lunedì 21 luglio 2014

da "La guerra del Peloponneso" (V, 84-114) di Tucidide

Nell’estate seguente Alcibiade giunse per mare ad Argo con venti navi e arrestò trecento Argivi sospetti di favoreggiamento per Sparta: gli Ateniesi li deportarono nelle isole vicine loro suddite. E gli Ateniesi fecero una spedizione contro l’isola di Melo con trenta navi loro, sei di Chio, due di Lesbo, e con 1200 opliti, 300 arcieri e 20 arcieri a cavallo venuti da Atene, 1500 opliti circa venuti dagli alleati e dagli isolani.
I Meli infatti sono coloni dei Lacedemoni e non volevano sottostare ad Atene come gli altri isolani, ma dapprima se ne stavano tranquilli in quanto neutrali, poi, costretti dagli Ateniesi che ne devastavano la terra, si volsero a guerra aperta.
Invasa la terra e accampatisi con questi contingenti, gli strateghi Cleomede di Licomede e Tisia di Tisimaco, prima di colpire il territorio, inviarono ambasciatori per intavolare una discussione. Ma i Meli non li condussero davanti al popolo, bensì li invitarono a parlare su quegli affari, per i quali erano venuti, stando davanti ai magistrati e agli oligarchi.
E gli ambasciatori ateniesi così parlarono: «Dal momento che la discussione non ha luogo in presenza del popolo, evidentemente perché esso resti ingannato non potendo udire, in un discorso continuato, argomenti persuasivi e inconfutabili una volta per tutte (abbiamo capito, infatti, che questo è lo scopo per cui ci avete condotto in disparte di fronte agli oligarchi), voi che siete qui seduti cercate di agire in modo ancor più sicuro. Rispondete punto per punto, e neppure voi con un discorso continuato, ma replicando subito a quelle frasi che a vostro parere sono inesatte. E dapprima diteci se vi piace la proposta che vi facciamo».
E i consiglieri Meli risposero: «La ragionevolezza dell’informarci tranquillamente a vicenda non incontra il nostro biasimo, ma i preparativi di guerra, che sono già qui presenti e non tarderanno a mostrarsi, ci appaiono discordanti da tutto ciò. Vediamo che voi siete venuti qui a giudicare ciò che diremo, e che la conclusione della discussione, se, come è naturale, noi avremo la meglio in difesa del diritto e perciò non cederemo, ci porterà la guerra, mentre ci porterà la schiavitù se ci faremo persuadere».
ATENIESI
«Se siete venuti qui con noi per far calcoli sui vostri sospetti per il futuro, o per qualche altro scopo che non sia quello di prendere per la città, sulla base delle circostanze presenti e di ciò che sta sotto i vostri occhi, una deliberazione che la salvi, smetteremo di parlare; se invece siete venuti proprio per questo, parliamone».
MELI
«È naturale e comprensibile per persone che si trovano in questa situazione volgersi a considerare tante cose, sia con parole che con supposizioni. Pure, la presente riunione è stata indetta per discutere della nostra salvezza, e la discussione si svolga, se vi piace, nel modo in cui ci invitate a discutere».
ATENIESI
«Noi dunque non vi offriremo una non persuasiva lungaggine di parole con l’aiuto di belle frasi, cioè che il nostro impero è giusto perché abbiamo abbattuto i Persiani o che ora perseguiamo il nostro diritto perché siamo stati offesi, ma ugualmente pretendiamo che neppure voi crediate di persuaderci dicendoci che, per quanto coloni dei Lacedemoni, non vi siete uniti a loro per farci guerra o che non ci avete fatto alcun torto. Pretendiamo invece che si mandi ad effetto ciò che è possibile a seconda della reale convinzione che ha ciascuno di noi, perché noi sappiamo al pari di voi che nelle considerazioni umane il diritto viene riconosciuto in relazione a una uguale necessità per le due parti, mentre chi è più forte fa quello che ha potere di fare e chi è più debole cede».
MELI
«A nostro parere, almeno, è utile (è necessario infatti usare questo termine, dal momento che avete proposto di parlare dell’utile invece che del giusto) - è utile che noi non distruggiamo questo bene
comune ma che sia salvaguardato il diritto che spetta a colui che di volta in volta si trova in mezzo ai pericoli, e che sia avvantaggiato colui che riesce a persuadere un altro anche senza raggiungere i limiti dell’esattezza più rigorosa. E questo fatto non è meno utile nei vostri riguardi, in quanto in caso di insuccesso sarete d’esempio agli altri a prezzo di una severissima punizione».
ATENIESI
«Ma noi non temiamo la fine del nostro impero se anche dovesse finire, perché non sono terribili per i vinti quelli che come i Lacedemoni comandano ad altri (e del resto la presente contesa non riguarda noi e i Lacedemoni), bensì i soggetti, qualora di propria iniziativa assalgano chi comanda e lo sottomettano. E su questa questione ci sia permesso di correre rischi: ma che noi siamo qui per favorire il nostro impero e che per salvare la nostra città ora vi facciamo questi discorsi, tutto ciò ve lo mostreremo, intenzionati a comandare a voi senza spendere fatica e a salvarvi con vantaggio di entrambi».
MELI
«E come può derivare dell’utile a noi dall’essere vostri schiavi, come a voi dal comandarci?».
ATENIESI
«Perché a voi toccherebbe obbedire invece di subire la sorte più atroce, mentre noi , se non vi distruggessimo, ci guadagneremmo».
MELI
«E non potreste accettare che noi, restando in pace, fossimo amici invece che nemici, ma alleati di nessuna delle due parti?».
ATENIESI
«No, perché la vostra ostilità non ci danneggia tanto quanto la vostra amicizia, manifesto esempio per i sudditi della nostra debolezza mentre l’odio lo è della nostra potenza».
MELI
«È così che vedono la giustizia i vostri sudditi, sì da porre sullo stesso piano quei popoli che non hanno niente a che fare con voi e quelli che, vostri coloni per la maggior parte e vostri ribelli in un certo numero, sono stati da voi assoggettati?».
ATENIESI
«Sì, perché credono che né gli uni né gli altri manchino di giustificazioni per se stessi, e credono che alcuni di loro possano salvarsi grazie alla loro potenza, mentre noi non li assaliamo per paura. Sicché, oltre a farci comandare a un maggior numero di persone, voi con la vostra sottomissione ci fornireste un motivo di sicurezza, tanto più se, isolani e per giunta più deboli di altri, voi foste sconfitti da un popolo dominatore del mare».
MELI
«E nell’altro caso non credete di trarne sicurezza? Giacché, come voi ci avete distolto dal discorrere della giustizia e ci avete consigliato di obbedire a ciò che è utile per voi, così noi, mostrandovi il nostro vantaggio, dobbiamo cercare di persuadervi che il nostro utile può coincidere col vostro. E in realtà tutti coloro che ora sono neutrali, come non ve li renderete nemici allorché, guardando a quanto avviene a noi, penseranno che un giorno voi assalirete anche loro? In tal caso, che altro farete se non accrescere il numero dei vostri nemici e persuadere i riluttanti ad esserlo, anche se ora non ne hanno alcuna intenzione?».
ATENIESI
«No, perché noi non consideriamo pericolosi coloro che, abitatori di qualche parte della terraferma, grazie alla loro intatta libertà si guarderanno bene dallo stare sulla difensiva nei nostri riguardi; al contrario, noi temiamo quelli che, da qualche parte, sono isolani e non soggetti al nostro impero, come voi, insieme con coloro che ormai sono esasperati dalla costrizione del nostro dominio. Perhé costoro, abbandonandosi a calcoli errati, potrebbero numerosissime volte esporre se stessi e noi a un manifesto pericolo».
MELI
«Certo, se voi affrontate tali pericoli perché il vostro impero non abbia mai fine, e se i vostri sudditi li affrontano per liberarsene, per noi che siamo ancora liberi sarebbe grande viltà e debolezza non affrontare ogni rischio prima di essere schiavi».
ATENIESI
«No, se la vostra deliberazione sarà ispirata a saggezza: ché per voi la lotta ora non è su un piano di parità, per decidere della vostra valentia, e cioè perché non siate tacciati di un’onta; ora piuttosto si decide la salvezza, cioè di non opporsi a chi è molto più forte».
MELI
«Ma noi conosciamo le vicende della guerra, che talvolta danno una sorte comune alle due parti avverse più di quanto ci si potrebbe aspettare dalla disparità delle forze; e per noi il cedere immediatamente ci priva di ogni speranza, mentre con l’agire c’è ancora qualche speranza di restare ritti in piedi».
ATENIESI
«Ma la speranza, che incoraggia al pericolo, se anche danneggia quelli che vi si affidano in una situazione di abbondanza, pure non li rovina. Ma quelli che tentano la sorte con tutte le loro sostanze (ché la speranza è per sua natura prodiga), la conoscono subito appena scivolano: essa però non lascia indietro qualche occasione perché uno possa poi stare attento, una volta che l'ha conosciuta. E voi, che siete deboli e vi potete permettere una sola gettata di dadi, non vogliate subire questo danno o rendervi simili a molti uomini che, pur potendo salvarsi con mezzi umani, una volta che la speranza di manifesti aiuti li abbia abbandonati in mezzo alla sventura, si volgono alla speranza di ricevere soccorsi invisibili, e cioè alla mantica e ai vaticini e a tutte le altre cose di questo genere che affliggono gli uomini insieme con le speranze».
MELI
«Certo anche noi, siatene sicuri, pensiamo che è difficile lottare contro le vostre forze e contro la sorte, se essa non sarà favorevole. Pure, noi confidiamo di non essere da meno per quanto riguarda la sorte che ci manderà la divinità, giacché noi, pii, ci opponiamo a persone in giuste, e abbiamo fiducia che l’inferiorità delle nostre forze sarà compensata dall’alleanza coi Lacedemoni, i quali saranno costretti ad aiutarci se non altro per dovere di consanguineità e per sentimento dell’onore. E insomma, la nostra audacia non ci sembra del tutto infondata».
ATENIESI
«Ma per quanto riguarda la devozione dei sentimenti verso la divinità, neppure noi crediamo di essere da meno, per ché noi non pretendiamo né portiamo ad effetto alcuna cosa che devii dalle umane credenze nei confronti della divinità o dai desideri degli uomini nei confronti di se stessi. Noi crediamo infatti che per legge di natura chi è più forte comanda: che questo lo faccia la divinità lo crediamo per convinzione, che lo facciano gli uomini lo crediamo perché è evidente. E ci serviamo di questa legge senza averla istituita noi per primi, ma perché l’abbiamo ricevuta già esistente e la lasceremo valida per tutta l’eternità, certi che voi e altri vi sareste comportati nello stesso modo se vi foste trovati padroni della stessa nostra potenza. E così nei confronti della divinità, per quanto è probabile, non crediamo di essere inferiori a voi; quanto alla convinzione che avete nei riguardi dei Lacedemoni, per cui confidate che accorreranno in vostro aiuto per un sentimento d'onore, noi, pur considerando beata la vostra inesperienza, non invidiamo la vostra pazzia. I Lacedemoni, di solito, sono valorosi quando sono chiamati in causa loro stessi con le loro consuetudini patrie, ma sul loro modo di trattare gli altri, sebbene vi sia molto da dire, pure in breve si potrebbe mostrare che costoro, nel modo più evidente tra tutti gli uomini che conosciamo, considerano onesto ciò che è piacevole e giusto ciò che è utile. Eppure, una tale convinzione non reca vantaggio agli irrazionali tentativi di salvezza a cui ora vi volgete».
MELI
«Ma noi abbiamo fiducia che per via dell’utile che ne deriva i Lacedemoni non vorranno, col tradire i Meli loro coloni, diventare infidi a quei Greci che sono favorevoli a loro e util i a quelli che sono loro nemici».
ATENIESI
«Non credete che l’utilità si accompagni alla sicurezza, mentre il giusto e l’onesto si compiono con pericolo (cosa che, solitamente, i Lacedemoni non osano fare)?».
MELI
«Ma noi crediamo che loro tanto più affronteranno il pericolo per noi e lo considereranno meno grave di quello affrontato per altri, in quanto noi siamo situati vicino alle azioni militari del Peloponneso e siamo più fidati di altri per via della consanguineità che si rivela nel nostro modo
di pensare».
ATENIESI
«Ma la sicurezza, ai soccorritori, non è data dal benvolere di chi li ha chiamati in aiuto, ma solo dalla propria eventuale superiorità nell’agire, e a questo i Lacedemoni badano più degli altri (per sfiducia nel proprio apparato militare assalgono i vicini ricorrendo perfino all’aiuto di molti alleati), sicché non è probabile che compiano la traversata per arrivare fino a un'isola mentre noi siamo signori del mare».
MELI
«Essi però potrebbero anche delegare altri a farlo, e vasto è il mare di Creta, in cui la cattura di qualcuno da parte di chi ne ha il controllo è più difficile di quanto non lo sia la salvezza di chi vuole passare inosservato. E se fallissero in questo intento, potrebbero anche rivolgersi contro la vostra terra e contro quegli alleati che vi sono rimasti e che Brasida non ha assalito; e le difficoltà allora non sorgerebbero tanto per una terra che non vi riguarda, quanto per la difesa del vostro suolo e di quello degli alleati».
ATENIESI
«Ma una di queste eventualità non si potrà realizzare se non dopo che voi avrete sperimentato la vostra sorte e imparerete che gli Ateniesi non si sono mai ritirati da un assedio per timore di altri. E noi riflettiamo che, pur avendo detto di volerci consultare per provvedere alla vostra salvezza, in questa discussione voi non avete detto ancora niente che possa dare agli uomini la fiducia di potersi salvare. Al contrario, le vostre maggiori forze sono rappresentate da speranze di cose di là da venire, mentre le forze che sono qui presenti sono insufficienti a vincere quelle schierate di fronte. E voi mostrate grande irragionevolezza se, dopo averci congedati, non prenderete qualche decisione più equilibrata di questa. Che certo non vi volgerete a quel sentimento di onore, il quale procura grandi rovine agli uomini quando sorge in mezzo ai pericoli più evidenti e dall’esito più vergognoso. Infatti a molti, che pur prevedevano a che cosa andavano incontro, il cosiddetto sentimento dell’onore, sorretto dalla forza di un nome ingannevole, trascinò con sé, una volta che le suddette persone furono vinte da quella parola, il destino di piombare volontariamente nelle sciagure più atroci e di attirarsi per colpa della loro stessa irragionevolezza una vergogna più vergognosa che se fosse dipesa dalla sorte. Ma da questo avvenire, se la vostra decisione sarà saggia, voi vi guarderete, e non considererete sconveniente essere vinti dalla più potente città, la quale vi sollecita a obbedire alle sue moderate richieste, a divenirne alleati conservando la vostra terra (pur essendo sottomessi a un tributo) e, quando vi si concede la scelta tra la guerra e la sicurezza, a non intestardirvi nella soluzione peggiore. Coloro che non cedono a chi è pari di forze, si comportano al meglio di fronte ai più forti e sono moderati verso i più deboli, costoro ottengono i più grandi successi. Riflettete dunque, anche dopo la nostra partenza, e ricordatevi più volte che state per prendere una decisione che riguarda la vostra patria, la quale è una sola e la cui salvezza dipende da un’unica decisione, a seconda che essa sia quella giusta o meno».
Gli Ateniesi abbandonarono la discussione: i Meli, trattisi in disparte, poiché le loro vedute erano ressappoco simili alle risposte date nel dibattito, così risposero: «Le nostre convinzioni non sono mutate, o Ateniesi, né in così breve tempo priveremo della sua libertà una città abitata già da settecento anni, ma fiduciosi nella sorte che ci manda la divinità, la quale ha sempre salvato la città fino ai nostri giorni, fiduciosi inoltre nel soccorso degli uomini e dei Lacedemoni, cercheremo di salvarci. Noi vi proponiamo di esservi amici, e nemici di nessuna delle due parti in lotta, e vi invitiamo a ritirarvi dalla nostra terra dopo aver concluso un trattato che sembri essere utile sia a noi che a voi».
Così dunque risposero i Meli; gli Ateniesi, sciogliendo ormai il convegno, dissero: «Certo, a giudicare da queste vostre decisioni, voi, soli tra tutti quelli che conosciamo, considerate più sicuro il futuro del presente e, per il fatto che lo desiderate, contemplate l’incerto come se si stesse già realizzando e, gettandovi nelle braccia dei Lacedemoni e delle speranze e della sorte, quanto più siete pieni di fiducia, tanto più conoscerete gravi sciagure».
E gli ambasciatori ateniesi tornarono al loro esercito: gli strateghi ateniesi, poiché i Meli non cedevano, si dettero subito alle operazioni belliche e, essendosi diviso il lavoro città per città, assediarono tutto all'intorno i Meli. E in seguito gli Ateniesi, dopo aver lasciato per terra e per mare una guarnigione composta dai loro soldati e da quelli degli alleati, si ritirarono con il grosso dell'esercito. Quelli lasciati a Melo, rimanendo sul posto, continuavano l'assedio.
[...]
Arrivò da Atene un altro esercito al comando di Filocrate di Demea, e i Meli ormai erano stretti da assedio a tutta forza; verificatosi anche un tradimento, si arresero agli Ateniesi a condizione che questi decidessero dei Meli secondo la loro discrezione. E gli Ateniesi uccisero tutti i Meli adulti che catturarono e resero schiave le donne e i bambini; abitarono quindi loro stessi la località, dopo avervi inviato cinquecento coloni.

domenica 20 luglio 2014

"Eternità del ficodindia" di Mahmoud Darwish


Dove mi porti padre?
Verso il vento, figliolo.
Via dal pianoro dove i soldati di
Bonaparte elevarono terrapieni
per spiare le ombre sui bastioni
vecchi di San Giovanni d’Acri.
Un padre disse al figlio: non avere
paura del fischio delle pallottole!
Aggrappati alla terra e sarai salvo.
Noi sopravviveremo,
saliremo
sui monti a settentrione, ritorneremo
quando i soldati vanno a casa,
lontano.
- Dopo di noi chi abiterà la nostra casa,
padre?
- Rimarrà, figliolo, tale e quale noi l’abbiamo lasciata.
Tastò le chiavi come fosse il suo corpo
e si sentì sicuro.
Passando una barriera di rovi, disse:
ricorda, figliolo, qui gli Inglesi
in croce, sulle spine di un ficodindia,
per due notti intere
misero tuo padre.
Ma non parlò. Tu crescerai
e agli eredi dei fucili
racconterai di quel sangue versato sul ferro.
- Perché hai lasciato il cavallo
alla sua solitudine, padre?
- Perché dia vita alla casa, figliolo.
Le case muoiono se parte chi le abita.
L’eternità apre le porte
da lontano ai viandanti della notte.
Ululano i lupi delle terre desolate
a una luna spaurita.
E un padre dice al figlio:
sii forte come tuo nonno,
sali con me l’ultimo poggio
delle querce, figliolo.
Ricordati: qui il giannizzero è caduto
giù dalla mula da guerra,
tieni duro con me
e ritorneremo
- Ma quando, padre?
- Fra un giorno, figlio, forse tra due.
Un distratto domani dietro a loro
masticava un lungo, notturno vento invernale.
I soldati di Giosuè
con le pietre della loro casa
edificavano una cittadella.
Erano ansanti sulla via di Cana.
Qui passò un giorno nostro Signore,
qui cambiò l’acqua in vino e a lungo parlò
dell’amore, ricordalo domani.
Ricorda i castelli dei crociati
annientati dall’erba d’aprile
alla partenza dei soldati.

"'O paese 'e Pulicenella" di Eduardo De Filippo


Pulicenella sapìte che dice?
Ca paese significa munno.
Sape solo ch’è la largo e ch’è tunno;
e nun tene pariente né amice.
Dice “’O cunto purtatel’a me”.
Pulicenella sapìte chi è?
…Perepè …perepè …perepè.

Pulicenella è padron’ ‘e paese.
Pulicenella fa tutt cos’isso.
Pulicenella, si arriva nu fisso,
ca vulesse… che saccio… fà spese.
Dice “’O cunto purtatel’ a me”.
Pulicenella sapìte chi è?
…Perepè …perepè …perepè.

Pulicenella ‘o sapìmmo ca tene
tutt’e vizie d’‘a rosamarina.
E perciò ca se sceta matina...
vò sapè … se ntalléa… se trattène.
Dice “’O cunto purtatel’ a me”.
Pulicenella sapìte chi è?
…Perepè …perepè …perepè.

Pulicenella, adderet’‘o spurtiello
‘e l’ufficio “Domanda e risposta”
te risponne… ma caro te costa
ca pè chesto… pè chesto e pè chello.
Dice “’O cunto purtatel’ a me”.
Pulicenella sapìte chi è?
…Perepè …perepè …perepè.

Pulicenella sta sempre stunato;
puveriello… nun sap’ e nun sente.
Ma si appura c’‘a povera gente,
s’ha mettuto nu sold' astipato.
Dice “’O cunto purtatel’ a me”.
Pulicenella sapìte chi è?
…Perepè …perepè …perepè.

Pulicenella nun tene giudizio;
nun ce penza c’‘o tramm’ è scassato.
Si ‘o biglietto l’avite pavato
bene o male, v’ha fatt’ ‘o servizio.
Dice “’O cunto purtatel’ a me”.
Pulicenella sapìte chi è?
…Perepè …perepè …perepè.

Pulicenella ha signato, guardato,
dint’o vico di tale… di tale…
s’hadda fa nu lavoro stradale;
s’hadda fa… ma però s’è fermato.
Dice “’O cunto purtatel’ a me”.
Pulicenella sapìte chi è?
…Perepè …perepè …perepè.

Pulicenella te dice “Firmate
Questa causa l’abbiamo vinciuta”.
Sì sicuro ca già l’‘e perduta
e cu tutto ch’‘e avut' 'e mmazzate.
Dice “’O cunto purtatel’ a me”.
Pulicenella sapìte chi è?
…Perepè …perepè …perepè.

Pulicenella le piaceno ‘e ccarte
spicialmente… si songhe sigante.
Chelli bbone s’‘e tten’ astipate
'e ssuggette t’‘e mmen’ jnt’‘e scarte.
Dice “’O cunto purtatel’ a me”.
Pulicenella sapìte chi è?
…Perepè …perepè …perepè.

Pulicenella è spassuso... se spassa
quanno port’‘e cartelle arretrate.
Sono imposte d’uscita e d’entrata,
però isso nun pava na tassa.
Dice “’O cunto purtatel’ a me”.
Pulicenella sapìte chi è?
…Perepè …perepè …perepè.

Pulicenella fa mille mestiere:
‘o barbiere, ‘o stagnaro, ‘o pittore,
l’architetto, ‘o ngignere, o’ duttore.
Sap’ ‘o munn’ ‘e diman’ e d’ajere.
Dice “’O cunto purtatel’ a me”.
Pulicenella sapìte chi è?
…Perepè …perepè …perepè.

Pulicenella fa pur’ ‘o scrittore.
E s’abbacca cu chist’ e cu chilo.
Ten’ ‘a penna, e nu core tantillo
e se joc’ ‘a parola d’onore.
Dice “’O cunto purtatel’ a me”.
Pulicenella sapìte chi è?
…Perepè …perepè …perepè.

Pulicenella è padron’ ‘e paese.
Sape vita miracul’ e morte.
P’‘e ppertose, p’‘e ssenghe e p’‘e pporte
mette recchie… e s’ ‘a squaglia all’inglese.
Dice “’O cunto purtatel’ a me”.
Pulicenella sapìte chi è?
…Perepè …perepè …perepè.

Pulicenella se mena d’‘o lietto,
quanno tras’‘o vapore int’‘o porto.
E nunn’ave né colpa né tuorto,
quann’ afferr’‘o straniero pè pietto…
Dice “’O cunto purtatel’ a me”.
Pulicenella sapìte chi è?
…Perepè …perepè …perepè.

sabato 19 luglio 2014

Verba volant (106): senato...

Senato, sost. m.

L'etimologia di questa parola è davvero evidente, quali lapalissiana: senatus deriva da senex, che significa vecchio, in quanto nell'antica Roma questo era il consiglio degli anziani, un organo che ha resistito al passaggio, traumatico, dalla monarchia alla repubblica e a quello, graduale e non violento, dalla repubblica all'impero.
Un organo di questo genere c'era anche in molte altre città antiche. Ad esempio in età omerica il consiglio che affiancava il re si chiamava gerusia; come è evidente, si tratta della stessa radice della parola italiana geriatria e quindi anche la gerusia era il consiglio degli anziani. Questo nome è rimasto, in epoca storica, a indicare gli organi assembleari, con un ruolo consultivo piuttosto importante e significativo, a Sparta e a Cartagine.
Come noto la storia la scrivono i vincitori e allo stesso modo sono i vincitori che determinano quali parole sopravvivono e quali invece sono destinate a scomparire. Cartagine è stata sconfitta, i Romani hanno gettato il sale sulle sue rovine, e quindi la parola senato ha continuato ad essere usata fino ai ai giorni nostri, mentre gerusia è un reperto di archeologia etimologica.
In sostanza per gli antichi vecchiaia era sinonimo di saggezza e quindi al giovane condottiero, che doveva avere l'energia e la forza per guidare le truppe in battaglia, era necessario affiancare un gruppo di uomini saggi, di consiglieri che avessero esperienza delle cose del mondo, anche per insegnargli la temperanza.
Credo ricorderete il film Lawrence d’Arabia. In una delle ultime scene Lawrence, che ha ormai capito che il suo governo non intende rispettare i patti che egli aveva preso con gli arabi e anzi che Gran Bretagna e Francia si sono spartite quelle terre, irrompe nell'ufficio di Allenby e si sorprende di trovarci il principe Faysal che discute con il generale e con Dryden. E' proprio il principe che congeda Lawrence, con queste parole:
Non c'è altro da fare, qui, per un guerriero. Ormai si tratta di amministrare: lavoro da vecchi. I giovani combattono, e per questo le virtù della guerra sono virtù di giovani: il coraggio e la fiducia nel futuro. Poi vengono i vecchi e fanno la pace, e i vizi della pace sono i vizi di tutti i vecchi: la sfiducia e il sospetto.
Sfiducia e sospetto erano i vizi anche del senato della Roma repubblicana, che divenne ben presto qualcosa di più di un semplice consiglio degli anziani; nel complesso sistema istituzionale romano questo consiglio assunse via via funzioni proprie e definite e soprattutto finì per rappresentare gli interessi delle grandi famiglie, aristocratiche prima e borghesi poi, che avevano il controllo economico della città. Con l'impero il senato perse molte delle sue prerogative, anche se assumeva un ruolo, non sempre codificato, nel momento di passaggio da un imperatore all'altro.
Comunque sia diventare un senatore era un onore ambito a Roma, perfino di più di quanto lo sia oggi. I senatori antichi godevano di maggior potere e indiscutibilmente di maggior prestigio rispetto a quelli attuali, che però godono certo di maggiori benefit.
Per tornare alla definizione della nostra parola, nel diritto pubblico moderno, nei parlamenti bicamerali a regime monarchico il senato è la cosiddetta camera "alta", destinata ad accogliere, per diritto ereditario, i capi delle famiglie patrizie e, per nomina sovrana, i membri dell'alto clero e cittadini di particolari meriti sociali. Nei regimi repubblicani bicamerali il senato si differenzia in genere dall'altra assemblea per le diverse procedure che regolano l'elezione dei suoi membri e per un particolare prestigio simbolico. Spesso negli stati federali il senato è l'assemblea in cui i diversi stati sono rappresentati con lo stesso peso e quindi rappresenta l'unità della nazione.
Come noto in Italia la Costituzione del '48, attualmente in vigore, seppur con alcune gravi modifiche, prevede un sistema che i costituzionalisti chiamano bicameralismo perfetto. Tra le due camere non c'è alcuna differenza di ruolo e di funzioni. Il Senato della Repubblica ha un maggior prestigio puramente formale.
A tutt'oggi, cosa sia esattamente il senato immaginato da Renzi e da Berlusconi non è dato sapere.
Una costituzione perfetta non esiste, anzi non può esistere. Per cui diffidate da chi vi spaccia la sua come tale. Le costituzioni funzionano più o meno bene, soprattutto per come sono applicate, per come sono rispettate, ma anche per come sono state scritte. Funzionano meglio le costituzioni che hanno un disegno unitario, in cui c'è un'idea, più o meno espressa, più o meno esplicita, che tiene insieme le sue parti. Nella Costituzione del '48 un disegno unitario c'era. Le riforme costituzionali degli anni successivi questo disegno lo hanno abbandonato e la nostra Costituzione somiglia sempre più a un vestito da Arlecchino, con pezze di colori e tessuti diversi.
Il "nuovo" senato è l’ennesima pezza: vi lascio immaginare su quale parte del corpo sia stata cucita. I senatori non saranno più eletti dai cittadini, ma saranno nominati da grandi elettori regionali - che peraltro attingeranno dalle loro stesse fila - in base proporzionale al numero degli abitanti delle singole regioni. Se fosse un senato "federale" le regioni dovrebbero avere lo stesso peso, come avviene negli Stati Uniti, dove i senatori sono due sia per la California che per il Wyoming. Invece il Pd e Forza Italia hanno da sistemare propri sodali più in Lombardia e in Toscana che in Molise e quindi è saltata questa rappresentanza paritaria. I senatori non avranno più il potere legislativo, eppure godranno dell'immunità che giustamente è riconosciuta, in tutto il mondo civile, a chi esercita tale potere. Come ho scritto in un'altra definzione, questa immunità serve soltanto a garantire l'impunità a qualche amico sindaco o consigliere regionale, che quindi potrà finalmente rubare indisturbato.
Sembra un pasticcio questa riforma e, per molti versi, lo è. Ma c'è del metodo in questa follia. Intanto "lor signori", attraverso questi servi sciocchi - per tacer delle servette - sono riusciti a liberarsi di una camera e quindi di un pezzo del potere rappresentativo e democratico. Non è poco. Le assemblee elettive subiscono un duro colpo, anche quelle apparentemente non toccate dalla riforma, perché sono riusciti a dimostrare che queste non sono poi così indispensabili. E' la stessa cosa che hanno fatto con le Province, dove hanno eliminato solo il consiglio, lasciando in carica un presidente-podestà di nomina politica.
In un'altra epoca della nostra storia era verosimile che, diventato più maturo, dopo molti anni in cui aveva fatto il sindaco, diventasse senatore un uomo come Peppone, che certamente non era il più intelligente né il più brillante e certo non il più colto, ma che aveva buon senso e soprattutto rappresentava meglio di tutti gli altri - e anche meglio di don Camillo - la sua comunità. Con la grande riforma che si apprestano ad approvare Peppone non diventerebbe più senatore.

martedì 15 luglio 2014

Verba volant (105): sconfitta...

Sconfitta, sost. f.

Immagino che tra cinquanta o sessant’anni i bambini brasiliani che, lo scorso 8 luglio, hanno assistito con sgomento alla sconfitta umiliante della loro nazionale ricorderanno quella giornata, quella partita e anche quell’incredibile 7-1, con un misto di tenerezza e di nostalgia. Il tempo lenisce le ferite - specialmente queste superficiali - e ciascuno di noi è sempre indulgente con i ricordi della propria infanzia e della propria adolescenza. Pensate che quelli della mia generazione guardano già con nostalgia agli anni ’80, un periodo davvero piuttosto brutto, che ha probabilmente l’unico merito di averci visto ragazzine e ragazzini.
E poi gli dei del football hanno una particolare predilezione per quella terra lontana e tra qualche anno la Seleção tornerà a vincere e solleverà di nuovo, per la sesta volta, l’ambito trofeo.
Ovviamente, tra cinquanta o sessant’anni anche i bambini tedeschi proveranno la stessa allegra nostalgia, riguardando i filmati della cavalcata nibelungica dei loro eroi, perché certi sentimenti sono uguali in tutti gli emisferi. Però quella partita sarà ricordata sempre come la sconfitta del Brasile e non come la vittoria della Germania.
C’è, come ovvio, una ragione oggettiva: certamente i tedeschi sono stati bravissimi, ma una semifinale del campionato del mondo può finire con un simile passivo solo se una squadra smette di giocare e i brasiliani l’altra sera hanno semplicemente smesso di giocare a calcio, limitandosi a guardare la palla che entrava impietosamente - e ripetutamente - nella loro rete.
C’è però una ragione più profonda che attiene alla natura umana.
In quella sconfitta c’è stato qualcosa di epico e nell’epica tendiamo sempre aprendere le parti per quelli che perdono. Nel drammatico duello che conclude l’Iliade soffriamo per Ettore, ci dispiace vederlo cadere, vorremmo scendere anche noi dalle porte Scee, schierarci al suo fianco, e urliamo con Andromaca quando Achille, accecato dall’odio, infierisce sul suo cadavere, forandogli i piedi e trascinandolo nella polvere, attaccato al suo cocchio.
Quando i brasiliani si sono fermati, i tedeschi sono rimasti dapprima interdetti, poi non hanno resistito alla tentazione di fare gol - e d’altra parte chi di noi non avrebbe voluto scrivere il proprio nome nella storia di quella partita? - fino a quando Mesut Özil, quando era già lanciato a rete, ha deciso di sbagliare l’ottavo gol, ricordando a se stesso, ai suoi compagni e anche noi impotenti spettatori, la lezione dei suoi antichissimi avi troiani.
Il greco Omero sa che la sua storia non può finire così, perché altrimenti noi saremmo solo dalla parte dei nemici troiani; non possiamo amare né l’arrogante Agamennone né il furbo Odisseo, ma il poeta fa in modo che amiamo proprio l’iracondo Achille. Alla fine noi soffriamo con lui perché sappiamo che il suo destino è segnato: Achille morirà dopo la morte di Ettore e quindi Achille, uccidendo il comandante troiano, decide la sua stessa morte.
E l’Iliade si conclude finalmente con l’incontro tra l’eroe e il vecchio re Priamo che, senza scorta, si reca nel campo acheo per chiedere il corpo del figlio e quindi il grande poema della guerra si chiude in questo modo, con l’incontro di due grandi sconfitti.

lunedì 14 luglio 2014

Verva volant (104): garantismo...


Garantismo, sost. m.

Io ho imparato ad essere garantista grazie a un film e ad una serie di articoli dell’Unità.
Cominciamo dal film. La parola ai giurati - Twelve Angry Men, in originale - è stato il primo lungometraggio di Sidney Lumet del 1957. Cerco di rivederlo sempre quando lo trasmettono in televisione e spero l’abbiate visto anche voi.
Il film racconta la seduta di una giuria chiamata ad esprimersi su un caso di omicidio. La vicenda è apparentemente semplice: un uomo viene trovato morto in casa sua con un pugnale nel petto e il primo sospettato è il figlio, le cui liti con il padre erano molto frequenti. Il ragazzo è membro di una gang, è il colpevole ideale, e tutte le prove sembrano confermare che sia stato proprio lui. I membri della giuria sono convinti che il ragazzo sia colpevole, non sembra neppure necessario discuterne, tanto forte è l’evidenza dei fatti. Però uno dei dodici giurati - uno splendido Henry Fonda - getta un granello di sabbia nell’ingranaggio e dichiara di avere un ragionevole dubbio sulla colpevolezza del ragazzo e chiede di discutere nuovamente il caso. Il film è in sostanza la storia del modo in cui il giurato n. 8 convince gli altri undici suoi compagni che quel ragionevole dubbio esiste, sfidando le loro pigrizie, i loro pregiudizi, i loro rancori, i loro preconcetti. E proprio perché quel ragionevole dubbio esiste, il ragazzo non può essere condannato.
Parecchi anni fa, quando l’Unità non viveva la crisi in cui si trova in questi giorni - una crisi cominciata molto tempo fa e che temo purtroppo sia arrivata adesso al punto finale - tra i collaboratori del giornale c’era Mario Gozzini. Il politico e giornalista fiorentino aveva una rubrica settimanale in cui affrontava in particolare i problemi della giustizia. Gozzini ha legato il suo nome alla legge dell’86, grazie alla quale nel nostro paese si è affermato il principio della prevalenza della funzione rieducativa della pena.
Garantismo era allora una parola di sinistra, tanto che il Movimento sociale fu l’unico partito che votò contro alla legge proposta dal senatore del Pci. Anzi negli anni successivi fu sempre la destra ad accusarci di essere troppo lassisti, di essere buonisti, come si cominciò a dire, con un brutto neologismo. Anzi cominciò a passare l’idea che la sinistra per essere “moderna”, per sfondare al centro - soprattutto quando si affermò lo strano bipolarismo italiano - in sostanza per vincere, dovesse essere meno garantista. I sindaci del centrosinistra ad esempio assunsero come modello molto più Rudolph Giuliani e la sua tolleranza zero, piuttosto che le teorie garantiste di Gozzini, su cui pure anche loro si erano formati.
Legge e ordine divennero in qualche modo parole di sinistra. O almeno, anche parole di sinistra. Poi, quasi per un curioso contrappasso, fu la destra a sventolare la bandiera del garantismo, in particolare dopo che il leader indiscusso di quello schieramento cominciò ad essere oggetto di indagini: la storia è fin troppo nota perché io la racconti ancora una volta in questa sede. Il garantismo di Berlusconi è però qualcosa di molto diverso dal garantismo di Gozzini. E anche dal garantismo di Sidney Lumet. E’ il garantismo dell’impunità, per chi ha il potere e i soldi. E’ il garantismo dell’ingiustizia.
Ho visto che in questi giorni il novello leader del Pd ha rivendicato di essere garantista e di esserlo sempre stato - e il suo partito con lui - commentando la vicenda di Vasco Errani. Al di là del merito - personalmente anch’io credo che l’ormai ex presidente dell’Emilia-Romagna sia penalmente innocente e mi auguro riesca a dimostrarlo - trovo un po’ sospetto l’affanno con cui Renzi si è affrettato a dichiarare la sua fede garantista, peraltro verso una persona che non ama, che ha contribuito a isolare e che è ben felice di sostituire con un suo uomo di fiducia. Mi viene il sospetto che il cosiddetto patto del Nazzareno abbia un addendum segreto sulla giustizia, che presto ci sarà rivelato, e che, ancora una volta - come sta accadendo con le riforme istituzionali - ci farà digerire quello che fino a qualche anno fa ci pareva indigeribile.
A Renzi e al Pd interessa limitare l’autonomia della magistratura, in particolare di quella inquirente, magari sottomendola al potere esecutivo - in questo sarebbero perfettamente esauditi i desiderata di Berlusconi, ma anche quelli del Piano di rinascita nazionale di gelliana memoria. A Renzi e al Pd non importa nulla - al di là di qualche efficace e retorica petizione di principio - della condizione dei detenuti o delle difficoltà di applicare davvero i principi della legge Gozzini, che sono sempre più disattesi nelle carceri italiane, dove stanno ormai solo i poveri cristi, colpevoli o innocenti poco importa, che non possono pagarsi un avvocato abbastanza bravo da farli uscire.
Diceva Mario Gozzini:
Il pianeta carcere con i suoi abitanti non può essere considerato qualcosa di siderale, di «totalmente altro» da noi che ne stiamo fuori. È una parte della società che, a causa dei suoi comportamenti antisociali, dei reati commessi violando le leggi, sconta la pena inflitta al termine di un processo non solo legittimo, ma doveroso, inderogabile. Dunque la società libera non può lavarsene le mani come se non la riguardasse, deve, al contrario, farsene carico. Non ci si può limitare a chiedere che i rei siano posti in condizione di non nuocere più: ci si deve innanzitutto interrogare se del reato commesso non esista una responsabilità collettiva, sia pure indiretta, in quanto non abbiamo saputo intervenire in tempo per risolvere un disagio e prevenirne le conseguenze criminose, perché la prevenzione, di cui tanto si parla, non è delegabile interamente agli organi di polizia, è compito di tutti.
Ecco, per riformare la giustizia, io partirei da qui. E dal giurato n. 8. Piuttosto che dalla coppia di fatto Renzi-Berlusconi.

domenica 6 luglio 2014

Verba volant (103): asilo...

Asilo, sost. m.

Questa è una parola con una storia molto antica alle spalle. L'aggettivo greco asylon indicava quel luogo, solitamente un tempio - ieròn, in greco antico - o uno spazio comunque sacro, dove non c'era diritto di cattura, che in greco si dice appunto syle.
Quindi per gli antichi - e questo significato è passato nelle lingue moderne - l’asilo è l'immunità - una parola che in questi giorni torna in maniera ricorrente in Verba volant - concessa a chi, fosse uno schiavo fuggitivo o un delinquente o un prigioniero di guerra, si rifugiava in un luogo sacro. Come noto il diritto di asilo è la garanzia di inviolabilità accordata a stranieri rifugiati, per motivi politici, in territorio estero o in sedi che godono della extraterritorialità.
Partendo da questo significato, con la parola asilo si è cominciato ad indicare l'edificio destinato a ospitare, temporaneamente o permanentemente, speciali categorie di persone bisognose di ricovero, sorveglianza o assistenza.
E infine, in un caso particolare - oggetto della mia definizione di oggi - la stessa istituzione destinata alla tutela e all’assistenza di queste persone: penso in particolare - come probabilmente avrete già capito - all'asilo nido.
Probabilmente la prima struttura a chiamarsi così nel nostro paese è stato l’asilo di carità per l’infanzia, aperto dall’abate Ferrante Aporti a Cremona nel 1828. Quasi contemporanea è l’apertura di alcuni presepi, ad esempio quello in funzione dal 1842 per i figli degli operai delle cartiere Cini a San Marcello, vicino a Pistoia. Il termine presepe - che non prese piede nel nostro paese - corrisponde al termine francese crèche, che è il nome con cui viene ancora oggi chiamato l’asilo nido in Francia.
Nel 1850 a Milano viene fondato il primo ricovero per lattanti, ma anche in questo caso il termine non è riuscito a sfondare e infatti la parola ricovero è rimasta a indicare le strutture per ospitare gli anziani, all’altro capo della vita. Comunque già nei primissimi anni del Novecento le strutture dedicate all’infanzia hanno definitivamente cominciato a chiamarsi asili nido, nome che è rimasto tuttora a indicare questa istituzione, anche se ormai prevale, specialmente nel linguaggio familiare, il termine nido.
Ho fatto questo lungo excursus perché ho letto, seppur distrattamente, che il Comune di Bologna ha deciso di far nascere l’istituzione degli asili nido e delle scuole dell’infanzia, a cui “trasferirà” a breve tutti i servizi all’infanzia - nidi e scuole materne comunali - che ora fanno capo direttamente al Comune.
La cosa ha creato una qualche animazione nella morta gora della politica cittadina e perfino una qualche fibrillazione nella maggioranza. Di questo ovviamente mi importa assai poco. Ho una pessima opinione dell’attuale amministrazione della mia ex-città, la cui unica fortuna è quella di avere come pietra di paragone l’indifendibile amministrazione Delbono.
Confesso che non ho letto abbastanza per farmi un’opinione precisa sull’argomento. Ho l’impressione che sia un escamotage per rendere più “leggero” il bilancio del Comune, stretto dai vincoli imposti dai vari governi Napolitano che si sono succeduti in questi anni, i più centralisti dall’epoca di Bonaparte. In questo caso si tratta di un trucchetto degno del più ciarlatano degli imbroglioni da fiera, visto che alla fine i costi rimarranno sempre a carico della collettività. Qualcosa del genere hanno fatto gli amministratori di Parma che, per eludere i vincoli del patto di stabilità, hanno creato una serie di società partecipate che, sfuggite al controllo, hanno portato al fallimento di fatto del Comune qui nella città ducale. Immagino che Merola ci spiegherà che si tratta diun modo per rendere più efficiente e meno costoso il servizio; sarà, in fondo, concittadini, Virginio è un uomo d’onore.
C’è una cosa però che nella discussione di queste settimane non mi ha proprio convinto. Mi pare che sia stata tutta incentrata nel merito di questioni di carattere sindacale. Ci si è confrontati per lo più sul tema se l’istituzione avrebbe favorito o danneggiato i lavoratori - per lo più lavoratrici, a dire la verità - di quelle strutture. Il Comune spiega - e in questo gli posso perfino credere - che si tratta dell’unico modo normativo per rendere stabili i contratti a termine dei lavoratori precari, mentre una parte dei lavoratori dicono che questo toglierà loro alcuni diritti, che - bisogna ammetterlo - in alcuni casi sono privilegi rispetto alla condizione di altri lavoratori. Ho visto che la Cgil ha tentato di barcamenarsi come al solito tra queste due posizioni, con discorsi molto realisti - come quello dell’ex segretario della Camera del lavoro Danilo Gruppi - che condivido. Nelle condizioni date, poter salvaguardare dei posti di lavoro è già un risultato fondamentale.
Molti anni fa, alla fine del secolo scorso, mi sono occupato un po’ di servizi all’infanzia, facendo l’assessore nel mio piccolo Comune, e so bene che la qualità di un asilo nido è legata essenzialmente alle capacità di chi ci lavora. Le strutture sono importanti, gli ausili sono necessari, ma senza insegnanti brave e bravi - uso volutamente la parola insegnanti - un asilo nido semplicemente non c’è. Nonostante questo e con tutto il rispetto per le colleghe e i colleghi che lavorano negli asili nido di Bologna e di qualsiasi altro comune italiano - che fanno un lavoro difficile e prezioso - io continuo a pensare che i protagonisti del servizio non siano i lavoratori, ma le bambine e i bambini e quindi mi spiace molto che nella discussione bolognese sia mancato il loro punto di vista - e quello dei loro genitori. In sostanza la domanda giusta da porsi credo sarebbe stata: con l’istituzione il servizio funzionerà meglio o peggio? le bambine e i bambini staranno meglio o peggio?
Ricordo che in quegli anni lì - e anche prima - una “nostra” battaglia era quella di trasferire le competenze sugli asili nido dal ministero che si occupava dei servizi sociali a quello della pubblica istruzione, proprio perché volevamo sottolineare che consideravamo l’asilo nido una scuola a tutti gli effetti e le dade vere e proprie insegnanti. Francamente mi pare che questo sia un obiettivo molto sbiadito, che si sia perso nell’affannosa ricerca di far tornare i conti. Adesso il primo obiettivo è quello di far quadrare i bilanci e, in subordine, quello di offrire servizi di qualità. E proprio in nome della compatibilità economica abbiamo rinunciato alla gestione diretta dei servizi, li abbiamo appaltati, quasi sempre al massimo ribasso, abbiamo esternalizzato, privatizzato, in pratica abbiamo rinunciato a svolgere questo ruolo educativo che per me rimane essenziale e di cui credo che le bambine e i bambini abbiano bisogno.
Lottiamo allora per il diritto di asilo. Nido.

sabato 5 luglio 2014

Verba volant (102): immunità...

Immunità, sost. f.

L'aggettivo latino immunis è composto dal prefisso negativo in e da munus, che significa obbligo, servizio, anche imposta; l'immunità è quindi - in senso strettamente etimologico - il non essere soggetti a determinati obblighi o servizi e di conseguenza l'essere liberi.
Naturalmente esistono diverse forme di immunità.
Mitridate VI re del Ponto è ricordato, oltre che per la strenua resistenza con cui si oppose alla dominazione romana, per la sua immunità ai veleni. Il sovrano, che temeva di essere avvelenato - pratica abbastanza frequente in quei tempi, specialmente tra i potenti dell’Asia minore - escogitò un metodo che si rivelò molto efficace: si somministrava egli stesso il veleno, dapprima in dosi piccolissime e in seguito sempre maggiori, in modo da assuefare il suo organismo a diverse sostanze tossiche.
In questo modo riuscì ad evitare gli attentati alla sua vita, ma ovviamente non riuscì a bloccare l’avanzata inarrestabile delle truppe romane, che pure ci misero trent’anni per conquistare il suo paese. Per non cadere prigioniero degli odiati nemici, Mitridate decise di uccidersi, ma il veleno ovviamente non fu efficace ed era ormai troppo vecchio per colpirsi con la spada. Secondo alcuni storici un suo ufficiale brandì il colpo mortale, su ordine dello stesso re, mentre secondo altri furono i sicari che egli aveva mandato ad uccidere il figlio, che nel frattempo si era alleato con i Romani, a cambiare bandiera, offrendo la testa del vecchio re ai nuovi padroni. Cose che succedevano allora in Asia minore; e che succedono ancora adesso, anche se con minor spargimento di sangue. Forse.
In medicina è stata coniata la parola mitridatismo proprio per indicare la particolare forma di resistenza acquisita a veleni, introdotti a dosi dapprima minime e poi progressivamente crescenti. Si tratta di un fenomeno che si verifica quasi esclusivamente quando il veleno viene somministrato per via orale, grazie alla diminuzione progressiva dell’assorbimento intestinale nei confronti di quella determinata sostanza tossica.
Il mitridatismo è una pratica diffusa anche in politica, anche se ovviamente non si chiama così. Un esempio lampante di questo processo sul corpo vivo del paese è il percorso delle cosiddette riforme istituzionali.
Se “lor signori” avessero tentato di cambiare la Costituzione tutta in un colpo ci sarebbe stata una qualche reazione e così hanno cominciato con piccole modifiche, poco significative: una parola aggiunta lì, un aggettivo tolto là. Mentre facevano questi piccoli ritocchi, ci rassicuravano che la prima parte non l’avrebbero mai toccata, ci dicevano che la nostra era la Costituzione più bella del mondo; hanno perfino ingaggiato uno dei loro più famosi giullari per fargli fare uno speciale televisivo, dedicato proprio alla “poesia” della nostra Costituzione. Aggiungevano però che in fondo era stata scritta tanto tempo fa e che quindi qualche aggiustamento qui e lì era necessario, per renderla moderna. E noi zitti, abbiamo bevuto le prime dosi di veleno, anzi abbiamo anche chiesto di aumentare un po’ la dose, pretendendo sempre nuove leggi elettorali.
Loro però hanno continuato a inoculare il veleno e infatti i cambiamenti sono stati via via sempre più forti, sempre più radicali. Sempre più eversivi. Dal novembre 2011 poi hanno rotto ogni indugio e, assicurandoci che la cura era inevitabile per combattere gli effetti della crisi, il Dottor Morte che siede al Quirinale e i suoi sottoposti di palazzo Chigi hanno cominciato a farci bere il veleno a dosi da cavallo. Hanno smesso anche di fingere, non ci dicono più che non cambieranno mai la prima parte della Costituzione e immagino che qualcuno stia già scrivendo questi nuovi articoli, come è stato chiesto - in maniera esplicita ed onesta, forse troppo onesta - dal centro studi del Fmi, che ha individuato come ostacolo all’affermarsi del finanzcapitalismo proprio le Costituzioni scritte all’indomani della fine della seconda guerra mondiale, a loro avviso troppo di sinistra e progressiste.
E quindi hanno introdotto il pareggio di bilancio in Costituzione, una piccola rivoluzione, passata nel silenzio e nell’indifferenza generali. Poi hanno abolito le Province o meglio non le hanno proprio cancellate del tutto, hanno soltanto abolito le elezioni provinciali, per cui questi enti rimarranno in piedi, con le loro funzioni, ma saranno gestite da persone scelte da loro. Con il pretesto di abolire la casta, le hanno dato più potere; e noi non solo siamo stati zitti, abbiamo pure applaudito e ringraziato. Allo stesso modo non aboliranno il senato, semplicemente hanno abolito le elezioni. Ci tolgono un fastidio: ci penseranno loro a nominare i nuovi senatori. Così piano piano ci abitueremo a non votare. E noi ancora zitti, assistiamo al dibattito di questi giorni un po’ distratti dagli occhioni della Boschi, ma soprattutto intorpiditi dal veleno, che ormai ha fatto effetto. Siamo immunizzati a tutte le loro nefandezze.
A proposito di immunità, la Costituzione del ’48 - ormai la chiamano così, per farci capire quanto sia vecchia - prevede un istituto che si chiama immunità parlamentare.
Il testo originale dell’art. 68, scritto dai Costituenti, recitava:
I membri del Parlamento non possono essere perseguiti per le opinioni espresse e i voti dati nell’esercizio delle loro funzioni.
Sull’onda dell’indignazione per le inchieste di Mani pulite ci fu una di quelle riforme di maquillage, di cui parlavo prima e adesso nel “nuovo” art. 68 c’è scritto
I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni.
In sostanza non era cambiato nulla, ma ci fecero credere che l’immunità parlamentare, che era considerata un inaccettabile privilegio, fosse stata abolita.
Personalmente sono favorevole all’immunità parlamentare - lo sono adesso,come lo ero allora - perché si tratta di un istituto necessario in ogni democrazia parlamentare come la nostra, ma adesso, a parte la pantomima sulla primogenitura della proposta, è diventata davvero un privilegio ingiustificabile. Introdurla per il nuovo senato “regio” è una decisione costituzionalmente grave; infatti non è necessaria per tutelare l’indipendenza dei nuovi senatori, che non avranno alcun potere reale, ma servirà soltanto a garantire l’impunità di alcuni gaglioffi - amici degli amici - che, da sindaci e da presidenti della regione, potranno rubare con maggior tranquillità di quanto facciano già adesso.
Ma noi, grazie al veleno, stiamo zitti, anzi battiam, battiam le mani.

martedì 1 luglio 2014

da "Orlando furioso" (V, 1-3) di Ludovico Ariosto


Tutti gli altri animai che sono in terra,
o che vivon quieti e stanno in pace,
o se vengono a rissa e si fan guerra,
alla femina il maschio non la face:
l'orsa con l'orso al bosco sicura erra,
la leonessa appresso il leon giace;
col lupo vive la lupa sicura,
né la iuvenca ha del torel paura.

Ch'abominevol peste, che Megera
è venuta a turbar gli umani petti?
che si sente il marito e la mogliera
sempre garrir d'ingiuriosi detti,
stracciar la faccia e far livida e nera,
bagnar di pianto i geniali letti;
e non di pianto sol, ma alcuna volta
di sangue gli ha bagnati l'ira stolta.

Parmi non sol gran mal, ma che l'uom faccia
contra natura e sia di Dio ribello,
che s'induce a percuotere la faccia
di bella donna, o romperle un capello:
ma chi le dà veneno, o chi le caccia
l'alma del corpo con laccio o coltello,
ch'uomo sia quel non crederò in eterno,
ma in vista umana uno spirto de l'inferno.

domenica 29 giugno 2014

Verba volant (101): esame...

Esame, sost. m.

Exagmen in latino indica propriamente l'ago - o la lingua - della bilancia e quindi l'atto del pesare, ossia la verifica dell'equilibrio o della differenza dei pesi.
Da qui, per arrivare all'italiano, questa parola è passata a significare l'attenta osservazione e la ponderata considerazione di qualcosa o di qualcuno, al fine di conoscerne le qualità e di darne un giudizio.
Come noto, proprio in questi giorni, i giovani italiani sono sottoposti all'esame di maturità, prova dallo struggente valore simbolico.
Io ho fatto l’esame nel 1989: c'erano ancora l'Unione sovietica e il Muro di Berlino, e Achille Occhetto era segretario del Pci; nel giro di pochi anni tutte queste cose sparirono e finì il Novecento. Sono anche uno di quelli che fece l'esame "sperimentale". Infatti, fino al 1969, l'esame di maturità rimase sostanzialmente quello previsto dalla riforma Gentile del '23; subito dopo il Sessantotto, il democristianissimo ministro della Pubblica istruzione Fiorentino Sullo propose una riforma sperimentale dell'esame di maturità, che il legislatore avrebbe dovuto verificare e modificare nei due anni successivi, ma che è rimasta attiva fino alla riforma Berlinguer del '97, quasi trent'anni dopo.
C’erano due prove scritte: il tema per tutti e la seconda prova diversa per ogni indirizzo (al classico si alternavano con una certa regolarità le versioni di greco e di latino) e si portavano due materie all’orale, di cui una scelta dal candidato, tra le quattro indicate dal Ministero nel mese di aprile. Di fatto quella scelta dalla Commissione era indicata dal cosiddetto membro interno e quindi negli ultimi due mesi di scuola potevi concentrarti su due sole materie. Io feci il tema storico su luci ed ombre dell’età giolittiana. La versione di latino non andò molto bene: era un brano del Dialogus de oratoribus attribuito a Tacito. All’orale portai storia e greco. Andò molto bene: 58/60, allora si calcolavano i voti così, e non in centesimi, come adesso.
L’esame certifica davvero la maturità di un ragazzo? Non so, ma ho qualche dubbio.
Sono maturi i ragazzotti che in questi giorni stanno affrontando l’esame? Quelli che incontro in treno o in autobus direi proprio di no, ma probabilmente Zaira direbbe che sono soltanto un “vecchio barbogio”, che brontolo sempre e non mi va mai bene nulla; e credo lo direbbe con una qualche ragione.
A essere onesti, non lo eravamo neppure noi, alla loro età. Le femmine erano un po’ più mature di noi maschi, e immagino sia ancora oggi così: si tratta di un dato di evidenza scientifica, di mero darwinismo. Poi, più o meno, tutti siamo diventati maturi, la vita ci ha costretto a diventarlo, anche quelli che a scuola sembravano con la testa tra le nuvole. O quelli a cui gli insegnanti profetizzavano un futuro incerto e tribolato.
Ovviamente non c’è nulla di mitico nell’esame di maturità, è un ricordo bello perché avevamo poco meno di vent’anni e perché ha segnato, in qualche modo, un passaggio della nostra vita. Tra trent’anni chi ha fatto oggi l’esame avrà le nostre stesse nostalgie.
Credo che nessun giovane maturando leggerà questa voce del mio vocabolario e quindi mi posso lasciar andare a qualche riflessione pessimista e amara. Temo che questo esame sarà una delle ultimissime volte in cui i nostri ragazzi e le nostre ragazze saranno valutati davvero per quello che valgono.
In fondo l’esame è, a suo modo, democratico. Presto, quando cominceranno a cercare un lavoro, si accorgeranno, a loro spese, che il mondo reale non funziona esattamente così. Difficilmente qualcuno li esaminerà, valuterà quello che sanno fare o quello che potrebbero imparare. Le ragazze saranno valutate molto più per la loro bellezza che per la loro intelligenza: avere le gambe lunghe o un bel seno non è esattamente un segno di maturità. Molti dei maturandi di oggi troveranno un lavoro - quelli che lo troveranno - perché avranno conosciuto la persona “giusta” o perché un qualche “amico” - o peggio, un “amico degli amici” - si interesserà a loro.
Qualche fortunato se ne andrà da questo paese. So bene che non è tutto oro quello che luccica e che spesso all’estero non staranno meglio che qui, ma credo proprio facciano bene. Se avessi un figlio o una figlia, sarei contento facesse questa scelta.
Come noto, l‘ultima commedia di Eduardo De Filippo si intitola Gli esami non finiscono mai; è un titolo spesso citato, una frase diventata quasi proverbiale, ma si tratta di un testo poco letto e meno rappresentato, perché è un’opera dura, amara, cattiva a suo modo. Dice a un certo punto il protagonista Guglielmo Speranza:
Mi sono scocciato di sottostare alla legge del vivere civile che ti assoggetta a dire sì senza convinzione, quando i no, convintissimi, ti saltano alla gola come tante bolle d’aria.
Ecco: ai giovani che stanno facendo in questi giorni la maturità, auguro - di cuore - che vengano fuori questi no.

martedì 24 giugno 2014

Verba volant (100): pace...

Pace, sost. f.

E’ interessante confrontare le parole con cui nell'antichità i Greci e i Romani indicavano quella che noi chiamiamo pace, ossia l'assenza di guerre e di conflitti. Curiosamente il vocabolario Treccani definisce la pace anche come
la condizione di normalità di rapporti.
Personalmente non sono così ottimista come il mio anonimo e autorevole collega e penso anzi che il conflitto sia un elemento "normale" nei rapporti tra le persone; ma, a onor del vero, credo anche che sia piuttosto difficile dire cosa sia la normalità, specialmente a proposito dei rapporti umani.
Tornando alla storia etimologica di questa parola, il termine greco eirene deriva dal verbo eiro, che significa intrecciare, disporre in una serie, collegare. I Greci - un popolo che non ha mai conosciuto davvero la pace, ma è sempre stato tormentato da conflitti, tra e dentro le città, ed è sempre stato in guerra con popoli confinanti più forti - immaginavano quindi la pace come la ricerca di un equilibrio, di un ordine. Proprio perché l'obiettivo era così ambizioso, la pace divenne per quei popoli difficile da raggiungere, una sorta di chimera; e non è un caso che quando la pace fu finalmente raggiunta, la storia greca praticamente è finita ed è cominciata quella romana. La parola latina pax, pacis ha la stessa radice pak- o pag- che troviamo in pactum, ossia patto. I Romani, più pratici e realisti dei loro "cugini" dell'Egeo, sapevano che la pace è qualcosa di possibile, che si può ottenere, se si è capaci di combattere prima e di accordarsi poi, ossia attraverso le arti della politica e della guerra.
I Greci non avrebbero probabilmente mai coniato l’adagio
si vis pacem para bellum
che fu invece un principio basilare della politica di Roma antica.
L’8 giugno scorso papa Francesco ha ospitato nei giardini del Vaticano i presidenti israeliano e palestinese e ha chiesto a loro e ai loro popoli di trovare il
coraggio di fare la pace.
In questi giorni ai giovani maturandi è stato chiesto di analizzare le differenze tra l’Europa del 1914 e quella attuale. Certo sono molte ed evidenti, perché questo secolo per fortuna non è passato invano; ma ci sono anche tante analogie, perché certi caratteri originari della storia dei diversi paesi europei non sono venuti meno all’improvviso; il conflitto in Ucraina sembra uscito da uno scenario geopolitico di un secolo fa, solo per fare un esempio.
C’è però una differenza profonda e riguarda proprio il giudizio sulla pace e sulla guerra. L’Europa del 1914 andò con baldanza e con una sorta di incosciente soddisfazione verso la guerra, perché alla guerra erano ancora associati valori positivi, come appunto il coraggio e l’eroismo. Certo agirono fortissimi gli interessi economici delle grandi industrie che volevano la guerra - e l’ottennero - e i giornali e i propagandisti erano servi allora come lo sono adesso, ma tante persone, di tutti i ceti, pensavano sinceramente che la guerra fosse una buona soluzione, anche ai propri problemi personali, alle proprie difficoltà economiche.Non è stato così naturalmente. Anzi proprio le due guerre mondiali, con quel numero incalcolabile di morti, con la distruzione provocata dalle “nuove” armi - dai gas ai bombardieri, fino alla bomba atomica - con il coinvolgimento massiccio e senza precedenti dei civili, hanno segnato uno spartiacque nella storia dell’umanità.
La guerra naturalmente c’è ancora, ci sono i potenti che hanno interesse a farla, ci sono i giornali e i propagandisti che la sostengono, ma le persone sanno che non è la soluzione dei loro problemi. Per questo papa Francesco può usare un’espressione che un secolo fa sarebbe stata un ossimoro, perché i neutralisti erano considerati vigliacchi, non buoni per il re e neppure per la regina. In questi cento anni il giudizio su guerra e pace si è ribaltato e credo sia uno dei progressi più importanti del nostro tempo.
E come dovrà essere la pace a Gerusalemme? Dovrà essere necessariamente un patto tra nemici che hanno passato una vita a combattersi e dovrà anche essere un ordine, un equilibrio, che faccia nascere qualcosa di nuovo,mescolando elementi diversi.
Non bastano più le tregue - che pure sono importanti, perché servono a lenire le ferite - che non sono altro che parentesi in attesa del prossimo bombardamento, del prossimo conflitto. Sinceramente credo che a questo punto serva davvero un coraggio nuovo che purtroppo non ha avuto neppure il papa, quando ha chiesto agli israeliani e ai palestinesi di rimettersi attorno a un tavolo per discutere dell’opzione “due popoli, due stati“. A questa soluzione evidentemente non credono più né gli uni né gli altri. In questi anni i governi di Gerusalemme - con un ampio sostegno del loro paese - hanno lavorato in maniera metodica ed efficace affinché fosse impossibile anche solo pensare di tornare ai confini del ’67: la politica degli insediamenti e delle colonie e la gestione delle risorse naturali, specialmente delle acque, ha segnato l’interruzione de facto del processo di pace basato sulla formula “due popoli, due stati“, perché non c’è più un territorio su cui pensare di costruire il futuro stato palestinese o sarebbe così povero da costringerlo in una posizione di sudditanza di fronte al suo ben più potente vicino. D’altra anche i leaders palestinesi hanno ormai abbandonato il progetto “due popoli, due stati“, visto che loro stessi si sono ormai organizzati in “due stati”, si sono abituati a vivere in enclaves: da una parte Gaza e dall’altra i territori della Cisgiordania; se diventassero davvero un unico stato qualcuno dovrebbe rinunciare al proprio piccolo pezzo di potere e ai loro - non troppo piccoli in questo caso - affari, dal momento che gli altri stati arabi mandano moltissime risorse economiche a queste fragilissime strutture.
Sono sempre più convinto che alla lunga questa soluzione, per quanto“politicamente corretta” e apparentemente giusta, finisca per essere irrealizzabile e comunque incapace di risolvere davvero il problema. Questa soluzione è figlia di una visione antica. Se anche arrivassimo alla soluzione “due popoli, due stati“, il giorno successivo comincerebbe una nuova guerra. Per questo occorre trovare una soluzione nuova, che non sia solo pax, ma anche eirene; o meglio che sia insieme pax ed eirene. Io immagino una soluzione perfino più semplice di quella “due popoli, due stati“, anche se probabilmente più difficile da realizzare, una soluzione che richiede più coraggio e più fantasia: ebrei e palestinesi devono vivere in quell’unico paese insieme, come un unico popolo.
La soluzione per quelle persone a cui dovremmo tutti noi democratici e progressisti, cominciare a pensare - e lottare affinché si realizzi - è “un popolo, uno stato“. Dovremmo iniziare una grande campagna per raggiungere finalmente questo obiettivo. Coloro che sostengono Israele - sia quelli che lo fanno acriticamente sia quelli che lo fanno ponendosi dei dubbi - si fanno forte di un argomento difficilmente oppugnabile: quel paese va difeso perché è l’unica democrazia della regione. Proprio perché questo è vero, quale miglior occasione di questa per espandere la democrazia? Pensate cosa succederebbe se ci fosse questo unico stato democratico, piccolo, ma dalla storia così significativa, in quella regione? Credo proprio che dovremmo cominciare a una pensare a una soluzione rivoluzionaria, perché le mezze misure rischiano di portarci a un punto morto.
La pace è rivoluzionaria.

venerdì 20 giugno 2014

da "Orlando furioso" (IV, 63-67) di Ludovico Ariosto


Pensò Rinaldo alquanto, e poi rispose:
- Una donzella dunque dè' morire
perché lasciò sfogar ne l'amorose
sue braccia al suo amator tanto desire?
Sia maladetto chi tal legge pose,
e maladetto chi la può patire!
Debitamente muore una crudele,
non chi dà vita al suo amator fedele.

Sia vero o falso che Ginevra tolto
s'abbia il suo amante, io non riguardo a questo:
d'averlo fatto la loderei molto,
quando non fosse stato manifesto.
Ho in sua difesa ogni pensier rivolto:
datemi pur un chi mi guidi presto,
e dove sia l'accusator mi mene;
ch'io spero in Dio Ginevra trar di pene.

Non vo' già dir ch'ella non l'abbia fatto;
che nol sappiendo, il falso dir potrei:
dirò ben che non de' per simil atto
punizion cadere alcuna in lei;
e dirò che fu ingiusto o che fu matto
chi fece prima li statuti rei;
e come iniqui rivocar si denno,
e nuova legge far con miglior senno.

S'un medesimo ardor, s'un disir pare
inchina e sforza l'uno e l'altro sesso
a quel suave fin d'amor, che pare
all'ignorante vulgo un grave eccesso;
perché si de' punir donna o biasmare,
che con uno o più d'uno abbia commesso
quel che l'uom fa con quante n'ha appetito,
e lodato ne va, non che impunito?

Son fatti in questa legge disuguale
veramente alle donne espressi torti;
e spero in Dio mostrar che gli è gran male
che tanto lungamente si comporti. -
Rinaldo ebbe il consenso universale,
che fur gli antiqui ingiusti e male accorti,
che consentiro a così iniqua legge,
e mal fa il re, che può, né la corregge.

giovedì 19 giugno 2014

da "Il concilio degli dei" di Luciano di Samosata


Momo
Che venga bene a tutti.
Il parlamento legalmente radunato nel settimo giorno del mese, essendo Zeus pritano, Poseidone proedro ed Apollo epistato, Momo figliuol della Notte compilò, ed il Sonno recitò questo decreto.
Considerando che molti forestieri, non pur Greci ma barbari, immeritamente e furtivamente si trovano iscritti cittadini nostri e, tenendosi per Dei, hanno riempito il cielo, per modo che il nostro banchetto è una confusione di gente, un frastuono di lingue e di orribili favelle;
Considerando che è venuta a mancare l'ambrosia ed il nettare costa una mina il cotilo per il gran numero dei bevitori;
Considerando che la costoro baldanza è cresciuta a segno di voler discacciare dai primi seggi gli Dei antichi e veraci e sedervisi essi contro ogni diritto e legge, e di volere essi più di tutti essere onorati su la terra;
Il Senato ed il Popolo decreta:
Convocarsi parlamento in Olimpo al solstizio d'inverno, per eleggere arbitri sette Dei veraci, tre del vecchio senato sotto Crono e quattro dei dodici, tra i quali Zeus. Questi arbitri siederanno, dopo di aver giurato il legale giuramento per Stige: e Ermes per bando chiamerà tutti coloro che pretendono di appartenere al consesso degli Dei a comparire con testimoni giurati e titoli di famiglia.
Si presenteranno uno per volta: e gli arbitri, considerata ogni cosa, o li dichiareranno dei o li rimanderanno giù a riporsi nei loro sepolcri e nelle urne gentilizie.
Se alcuno degli scartati dagli arbitri tenterà risalire in cielo, sarà subissato nel Tartaro.
Di più ciascuno dovrà fare l'arte sua: Atena non far più la medichessa, né Asclepio il profeta, né Apollo far tanti mestieri, ma sceglierne uno solo, o l'indovino, o il citarista, o il medico.
Sarà comandato ai filosofi di non inventare nomi vuoti, né spropositare di cose che non sanno.
Dai templi e dagli altari di questi spodestati saranno tolte le statue loro, e invece messevi quelle di Zeus, di Era, di Apollo, o di alcuno degli altri: ad essi la loro città può fare un tumulo, con sopra una colonna invece di ara.
Chi non vorrà ubbidire al bando e presentarsi agli arbitri sarà condannato in contumacia.
E questo è il nostro decreto.

Verba volant (99): vincolo...

Vincolo, sost. m.

La parola latina vinculum deriva da verbo vincire, che significa legare, avvolgere; troviamo la stessa radice nel verbo vincere, dal momento che il vinto non è altri che il nemico catturato e condotto in catene. Il vincolo è quindi letteralmente un legame, una catena. Gli appassionati d'arte ricordano sicuramente che il Mosè di Michelangelo è collocato nella tomba di papa Giulio II nella basilica romana di san Pietro in Vincoli, che ha questo nome perché custodiva le catene con cui era stato legato il primo degli apostoli nel carcere Mamertino.
In italiano si è ormai perso il significato letterale di catena e la parola viene usata in senso figurato, ad esempio nell'espressione vincolo matrimoniale. So che qualcuno sostiene che anche in questo caso si tratti di una forma di prigionia, ma non è questo di cui mi voglio occupare in questa definizione.
Come noto, la nostra Costituzione, nell'art. 67 recita:
Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.
Si tratta di un principio fondamentale della democrazia rappresentativa, definito già nella seconda metà del Settecento, prima della Rivoluzione francese. Il politico di origini irlandesi Edmund Burke, il Cicerone britannico, nel suo famoso Discorso agli elettori di Bristol, tenuto il 3 novembre 1774, difese il suo diritto ad agire secondo le proprie convinzioni e non esclusivamente a difesa degli interessi dei propri elettori:
Il parlamento non è un congresso di ambasciatori di opposti e ostili interessi, interessi che ciascuno deve tutelare come agente o avvocato; il parlamento è assemblea deliberante di una nazione, con un solo interesse, quello dell’intero, dove non dovrebbero essere di guida interessi e pregiudizi locali, ma il bene generale.
La prima formulazione di legge di questo principio la si trova, pochi anni dopo, nella Costituzione francese del 1791.
Su questo tema si esercita spesso l’ipocrisia della classe politica e dei commentatori, più o meno prezzolati, più o meno faziosi, dei grandi giornali. In genere siamo favorevoli a questo principio quando lo esercitano i parlamentari degli altri partiti, e ne diventiamo addirittura fieri difensori quando questi stessi parlamentari votano in difformità al loro gruppo per sostenere le nostre posizioni. Siamo più freddi quando lo stesso principio è esercitato da uno del nostro gruppo e vi vorremmo porre dei limiti quando il voto difforme di uno del nostro gruppo finisce per favorire lo schieramento avversario.
Per fare un esempio di questa ipocrisia basta guardare al Partito Democratico, i cui esponenti si distinguono per questa preclara virtù democristiana. Quando un parlamentare del Movimento Cinque stelle decide di votare in modo diverso da quello che viene deciso e imposto da Grillo e dal suo guru cappelluto, Zanda - così, per fare un nome a caso - diventa un paladino dell’art. 67 della Costituzione, sarebbe capace di rinunciare perfino al suo mattutino cornetto con la crema, pur di difendere il diritto di quei parlamentari di esprimere liberamente le loro opinioni. Se però è un “suo” senatore a voler votare in maniera diversa da quello deciso da Renzi allora la situazione appare da tutt’altra prospettiva e Zanda assume quell’aria truce da capufficio del catasto ed è perfino capace di espellerlo dal gruppo.
In merito ai fatti degli ultimi giorni, io non sono tra quelli che si sono scandalizzati, perché che Renzi avesse una concezione autoritaria del proprio ruolo e un’idea padronale del partito lo dicevo da tempo; e non ho neppure partecipato alla solidarietà per Mineo e per gli altri senatori dissenzienti. Anzi penso che se lo meritino: raccolgono semplicemente quello che hanno seminato. Hanno accettato di fare lo specchietto per le allodole per gli elettori di sinistra e adesso si ritrovano in quel partito lì: io spero che Mineo, Civati e gli altri si vergognino almeno un po’, se sanno cosa questo significhi.
Personalmente ho passato diversi anni in consiglio comunale e, per quanto mi posso ricordare, ho sempre votato come il resto del mio gruppo, anche se a volte non ero del tutto convinto di alcune di quelle scelte. In quelle occasioni avevo provato a esprimere i miei dubbi, ma poi mi sono fidato della maggioranza o di chi aveva più esperienza di me; e in genere ho fatto bene. Ammetto che, per fortuna, non mi sono mai successi casi in cui ho dovuto scegliere in maniera così drammatica tra una mia convinzione personale e quello che aveva deciso il mio partito. Vorrei dire che avrei sicuramente votato secondo la mia coscienza, seguendo solo le mie idee, ma mi sembra adesso un’inutile vanteria, probabilmente non vera.
Capisco che non sia facile trovare un corretto equilibrio tra la libertà di esprimere, sempre e comunque, le proprie idee e il dovere di rappresentare le persone che ti hanno eletto, che ti hanno dato fiducia, che si aspettano che tu difenda i loro interessi, che ti faccia portavoce dei loro bisogni, che cerchi di realizzare le cose che ti eri impegnato a fare. La ricerca di questo difficile equilibrio è una delle cose per cui servono i partiti, quando funzionano bene. Il Pci aveva inventato il tanto vituperato centralismo democratico, che ti impegnava a votare sempre come aveva deciso la maggioranza, ma ti offriva le sedi per esprimere le tue posizioni di minoranza. Credo sia un sistema efficace, a patto ovviamente che il partito funzioni, che abbia un suo gruppo dirigente allargato, che sia articolato sul territorio, anche con le sue inevitabili lentezze; se invece il partito è il comitato elettorale del capo di turno - che si chiami Renzi o Berlusconi poco importa, perché è identica l’idea di partito che hanno i due - l’unica possibilità è quella di essere fedele al capo.
In Portogallo, a Panama, in Bangladesh e in India le costituzioni, seppur con sfumature diverse, prevedono che il parlamentare decada quando si dimette dal gruppo parlamentare in cui è stato eletto e se vota in maniera difforme. Come potete immaginare una soluzione che renderebbe la vita molto più facile al truce Zanda e al tenero Speranza.
Spero che, nonostante Renzi e la sua scarsa attitudine alla democrazia, in Italia venga mantenuto il principio costituzionale per cui ogni parlamentare agisce senza vincolo di mandato. Anche se questo principio viene usato così male.

martedì 17 giugno 2014

Verba volant (98): roccaforte...

Roccaforte, sost. f.

Si tratta di una parola composta e infatti il plurale può essere sia roccaforti che roccheforti. Se già una rocca - la parola deriva significativamente da roccia - è un luogo sicuro e protetto, una roccaforte è inespugnabile per definizione e quindi quando viene alla fine espugnata - perché, prima o poi, tocca a tutti - quel fatto viene considerato con meraviglia o con sgomento, con entusiasmo o con rassegnazione. Ovviamente la nostra prospettiva cambia radicalmente se siamo tra gli assedianti o tra gli assediati, tra i vinti o tra i vincitori.
Il risultato più eclatante delle recenti elezioni amministrative è stata certamente la vittoria del candidato del Movimento Cinque stelle a Livorno, una roccaforte della sinistra, la città in cui è nato, quasi un secolo fa, il Partito Comunista d'Italia. Sul tema ho una qualche competenza, avendo assistito nel 1999 alla caduta di un’altra storica roccaforte della sinistra italiana e avendo cominciato, proprio in quei giorni complessi, a fare il funzionario della Federazione dell’allora Pds nella città felsinea.
Ho letto che diversi commentatori - anche tra i più quotati - hanno fatto un parallelo tra i due avvenimenti. Personalmente ho qualche dubbio, prima di tutto perché le vicende di ogni città rispondono a logiche diverse le une dalle altre, dal momento che ogni città ha una sua storia e sue caratteristiche peculiari, ma soprattutto perché da allora sono passati ben 15 anni. A dire la verità, prima di scrivere questa definizione, non mi ero reso conto che fossero passati già tanti anni; o più probabilmente ho preferito non pensarci, per non fare i conti con gli anni che passano, dal momento che dietro a quelle vicende ci ho speso un bel po’ di giovinezza.
Certamente credo che alcuni tratti comuni ci siano. In entrambe le città c’è stata una tradizione di amministratori locali bravi e capaci, in forte sintonia con i loro concittadini, e questo ha reso ancora più evidente le scarse capacità di chi è venuto dopo. Spesso il confronto è impietoso. Non so come abbia amministrato il precedente sindaco di Livorno - immagino non molto bene - ma credo che sull’amministrazione di Walter Vitali i giudizi successivi siano stati eccessivamente liquidatori e inutilmente ingenerosi, legati soprattutto alla sconfitta, di cui fu uno dei responsabili, ma non il solo responsabile. Il vero problema emerso allora a Bologna - e credo oggi a Livorno - è l’autoreferenzialità di un gruppo dirigente che ha dato troppe cose per scontate, pensando che alla fine i voti sarebbero arrivati comunque; e soprattutto la presenza di una trama di interessi, sedimentati negli anni e ormai considerati intoccabili, che - anche non dando adito a comportamenti illeciti - finiscono per prevalere sui valori, sugli obiettivi e sul disegno generale.
Mi pare però che le analogie finiscano qui. La vicenda bolognese si è svolta nello scontro, allora ancora possibile, tra destra e sinistra. La capacità di Giorgio Guazzaloca è stata quella di riunire attorno alla sua candidatura tutte le variegate anime della destra bolognese, dai vecchi democristiani antifascisti ai giovani picchiatori di Forza nuova, dalla massoneria laica agli ambienti clericali. Tutti questi, rendendosi conto che potevano finalmente vincere o meglio che gli eredi del Pci potevano finalmente perdere, hanno fatto un passo indietro e hanno dato vita a un’alleanza litigiosa che infatti non è riuscita di fatto a governare. Guazzaloca, al di là di qualche leggenda metropolitana, non ha sfondato a sinistra, ha semplicemente - anche se semplice non è stato - riunito tutta la destra. E ha vinto perché un pezzo consistente della sinistra non ha votato.
La vicenda di Livorno mi pare abbia caratteristiche differenti. Per Filippo Nogarin hanno votato compattamente quelli di destra, che sono contenti del fatto che è stato sconfitto il candidato del Pd, a prescindere, anche se sono rimasti fuori dal consiglio comunale, e soprattutto hanno votato persone di sinistra, contro Renzi. Con il voto “contro” è difficile costruire qualcosa di significativo, soprattutto in prospettiva, ma intanto sortisce un qualche effetto, come è successo appunto nella città toscana. Francamente credo che se fossi stato livornese avrei votatoanch’io per il candidato Cinque stelle invece di astenermi come avrei dovuto fare, essendo ugualmente lontano da entrambi i candidati, solo per dimostrare la non invincibilità di Renzi. Come vedete, un voto per dispetto, di pancia.
Per tornare alle vicende bolognesi di quegli anni, io credo che nel ’99, nonostante tutto, ci fosse ancora la possibilità di costruire qualcosa di diverso, proprio partendo dagli errori commessi. Naturalmente non ci siamo riusciti, visto che i risultati finali di quel percorso sono stati Delbono e Merola. So che su questo non tutti i miei lettori bolognesi saranno d’accordo, ma penso che perfino Sergio Cofferati sarebbe potuto essere un’opportunità, mentre - come è noto - è stato quello che è stato.
Oggettivamente dobbiamo ammettere che noi di errori ne abbiamo commessi altri - e non pochi - e quindi siamo arrivati a questo punto. Parecchio in basso.
Se è vera questa mia ipotesi e quindi noi avremmo potuto ancora prendere una strada diversa, adesso la situazione è molto diversa. E ormai irrimediabilmente compromessa, perché 15 anni non sono passati invano e soprattutto perché ha vinto Renzi, culturalmente prima che politicamente. Loro ormai la strada l’hanno presa e, come sapete, per me è quella sbagliata. Anche a Livorno in qualche modo rimedieranno, visto che comunque alle europee il Pd ha preso il 53% in quella città. Non dovranno neppure passare per Cofferati come abbiamo fatto noi, ma rimarranno quello che hanno deciso di essere, ossia un partito centrista e moderato, caritatevole verso i poveri, e troveranno un Gori qualsiasi, con la sua finta Michelle d’ordinanza, che li farà di nuovo vincere. Perché per loro si vince rinunciando alla sinistra, e così infatti hanno vinto.
I cittadini di Bologna, non votando per il nostro partito, pur rimanendo a sinistra, ci diedero un segnale che noi non capimmo, o che forse molti di noi non hanno voluto capire, tanto è vero che prendemmo una strada probabilmente diversa da quella che loro avrebbero voluto, una strada che ci ha portato a Renzi, con l’ineluttabilità di un piano inclinato.
Un intellettuale che una volta stimavo e che si è consegnato, come hanno fatto molti altri, a Renzi, senza condizioni, ha scritto nella sua Amaca che la caduta di una roccaforte è perfino un fatto positivo - a meno che gli “invasori” non siano Hitler e Tamerlano - perché obbliga i vinti a rigenerarsi, cosa che non farebbero mai se continuassero a vincere. A Bologna non è andata così, anche perché il centrosinistra di quella città non ha fatto mai davvero i conti con quello che è successo nel ’99, lo ha considerato una parentesi ed è andato avanti esattamente come prima. Francamente cosa farà il Pd a Livorno mi interessa assai poco. Vorrei invece che quella sinistra che in quella, come in altre città, ha votato “contro” riuscisse a votare “per”.
E comunque state attenti, cari amici renziani, le roccaforti cadono prima o poi.Tutte.

sabato 14 giugno 2014

Verba volant (97): comunista...

Comunista, agg.

Quelli della mia generazione non hanno conosciuto Enrico Berlinguer, neppure quelli che - come me - hanno la fortuna di aver avuto i genitori comunisti. Io avevo quattordici anni nel 1984 e naturalmente sapevo già chi era Berlinguer, era il Segretario del Partito - con le lettere rigorosamente maiuscole - il compagno che andavamo ad ascoltare in occasione del comizio finale della Festa nazionale dell'Unità. Ma è stato proprio in quei giorni di giugno di trent’anni fa, quei lunghi giorni di sgomento, di dolore, di attesa e infine di lutto, sincero e partecipato, che mi sono reso conto quanto fosse importante Enrico Berlinguer, cosa significasse per tante persone quell'uomo esile e dal viso serio, di cui però le fotografie in bianco e nero ci restituiscono un sorriso allegro e aperto.
Per quelli della mia età il ricordo di Berlinguer è legato essenzialmente alla sua morte e a quel grande rito laico che furono i suoi funerali, probabilmente l’ultima volta in cui il popolo della sinistra si ritrovò unito in piazza, con un comune sentire. D’altra parte credo sia onesto riconoscere che Berlinguer sia diventato un mito, soprattutto per noi che non lo abbiamo conosciuto, proprio grazie a quella morte improvvisa, a suo modo eroica. La morte crea gli eroi.
Negli anni successivi naturalmente ho provato a capire, a farmi una mia idea su chi fosse Berlinguer, su cosa avesse rappresentato davvero nella storia d’Italia. E in qualche modo ho provato - anche questo credo sia un passaggio inevitabile, a un certo punto - a smontare il mito. Non è facile affrontare quella storia, perché si tratta di un personaggio complesso, che ha attraversato da protagonista molti anni della vita politica italiana ed europea e proprio perché è diventato, certamente al di là delle sue intenzioni, un mito. Ed è sempre difficile confrontarsi con la storia di un mito, trovi sempre qualcuno pronto a difenderlo o a criticarlo, a prescindere.
Verba volant è un vocabolario, il modo che ho scelto per cercare di ridurre le complessità del mondo e mi è sembrato giusto provare a definire Berlinguer con un solo aggettivo. Nonostante le tante sfaccettature della persona e della sua lunga storia, le luci e le inevitabili ombre di una carriera politica, è stato piuttosto naturale e spontaneo scegliere l’aggettivo comunista: e sono convinto che, alla fine, sia quello che lo definisca meglio. Berlinguer è stato un comunista - certo un comunista italiano, come volevamo sempre precisare, per mettere una qualche distanza tra noi e un mondo che non ci piaceva (che forse neppure a lui piaceva più) - ma credo che anche lui avrebbe preferito questa definizione più diretta e semplice.
Naturalmente la parte complessa comincia adesso, perché è difficile definire cosa significhi l’aggettivo comunista: rischiano di esserci tante definizioni di questa parola, almeno quanti sono i comunisti. Come sanno quelli che hanno fatto un po’ di militanza, trovi sempre qualcuno più comunista di te.
C’è una frase di Berlinguer che io amo molto e che penso spieghi meglio di altre cosa significa davvero essere comunista.
Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi, può essere conosciuto, interpretato, trasformato e messo al servizio dell’uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita.
Ci sono tante cose in questa frase; provo a metterne in evidenza qualcuna.
È stato davvero terribile e intricato il mondo che ha conosciuto Berlinguer: la guerra latente, seppur mai combattuta, tra Stati Uniti e Unione Sovietica e la sempre incombente minaccia di una guerra nucleare, i conflitti purtroppo combattuti, spesso con fino ad allora inimmaginabili livelli di ferocia, in quello che si chiamava Terzo mondo, dall’Africa al Sud-est asiatico, dal Medio oriente all’America latina, la scoperta che la fine del colonialismo rappresentava non una liberazione per milioni di persone, ma l’inizio di un periodo di terribile povertà, la piena consapevolezza che il progresso scientifico e tecnologico non era necessariamente un elemento di progresso, ma poteva rivelarsi letale per l’ambiente e per la vita stessa dell’umanità. Tutte questioni che Berlinguer ha affrontato con rigore intellettuale.
In Italia gli anni di Berlinguer sono stati segnati dalla violenza politica, dalla reazione rabbiosa di forze oscure contro la crescita sociale e civile del nostro paese, dall’affermarsi di una cultura individualista. Berlinguer ha intuito meglio di altri questi fattori di crisi; io credo ad esempio che la sua riflessione sull’austerità - allora fortemente criticata - sia di grandissima attualità, perché ci pone di fronte al tema di uno sviluppo che è diventato fine a se stesso.
Probabilmente alla capacità di analisi non è seguita un’altrettanto felice capacità di trovare delle risposte; ad esempio io continuo a pensare che Berlinguer abbia sbagliato a immaginare di poter resistere alla reazione di quei grandi poteri, più o meno occulti, che facevano riferimento alla destra internazionale, alleandosi con un partito come la Democrazia cristiana, che da quegli interessi dipendeva.
E’ importante capire questa storia, per capire da dove siamo arrivati fin qui, ma probabilmente non è questo il punto essenziale per capire davvero Berlinguer e il suo essere ostinatamente comunista. Nella frase che ho citato prima ci sono tre aspetti per me essenziali. Il primo è avere fiducia nei propri valori e consapevolezza dei propri obiettivi, in sostanza credere che la nostra azione possa rendere migliore il mondo e più felice la vita degli uomini. Il secondo è che questa azione di miglioramento tesa alla felicità e al benessere, in cui al centro c’è l’uomo, passa necessariamente attraverso una trasformazione radicale della società. Il terzo è l’essere cosciente che il tuo contributo alla lotta può apparirti insignificante, vano, e che tu puoi anche essere alla fine sconfitto, ma che la lotta è qualcosa che andrà avanti indipendentemente da te e che quindi ne è valsa la pena. E c’è un fortissimo valore etico in questa lotta, perché una vita spesa così è degna di essere vissuta.
Ho avuto l’impressione negli ultimi anni, accostandomi sempre di più alla figura di Berlinguer, che in lui fosse forte la consapevolezza di questa sua personale sconfitta, anche legata al fatto che una persona della sua intelligenza e della sua capacità d’analisi, doveva aver capito - ben prima di intervenire con le sue dichiarazioni pubbliche - che il modello di una società socialista creato in quei tempi era non solo fallito, ma era contrario ai principi per difendere i quali era nato. La “tristezza” di Berlinguer nasceva forse da questa consapevolezza, ma c’era, altrettanto radicata, l’idea che la lotta dovesse continuare, perché, anche se il comunismo storico aveva fallito, la sfida che esso aveva lanciato era rimasta. Ed è rimasta.
Berlinguer è un uomo del suo tempo ed è sbagliato appropriarsene per ragioni di parte, facendone un “santino” democratico o un paladino ante litteram della lotta alla corruzione della politica – anche se fu anche questo e capì prima degli altri, inascoltato, cosa stava succedendo – o un padre della battaglia contro l’Europa della troika. Però, specialmente noi che militiamo nella sinistra, dobbiamo avere la capacità di capirne l’insegnamento di fondo. Berlinguer ci insegna che della lotta c’è bisogno, perché questo mondo è ancora terribile e intricato, perché non possiamo chiudere gli occhi di fronte al fatto che nella maggior parte dei paesi del mondo i due terzi, o i quattro quinti o addirittura i nove decimi, della società sono fatti da poveri, perché la sinistra esiste in natura laddove c’è un uomo che soffre a causa delle ingiustizie.
Non possiamo accettare queste ingiustizie e dobbiamo lottare per sconfiggerle. Allora sì, ha ancora senso definirsi comunisti.

lunedì 9 giugno 2014

"Resistenza impura" di Luca Canali


Agli uomini senza ambizioni politiche,
senza particolari doti d'ingegno, senza relazioni influenti,
cioè senza possibilità di scambio o di scampo,
che caddero oscuramente,
mossi da elementari bisogni e da elementari ideali.
A questi uomini che in morte come in vita
non ebbero mai né chiesero quartiere
e di cui la storia, che pure soprattutto di essi
si nutre, disperde prudentemente le tracce.



"Maschera" di Luca Canali


Forse non sono mai stato
uomo. Forse
ho sempre soltanto giocato.
Mi sono sempre spinto fino al limite
estremo, ma laddove
era l'impatto vero con le cose,
mi volgevo altrove, mi coglieva
la crisi…

domenica 8 giugno 2014

Verba volant (96): maggioritario...

Maggioritario, agg.

Questo aggettivo è arrivato in italiano dal francese majoritaire, derivato di majorité, che significa maggioranza. Il suo significato proprio è quello di indicare ciò che concerne la maggioranza o ciò che è costituito dalla maggioranza.
Di questo aggettivo si fa ormai un gran uso in politica, dal momento che indica quel sistema elettorale in cui la lista che ha ottenuto il maggior numero di voti ottiene tutti i seggi o, più frequentemente, un premio in seggi. Si tratta, come noto, del sistema elettorale preferito da molti partiti italiani, almeno quando vincono o quando pensano di vincere. A me però interessa un altro uso politico di questo aggettivo, nello specifico quando è usato nell'espressione vocazione maggioritaria, coniata alcuni anni fa da Walter Veltroni per il nuovo partito che stava per fondare e ampiamente utilizzata da Matteo Renzi.
Ringrazio l’amico Filippo Fritelli che mi ha spronato a scrivere questa definizione, partendo dal commento di una sua riflessione sull’esito del voto per il parlamento europeo.
Filippo è uno dei cosiddetti nativi democratici. In altra occasione mi è già capitato di scrivere che io - che non sono democratico - apprezzo l’entusiasmo e la voglia di fare di quelli di questa nuova generazione che si è affacciata alla politica. Apprezzo molto meno i miei vecchi compagni diventati, all’improvviso - alcuni fuori tempo massimo - e senza convinzione, democratici e renziani; ma questa è un’altra storia. La riflessione di Filippo è molto chiara su cosa rappresenta e deve essere per lui e per quelli come lui il Partito Democratico. E mi rende più chiaro perché io non ho aderito a quel progetto.
Giustamente Filippo rivendica a Renzi il merito di aver portato a termine la costruzione del partito a vocazione maggioritaria che era nel programma originario del Pd di Veltroni e che, per una serie di ragioni, quel gruppo dirigente non era riuscito a realizzare. Su questo Filippo ha assolutamente ragione: il vero Pd è il Pd che Renzi e una generazione nuova di dirigenti e di militanti stanno costruendo. Io non ho aderito al Pd proprio perché allora avevo ben chiaro che questo sarebbe stato l’esito della vocazione maggioritaria: Veltroni era stato chiaro.
A scanso di equivoci, in non sono uno di quelli che sta bene in minoranza: ce ne sono parecchi nella sinistra italiana e mondiale. A me è capitato per parecchio tempo di misurarmi con il governo, con tutte le difficoltà che questo comporta, con la necessità di mediare tra posizioni diverse e quindi facendo fare qualche passo indietro alle mie idee. Io, a differenza di qualche altro compagno, sono uno che le elezioni le vorrebbe vincere sempre, aspiro alla maggioranza, che però è cosa radicalmente diversa dalla vocazione maggioritaria.
Dice Filippo che il Pd vuole
portare a sintesi le varie istanze sociali provenienti dalle diverse parti della società italiana.
Ecco questa è la cosa su cui io non riesco proprio a essere d’accordo, perché ci sono istanze - ovviamente parlo soltanto di quelle legittime, come immagino faccia Filippo - con cui io non sono disponibile a fare sintesi, perché sono istanze che sono e saranno sempre in conflitto con le mie. Poi anche in un conflitto si deve trovare un accordo - anzi la politica è proprio l’arte di trovare questo accordo, per fermare uno scontro che altrimenti sarebbe permanente - ma un accordo in cui ciascuno rimane con i propri valori e i propri obiettivi di lunga durata è cosa ben diversa dalla sintesi.
Provo a spiegarmi con un esempio. Io credo che tra chi lavora e chi quel lavoro lo utilizza - una volta si chiamavano padroni, ora so che si usano formule più sfumate, ma quello è il concetto - il conflitto sociale sia insanabile e permanente, perché gli interessi di queste due classi - altro termine piuttosto desueto, mi rendo conto - sono radicalmente diversi. Tra questi interessi radicalmente diversi si può cercare un accordo, più o meno strutturale, ma non può esserci sintesi, perché questa sintesi finisce sempre per privilegiare gli interessi di una parte, in genere di quella più forte. Ovviamente noi abbiamo spesso fallito nel trovare questo accordo: sulle critiche alla sinistra italiana io sono probabilmente più duro e impietoso di quanto lo sia Filippo, quantomeno perché la conosco meglio di lui e perché porto un pezzetto di responsabilità di questo fallimento.
Per tornare al tema ci sono diritti che una volta acquisiti sono acquisiti per tutti, anche per chi ne ha osteggiato l’introduzione, perché in sostanza non tolgono un diritto o un beneficio agli altri. Ad esempio, se finalmente in questo paese riuscissimo a permettere alle persone dello stesso sesso di sposarsi, avremmo garantito a tutti un diritto, senza ledere i legittimi interessi di nessuno. Ma quando si parla di interessi economici questo non è più possibile, la giustizia sociale passa necessariamente attraverso un conflitto, qualcosa che gli amici come Filippo fanno perfino fatica ad accettare, perché per loro è più importante la sintesi. Tra ricchi e poveri non ci può essere sintesi, perché se ad esempio partiamo dall’idea che la ricchezza debba essere redistribuita - e io penso che lo debba essere - è naturale che chi è ricco si opponga a che qualcuno, anche lo stato, gli tolga una parte della propria ricchezza. Ecco io nell’azione di governo di Renzi vedo sì la sintesi, che però finisce per premiare gli interessi che tradizionalmente io ho combattuto e che ancora combatto.
Filippo usa in questa sua riflessione l’aggettivo “divisivo” e ne dà naturalmente un significato negativo, come fanno molti altri. Capisco cosa vuol dire con questa parola, ma io credo che ci siano occasioni in cui è proprio necessario fare delle divisioni, tracciare delle linee. Dopo tutto il significato etimologico di partito è proprio quello, deriva da parte. Partito a vocazione maggioritaria è una contraddizione in termini e infatti qualcuno nel Pd comincia già a dire che probabilmente partito è una parola superata, a favore del più neutro e totalizzante “democratici”.
Il Pd di Renzi - e quello di Veltroni prima di lui - sta facendo di tutto per superare l’antitesi tra destra e sinistra, ed è ovvio per un partito che si pone come proprio obiettivo la sintesi. Renzi è davvero il primo leader di una nuova era di questo paese, molto di più di quanto lo sia stato Berlusconi, che pure è stato un personaggio che ha rotto in maniera violenta con il passato. Eppure Berlusconi ha continuato ad essere il leader della destra italiana, riconoscendo - spesso costruendoselo - un nemico ideologico, i comunisti, retaggio della cultura del Novecento. Berlusconi è stato sommamente divisivo. Renzi non ha bisogno di avere un nemico ideologico, anzi questa idea gli è totalmente estranea, perché lui vuole essere per tutti e di tutti. Devo essere sincero con voi amici democratici, questo a me un po’ spaventa, perché mi pare nasconda l’altro limite forte dell’azione di governo del vostro partito, la riduzione dei livelli di democrazia in questo paese.
Io ostinatamente continuo a pensare che una differenza ci sia - per citare Norberto Bobbio - tra “coloro che ritengono che gli uomini siano più eguali che diseguali” e “coloro che ritengono siano più diseguali che uguali”. Questi due differenti schieramenti siamo stati abituati a chiamarli rispettivamente sinistra e destra; io non riesco davvero a trovarci una sintesi.
E comunque, ubi maior, minor non cessat.