittadini - tutti noi - siamo così abituati alla corruzione, che non ci facciamo neppure più caso. E piano piano i cittadini normali, quelli che non sono troppo stupidi o troppo corrotti, si allontanano, e, anche quando si avvicinano, vengono allontanati. Non si sa mai: a volte la normalità è contagiosa.
Da tutto questo chi ci guadagna? Sempre i peggiori ovviamente, quelli che riescono a piegare la politica ai loro interessi, quelli che se ne fregano dei bisogni dei cittadini o della difesa del territorio, ma hanno bisogno di costruire nuove strade, nuovi centri commerciali, nuove case in cui non andrà ad abitare nessuno. E ci guadagna soprattutto chi ha interesse a convincerci che la politica fa schifo, tutta, da tutte le parti, chi ha interesse che la partecipazione al voto cali, perché è più economico corrompere pochi che molti. Ci guadagnano quelli sta preparando una soluzione in cui la politica serva sempre meno, perché la politica costa - e quindi togliamo di qui e di là, dai senatori ai consiglieri provinciali - perché la politica è troppo lenta - mentre uno solo decide in fretta - perché la politica fa nascere contrapposizioni, mentre ci sono soluzioni tecniche che sono perfette, che vanno bene a tutti, che non sono né di destra né di sinistra. Se vi sembra di riconoscere formule e personaggi che in questi tempi vanno per la maggiore è perché è proprio così che è andata. Quelli di Repubblica e del Corriere non vedevano l'ora che fossero indagati i sindaci del Movimento Cinque stelle, perché questo è il segno che la politica è irrecuperabile e la soluzione è sempre quella: meno democrazia.
Naturalmente possiamo anche andare avanti così e continuare a essere contenti se il sindaco del partito a noi avverso riceve un avviso di garanzia - e io, da vecchio fazioso, continuo a essere contento quando un sindaco del pd ne riceve uno - ma se andiamo avanti per questa strada, se continuiamo a preferire la via giudiziaria a quella politica, se non richiamiamo i cani che tutti abbiamo sguinzagliato, ne farà la spese la democrazia. Che sta sempre peggio.

sabato 7 maggio 2016

Verba volant (271): costituzione...

Costituzione, sost. f.

Una persona che legge abbastanza regolarmente quello che scrivo, anche se apprezza poco la mia eversiva radicalità, commentando una delle mie consuete prese di posizione a favore del NO al prossimo referendum costituzionale, mi ha chiesto quali sarebbero le mie proposte di riforma. Non so se quella domanda manifestasse un vero interesse o fosse semplicemente una sfida polemica, ma il tema mi sembra comunque interessante. E merita una risposta.
Sono anni che ci arrovelliamo intorno a questo tema, che discutiamo, anche aspramente, su quali riforme istituzionali fare o non fare - alcune sono state approvate, altre sono state cancellate a seguito di un referendum, altre ancora giacciono da anni in parlamento - ma ormai nessuno pare interrogarsi se queste riforme siano davvero necessarie. Abbiamo ormai dato per scontato che le riforme siano indispensabili; l'ho detto anch'io, tante volte, quando facevo un altro mestiere. Sinceramente non ne sono più convinto.
La Costituzione approvata in via definitiva il 22 dicembre 1947 ed entrata in vigore il 1 gennaio dell'anno successivo non è forse la più bella del mondo, come ama dire un guitto, che si è fatto un po' di pubblicità grazie a questo tema, e come viene ripetuto da molti, con scarsa originalità. Però è una costruzione solida. La parola costituzione condivide, non a caso, la radice con il verbo costruire; una casa può essere bellissima, ma se non può essere abitata, se non è abbastanza solida, se non è abbastanza sicura, non serve al proprio scopo e quindi quella sua bellezza è perfettamente inutile.
La nostra Costituzione è naturalmente figlia del suo tempo, è nata in un particolare contesto storico, politico e culturale, è stata scritta da uomini e da donne che avevano subito una dittatura e una guerra dagli esiti drammatici. Non possiamo cercare nella Costituzione cose che non possono esserci. Ci sono temi su cui la Costituzione - anche nella sua prima parte, quella più "sacra" - segna il passo, penso ad esempio ai diritti delle persone che costituiscono - o costruiscono - una famiglia, perché per i Costituenti, indipendentemente dalla loro fede religiosa e dalle loro opinioni filosofiche, era semplicemente impensabile un matrimonio contratto da due persone dello stesso sesso. Allo stesso modo non possiamo pretendere di trovare, in un testo scritto settant'anni fa, risposte ai quesiti a cui la scienza, nella sua rapidissima evoluzione, ci ha messo di fronte, ad esempio sul tema della fine vita. Né i Costituenti potevano immaginare che ci sarebbe stata la rete e che l'accesso a essa avrebbe comportato diritti e doveri: erano saggi, erano intelligenti, ma non erano indovini.
La Costituzione del '48 però, al di là di questi limiti oggettivi, ha una sua unità, una sua coerenza, che credo sia uno degli aspetti più significativi dello sforzo delle persone che l'hanno redatta. La nostra Costituzione è una costruzione ben progettata, con le fondamenta solide e con una propria armonia funzionale: non ci sono né finestre cieche né stanze a cui non si riesce ad accedere. Le riforme che si sono succedute negli anni successivi, specialmente negli ultimi venti, hanno avuto la pretesa di modificare questo o quel punto, ma sono state per lo più disorganiche e, proprio perché rispondevano a idee spesso divergenti tra di loro, hanno finito, quando sono state approvate, per peggiorare la Costituzione.
La Costituzione di oggi - quella adesso vigente, non parlo delle riforme imposte da questa minoranza arrogante e volgare, a cui dovremo dire comunque NO - è peggiore di quella uscita dalle penne dei Costituenti, proprio perché ha perso in parte quel disegno unitario che allora era così forte. Penso ad esempio alla riforma fatta nel 2012 che, modificando gli articoli 81, 97, 117 e 119, ha introdotto l'obbligo del principio del pareggio di bilancio e in questo modo ha tolto sovranità allo stato, introducendo un elemento che limita il potere legislativo, sottomettendolo a un criterio che è alieno allo spirito del resto della Carta. Per non parlare della confusione che è stata fatta nelle varie riscritture del Titolo V, su cui si sono esercitati personaggi per lo più incompetenti, e che ha dato vita a un conflitto permanente tra diversi livelli istituzionali.
La mia proposta di riforma costituzionale è allora piuttosto semplice. Torniamo alla Costituzione del 1948, togliamo le ultime, farraginose e abborracciate modifiche, e proviamo ad applicarla questa Costituzione, con maggior rigore di quanto sia stato fatto in questi settant'anni.
Ho già detto che la nostra Costituzione è figlia del suo tempo, ma questo non è soltanto un aspetto negativo. Anzi. Gli anni immediatamente successivi al conflitto mondiale hanno rappresentato probabilmente il punto più alto di un'elaborazione politica tesa a riconoscere il ruolo preminente dello stato sull'economia, la necessità di garantire diritti universali ai lavoratori, l'obiettivo di trovare strumenti per la redistribuzione della ricchezza, il bisogno di creare una rete di servizi pubblici, finanziati dalla collettività, per aiutare le persone in difficoltà, allo scopo di riconoscere a tutti uguali condizioni di partenza.
La storia del Novecento è stata segnata dalla grande crisi del capitalismo, una crisi di cui adesso - in un'epoca in cui questo è tornato vincente in maniera così violenta - facciamo fatica a capire le possibili conseguenze. Molti, a seguito della crisi del '29, pensarono che il sistema capitalista fosse destinato a sparire, che si fosse completato quel ciclo descritto da Marx e che sarebbe nato, dalle ceneri del capitale, qualcosa di diverso. Sappiamo che a seguito di questa crisi ci fu la risposta antidemocratica del fascismo, ma - una volta che questo fu sconfitto - si provò a immaginare un sistema che in qualche modo imbrigliasse la bestia del capitale, che ne mitigasse la violenza, anche per ripagare lo sforzo di quelle classe sociali più povere, il cui contributo alla sconfitta del fascismo era stato determinante, che avevano retto lo sforzo durante il conflitto, che si erano messe alla prova, e che avevano vinto quella sfida. Naturalmente sarebbe anacronistico giudicare la nostra Carta - come tutte quelle scritte all'indomani della fine della seconda guerra mondiale - come una costituzione socialista, eppure in essa ci sono tanti elementi socialisti, molti di più di quelli che i conservatori avrebbero voluto concedere, ma che i popoli in qualche modo si presero con la forza, perché avevano combattuto. E avevano vinto.
La vicenda italiana è in qualche modo emblematica di questa storia, che non è appunto solo italiana. Era chiaro che l'Italia non sarebbe diventato un paese socialista, perché così avevano deciso i vincitori della guerra, ed era chiaro che la guida del paese sarebbe toccata ai conservatori, ma le forze socialiste, grazie al ruolo che avevano avuto nella Resistenza e nella guerra di liberazione, assunsero un protagonismo di cui non si poteva non tenere conto e che si tradusse in un dettato costituzionale di forte impianto progressista. Quando diciamo che la Costituzione è nata dalla Resistenza esprimiamo con uno slogan tutto questo.
Sappiamo però che il capitalismo non è stato affatto sconfitto, anzi ha superato quella crisi, si è liberato, a partire dalla fine degli anni Settanta, dai vincoli che le forze progressiste gli avevano imposto finita la guerra ed è tornato a dominare il mondo, sfrenato e violento, come all'inizio del secolo, anzi con una arroganza ancora maggiore. Ha stravinto perché è riuscito a imporre la propria visione del mondo anche alle forze che avrebbero dovuto rappresentare il campo progressista - basti pensare a cosa sono diventati oggi i socialisti europei, per tacere dello schifo che c'è in Italia, dove la sinistra si è suicidata - e domina il mondo con brutalità selvaggia. L'unico limite a questa violenza di classe è rappresentato dalle nostre "vecchie" costituzioni, che infatti sono finite nel mirino delle forze del capitale, che vorrebbero emendarle, modificarle, attenuarne la portata riformista, con la scusa che occorre adeguarsi ai tempi, che servono nuovi strumenti per affrontare le sfide nuove e tutte le menzogne che dicono quelli come renzi, per convincerci che la nostra Carta è da buttare - o da riformare come dicono loro.
Votare NO al prossimo referendum è il nostro modo per cercare di fermare questo attacco, prendendo un po' di tempo e di fiato. Ma non illudiamoci: ne seguirà un altro, e un altro ancora, perché il loro scopo è distruggere queste costituzioni, e le loro risorse sono moltissime, praticamente illimitate. Non possiamo limitarci a stare fermi, a difenderci dentro le mura assediate: saremmo destinati alla sconfitta, anche perché i traditori sono già qui tra di noi, pronti a venderci al nemico. Una volta che avremo resistito a questo nuovo, subdolo, assalto, dovremo avere la forza di gettarci noi all'attacco.
Io comincerei proprio dalla nostra Costituzione, dalla richiesta di applicarla con rigore. Nella Carta c'è già scritto tutto quello per cui vale la pena di lottare: la difesa della sanità e della scuola pubbliche, il riconoscimento dei diritti dei lavoratori, la salvaguardia dei beni comuni, il riconoscimento delle prerogative democratiche. Perché chi vuole cambiare la Costituzione ha sempre due obiettivi: limitare la democrazia e toglierci diritti. Questi due valori viaggiano sempre insieme e per questo noi dobbiamo continuare a chiedere più democrazia e più diritti.
Così il nostro NO si trasformerà in una vittoria.

mercoledì 4 maggio 2016

Verba volant (270): solidarietà...


Solidarietà, sost. f.

Forse la notizia in questi giorni vi è sfuggita. Una trentina di migranti accolti in una struttura a Reggio Emilia hanno protestato davanti alla questura della città emiliana per lamentarsi della scarsa qualità del cibo servito dagli operatori che gestiscono quella struttura. Un politico locale ha criticato questa protesta, dicendo che lamentarsi significa "sputare sulla nostra generosa ospitalità". Ha rincarato la dose, spiegando che "l'unica risposta che avrei dato a una protesta del genere è un sonoro calcio nel culo, altro che delegati e dialogo", criticando implicitamente il questore che aveva ricevuto alcuni rappresentanti dei rifugiati, impegnandosi a verificare la vicenda e la fondatezza delle loro rimostranze.
Quel politico è un esponente locale del pd, ma in fondo questo conta assai poco - il mio pessimo giudizio su quel partito non peggiorerà certo per questo episodio. Al di là di qualche reprimenda di maniera, più per l'opportunità che sul merito delle cose dette, immagino che quel tipo non pagherà dazio per queste sue affermazioni, perché ha espresso quello che hanno pensato in tanti leggendo quella notizia, anzi ha espresso un'opinione largamente diffusa nella nostra società, indipendentemente dalle opinioni politiche o dal credo religioso, l'idea di una maggioranza molto ampia, anche con una volgarità che è ormai dilagante e permeante. Quel tale è stato meno ipocrita di tanti altri che hanno fatto lo stesso commento, e nessuno di loro si è preso la briga di mettersi un momento a pensare a quello che diceva, a cosa rappresentano quelle parole, che idea del mondo rispecchiano. E infatti il nostro paese fa largamente schifo.
Non entro nel merito della vicenda, che non conosco. Ricordo soltanto che quella cooperativa ha già avuto problemi per un uso, diciamo, disinvolto dei fondi assegnati per la gestione dei centri per i rifugiati. Credo - per quel poco di esperienza di ristorazione collettiva che ho - che incassando dallo stato 33 euro a persona, a giorno, si possa gestire in maniera adeguata, oltre agli altri servizi, una cucina, garantendo proposte variate e di qualità. Mi pare che per troppi soggetti - mi vengono in mente anche alcuni albergatori della mia città, che magari dicono di votare Lega e che la domenica non si perdono una messa - questa presenza dei rifugiati sia un affare lucroso, che impegna poco le loro scarse qualità imprenditoriali.
Il tema però è quel "calcio in culo" che tanti - la maggioranza - vorrebbero sferrare a quei rifugiati "ingrati". Ci pensavo confrontando questa storia con le vicende raccontate dal film I compagni di Mario Monicelli. Di questo film ho già parlato - lo so - ma offre così tanti spunti che credo ci tornerò su altre volte. Tutta la storia, ambientata nella Torino operaia di fine Ottocento, è punteggiata dalle collette organizzate da quegli operai, per aiutare un loro compagno che ha perso una mano, per sostenere un altro che è stato sospeso, per mantenere la famiglia di un altro ancora che è stato messo in carcere e così via. Per quasi tutto il film vediamo Omero, il più giovane degli operai, girare con il cappello tra i colleghi per raccogliere i soldi delle collette. Non erano più buoni di quanto lo siamo noi - o forse lo erano, ma non è questo il tema - è che sapevano benissimo che in quel tempo quelle collette erano l'unico aiuto che potevano ricevere e quindi dare oggi un qualche soldo per un compagno in difficoltà, e quindi fare un sacrificio perché la miseria era nera per tutti, significava poter ricevere qualcosa domani, quando loro avessero avuto bisogno. La solidarietà è semplicemente questa cosa qui, non bisogna essere dei santi per aiutare gli altri, basta essere uomini, con tutti i nostri limiti, con tutti i nostri difetti. Quegli operai organizzano una colletta anche per la famiglia dell'operaio siciliano, così diverso da loro - anche fisiognomicamente - su cui pure le loro opinioni non sono affatto benevole, su cui hanno dei pregiudizi, che sfiorano il razzismo. Erano i siciliani allora quelli che vengono a rubarci il lavoro. Quelle donne e quegli uomini erano ignoranti, molti di loro non sapevano né leggere né scrivere, però intuivano un concetto che noi, con tutte le nostre filosofie, non riusciamo più a ricordare, ossia che i poveri si salvano solo se stanno insieme, solo se si aiutano, anche quando non si stanno reciprocamente simpatici.
Poi è vero che adesso c'è il welfare, ci sono i servizi - che noi finanziamo con le nostre tasse, quelli che le pagano - e non possiamo anche farci carico personalmente di aiutare tutti quelli che arrivano qui. Poi è vero che non possiamo aiutare tutti. Poi è vero che tra quelli che arrivano qui ci sono dei delinquenti, degli scansafatiche, dei perdigiorno. Ci sono molte ragioni per essere egoisti, ciascuno di noi è bravissimo a giustificare la propria grettezza. Però la vera questione è che noi non siamo poveri, non lo siamo più - o non lo siamo ancora - mentre quei "negri" che rifiutano la "nostra" pastasciutta, dicendo che è scotta, sono poveri, molto poveri. E questa non è una buona ragione per prenderli a calci in culo.
Naturalmente noi continueremo a fare schifo, a guadagnare su quei poveri che pure diciamo di non volere, e insegneremo loro a essere meschini come siamo noi, insegneremo loro a odiarci, e sarà giusto che ci odino. Quando ci prenderanno a calci in culo non dovremo protestare, perché glielo abbiamo insegnato noi.

mercoledì 27 aprile 2016

Verba volant (269): male...

Male, sost. m.

Lo scorso 25 Aprile Zaira ed io abbiamo deciso di passarlo a Fossoli, vicino a Carpi, dove ci sono i resti di quello che fu il principale campo di concentramento e transito del nostro paese per la deportazione in Germania di ebrei e oppositori politici.
Il campo di Fossoli è un luogo dove non servono le parole per ricordare la Resistenza, dove la retorica è davvero fuori posto, dove ciascuno può fermarsi a pensare, riflettere, ricordare, anche pregare, se crede. Spero ci andiate - o ci torniate, se ci siete già stati - e vi invito a portare i vostri figli, i vostri nipoti. Ve ne saranno grati.
A Fossoli non ci furono le camere a gas, ci furono esecuzioni, certamente molte persone morirono per gli stenti e le malattie, ma in quel luogo non ti trovi davanti al Male, come ti succede ad Auschwitz, a Dachau, a Terezin e in tanti altri campi, in cui pure è doveroso andare in un pellegrinaggio della memoria. A Fossoli ti trovi di fronte a quella che Hannah Arendt ha definito la banalità del male. Non ho mai capito così a fondo cosa significassero queste parole fino a pochi giorni fa, fino a quando non siamo stati a Fossoli.
Proprio il fatto che il campo di Fossoli non fosse la meta finale del viaggio disperato dei deportati ne fa un luogo, se possibile, ancora più drammatico, perché lì si esercitò un crimine che poteva sembrare meno grave, che poteva essere considerato un semplice lavoro, una pratica da svolgere, nel miglior modo possibile. A Fossoli c'era già un campo per i prigionieri di guerra alleati e fu scelto perché poco distante dalla stazione di Carpi, lungo la linea ferroviaria del Brennero: una scelta di efficienza, per rendere i trasporti più veloci e meno costosi. La nostra guida - uno dei volontari grazie al cui impegno quel luogo di memoria è ancora aperto e vivo - ci ha spiegato che regolarmente, circa ogni quattro settimane, i responsabili del campo andavano al comando tedesco di Verona e qui ricevevano la lista delle richieste: quanti uomini destinare ai campi di lavoro forzato e quanti invece a quelli di sterminio. Quindi, da bravi travet, tornavano al campo e organizzavano per i giorni successivi il convoglio con la "merce" richiesta. 
Non ci sono numeri esatti delle persone che in quei mesi lunghissimi passarono per il campo di Fossoli, perché gli archivi furono portati via quando, avvicinandosi le truppe alleate, queste attività furono trasferite nel campo di Bolzano. Le stime vengono fatte basandosi su quante derrate alimentari venivano inviate al campo. E allora ti immagini un piccolo mondo di impiegati, di contabili, di segretari, che aveva il compito di organizzare questo servizio, di registrarne le spese, di assicurarsi che tutto funzionasse. Così come c'erano quelli che gestivano gli spostamenti delle carrozze e dei torpedoni - quella che adesso chiamiamo logistica - per portare tutte quelle persone nei campi della Germania. Questi uomini furono anch'essi ingranaggi, per quanto piccoli, per quanto insignificanti, per quanto sostituibili, di quella terribile macchina di morte, erano anch'essi parte del male. Potevano essere i nostri nonni, poteva essere qualcuno che abbiamo conosciuto, potevamo essere noi, perché quello in qual tempo avrebbe potuto essere il nostro lavoro, perché non potevamo fare altro, perché in molte occasioni, anche quando c'era la consapevolezza - e forse non sempre c'era - non c'era la forza di ribellarsi. Potevamo essere noi che durante una normale giornata di lavoro avevamo registrato le spese per quel campo di prigionia e il pomeriggio, tornati a casa, non pensavamo a quello che avevamo fatto, al crimine di cui eravamo complici, ma magari eravamo arrabbiati perché un collega aveva avuto un incarico migliore del nostro o un permesso che a noi era stato negato. Potevamo fare quel lavoro come fosse una cosa normale, registrando quel pane, che per quelle donne e quegli uomini era forse l'ultimo che avrebbero mangiato. E potevamo essere noi il male, mentre eravamo padri premurosi o magari mentre offrivamo qualcosa da mangiare a qualcuno che ne aveva bisogno.
A Fossoli vedi i segni del male estremo, come quelli del bene estremo, perché, poco dopo la fine del conflitto, don Zeno Saltini, insieme ai suoi orfani, decise di occupare le baracche di quel campo e costituì Nomadelfia, la comunità di fratelli, di uguali, dove non c'è proprietà privata e dove i bambini sono figli di tutti.
Sarebbe bello se fosse tutto così semplice: da una parte Hitler e dall'altra don Zeno, il bene di qua e il male di là. Quello che però ti fa pensare - e ti fa in qualche modo paura - è dove il bene e il male si stringono e tu non li riconosci più: e a Fossoli c'è appunto anche questo. 
Gli antichi greci raccontavano la storia di Edipo, che era diventato re di Tebe perché aveva salvato quella città dalla Sfinge. Ed era stato un buon re, saggio e capace. Ma prima di arrivare in città, lungo la strada che veniva da Delfi, aveva ucciso un uomo, che era il re di quella città, ma che era anche suo padre. E diventato re aveva sposato la regina vedova, che era anche sua madre. Edipo era a un tempo il migliore dei re, colui che aveva salvato la città da un pericolo mortale, e un uomo che si era macchiato di due colpe terribili: uccidere il proprio padre, giacere e avere figli con la propria madre. Quando se ne rende conto, Edipo non sceglie la via facile del suicidio, ma si punisce nel modo più terribile che poteva trovare: si condanna alla vita e alla memoria. Con la storia di Edipo gli antichi ci hanno voluto raccontare che il bene e il male sono due concetti difficili da capire per gli uomini, anche per i migliori, anche per quelli più intelligenti, quelli che sanno sciogliere gli enigmi; Edipo forse ha capito cosa siano bene e male solo dopo essersi accecato. Ripensando a quello che è successo a Fossoli in quegli undici mesi tra il dicembre '43 e il novembre '44, noi siamo ciechi come Edipo quando ancora vedeva, non riusciamo a capire davvero la differenza tra bene e male, perché questi due concetti si intrecciano nelle nostre vite, a volte fino a rendersi indistinguibili. Per questo, come Edipo, dobbiamo condannarci alla memoria.
Tra gli uomini che sono passati per quel campo c'è stato Primo Levi che, oltre a un bel passo di Se questo è un uomo, ha scritto questa poesia. intitolata Il tramonto di Fossoli.
Io so cosa vuol dire non tornare.
A traverso il filo spinato
ho visto il sole scendere e morire;
ho sentito lacerarmi la carne
le parole del vecchio poeta:
«Possono i soli cadere e tornare:
a noi, quando la breve luce è spenta,
una notte infinita è da dormire».

lunedì 25 aprile 2016

Verba volant (268): eroe...

Eroe, sost. m.

Gli etimologisti collegano la parola greca ἥρως alla radice che nel sanscrito antico ritroviamo nel termine vīrá e in latino in vir, parole che indicano l'uomo di valore. L'eroe per gli antichi greci è su un gradino più in alto rispetto agli altri uomini, è qualcuno che si avvicina a un dio, ma rimane un uomo, con i suoi limiti, con le sue passioni, con le sue debolezze. Gli antichi sapevano bene che gli eroi erano uomini, ma migliori di loro, da tenere come modelli; e per questo agli eroi dedicavano statue, per loro componevano versi, in nome loro organizzavano feste. Gli eroi di Omero, i guerrieri che combattono sotto le mura di Troia, sono certamente uomini dalle eccezionali qualità, ma non sono perfetti, commettono errori, si macchiano di colpe, a volte di delitti. Sono mortali, perché nei loro corpi scorre il sangue, e non l'icore come in quelli degli dei.
Non si consideravano certo eroi le donne e gli uomini che sono morti più di settant'anni fa. Quando scrivono a casa le loro ultime lettere si scusano del dolore che stanno provocando alle loro famiglie e di non aver portato a termine il compito che si erano prefissati, insieme ai loro compagni. Quelle donne e quegli uomini che non si consideravano eroi erano mortali, nei loro corpi scorreva il sangue, e non furono esenti da colpe, perché avevano i loro limiti, le loro passioni, le loro debolezze. Ne erano consapevoli prima di tutto loro.
A noi, per fortuna, non è richiesto essere eroi. Non dobbiamo neppure avere la tempra che ebbero le donne e gli uomini della Resistenza. A noi è richiesto far esercizio di memoria e magari usare bene le parole; a volte ci capita di usare la parola eroe con eccessiva leggerezza e chiamiamo così un calciatore o un attore del cinema. Riserviamo ad altri questo onore. A noi è richiesto di studiare, di provare a capire come va il mondo, è richiesto di far bene il nostro lavoro, è richiesto di essere cittadini attivi e responsabili, ad esempio andando a votare. A noi è richiesto di essere solidali, almeno di provare a capire perché quell'uomo soffre, anche se non possiamo fare nulla per sollevarlo dal suo dolore. In sostanza a noi - che non siamo eroi né lo saremo - è richiesto almeno di non essere pigri. Come vedete non c'è nulla di eroico in questi compiti, eppure a volte anche questi ci sembrano così gravosi, tante volte non li rispettiamo, tradendo in questo modo quelli che davvero furono eroi, anche se non avrebbero voluto esserlo. Proprio come molti dei guerrieri giunti per mare davanti alle porte Scee.
Platone nel Cratilo offre due spiegazione etimologiche, entrambe ugualmente bizzarre, della parola eroe. Sono certamente sbagliate e credo ne fosse perfettamente consapevole. Il filosofo ateniese, fa dire a Socrate, rispondendo a Ermogene:
Tutti certamente sono nati o da un dio innamorato di una mortale, o da un mortale innamorato di una dea. Se, dunque, esamini, anche questo secondo l'antica lingua attica, capirai meglio: ti risulterà chiaro infatti, che, rispetto al nome di eroi è stata piccola l'alterazione per ottenere il nome. E, così, questo è il significato di eroi, oppure vuol significare che erano saggi e retori, sia abili, sia dialettici, essendo capaci di interrogare.
Nella parola greca ci sarebbe quindi o la stessa radice di amore, ossia eros, o quella di retorica. E qui Platone sembra voglia dirci che gli eroi sono proprio uomini, che amano e che discutono con i loro simili, anzi i veri eroi, i veri uomini, sono quelli che amano e quelli che sanno interrogare e interrogarsi sulle cose del mondo e della vita. Anche noi allora possiamo aspirare a essere un poco eroi. Basta essere donne e uomini; liberi.

W la RESISTENZA

da "Se questo è un uomo" di Primo Levi

Come ebreo, venni inviato a Fossoli, presso Modena, dove un vasto campo di internamento, già destinato ai prigionieri di guerra inglesi e americani, andava raccogliendo gli appartenenti alle numerose categorie di persone non gradite al neonato governo fascista repubblicano.
Al momento del mio arrivo, e cioè alla fine del gennaio 1944, gli ebrei italiani nel campo erano centocinquanta circa, ma entro poche settimane il loro numero giunse a oltre seicento. Si trattava per lo più di intere famiglie, catturate dai fascisti o dai nazisti per loro imprudenza, o in seguito a delazione.
Alcuni pochi si erano consegnati spontaneamente, o perché ridotti alla disperazione dalla vita randagia, o perché privi di mezzi, o per non separarsi da un congiunto catturato, o anche, assurdamente, per «mettersi in ordine con la legge». V’erano inoltre un centinaio di militari jugoslavi internati, e alcuni altri stranieri considerati politicamente sospetti.
L’arrivo di un piccolo reparto di SS tedesche avrebbe dovuto far dubitare anche gli ottimisti; si riuscì tuttavia a interpretare variamente questa novità, senza trarne la più ovvia delle conseguenze, in modo che, nonostante tutto, l’annuncio della deportazione trovò gli animi impreparati. Il giorno 20 febbraio i tedeschi avevano ispezionato il campo con cura, avevano fatte pubbliche e vivaci rimostranze al commissario italiano per la difettosa organizzazione del servizio di cucina e per lo scarso quantitativo della legna distribuita per il riscaldamento; avevano perfino detto che presto un’infermeria avrebbe dovuto entrare in efficienza . Ma il mattino del 21 si seppe che l’indomani gli ebrei sarebbero partiti. Tutti: nessuna eccezione. Anche i bambini, anche i vecchi, anche i malati. Per dove, non si sapeva. Prepararsi per quindici giorni di viaggio. Per ognuno che fosse mancato all’appello, dieci sarebbero stati fucilati.
Soltanto una minoranza di ingenui e di illusi si ostinò nella speranza: noi avevamo parlato a lungo coi profughi polacchi e croati, e sapevamo che cosa voleva dire partire. Nei riguardi dei condannati a morte, la tradizione prescrive un austero cerimoniale, atto a mettere in evidenza come ogni passione e ogni collera siano ormai spente, e come l’atto di giustizia non rappresenti che un triste dovere verso la società, tale da potere accompagnarsi a pietà verso la vittima da parte dello stesso giustiziere. Si evita perciò al condannato ogni cura estranea, gli si concede la solitudine, e, ove lo desideri, ogni conforto spirituale, si procura insomma che egli non senta intorno a sé l’odio o l’arbitrio, ma la necessità e la giustizia, e, insieme con la punizione, il perdono. Ma a noi questo non fu concesso, perché eravamo troppi, e il tempo era poco, e poi, finalmente, di che cosa avremmo dovuto pentirci, e di che cosa venir perdonati? Il commissario italiano dispose dunque che tutti i servizi continuassero a funzionare fino all’annunzio definitivo; la cucina rimase perciò in efficienza, le corvées di pulizia lavorarono come di consueto, e perfino i maestri e i professori della piccola scuola tennero lezione a sera, come ogni giorno. Ma ai bambini quella sera non fu assegnato compito.
E venne la notte, e fu una notte tale, che si conobbe che occhi umani non avrebbero dovuto assistervi e sopravvivere. Tutti sentirono questo: nessuno dei guardiani, né italiani né tedeschi, ebbe animo di venire a vedere che cosa fanno gli uomini quando sanno di dover morire. Ognuno si congedò dalla vita nel modo che più gli si addiceva. Alcuni pregarono, altri bevvero oltre misura, altri si inebriarono di nefanda ultima passione. Ma le madri vegliarono a preparare con dolce cura il cibo per il viaggio, e lavarono i bambini, e fecero i bagagli, e all’alba i fili spinati erano pieni di biancheria infantile stesa al vento ad asciugare; e non dimenticarono le fasce, e i giocattoli, e i cuscini, e le cento piccole cose che esse ben sanno, e di cui i bambini hanno in ogni caso bisogno. Non fareste anche voi altrettanto? Se dovessero uccidervi domani col vostro bambino, voi non gli dareste oggi da mangiare? Nella baracca abitava il vecchio Gattegno, con la moglie e i molti figli e i nipoti e i generi e le nuore operose. Tutti gli uomini erano falegnami; venivano da Tripoli, attraverso molti e lunghi viaggi, e sempre avevano portati con sé gli strumenti del mestiere, e la batteria di cucina, e le fisarmoniche e il violino per suonare e ballare dopo la giornata di lavoro, perché erano gente lieta e pia. Le loro donne furono le prime fra tutte a sbrigare i preparativi per il viaggio, silenziose e rapide, affinché avanzasse tempo per il lutto; e quando tutto fu pronto, le focacce cotte, i fagotti legati, allora si scalzarono, si sciolsero i capelli, e disposero al suolo le candele funebri, e le accesero secondo il costume dei padri, e sedettero a terra a cerchio per la lamentazione, e tutta notte pregarono e piansero. Noi sostammo numerosi davanti alla loro porta, e ci discese nell’anima, nuovo per noi, il dolore antico del popolo che non ha terra, il dolore senza speranza dell’esodo ogni secolo rinnovato.
L’alba ci colse come un tradimento; come se il nuovo sole si associasse agli uomini nella deliberazione di distruggerci. I diversi sentimenti che si agitavano in noi, di consapevole accettazione, di ribellione senza sbocchi, di religioso abbandono, di paura, di disperazione, confluivano ormai, dopo la notte insonne, in una collettiva incontrollata follia. Il tempo di meditare, il tempo di stabilire erano conchiusi, e ogni moto di ragione si sciolse nel tumulto senza vincoli, su cui, dolorosi come colpi di spada, emergevano in un lampo, così vicini ancora nel tempo e nello spazio, i ricordi buoni delle nostre case. Molte cose furono allora fra noi dette e fatte; ma di queste è bene che non resti memoria. Con la assurda precisione a cui avremmo più tardi dovuto abituarci, i tedeschi fecero l’appello. Alla fine, - Wieviel Stück? - domandò il maresciallo; e il caporale salutò di scatto, e rispose che i «pezzi» erano seicentocinquanta, e che tutto era in ordine; allora ci caricarono sui torpedoni e ci portarono alla stazione di Carpi. Qui ci attendeva il treno e la scorta per il viaggio. Qui ricevemmo i primi colpi: e la cosa fu così nuova e insensata che non provammo dolore, né nel corpo né nell’anima. Soltanto uno stupore profondo: come si può percuotere un uomo senza collera?

venerdì 22 aprile 2016

Verba volant (267): libro...


Oggi festeggiamo i libri, perché il 23 aprile 1616 - appena quattrocento anni fa - morivano William Shakespeare e Miguel de Cervantes. E' solo un'apparente contraddizione festeggiare un avvenimento luttuoso, perché in fondo né Shakespeare né Cervantes sono davvero morti, ma continuano a vivere e noi, tutti noi, siamo in qualche modo debitori di quei due grandissimi; come siamo debitori di tanti altri immortali.
In questi giorni ho avuto l'opportunità di vedere due versioni molto diverse di Amleto. Una più "classica" - se mi passate il termine, perché Amleto è sempre classico - ossia l'allestimento che il National Theater di Londra ha fatto in queste settimane con un bravissimo Benedict Cumberbatch e Amleto a Gerusalemme, una sorta di saggio della scuola di teatro che Gabriele Vacis e Marco Paolini hanno organizzato dal 2008 in Palestina. Spero che abbiate l'occasione di vederli o rivederli anche voi. Si tratta ovviamente di due lavori molto diversi, nati con obiettivi diversi, ma è stato utile vederli a pochi giorni di distanza, perché rendono evidente non solo quanto Shakespeare sia grande - e non serviva un ulteriore dimostrazione, basta prendere appunto un libro - ma quanto quei testi ci raccontino, qui e ora. E' stato particolarmente emozionante sentire il celeberrimo monologo di Amleto - To be or not to be - recitato nella sua lingua da un ragazzo palestinese. Evidentemente per un giovane uomo che da quando è nato si confronta con la morte, che vive in una situazione di conflitto, più o meno esasperato, ma pur sempre presente, per uno di una generazione su cui le storie dei padri pesano in maniera così angosciante, quelle parole hanno un valore così vivo, così drammaticamente cogente, che sembrano scritte apposta per lui. La rabbia di Amleto, la disperazione di Amleto, i dubbi di Amleto, ti appaiono allora in tutta la loro chiarezza: francamente credo di aver capito davvero quel monologo solo domenica scorsa - pur avendolo letto tante volte e averlo tante volte sentito recitare - quando quel ragazzo l'ha urlato a noi spettatori, ce l'ha gettato in faccia, chiedendoci in qualche modo di prendere posizione.
Mi era successa più o meno la stessa cosa qualche anno fa, quando vidi al cinema Cesare deve morire dei fratelli Taviani, il film che racconta la messa in scena del Giulio Cesare da parte di un gruppo di detenuti del carcere di Rebibbia. Per quegli uomini, alcuni dei quali avevano ucciso davvero, raccontare la storia di un omicidio, di un tradimento, di una vendetta, aveva certamente un valore pedagogico importante - e questo sarebbe bastato affinché quel progetto fosse significativo, fosse utile - ma quella rappresentazione serve a noi per capire meglio, in una luce assolutamente nuova, le parole di quel dramma.
Allora nel giorno in cui festeggiamo i libri, non limitiamoci a leggerli. Sarebbe già importante, ma con tutta evidenza non è sufficiente. Dovremmo anche impegnarci affinché possano essere letti, affinché tutti siano messi nelle condizioni di leggerli, indipendentemente dal luogo in cui sono nati, da dove e come sono vissuti, perché esperienze di formazione come quelle raccontate in Amleto a Gerusalemme e Cesare deve morire sono di fondamentale importanza per quelle donne e quegli uomini, quei giovani uomini e quelle giovani donne, ma poi per tutta la società. Festeggiare i libri ha un senso se le nostre azioni, la nostra politica. il nostro impegno, sono tesi a diffondere la cultura, a togliere gli ostacoli che ne limitano la diffusione, a sostenere l'educazione, in tutti gli ambiti. Altrimenti i libri sono destinati a rimanere oggetti che si caricano di polvere nelle case di pochi di noi che abbiamo la fortuna e l'opportunità di possederne. Ma i libri sono soprattutto le storie che raccontano, le idee che sono capaci di mettere in circolo, la libertà che si sprigiona dalle loro pagine. I libri siamo noi che li facciamo vivere e che - se ci riusciamo e quando ci riusciamo - li facciamo diventare leve di progresso. E di rivoluzione.
Vi chiedo di guardare pochi minuti di questo video - da 29:16 in particolare - perché c'è una piccola, ma incredibilmente complessa versione di Amleto, recitata da sette ragazzini e ragazzine di una scuola inglese. Dopo essersi alzati e aver detto che ciascuno di loro è uno dei personaggi del dramma, si stringono attorno al loro coetaneo che è Amleto e recitano insieme il monologo, che diventa in qualche modo un canto corale, assumendo un valore del tutto diverso e inedito. E' un Amleto di quattro minuti, ma è un Amleto perfetto. Ormai ci sembra quasi impossibile che a scuola si possa anche insegnare qualcosa - parliamo di scuola per raccontare di tutto, tranne quello che dovrebbe fare - eppure a scuola si può imparare perfino ad amare Shakespeare. Quelle ragazzine e quei ragazzini, con le loro storie, sono Shakespeare. E, speriamo, un giorno non troppo lontano, anche Don Chisciotte.

Verba volant (266): soccorso...

Soccorso, sost. m.

Non so se qualcosa di simile accade anche in altre città, ma a Bologna, se ti fai male a una gamba, hai due possibilità: se sei povero, vai al pronto soccorso, aspetti il tuo turno - magari anche per un po' di tempo, che a te che hai male sembra lunghissimo - e sarai curato; se sei ricco, puoi andare in una specie di pronto soccorso privato dove ti cureranno immediatamente, spendendo 100 euro, fatti salvi altri costi che ti potrebbero richiedere, per esami o l'intervento di specialisti. Questo però se ti fai male dal lunedì al venerdì e dalle 8.30 alle 18.30; perché se ti fai male durante la notte o alla domenica, ricco o povero che tu sia, dovrai sempre andare al pronto soccorso e assoggettarti alla fila.
Ovviamente i privati sono liberissimi di aprire un'attività come questa e i ricchi sono liberi di scegliere dove farsi curare, ma il pronto soccorso, per i ricchi e per i poveri, è qualcosa di indispensabile, che serve a tutti, e che tutti dovremmo finanziare, pagando le tasse. Purtroppo in Italia i ricchi le tasse per lo più le evadono e quindi la sanità pubblica la dobbiamo sostenere quasi solo noi poveri, mentre ovviamente ne beneficiano tutti. Poi sarebbe importante che gli ospedali avessero sufficienti risorse per potenziare l'attività di pronto soccorso, ad esempio per fare in modo che i tempi di attesa fossero un po' più brevi. Questo non sempre avviene, anche perché i politici decidono di investire sempre meno soldi sulla sanità pubblica, e magari si fanno fotografare mentre inaugurano le strutture private. Anzi si ha quasi l'impressione che chi amministra la sanità non si impegni poi troppo per migliorare la condizione degli ospedali, per favorire la nascita e la crescita di attività private. Non sono anni che ci raccontano che la sanità pubblica funziona male mentre quella privata è una fucina di eccellenze? Sarà anche così, peccato che il pronto soccorso dei privati chiuda alle 18.30, perché evidentemente costerebbe troppo tenerlo aperto tutta la notte e tutte le notti.
Ricordiamocelo la prossima volta che ci facciamo male a una gamba, ma soprattutto ricordiamocelo la prossima volta che andiamo a votare.

giovedì 21 aprile 2016

Verba volant (265): vittoria...

Vittoria, sost. f.

Il 21 aprile 1996 vincemmo le elezioni. All'improvviso mi sono reso conto che sono passati vent'anni: un'enormità.
Questa storia l'ho già raccontata, spero che chi l'ha sentita mi scuserà. Un paio di sere dopo fu convocata una grande manifestazione in piazza Maggiore a Bologna, proprio per festeggiare la vittoria. Da Granarolo eravamo andati in pullman, come al solito; in piazza incontrai un compagno un po' più giovane di me - che adesso è sindaco di un comune vicino a Bologna, è bravo, anche se è del pd - ci abbracciammo e uno di noi due disse: finalmente abbiamo vinto. Non ricordo le parole esatte, ma il senso era proprio questo: abbiamo aspettato tanto, ma finalmente ce l'abbiamo fatta. Mio padre, che era lì vicino, ci guardò, scuotendo la testa; anche in questo caso non ricordo le sue parole, ma il senso era chiaro: quelli della mia generazione possono dire di aver aspettato tanto, voi due è meglio che state zitti. Aveva ragione naturalmente.
In questi vent'anni sono successe molte cose, la più eclatante per me è stato il suicidio di quel partito in cui allora militavamo in tanti, compresi mio padre e io. Dopo quella vittoria, per qualche anno ho fatto il funzionario di quel partito e quindi mi sento una qualche responsabilità per quello che è successo. Non ho la pretesa di fare qui un'analisi politica, ma credo che in quella vittoria ci fosse già il germe che ci ha portato a oggi. Certamente quel governo fu un buon governo, probabilmente il migliore che ha avuto questo paese, e vincere allora è stato importante non per il vincere in sé, ma perché abbiamo fatto delle cose, abbiamo provato a indicare una direzione diversa. Che poi abbiamo progressivamente perso. Anche perché la necessità di vincere ci ha travolti; e infatti per quelli di adesso l'unica cosa che conta è proprio vincere.
Sento che ogni tanto qualcuno dice che dobbiamo tornare allo spirito dell'Ulivo, sogna la nascita di un "nuovo Ulivo". Francamente credo che abbiamo già dato, non solo perché le lancette della storia non possono tornare indietro, ma soprattutto perché non possiamo fare un tale sforzo, una fatica di Sisifo, per tornare a un punto da cui fatalmente ricadremmo nel precipizio.
Come sapete, io penso che occorra prendere un'altra direzione, che occorra ricominciare a parlare di socialismo, che non si debba aver paura di immaginare una prospettiva radicalmente diversa, rivoluzionaria avremmo detto una volta.
Intanto mio padre se n'è andato, io sono più vecchio di vent'anni e francamente non so se festeggerò ancora in piazza una vittoria. 

lunedì 18 aprile 2016

Verba volant (264): buttare...

Buttare, v. tr.

Tra le molte cose stupide dette da renzi nell'euforia della notte del 17 aprile, nella foga arrogante di reclamare per sé la vittoria, ce n'è stata una particolarmente grave:
è stato inutile buttare via 300 milioni di euro per questo referendum.
A parte il fatto che questa cifra è stata spesa perché il governo - di cui mi pare lui faccia parte - non ha voluto accorpare il referendum con le prossime, imminenti, elezioni amministrative, è significativa l'idea che tradisce questa battuta polemica. In una democrazia complessa far votare i cittadini è ovviamente un'operazione che ha un costo, perché va organizzata una struttura organizzativa molto ampia, che impiega moltissime persone, una struttura che ha forse anche qualche eccesso di burocratismo, ma che funziona bene e quindi è meglio preservare. In una democrazia far votare i cittadini è certamente un costo, ma quel costo non può essere considerato uno spreco.
Sappiamo che il presidente del consiglio ha deciso di astenersi, non è stata la prima volta nella storia dell'Italia repubblicana che il capo del governo non partecipa al voto, ma è comunque una ferita. E' stata una decisione legittima, anche se ovviamente discutibile, dal momento che la posizione del governo è stata quella di far sì che non si raggiungesse il quorum in modo da invalidare il referendum. E' stato un gioco sporco, un trucco, perché renzi sapeva che il no non avrebbe vinto e quindi ha in qualche modo sommato le astensioni politiche - chiamiamole così - con la quota fisiologica di astensioni, vincendo il referendum senza troppi sforzi. Per quanto questa operazione sia scorretta rientra ancora nella politica; è la politica peggiore, ma è ancora politica. Poi non stupiamoci se, contro questo modo di fare la politica cresce quella che chiamiamo antipolitica, quel senso si sfiducia nelle persone che siedono nelle istituzioni che diventa sfiducia per le istituzioni tout court.
Il presidente del consiglio però ha fatto di più e peggio. Non ha rappresentato soltanto la politica peggiore, ma anche l'antipolitica, perché quella greve battuta sui soldi gettati l'avrebbe potuta dire un qualsiasi leader populista - come un qualsiasi cretino al bar dopo un vermut di troppo - invece l'ha detta il presidente del consiglio, in televisione, in un momento in cui sapeva di essere ascoltato da moltissimi italiani. Non è una voce dal sen sfuggita, ma un messaggio chiaro a una parte del paese, quella peggiore.
E non è un caso che la riforma costituzionale che renzi ha partorito si basi tutta su una semplificazione di cui fanno le spese unicamente i momenti elettorali. Uno dei cavalli di battaglia del governo è l'abolizione delle Province. Questi enti ci sono ancora, continuano a svolgere delle funzioni, perché non potevano essere chiuse dall'oggi al domani, ma sono state abolite le elezioni provinciali. E infatti adesso a capo delle Province non siedono persone che noi abbiamo scelto, ma imbelli podestà - e meno sono attivi meglio è - scelti in buona sostanza dalle forze politiche, con operazioni non sempre trasparenti e spesso frutti di scambi poco onorevoli. Allo stesso modo la riforma del Senato - la madre di tutte le riforme - non prevede la chiusura di questa assemblea, ma solo l'abolizione della possibilità dei cittadini di votare, a favore di una composizione di nominati, che ovviamente risponderanno prima di tutto a chi ha avuto la bontà di sceglierli per quegli scranni. E così risparmiamo un po' di soldi che avremmo buttato per le elezioni provinciali, risparmiamo un po' di soldi che avremmo buttato per le elezioni del Senato e tutti saremo contenti, sui nostri nuovi treni acquistati con quelle risorse sottratte alla democrazia. Treni che immagino arriveranno sempre in orario.
Il problema è che quando si comincia a ragionare così è difficile capire dove poi alla fine si smetterà. Perché non è forse uno spreco votare ogni cinque anni per i sindaci e per i presidenti delle Regioni? Tanto più che questi ultimi, ingrati, promuovono anche i referendum contro il governo. E quanti soldi si spendono per votare i deputati con tutti quei seggi sparsi per l'Italia, tutte quelle schede, tutte quelle matite. C'è il meccanismo del televoto che funziona così bene: con quello decidiamo perfino chi vincerà Amici e non possiamo decidere chi deve fare il presidente del consiglio?
Mi dispiace matteo, per te Miss Italia finisce qui!    

giovedì 14 aprile 2016

"Il giorno più bello della storia" di Gianni Rodari


S'io fossi un fornaio
vorrei cuocere un pane
così grande da sfamare
tutta, tutta la gente
che non ha da mangiare
un pane più grande del sole
dorato profumato
come le viole
un pane così
verrebbero a mangiarlo
dall'India e dal Chilì
i poveri, i bambini
i vecchietti e gli uccellini
sarà una data da studiare a memoria:
un giorno senza fame!
Il più bel giorno di tutta la storia.

mercoledì 13 aprile 2016

Verba volant (263): pena...

Pena, sost. f.

Come credo di aver già scritto altre volte, io seguo pochissimo le vicende di cronaca nera, che invece occupano tanta parte dell'informazione, perché il sangue - possibilmente unito al sesso - fa vendere i giornali e fa crescere gli ascolti, alimenta una morbosità su cui tanti lucrano. E per questa ragione non so praticamente nulla dell'omicidio di Vanessa Russo né ho particolari curiosità. Mi ha colpito però la notizia - che immagino avrete letto anche voi - della decisione di un giudice di revocare la semilibertà a Doina Mattei, l'omicida, a seguito della pubblicazione su Facebook di alcune foto, che la ritraggono sorridente al mare.
Tralascio il fatto che Doina sia una giovane donna rumena, il che ha ovviamente scatenato giudizi - e pregiudizi - su questa vicenda, spesso intollerabilmente volgari e dichiaratamente razzisti. La questione offre molti spunti interessanti a prescindere dall'età, dal sesso e dalla nazionalità delle persone coinvolte. Sinceramente non so se nove anni di carcere siano una pena sufficiente per espiare, in tutto o in parte, la colpa di un omicidio. Dovessi rispondere d'istinto direi probabilmente di no, che si tratta di una pena troppo lieve, che nove anni non bastano per cambiare, ma poi, ragionandoci, capisco che non ho nessun elemento per rispondere a questa domanda. Come non ne avete voi. Spero che l'abbiano i giudici, anche se spesso mi viene il dubbio che a molti di loro manchi ogni pur minimo discernimento. Comunque ammettiamo che i giudici abbiano questa facoltà di sapere e di capire quello che noi non possiamo sapere e capire e quindi accettiamo la decisione di quel giudice che ha ritenuto che Doina potesse uscire dal carcere, perché aveva raggiunto un sufficiente grado di consapevolezza della propria colpa.
A dire la verità, non so neppure, in maniera astratta, se una pena sufficiente esista. Forse no. Se ragionassimo seguendo la legge del taglione, allora sarebbe davvero semplice amministrare la giustizia: Doina sarebbe dovuta morire, perché Vanessa. Una vita in cambio di un'altra. Mi pare che ormai tutti - o quasi - accettiamo che la giustizia non possa basarsi su questo criterio. In maniera altrettanto evidente non esiste una pena sufficiente a lenire il dolore di una famiglia che ha subito una perdita così drammatica: qualunque sia la pena scontata da Doina, fosse pure la morte, il dolore dei genitori di Vanessa e di quelli che le hanno voluto bene non sarebbe affievolito in questi nove anni.
La giustizia allora mi pare sia questa ricerca, per forze di cose approssimata, a volte suscettibile di errore, volta a capire quando la persona che ha commesso un delitto, anche uno così efferato come un omicidio, può tornare a essere libera, perché non costituisce più un pericolo e perché ha preso consapevolezza della propria colpa. Come potete immaginare, non amo molto il termine pentimento, che mi pare attenga a un'altra sfera. In alcuni casi probabilmente questo momento non arriva mai, in altri può arrivare anche molto presto. La società affida ai giudici questo compito, sapendo che possono sbagliare.
Tornando alla vicenda che in tanti commentiamo, cosa fa una qualunque ragazza di trent'anni in una bella giornata di primavera in cui non lavora? Se vive vicino al mare probabilmente va in spiaggia con qualcuno che conosce. E visto che ha con sé un telefono - ce l'hanno tutte - si fa una foto e la pubblica su Facebook. Io non ho più trent'anni, eppure domenica sono andato in giro con mia moglie e la sera ho pubblicato le foto di quella gita, per condividere un momento sereno con le persone con cui sono normalmente in contatto. Quelle foto, così normali, così banali, hanno scatenato una reazione violenta, che ha forse contribuito a determinare la decisione di un altro giudice di sospendere la semilibertà. Se quel giudice ha preso questa decisione perché ritiene che Doina non meriti ancora quel regime non ho motivo di discutere il suo verdetto. Lui sa qualcosa che io non so. Se deciderà che Doina non potrà più avere un profilo su Facebook sarebbe una decisione comprensibile, perché ormai in questo nostro mondo così social, dobbiamo anche prevedere questo caso, così come molti di noi hanno deciso a chi far gestire il proprio profilo quando non ci saranno più. Se quella decisione è stato un modo per rispondere alle critiche di una parte di opinione pubblica, credo sia stata un errore, perché appunto noi, tutti noi, non sappiamo.
Ho letto in alcuni commenti che Doina viene accusata di sorridere in quelle foto. Io spero proprio che in questi nove anni Doina abbia avuto l'occasione di sorridere, e non solo in quel pomeriggio al mare, per l'abbraccio di una persona cara o per aver visto un raggio di sole o sentito il cinguettio di un uccello: le cose per cui sorridiamo noi, normalmente, anche quando siamo colpiti da un dolore molto forte, e quel sorriso un po' ce lo attenua, ma certo non ce lo fa dimenticare. Cosa siamo diventati se pretendiamo che chi espia una pena non possa più sorridere?
Uno dei testi fondamentali della nostra civiltà è l'Orestea di Eschilo. Nell'ultima tragedia di questa trilogia si celebra il processo contro Oreste, reo di aver ucciso la madre, colpevole a sua volta di aver ucciso il suo sposo Agamennone, che lei credeva aver ucciso la figlia Ifigenia: è la giustizia basata sulla legge del taglione, una vita in cambio di un'altra vita. Le Erinni, dee antichissime, custodi dell'ordine antico, pretendono la morte del giovane omicida, chiedono vendetta, vogliono che quella scia di sangue non venga interrotta, ma Atena, la dea dell'ordine nuovo, impone l'assoluzione di Oreste. Eschilo racconta, con questo mito, il passaggio dalla vendetta alla giustizia, sancito dal fatto che le Erinni saranno onorate ancora come dee, ma con il nome di Eumenidi, ossia le benevole.
Di questa trilogia c'è una celebre e bella traduzione di Pier Paolo Pasolini, fatta su richiesta di Vittorio Gassman. Quasi al termine dell'ultima tragedia, quando Atena celebra la fine del processo e la decisione delle Erinni di accettare il nuovo ordine, la dea, rivolgendosi ai cittadini di Atene, dice:
Chi non capisce che è giusto accettare
tra noi queste primordiali divinità
non capisce i contrasti della vita.
E, poco dopo aggiunge:
Soltanto chi ama
può ricevere amore.

lunedì 11 aprile 2016

Verba volant (262): responsabilità...

Responsabilità, sost. f.

E' lecito intervistare "il male"? Al di là delle polemiche di questi giorni, la domanda che ha posto - in forma retorica e con scopo evidentemente autoassolutorio - un giornalista piuttosto noto, al centro proprio di queste polemiche, credo meriti una risposta, perché pone degli interrogativi non solo a chi fa quel mestiere - una funzione essenziale, preziosa e molto delicata in una democrazia - ma anche a quelli come me - e siamo tanti ormai - che fanno un altro lavoro e nel tempo libero scrivono per qualcuno - pochi o molti che siano non importa - che ha l'interesse e la pazienza di leggerci. E poi naturalmente è qualcosa che investe tutti noi, per il solo fatto che siamo cittadini.
A questa responsabilità dello scrivere sto pensando in verità da un po' di tempo, da quando un certo numero di persone - per me inaspettatamente - ha cominciato regolarmente a leggere quello che scrivo. E in alcuni casi a condividerlo e diffonderlo. All'improvviso mi sono reso conto che non è un gioco, o qualcosa che faccio per me stesso, ma ha una sua funzione nella società, limitata quanto volete, ma ce l'ha. Vi racconto un fatto curioso. La mattina che ho saputo che Umberto Eco era morto, ho pensato di commentare quella notizia con una battuta, uno scherzo, credendo che sarebbe stato il modo più adatto per rendere omaggio a una persona così brillante, che spesso aveva messo a disposizione la propria cultura per farci ridere, facendoci in questo modo pensare. Allora ho scritto:
renzi: «sono addolorato per la morte di Umberto Eco; "Va dove ti porta il cuore" è uno dei miei libri preferiti»
Evidentemente era una battuta di spirito - più o meno riuscita, più o meno divertente, questo non è importante - che però diverse persone - troppe persone - hanno considerato come una "notizia". Quel giorno ho capito che potevo dire una bugia, magari più credibile di quella, meglio costruita, e quella bugia per qualcuno poteva diventare la verità. E' un potere - forse un piccolo potere - ma che ti può dare alla testa e che quindi devi maneggiare con attenzione.
Allo stesso modo nei giorni scorsi ho visto che parecchie persone hanno condiviso la foto di una bella ragazza succintamente svestita e in posa provocante, vagamente somigliante a una nota ministro di questo governo, traendone le considerazioni che potete immaginare sulla passata attività di quella stessa esponente politica. Forse ricorderete che qualche tempo fa girava una foto delle ragazze coccodè di Indietro tutta, in cui più d'uno riconosceva l'attuale presidente della Camera; e anche qui preferisco tralasciare i commenti. Ho preso di proposito due "notizie" paradossalmente false, stupidamente false, grettamente false, eppure per molte persone vere. Immagino che il primo che le ha diffuse si sia sentito particolarmente fiero di queste mascalzonate, che nascondono - oltre che un maschilismo meschino - un intento politico molto evidente.
Anch'io sono di parte, sono fazioso, a volte questa mia ostinazione mi fa prendere delle cantonate, ma sono anche tranquillo, perché questa netta scelta di campo è esplicita ed esplicitata: se leggete quello che scrivo, capite subito da che parte sto e - spero - che c'è una coerenza in quello che dico. Questa coerenza voglio sia il segno della mia responsabilità nello scrivere; almeno penso dovrebbe essere la regola a cui sia giusto attenersi. Poi si possono dire anche cose sgradevoli - ne dico a volte, volutamente - si possono dire cose sbagliate - mi succede anche questo - ma cerco che quello che leggete rispecchi in pieno quello che penso. La responsabilità è anche questo patto tra chi scrive e chi legge.
Con questi esempi voglio dire che la rete non ha creato un problema, ma lo ha ampliato, in quanto ha democratizzato - e questo credo sia un bene - la possibilità di scrivere e di essere letti. Se vent'anni fa questo poteva essere un problema soltanto per specialisti, per quei pochi che avevano il compito di informare tutti gli altri e il privilegio di scrivere sui giornali e di andare in televisione, adesso è un problema che potenzialmente riguarda ogni cittadino, perché tutti hanno la concreta possibilità di pubblicare le proprie idee. Ed è qualcosa a cui credo che non siamo preparati, a cui non ci hanno preparati.
Torno alla domanda con cui ho iniziato questa definizione. Personalmente credo sia lecito intervistare "il male" e quindi non mi sento di criticare quel giornalista per averlo fatto. Ma dipende da come lo si fa, da che domande gli si pone, da che regole vengono concordate. Non entro nel merito di quello che è stato detto in un'intervista che non ho visto - perché non vedo mai quel programma - non voglio parlare dei contenuti espliciti e impliciti che quella persona ha potuto comunicare in televisione, grazie a quel programma - ne hanno già parlato esperti di quel fenomeno complesso, in cui certe espressioni contano, certi silenzi sono importanti più delle parole - ma sto al contenitore. Se pur di fare quell'intervista accetti le regole imposte dal tuo interlocutore, ad esempio facendogli firmare la liberatoria solo dopo che l'intervista è stata registrata e visionata, allora ti sei arreso al male, e hai fatto un cattivo servizio al tuo lavoro e alla democrazia. Sei riuscito a fare una cosa che gli altri non sono riusciti a fare, puoi diventare il più famoso, il più ricco, il più potente, ma lo hai fatto ingannando te stesso, prima ancora che le persone che dovresti informare, quelle che ti leggono o che ti guardano in televisione. Hai violato il patto; nel modo più grave possibile.
Non credo che esista una soluzione a questo problema. Certo si possono imporre delle regole, che però verranno violate: è la natura umana. E ci sarà sempre qualcuno che metterà davanti alla verità e alla propria coscienza la ricerca del successo e del potere. La soluzione sta in noi: la legge morale in me, come diceva Kant.
Però adesso c'è la rete e tutto è esponenzialmente più complesso. Questa responsabilità si può insegnare, si deve insegnare. E dobbiamo farlo, prima di tutto praticandola e poi criticando chi non lo fa, come è successo in questi giorni. Non tanto per avere persone capaci di scrivere, ma per avere persone capaci di leggere. Per avere persone che onorino quel patto tra chi scrive e chi legge, che in fondo è il patto tra chi si riconosce far parte di una società, magari con l'ambizione di migliorarla. Tutti insieme.

mercoledì 6 aprile 2016

Verba volant (261): petrolio...

Petrolio, sost. m. 
Mi sono caduti per caso gli occhi sulla parola petrolio in un articoletto credo de "L’Unità", e solo per aver pensato la parola petrolio come il titolo di un libro mi ha spinto poi a pensare alla trama di tale libro. In nemmeno un'ora questa "traccia" era pensata e scritta.
Sono parole di Pier Paolo Pasolini, scritte nel 1972 in calce a un foglio di uno dei quaderni, in cui si trova quello che rimane di quello che probabilmente sarebbe stato il suo ultimo lavoro, visto che in una celebre intervista del gennaio 1975, disse che questo romanzo lo avrebbe impegnato per anni, forse per il resto della mia vita, perché doveva rappresentare una specie di “summa” di tutte le mie esperienze, di tutte le mie memorie. Petrolio fu davvero la sua ultima opera, perché il 2 novembre di quello stesso anno Pasolini venne ucciso, forse proprio a causa di Petrolio.
Chi lo fece uccidere magari pensava che in quel libro ci sarebbero state rivelazioni scottanti, denunce dettagliate di crimini commessi in nome di quel bene - allora come oggi - così prezioso. Pasolini però non stava scrivendo un pamphlet, non stava raccogliendo prove, non stava preparando un dossier da usare contro i suoi nemici: pensare questo sarebbe ridurlo al rango di un qualsiasi mestatore, come un Mino Pecorelli qualsiasi, anche lui ucciso qualche anno dopo. Pasolini era un artista, un intellettuale - con Italo Calvino ed Eduardo De Filippo, uno dei più importanti dell'Italia del secondo Novecento - e chi l'ha ucciso sapeva benissimo che il pericolo rappresentato da Pasolini non erano le informazioni che poteva aver raccolto, ma la consapevolezza che poteva far nascere nei suoi lettori, contemporanei e futuri. Chi ha ucciso Pasolini ha corso quel rischio perché una voce del genere doveva essere fatta tacere, non per le cose che diceva, ma per le idee che faceva vivere nelle sue opere, perché un uomo come lui insegnava a pensare. Quelli che hanno ucciso Pasolini, anche se erano così potenti, anche se avevano a disposizione tante ricchezze e tanti mezzi, avevano paura di lui, di quell'uomo disarmato, ma credo abbiano sopravvalutato noi italiani: neppure uno come Pasolini ci avrebbe svegliato dal nostro colpevole torpore.
A Pasolini forse importava relativamente poco sapere e far sapere chi avesse ucciso Enrico Mattei, che ruolo ebbe in quell'omicidio Eugenio Cefis, in quali affari fosse allora implicata l'Eni, chi fossero gli uomini a libro paga di quell'azienda nella politica e nel giornalismo. Pasolini, come spiega egli stesso all'amico Paolo Volponi, dice che il suo romanzo è
il grande protagonista della divisione internazionale del lavoro, del mondo del capitale che è quello che determina poi questa crisi, le nostre sofferenze, le nostre immaturità, le nostre debolezze, e insieme le condizioni di sudditanza della nostra borghesia, del nostro presuntuoso capitalismo.
Pasolini in Petrolio descrive da un lato l'arroganza volgare degli uomini di potere e dall'altro la nostra resa a questo potere, non tanto per paura, ma per una volontaria adesione a una pseudocultura senza valori. Racconta il volto più terribile del potere, quello che non solo è disposto a uccidere per garantire i propri privilegi, per accrescere la propria ricchezza, ma soprattutto che ha trovato il modo di renderci schiavi, omologandoci alla sua parte peggiore. Racconta la creazione di un sistema di valori negativi a cui l'intera società pare essersi assuefatta. Pasolini racconta in Petrolio quello che noi siamo diventati.
Basta sfogliare un qualsiasi giornale, aprire un qualsiasi sito e scoprire che, quarant'anni dopo, la storia del nostro paese gira ancora intorno al petrolio - è la parola che in questi giorni ritorna con assillante frequenza - e al potere che questo rappresenta, all'avidità delle classi dirigenti che questo elemento scatena, agli inganni e ai crimini che fa compiere. Ed è inquietante vedere la rappresentazione che il potere offre di se stesso, così simile a quella immaginata da Pasolini. Un potere che rimane arrogante, volgare, che è ancora più forte di quanto non fosse allora, che è disposto a uccidere, ora come allora. In fondo la morte di Giulio Regeni nasce da lì, dagli affari dell'Eni in Egitto, nasce in quel mondo di complicità, che Pasolini ci fa intuire prima ancora di raccontarcelo. 
Però a leggere le cronache di questi giorni prende una sconforto ancora maggiore, un senso di schifata sofferenza, perché i rappresentanti di quel potere non hanno nulla di tragico, ma sembrano usciti da una pochade di infimo livello: la bruttina stagionata ricca e potente, il gagà siciliano che ne sfrutta il nome per entrare in società e per fare i suoi traffici, sono personaggi da farsa e non da tragedia. Eppure noi subiamo una tragedia, subiamo lo sfruttamento sistematico del nostro territorio, veniamo noi stessi sfruttati e derubati, soffriamo per la rapacità del capitalismo, ma rimaniamo imbambolati davanti ai nostri televisori e guardiamo a quel mondo corrotto con malcelata invidia, cercando di scimmiottarne i comportamenti. Non siamo più solo vittime di questo potere crudele, ma ne siamo diventati in qualche modo complici, e infatti non esitiamo a sfruttare quelli che sono ancora più deboli di noi, quelli che arrivano qui dall'altra parte del mondo, anche perché vengono cacciati dai loro paesi da aziende come Eni, come Total, che pur di fare i loro affari, fomentano guerre, distruggono risorse, uccidono chi è un intralcio ai loro guadagni. 
Quarant'anni dopo quel petrolio è ancora più viscido, ha contaminato ormai i pozzi a cui attingiamo l'acqua, il suo odore pesante, nauseabondo, è entrato nelle nostre fibre, lo mangiamo, e ringraziamo chi ci fa vivere così, lo votiamo perfino, affinché possa continuare a sfruttarci. Hanno vinto loro e fanno tutto quello che vogliono, perché sanno che Petrolio non ci ha insegnato nulla: sono solo gli appunti confusi lasciati da un uomo che è morto.