mercoledì 7 luglio 2010

"Per i morti di Reggio Emilia" di Fausto Amodei


Compagno cittadino, fratello partigiano,
teniamoci per mano in questi giorni tristi.
Di nuovo a Reggio Emilia, di nuovo là in Sicilia,
son morti dei compagni per mano dei fascisti.

Di nuovo come un tempo, sopra l'Italia intera
fischia il vento, infuria la bufera.

A diciannove anni è morto Ovidio Franchi,
per quelli che son stanchi o sono ancora incerti.
Lauro Farioli è morto per riparare al torto
di chi si è già scordato di Duccio Galimberti.

Son morti sui vent'anni, per il nostro domani,
son morti come vecchi partigiani.

Marino Serri è morto, è morto Afro Tondelli,
ma gli occhi dei fratelli si son tenuti asciutti.
Compagni sia ben chiaro che questo sangue amaro
versato a Reggio Emilia è sangue di noi tutti.

Sangue del nostro sangue, nervi dei nostri nervi,
come fu quello dei Fratelli Cervi.

Il solo vero amico che abbiamo al fianco adesso
è sempre quello stesso che fu con noi in montagna.
Ed il nemico attuale è sempre ancora eguale
a quel che combattemmo sui nostri monti e in Spagna.

Uguale la canzone che abbiamo da cantare,
scarpe rotte eppur bisogna andare.

Compagno Ovidio Franchi, compagno Afro Tondelli
e voi Marino Serri, Reverberi e Farioli,
dovremo tutti quanti aver d'ora in avanti
voialtri al nostro fianco per non sentirci soli.

Morti di Reggio Emilia uscite dalla fossa,
fuori a cantar con noi Bandiera Rossa!

ascoltate la canzone, cliccando qui

Considerazioni libere (136): a proposito di carboni ardenti...

Oggi voglio raccontarvi una piccola storia estiva, una di quelle storie che sembrano di "colore", ma che descrivono molto bene la nostra società.
Domenica scorsa nove dirigenti di Tecnocasa sono stati costretti a rivolgersi al pronto soccorso per ustioni ai piedi, fortunatamente solo due sono stati ricoverati al centro grandi ustionati dell'ospedale Sant'Eugenio. I malcapitati avevano tentato - evidentemente senza riuscirci - di fare una passeggiata sui carboni ardenti. Gli incauti agenti immobiliari erano stati mandati dalla loro azienda a un "motivation day", una giornata per imparare a conoscere se stessi e aumentare la loro autostima, con una serie di test e di giochi di ruolo culminanti nella passeggiata sui carboni ardenti. Ecco come Alessandro Di Priamo, il "docente" della giornata, descrive sul proprio sito la sua lucrosa attività.
Attraverso la camminata sui carboni ardenti, i partecipanti impareranno come cambiare i propri stati d’animo ed i comportamenti per essere in grado di compiere azioni concrete ed ottenere nuovi risultati. La pirobazia aiuta le persone a formarsi una nuova rappresentazione interna delle proprie possibilità. Se qualcosa che appariva "impossibile" era soltanto una limitazione della mente, quante altre "impossibilità" saranno in effetti altrettanto possibili? Sfidati e vai Oltre con Alessandro: farai la camminata più lunga ed emozionante in Italia: 12 mt.

Chi sta cercando o ha cercato lavoro in questi tempi si è certamente imbattuto in esperti delle risorse umane, motivatori e altre figure del genere che sottopongono test sulle motivazioni, che propinano ai candidati sempre gli stessi giochi di ruolo, che esaltano le virtù delle proprie aziende, in cui immancabilmente si trova un ambiente giovane, dinamico, teso al risultato e alla crescita personale, che ti raccontano tutto questo subito prima di presentarti un misero contratto di collaborazione a progetto. Fortunatamente a nessun candidato viene ancora chiesto di camminare sui carboni ardenti, ma forse qualcuno ci penserà.
Al momento non si sa quanto la passeggiata sui carboni ardenti per gli agenti di Tecnocasa sia stata una scelta libera e volontaria o imposta dall'azienda; quasi sicuramente sia l'azienda sia soprattutto l'esperto di coaching estremo si sono tutelati e risulterà che i nove hanno volontariamente deciso di sottoporsi a questa prova; magari qualcuno di loro era davvero convinto e gli altri, presumibilmente la maggioranza, lo hanno fatto per non sfigurare davanti ai colleghi e ai capi.
Peraltro camminare sui carboni ardenti senza bruciarsi non è né l'indice di una particolare apertura della mente né il segno di doti soprannaturali; basta essere allenati e cercare di tenere il meno possibile a contatto le palme dei piedi con la brace, che è un pessimo conduttore del calore.
Un'ultima considerazione. Il "Corriere della sera" ha riportato la notizia, ma ha omesso il nome dell'agenzia immobiliare. Forse per non gettare luce su uno sponsor? Non so, ma certo quando giustamente i giornali fanno la battaglia contro la cosiddetta "legge bavaglio", credo che sia sbagliato che accettino queste forme di autocensura. Non credo che i loro lettori smetteranno di rivolgersi alle agenzie Tecnocasa quando devono acquistare casa, magari si limiteranno a dare un occhiata ai loro piedi.

venerdì 2 luglio 2010

"Quello" di Angel Gonzalez


Quello.
Non questa cosa.

- tanto meno - questo.

Quello.

Quello che sta sulla soglia
della mia fortuna.
Mai chiamato,
neppure atteso;
soltanto presenza che non occupa spazio,
ombra o luce fedele al bordo di me stesso
che né il vento strappa, né la pioggia scioglie,
né il sole appassisce, né la notte spegne.

Tenue filo di brezza
che mi legava alla vita dolcemente.
Quello
che se mai fosse stato
possibile,
e che sarebbe ancora possibile
oggi o domani se non fosse
un sogno.

mercoledì 30 giugno 2010

Considerazioni libere (135): a proposito di politiche culturali...

Oggi voglio raccontare una piccola storia italiana, che - almeno a mio parere - non ha avuto l'attenzione che meriterebbe.
Ravello è una splendida cittadina della provincia di Salerno, uno dei moltissimi tesori italiani, tanto che l'Unesco ha dichiarato Ravello e la costiera amalfitana patrimonio dell'umanità. La città ospita ogni anno il Festival di Ravello, dedicato a Wagner, che proprio in un soggiorno nella località campana trasse l'ispirazione per comporre il suo ultimo capolavoro, il Parsifal, e che è solo uno dei tanti turisti illustri che si è innamorato di questo luogo.
Dal 2002 il presidente della Fondazione Ravello è il sociologo Domenico De Masi che è riuscito a rilanciare il Festival, grazie anche alla sua capacità di raccogliere contributi privati: questo appuntamento culturale infatti ha un bilancio che vive per il 66% grazie a sponsor privati e per il 34% con fondi pubblici, un caso unico nel Sud. De Masi si è proposto un altro ambizioso progetto, realizzare a Ravello un grande auditorium, un luogo in cui avviare, non solo nei mesi estivi, un'attività culturale capace di attirare turisti in quel comune che, pur avendo solo 2.500 abitanti, conta diciotto alberghi, di cui cinque a cinque stelle. Oscar Niemeyer, uno dei più importanti architetti del mondo, il "padre" di Brasilia, ha realizzato gratuitamente il progetto di questo auditorium e la Fondazione ha ottenuto dall'Unione europea 18,5 milioni di euro necessari per realizzare l'opera.
A questo punto sono iniziati i contenziosi. Nei primi sei anni chi sedeva all'opposizione in Consiglio comunale ha fatto di tutto per non far realizzare l'opera e si è costituito un comitato contro l'auditorium, sostenuto anche da Italia Nostra. Sono partiti esposti, si sono svolti diversi processi e i lavori sono stati più volte sospesi. Nel febbraio del 2005 infine il Consiglio di Stato ha dato il via libera ai lavori che sono terminati nel 2009. Oggi la sala può piacere o non piacere, affascinare o apparire uno sfregio, ma è una realtà da 18.5 milioni di euro. L'auditorium è stato anche inaugurato, ma ora è chiuso, anzi rimarrà chiuso proprio per l'edizione 2010 del Festival, che si inaugura il 1 luglio con uno spettacolo in cui si esibiranno John Malkovich e la Wiener Akademie.
Nel frattempo è diventato Sindaco chi fino a pochi mesi fa si era opposto alla realizzazione dell'auditorium. Il 2 ottobre del 2009 il sindaco Imperato ha sottoscritto un atto di comodato con cui il Comune affidava alla Fondazione la gestione della sala; la Fondazione aveva già preparato un cartellone prevedendo quattro festival, uno per ogni stagione e un piano industriale che prevede il pareggio nei primi due anni di attività. Ma il 22 aprile di quest'anno il Consiglio comunale, compreso lo stesso Sindaco Imperato, ha bocciato questa convenzione, decidendo di costituire una propria società di gestione: evidentemente qualcuno ha colto le potenzialità economiche della struttura. Nel frattempo i Vigili del fuoco non hanno ancora concesso l'agibilità e il Comune non ha particolare fretta, visto che prima vuole risolvere la partita della gestione.
Così a Ravello c'è un'auditorium, progettato da uno dei più grandi architetti del mondo e costato 18,5 milioni di euro, che nessuno sta utilizzando. Ogni altro commento mi pare superfluo.

domenica 27 giugno 2010

"Odysseus" di Francesco Guccini


Bisogna che lo affermi fortemente
che certo non appartenevo al mare,
anche se dei d'olimpo e umana gente
mi sospinsero un giorno a navigare,
e se guardavo l'isola petrosa,
ulivi e armenti sopra la collina,
c'era il mio cuore al sommo d'ogni cosa
c'era l'anima mia che è contadina;
un'isola d'aratro e di frumento
senza le vele, senza pescatori,
il sudore e la terra erano argento
il vino e l'olio erano i miei ori.
Ma se tu guardi il monte che hai di faccia
senti che ti sospinge a un altro monte,
un'isola col mare che l'abbraccia
ti chiama a un'altra isola di fronte
e diedi un volto a quelle mie chimere
le navi costruii di forma ardita,
concavi navi dalle vele nere
e nel mare cambiò quella mia vita
ma il mare trascurato mi travolse,
seppi che il mio futuro era sul mare
con un dubbio pero che non si sciolse;
senza futuro era il mio navigare.
Ma nel futuro trame di passato
si uniscono a brandelli di presente,
ti esalta l'acqua e al gusto del salato
brucia la mente,
e ad ogni viaggio reinventarsi un mito,
a ogni incontro redisegnare il mondo,
e perdersi nel gusto del proibito
sempre più in fondo
e andar
e in giorni bianchi come arsura,
soffio di vento e forza delle braccia,
mano al timone e sguardo nella pura
schiuma che lascia effimera una traccia;
e andare nella notte che ti avvolge e
scrutare delle stelle il tremolare
in alto l'Orsa è un segno che ti volge
diritta verso il nord della Polare.
E andare come spinto dal destino
verso una guerra, verso l'avventura
e tornare contro ogni vaticino
contro gli Dei e contro la paura.
E andare verso isole incantate
verso altri amori, verso forze arcane
compagni persi e navi naufragate;
per mesi, anni o soltanto settimane?
La memoria confonde e da l'oblio,
chi era Nausicaa e dove le sirene?
Circe e Calipso perse nel brusio
di voci che non so legare assieme,
mi sfuggono il timone, vele, remo,
la fratura tra inizio ed il finire,
l'urlo dell' accecato Polifemo
ed il mio navigare per fuggire.
E fuggendo si muore e la mia morte
sento vicina quando tutto tace
sul mare, e maledico la mia sorte
non trovo pace.
Forse perchè sono rmasto solo
ma allora non tremava la mia mano
e i remi mutai in ali il folle volo
oltre l'umano.
Le via del mare insegna false rotte,
ingannevole il mare ogni tracciato,
solo leggende perse nella note
perenne di chi un giorno l'ha cantato,
donandomi pero l'eterna vita
racchiusa in versi, in ritmi, in una rima,
dandomi ancora la gioia infinita
di entrare in porti sconosciuti prima.

ascoltate la canzone, cliccando qui

sabato 26 giugno 2010

Considerazioni libere (134): a proposito di nazionale...

Non mi pare il caso di dire che lo scarso - usiamo un eufemismo, per carità di patria - risultato della nazionale italiana di calcio sia lo specchio della condizione di crisi in cui si trova il nostro paese. Il calcio rimane comunque uno sport, in cui le occasioni e i colpi di fortuna - e naturalmente quelli di sfortuna - hanno un peso molto forte: se il guardialinee non si fosse accorto del quasi impercettibile fuorigioco di Quagliarella, adesso saremmo qui a raccontare una storia diversa. Ma la prova regina che non c'è una stretta relazione tra lo stato del paese e le sorti della nazionale è la vittoria dell'Italia di Lippi nel mondiale del 2006: allora l'Italia-paese faceva schifo praticamente come oggi.
Sgombrato il campo da questo sociologismo da quattro soldi, ci sono però alcuni aspetti della sconfitta della nazionale che descrivono abbastanza bene quello che avviene nel nostro paese. La sconfitta della nazionale è frutto certamente dell'incapacità dei quei calciatori di gestire l'indubbia pressione che un appuntamento internazionale di quel livello porta con sé e dell'incapacità del commissario tecnico di capire cosa stava succedendo nelle teste dei suoi giocatori. Però sarebbe ingeneroso dire che le responsabilità sono soltanto queste. Eppure in Italia funziona così: si individua un responsabile e gli si butta la croce addosso e intanto gli altri aspettano che passi la bufera.
La crisi della nazionale la conseguenza logica di una serie di incapacità a livello dirigenziale: la Figc è debolissima e in balìa di decisioni che vengono prese in altre sedi, non c'è nessun investimento sui centri giovanili federali, non c'è nessuna programmazione seria riguardante le nazionali giovanili che dovrebbero essere i naturali vivai per la nazionale maggiore. Nonostante tutto questo Abete rimarrà al suo posto, certamente consigliato dal suo immarcescibile predecessore e mentore Franco Carraro. Nel calcio attuale la nazionale è una parentesi, perché tutto il rilevantissimo interesse economico è concentrato sul super-campionato che giocano una dozzina di squadre a livello europeo: lì ci sono i soldi, lì ci sono le persone che decidono. Ovviamente nessuno - o ben pochi, specialmente tra i cosiddetti addetti ai lavori - ha interesse a disturbare il munifico manovratore e quindi si va avanti così. D'altra parte nessuno ha provato a criticare Marchionne e nessuno criticherà i padroni delle grandi squadre.

"Il valore della ricchezza" di Robert Kennedy

Discorso pronunciato presso l'Università del Kansas il 18 marzo 1968

Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto interno lordo. Il Pil comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine settimana.
Il Pil mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.

venerdì 25 giugno 2010

Considerazioni libere (133): a proposito di compagni...

Intervengo con un po' di ritardo su una di quelle questioni che tanto appassionano i giornali e i commentatori delle vicende politiche italiane: l'opportunità o meno di usare la parola "compagno" all'interno del Partito Democratico.
I fatti sono noti: sabato 19 giugno, intervenendo alla manifestazione che il Pd ha organizzato contro la manovra economica, l'attore Fabrizio Gifuni ha esordito con "compagne e compagni", scatenando l'applauso fragoroso della platea. Nei giorni successivi alcuni giovani del Pd hanno scritto a Bersani, dichiarando il loro disappunto perché secondo loro quella formula appartiene a una tradizione che il Pd avrebbe dovuto superare e quindi non dovrebbe essere più usata. Da questa lettera è cominciato il dibattito, svoltosi spesso sul tono dell'ironia e del sarcasmo, in cui si sono cimentati i soliti noti, dentro e fuori - ma soprattutto fuori - del partito. Proprio perché la discussione si è stancamente protratta su questo livello basso, ho preferito non occuparmene qui, anche perché contemporaneamente si stava parlando della vicenda di Pomigliano, una questione decisamente più seria e su cui si è definitivamente giocata - almeno secondo me - la credibilità del Pd come partito del centrosinistra, erede della tradizione riformista italiana. Di questo ho già parlato, nella "considerazione" nr. 131, per la precisione.
Ho però ripensato alla cosa e mi sono reso conto che per me quella parola è carica di significato e quindi qualche riflessione si impone. Fin da bambino ho sentito usare questa parola, i miei genitori erano compagni, i miei zii, tante delle persone che conoscevo, mio nonno era compagno - un compagno socialista, ma sempre un compagno. Come credo di aver già scritto, anche prima di capire qualcosa del mondo, la parola "compagno" ha avuto per me un significato positivo e ammetto che mi è rimasto una sorta di riflesso incondizionato. Poi ho conosciuto tante compagne e tanti compagni, ho imparato a conoscerli e a lavorare con loro, e quella parola è diventata per me sempre più importante. Ricordo l'emozione con cui l'ho pronunciata nelle prime occasioni in cui ho avuto l'opportunità di intervenire in sezione o quando, un po' di tempo dopo, mi è capitato di pronunciare il discorso per un compagno che ci aveva lasciato. Ho riletto in questi giorni un passo più volte citato di Mario Rigoni Stern:
Compagni è un nome bello e antico che non dobbiamo lasciare in disuso; deriva dal latino “cum panis” che accomuna coloro che mangiano lo stesso pane. Coloro che lo fanno condividono anche l’esistenza con tutto quello che comporta: gioia, lavoro, lotta e anche sofferenze. È molto più bello Compagni che “Camerata” come si nominano coloro che frequentano stesso luogo per dormire, e anche di “Commilitone” che sono i compagni d’arme.
Ecco, noi della Resistenza siamo Compagni perché abbiamo sì diviso il pane quando si aveva fame ma anche, insieme, vissuto il pane della libertà che è il più difficile da conquistare e mantenere.

Queste parole raccontano, come meglio non si potrebbe fare, tutto quello che ho sentito e sento. E questo sentimento non potrà cambiare, almeno per me. E' un insieme di emozioni e di ragionamenti che mi accompagnerà, perché fa parte ormai del mio percorso.
Se però ragiono a mente fredda sulla questione, trovo che a loro modo di vedere quei giovani del Pd che hanno scritto a Bersani hanno ragione. Non sono stati loro, ma chi questo partito ha voluto far nascere a spiegare che era finito un mondo e che con la fine di quel mondo era finito anche un certo modo di concepire la politica. Il Pd è già qualcosa di profondamente diverso da quello che era il maggior partito che ha contribuito a fondarlo, nonostante i tentativi gattopardeschi di alcuni dirigenti che continuano a sostenere che c'è una continuità tra quella storia e la nascita del Pd. E nonostante Berlusconi continui a rappresentare il Pd come una costola della terza Internazionale. Sbaglia lui e sbagliano i gattopardi: il Pd è già qualcosa di molto diverso da un partito socialista e temo - almeno dal mio punto di vista - che il processo sia irreversibile.
Nei momenti di rabbia mi verrebbe da dire che è giusto che gli iscritti al Pd non si chiamino tra loro compagni, che non ne hanno il diritto. Ad esempio l'ho pensato leggendo certe dichiarazioni sulla vicenda di Pomigliano. Poi, passata la rabbia, mi rendo conto che sarebbe un peccato d'orgoglio: non ho certo io il diritto di dire a uno che si vuol chiamare compagno se può o non può farlo. E' una delle cose che mi hanno insegnato i compagni.

"Acrobata" di Edoardo Sanguineti


acrobata (s. m.) è chi cammina tutto in punta (di piedi): (tale, almeno, è per l'etimo): poi procede, però, naturalmente, tutto in punta di dita, anche, di mani (e in punta di forchetta): e sopra la sua testa: (e sopra i chiodi, fachireggiando e funamboleggiando): (e sopra i fili tesi tra due case, per le strade e le piazze: dentro un trapezio, in un circo, in un cerchio, sopra un cielo): volteggia su due canne, flessibilmente, infilzate in due bicchieri, in due scarpe, in due guanti: (dentro il fumo, nell'aria): pneumatico e somatico, dentro il vuoto pneumatico: (dentro pneumatici plastici, dentro botti e bottiglie): e salta mortalmente: e mortalmente (e moralmente) ruota: (così mi ruoto e salto, io nel tuo cuore):

Considerazioni libere (132): a proposito di maturità...

Come ogni anno di questi tempi, ripenso con nostalgia al mio esame di maturità. Sono stato uno dei tanti fortunati che ha fatto l'esame "sperimentale" introdotto dal ministro Sullo nel 1967 e riformato dopo quasi trent'anni - notoriamente in Italia le cose più durature sono sempre le provvisorie - dal ministro Berlinguer; allora l'esame prevedeva due prove scritte e due sole materie per l'orale, di cui una scelta ufficialmente dallo studente e una teoricamente assegnata dalla commissione esterna, ma di fatto concordata tra lo studente e il cosiddetto membro interno: uno dei primi compromessi così tipicamente italiani che il maturato avrebbe poi sperimentato nella sua vita futura di cittadino.
Io ho dato l'esame nell'89, anno fatidico per ben altri motivi: ho fatto il tema storico, su luci e ombre dell'azione di governo di Giolitti, è uscito latino - un passo del Dialogus de oratoribus di Tacito - e ho portato all'orale storia e greco.
Scusate questa forse inutile premessa personale, ma francamente non invidio i giovani che in questi giorni sono stati impegnati nella prova di italiano. Ho letto sul sito del ministero le tracce e nonostante la possibilità di scelta sia maggiore rispetto ai miei tempi non avrei davvero saputo cosa scegliere. E mi pare ci sia anche qualcosa da dire sulle tracce.
Per il tema di argomento storico si è chiesto al maturando di delineare la "complessa vicenda del confine orientale" italiano, soffermandosi in particolare sugli anni tra il '43 e il '54; banalizzando si tratta di un tema sulle foibe. Non so bene quale sia il programma del quinto anno della scuola superiore, ma sinceramente fatico a credere che in molti istituti si sia davvero affrontato questo passaggio effettivamente così complicato della storia recente del nostro paese. Tanto più che su questo argomento, per responsabilità non solo degli esponenti della destra, ma comunque per una loro certa enfasi, c'è stato un dibattito politico che poco ha che spartire con una vera analisi storica. Di foibe in questo paese si è certamente parlato, ma con posizioni spesso preconcette e quindi immagino che difficilmente gli insegnanti si siano infilati questo ginepraio, rischiando di apparire schierati da una parte o dall'altra. Temo davvero che la scelta di questo argomento sia stata da parte dei funzionari del ministero più una forma di piaggeria verso l'attuale maggioranza di governo che una scelta meditata: il fatto che questa traccia sia stata scelta da un'assoluta minoranza degli studenti italiani la dice lunga sulla capacità del ministero di sapere quello che si affronta nel corso dell'anno scolastico.
Poi c'era la traccia per l'articolo o il saggio breve di ambito storico-politico dall'apparente innocuo titolo "Il ruolo dei giovani nella storia e nella politica. Parlano i leader". Curiosa la scelta delle citazioni che gli studenti avrebbero dovuto analizzare; quattro sono i leader di cui vengono raccolti i giudizi: Benito Mussolini, Palmiro Togliatti, Aldo Moro e Giovanni Paolo II. Una scelta stravagante.
Del "leader" Mussolini è citato un passo del celebre discorso alla Camera del 3 gennaio 1925 in cui il presidente del consiglio "rivendica" di fatto l'uccisione di Giacomo Matteotti e le violenze fasciste: da tutti gli storici quel discorso è considerato come l'inizio della fase più dura della dittatura fascista in Italia. Non si capisce cosa c'entri questo funesto discorso con l'argomento del tema, su cui pure ci sarebbero stati argomenti. Il regime fascista prestò grande attenzione ai giovani, molto di più di quanto avesse mai fatto lo stato liberale e fu anche movimento di giovani, ma quel discorso sembra messo lì in maniera posticcia, giusto per inserire Mussolini, in maniera asettica e apparentemente neutrale, tra i "leader" italiani. Ammetto di essere un inguaribile antifascista, ma sinceramente questo tentativo di banalizzare il regime fascista mi sembra grave e da condannare. Purtroppo mi pare che questa traccia sia passata quasi inosservata e ben pochi ne abbiano stigmatizzato i contenuti.
Anche le altre citazioni mi sono sembrate piuttosto gratuite: Togliatti doveva bilanciare Mussolini e Moro doveva bilanciare Togliatti, in modo da mantenere una qualche forma di par condicio storica? Forse lo scopo era far sì che il maturando lodasse il pensiero di Giovanni Paolo II, ma non credo che egli abbia bisogno, seppure in maniera postuma, delle pie lodi del ministro Gelmini e dei suoi devoti funzionari.
Anche il tema sulla ricerca della felicità non mi sembra proprio alla portata. Penso proprio che abbia fatto bene Balotelli a dedicarsi al tema sulla musica, sperando che ne ascolti di quella capace di renderlo più maturo, in vista dei prossimi campionati mondiali di calcio.

domenica 20 giugno 2010

Considerazioni libere (131): a proposito di quando abbiamo perso l'anima...

In questo blog ho già parlato della vicenda di Pomigliano d'Arco (nella "considerazione" nr. 126, per la precisione). Anche i lavoratori di quello stabilimento - e insieme a loro le organizzazioni sindacali, piccole e grandi - sono responsabili di quello che è accaduto, perché in molti hanno approfittato dei loro diritti e in tantissimi - compresi molti politici che ora denunciano il fenomeno - hanno accettato e coperto un assenteismo diffuso, che ha finito per danneggiare la stessa capacità produttiva della fabbrica. Ora, con la necessità di fronteggiare una fase di fortissima crisi del settore, questo ha dato alla Fiat la possibilità di "proporre" un accordo, in cui non solo si peggiorano le condizioni di lavoro, ma soprattutto si limitano alcuni diritti fondamentali, come quello di sciopero, con il beneplacito delle forze politiche e la sostanziale acquiescenza di gran parte delle sigle sindacali. Il prossimo 22 giugno i lavoratori di Pomigliano saranno chiamati a decidere se accettare o meno quell'accordo e ragionevolmente i sì avranno la maggioranza: non si può chiedere a 5.000 operai di rinunciare al lavoro in un momento di crisi come questo. E i sindacati, tutti i sindacati, credo dovranno accettare la decisione dei lavoratori. In questi giorni ho molto apprezzato la posizione della Cgil, che mi pare l'unica che sia riuscita a tenere insieme la difesa dei diritti dei lavoratori con l'esigenza di mantenere attivo lo stabilimento di Pomigliano. L'intervista che Guglielmo Epifani ha rilasciato qualche giorno fa al Corriere della sera credo esprima bene questa posizione.
Torno sull'argomento perché mi sembra che questa vicenda abbia messo in luce ancora una volta, e su un tema fondamentale come il lavoro, la crisi profonda della sinistra italiana. E' un tema che naturalmente mi sta molto a cuore e sui torno spesso. In questi giorni tutto il centrodestra - da gli eredi del Msi e della cosiddetta destra sociale all'Udc - ha naturalmente rivendicato la bontà dell'accordo di Pomigliano e questo è assolutamente legittimo dal loro punto di vista; favorire il mercato a scapito dei diritti dei lavoratori è uno degli elementi caratterizzanti la destra in qualunque parte del mondo. Ed è altrettanto naturale che questo vasto schieramento, che va dalle forze politiche del centrodestra alle associazioni di categoria degli imprenditori, piccoli e grandi, tenda a presentare questo accordo come un elemento di modernità e di progresso e quindi a bollare come conservatori quelli che si oppongono a questo accordo. Non è un fenomeno di oggi, è dagli anni della Thatcher e di Reagan che questa ideologia, questo nuovo liberismo è riuscito ad avere la meglio nelle coscienze della maggioranza e naturalmente la fine dell'Unione sovietica ha in qualche modo sancito questa vittoria: il comunismo è stato per sempre sconfitto e il liberalismo ha potuto alzare la propria bandiera.
Non stupiscono quindi i molti analisti e commentatori che plaudono alle virtù del mercato e nel caso specifico che definiscono storico l'accordo proposto da Marchionne ai lavoratori, così come definirono storiche e moderne le linee elaborate tra gli altri dal professor Biagi e che portarono all'approvazione della legge 30 e alla precarizzazione dei rapporti di lavoro. In genere i corifei, più o meno sinceri, di questa ideologia, ci spiegano che è finito il Novecento e che siamo entrati in un tempo nuovo, in cui le vecchie categorie devono essere abbandonate. Al di là di questi stucchevoli ritornelli, si tratta di un fenomeno storico molto forte, che è mondiale, e a cui è difficile opporsi, quindi non stupisce che anche nel mondo sindacale ci sia chi è disposto a cedere, a far arretrare diritti che solo pochi anni fa sembravano non-negoziabili. Io rispetto la posizione di Cisl e Uil, credo che sia sciocco, oltre che profondamente ingiusto, considerare quei sindacati come "venduti" al padrone, semplicemente non vedono possibile un altro sistema di sviluppo e quindi cercano di limitare i danni, di trarre al massimo le opportunità possibili per i lavoratori, in questo contesto storico.
E qui siamo a un nodo politico, perché qui sta la difficoltà di tutta la sinistra europea, ma in Italia questa difficoltà è drammatica. Il Pd ha, come al solito, balbettato, ma tutti i suoi dirigenti che hanno avuto il coraggio di intervenire sulla questione di Pomigliano si sono schierati dalla parte della Fiat, riconoscendo il coraggio di Marchionne di tornare a investire in Italia e di interrompere il fenomeno della delocalizzazione; persone intelligenti e dirigenti autorevoli come Fassino, Veltroni, Chiamparino si sono spesi per il sì. Sono sicuro che lo hanno fatto sinceramente, perché credono sia giusto così, perché lì è arrivato il percorso politico e culturale della sinistra che loro legittimamente rappresentano. Al massimo hanno chiesto che l'accordo di Pomigliano non diventi un modello per altre vertenze, ma questa richiesta rischia di essere una foglia di fico, perché credo sia chiaro a tutti che questo sarà inevitabile e che Pomigliano sarà uno spartiacque nella storia delle relazioni sindacali in Italia. Io ho avuto la fortuna e l'opportunità di seguire il percorso che ha portato il maggior partito della sinistra italiana, il Pci a diventare il Pd, direttamente, e con qualche responsabilità, nella fase Pci-Pds-Ds - il percorso non è stato così lineare come vorrebbe una certa vulgata berlusconiana -, indirettamente nella successiva nascita del Pd, perché mi sono ritirato prima, e mi interrogo di continuo per capire in quali passaggi è avvenuto questo cambiamento così radicale. C'è stato probabilmente un progressivo scivolamento, che a un certo punto è stato inarrestabile; anche noi troppe volte ci siamo lasciati prendere dall'idea che i vecchi modelli dovevano essere superati e che dovevamo abbracciare la modernità. Quando ci siamo convinti che era ormai impossibile cambiare il mondo?
Anche chi negli anni scorsi è andato più avanti, come i laburisti inglesi, parlavano comunque di una terza via, qui a un certo punto abbiamo anche questa prospettiva è stata accantonata. Non credo sia un caso se l'attuale segretario del Pd, che pure ha solidi radici nel riformismo socialista emiliano, abbia caratterizzato la sua azione di governo sul tema delle liberalizzazioni e ancora adesso, dall'opposizione, proponga questo tema come necessario al superamento della crisi italiana. Le liberalizzazioni proposte da Bersani sono necessarie e sacrosante, ma un partito di sinistra non può fermarsi lì.
Oggi chiudo questa "considerazione", differentemente dal solito, con una nota di ottimista. Il cammino sarà lungo, eppure forse qualche segnale sta arrivando. In Cina gli operai hanno cominciato a scioperare, per difendere i loro diritti e per avere retribuzioni più eque; stanno scioperando contro i loro padroni e quindi anche contro una una forma autoritaria di capitalismo di stato. Certe domande di giustizia possono essere compresse, possono essere tenute a bada, ma non possono essere cancellate.

venerdì 18 giugno 2010

"Dev'esserci..." di Josè Saramago

Dev'esserci un colore da scoprire,
un recondito accordo di parole,
dev'esserci una chiave per aprire
nel muro smisurato questa porta.

Dev'esserci un'isola più a sud,
una corda più tesa e più vibrante,
un altro mar che nuota in un altro blu,
un'altra intonazione più cantante.

Poesia tardiva che non riesci
a dire la metà di quel che sai:
non taci, quanto puoi, e non sconfessi
questo corpo casuale e inadeguato.

Considerazioni libere (130): a proposito di energie pulite...

Nella homepage di Enel si legge: "Insieme possiamo costruire il futuro sul coraggio e la responsabilità". Questo slogan - quasi un messaggio elettorale - campeggia su una foto in cui si vede una famiglia - a prima vista "regolare": padre, madre e bambino/a - andare in bicicletta attraverso un prato verdissimo, dietro a una batteria di pannelli fotovoltaici. Ci sono un insieme di messaggi positivi: l'energia alternativa, il trasporto compatibile, la tutela dell'ambiente. E' legittimo che Enel cerchi di presentarsi al meglio ai suoi clienti italiani e naturalmente ai suoi piccoli e grandi azionisti, ma sarebbe utile sapere che immagine hanno di Enel dall'altra parte del mondo, precisamente in Patagonia.
Nel 2009 infatti Enel per 11 miliardi di dollari ha acquisito la società spagnola Endesa e con essa il progetto Hidroaysen: cinque centrali idroelettriche, per 2,75 Mw di potenza installata, due nel fiume Baker e tre nel fiume Pascua, e 2.300 chilometri di linee di trasmissione necessarie a trasportare la corrente dalla XI regione, in Patagonia, nel profondo sud del Cile, alla capitale Santiago. Il Baker e il Pascua sono definiti dai geografi due fiumi “ancestrali”, perché da milioni di anni le loro acque partono dalle Ande per poi sfociare nell’Oceano Pacifico. Si tratta di un ambiente naturale unico al mondo, di grande interesse naturalistico. Le cinque dighe determineranno la formazione di altrettanti bacini artificiali che avranno conseguenze rovinose sulle risorse agricole dalle quali dipendono le popolazioni locali, oltre a destabilizzare il delicato ecosistema della regione. Sono a rischio parecchie specie di animali, ma soprattutto tantissime foreste, che sarà necessario abbattere per costruire gli elettrodotti; infatti insieme a Enel si stanno interessando al progetto due giganti cileni della carta, il gruppo Matte e l’Angelini.
Prudenza vorrebbe che si facessero studi attenti sull'impatto della costruzione di queste dighe su quel territorio, che per altro è soggetto a terremoti, come ha mostrato anche il recente sisma che ha colpito il Cile. Eppure il progetto non si ferma, dal momento che gli interessi in ballo sono altissimi. I costi dovrebbero raggiungere i 7 miliardi di dollari, per 12 anni di lavori, ma gli utili sono calcolati tra 1,2 e 1,4 miliardi di dollari all'anno: quindi il progetto Hidroaysen è in grado di coprire in poco tempo i costi, per poi garantire fortissimi guadagni negli anni successivi. Come abbiamo già visto in progetti simili, i benefici di queste opere non sono destinati a ricadere sulla popolazione: l'85% dell'energia prodotta sarebbe utilizzata da alcune industrie intorno a Santiago e dalle industrie minerarie del nord del paese.
L'Enel ha il diritto di fare queste opere, dal momento che acquistando Endesa ha anche acquisito il diritto di utilizzo dei fiumi. Infatti all'epoca della dittatura di Pinochet, il governo cileno, dal momento che la costituzione vieta che lo stato gestisca qualunque tipo di attività economica, ha privatizzato l'acqua e negli anni Endesa è diventata di fatto proprietaria dell'80% dell'acqua del Cile e in particolare del 96% dell'acqua della Patagonia cilena.
Uno dei più attivi a sostenere questa causa è il vescovo di Aysén Luis Infanti de la Mora - nato a Udine, ma che da 35 anni vive in Cile - autore di un libro dal significativo titolo "Dacci oggi la nostra acqua quotidiana". Il vescovo Infanti ha partecipato lo scorso 29 aprile all'assemblea degli azionisti di Enel, a nome di associazioni e delle comunità locali, chiedendo non solo la sospensione del progetto, ma anche la restituzione ai cileni delle concessioni delle acque. Enel ha ribadito che il progetto è nell'interesse prima di tutto del Cile e quindi prevede di andare avanti.
Sicuramente Hidroaysen sarà un grande affare per Enel, non so quanto lo sarà per i cileni.

p.s. nel sito di Enel non ho trovato notizie del progetto Hidroaysen.

da "Il racconto dell'isola sconosciuta" di Josè Saramago


Voglio parlare con il re, disse l’uomo.
Aveva atteso per tre giorni che il re si presentasse alla porta delle petizioni per rivolgergli una domanda: datemi una barca. Tre giorni, con calma e in silenzio, ben sapendo che il re non avrebbe potuto resistere alla tentazione di sapere che cosa mai quell’uomo alla porta delle petizioni volesse. Tutti chiedevano qualcosa, come un titolo o del denaro, mentre l’uomo chiedeva semplicemente di parlare con lui. E il re non era certo tipo da perdere tempo con la porta delle petizioni: lui stava sempre a quella degli ossequi, da quando aveva la corona sulla testa era quello il suo posto; però, se quell’uomo che vuole parlare con me non la smette di aspettare e non vuole andarsene, il popolo si accalca alla porta delle petizioni, perché si possono fare richieste soltanto uno per volta. E se tutti si ammassassero lì nessuno più verrebbe alla porta degli ossequi, dove è giusto che il mio popolo stia: devo parlare con quell’uomo, devo sapere che cosa vuole, si disse il re.
E invece di delegare la faccenda, come sempre accadeva, al primo segretario che poi la passava al secondo e poi lui al terzo, e questi al primo assistente, poi al secondo, poi al terzo, passando di persona in persona fino alla donna delle pulizie che stava alla porta delle petizioni, il re si diresse senza indugio a quella dannata porta per risolvere la faccenda una volta per tutte.
Datemi una barca, rispose l’uomo. E voi, a che scopo volete una barca? Per andare alla ricerca dell’isola sconosciuta. Sciocchezze, isole sconosciute non ce ne sono più: sono tutte sulle carte. Sulle carte ci sono solo le isole conosciute. E qual è quest’isola sconosciuta di cui volete andare in cerca? Se ve lo potessi dire allora non sarebbe sconosciuta, rispose l’uomo.
[...]
L’uomo non riusciva a dormire. Pensava alla donna, voleva raggiungerla. Poi sognò. Era un sogno strano. Era su una barca grandissima, piena di marinai, di donne, di animali, lui era al timone, e la nave navigava su di un mare bellissimo. Cercava con lo sguardo la donna delle pulizie, ma non la vedeva: si ricordò che alla fine lei non era partita: addio, me ne vado, voi non avete occhi che per l’isola sconosciuta, aveva detto. Poi venne la pioggia, poi cessò, comparve un’isola, eccola, no, quella è un’isola conosciuta. Vogliamo scendere, gridarono i marinai. Una volta rimasto solo, l’uomo che ora aveva un barca lasciò il timone e scese sul ponte. Vide un’ombra accanto alla sua. Si svegliò. Accanto a sé c’era la donna delle pulizie. Erano abbracciati, i loro corpi confusi.
Dopo il sorgere del sole, l’uomo e la donna dipinsero a prua a lettere bianche il nome della barca.
Verso mezzogiorno, l’Isola Sconosciuta prese il mare.
Alla ricerca di se stessa.

giovedì 17 giugno 2010

Considerazioni libere (129): a proposito di potere e di poteri...

Lo ammetto: Berlusconi ha proprio ragione.
Immagino che i miei sparuti lettori siano rimasti stupiti da questa mia frase così perentoria. Non fraintendete; penso che in questi giorni stia dicendo delle terribili castronerie - come quella sui sette milioni di intercettati - ma credo che almeno una cosa l'abbia detta giusta: in Italia il presidente del consiglio ha pochi poteri, non così pochi come lamenta lui, ma ne ha effettivamente pochi. Il presidente del consiglio italiano ha certo meno potere di Gheddafi e di Putin - i modelli internazionali a cui Berlusconi ama ispirarsi - ma ne ha meno del presidente francese, del premier inglese e del cancelliere tedesco, per rimanere in un ambito democratico. Parlo qui di potere costituzionale, formale, di quello che i latini chiamavano imperium; poi c'è l'auctoritas, l'autorevolezza, il carisma, che esula da qualunque meccanismo costituzionale, e qui, come il coraggio per don Abbondio, se uno non l'ha, c'è poco da fare. E Berlusconi, almeno per una parte degli italiani, non ce l'ha.
Nel suo modo rozzo e semplicistico Berlusconi mette il dito in una contraddizione su cui prima o poi sarà necessario intervenire; realisticamente sarà possibile farlo soltanto quando lo stesso Berlusconi avrà lasciato la politica e questo è uno dei grandi problemi del nostro paese. Per una serie di ragioni storiche ormai a lungo approfondite e studiate, i costituenti immaginarono una forma di governo in cui ci fosse una distruzione equilibrata del potere. Al di là dei giudizi di merito, la nostra Costituzione disegna una repubblica di tipo parlamentare con un esecutivo piuttosto debole e una presidenza della repubblica dalle prerogative limitate e rigide: si tratta di un sistema complesso i cui vari elementi si tengono in equilibrio reciproco. Si tratta però di un equilibrio molto fragile.
Senza tener conto di questo, dalla metà degli anni novanta sono stati introdotti degli aggiustamenti, non sempre coerenti gli uni con gli altri, e quell'equilibrio si è perso, forse definitivamente. Abbiamo modificato diverse volte la legge elettorale che, seppur non prevista dalle norme costituzionali, fa parte integrante della nostra Costituzione materiale; si è introdotto il meccanismo di designazione popolare del primo ministro, senza però modificarne il ruolo; abbiamo modificato il rapporto tra stato e regioni, lasciando una confusione che sta intasando la Corte costituzionale di cause per conflitti di competenza.
Se a questo sciagurato "taglia-e-cuci" istituzionale, si somma il fatto che, sempre dall'inizio degli anni novanta, è tramontato il sistema di partiti che aveva creato e tenuto in equilibrio quel disegno costituzionale, si capisce a che punto siamo arrivati. Nell'Italia di prima di Tangentopoli - non mi piace l'espressione "prima Repubblica" perché non è mai nata la "seconda" - non era necessario che il presidente del consiglio avesse molti poteri, perché questi, chiunque fosse, faceva parte di un sistema in cui c'erano altre figure, inclusi i segretari di partito - ormai spariti come ruoli simbolici e di potere - che contribuivano a governare il paese. Quel sistema aveva moltissimi difetti, ma ha avuto il merito storico di trasformare un paese poverissimo, uscito pesantemente sconfitto dalla guerra, in uno dei paesi più ricchi del mondo, solidamente inserito nel sistema di relazioni europee. Questo è stato pagato a un prezzo altissimo da una parte del paese, dagli operai ad esempio, ed è avvenuto a discapito di una parte del paese, il nostro Mezzogiorno, che è rimasta sostanzialmente ferma e purtroppo vittima di una criminalità organizzata sempre più ramificata e potente, eppure questo progresso è avvenuto.
Bisognerà prima o poi, passati questi lunghi anni di "regime" berlusconiano e questa transizione, che sta abbattendo il paese, cominciare a riflettere sulla nostra storia e rimettere mano davvero alla Costituzione, nella consapevolezza che ritocchi non sono più necessari e serve uno schema nuovo. Non so se ci arriveremo.

"Nel fumo" di Eugenio Montale


Quante volte t'ho atteso alla stazione
nel freddo, nella nebbia. Passeggiavo
tossicchiando, comprando giornali innominabili,
fumando Giuba poi soppresse dal ministro
dei tabacchi, il balordo!
Forse un treno sbagliato, un doppione oppure una
sottrazione. Scrutavo le carriole
dei facchini se mai ci fosse dentro
il tuo bagaglio, e tu dietro, in ritardo.
poi apparivi, ultima. E' un ricordo
tra tanti altri. Nel sogno mi perseguita.

martedì 15 giugno 2010

Considerazioni libere (128): a proposito dell'inno nazionale...

Faccio una breve premessa. Non sono certamente leghista - ci sono diverse persone che possono testimoniare in tal senso - ma confesso che non mi emoziono più di tanto a sentire il nostro inno nazionale. Personalmente trovo molto più coinvolgente e carica di significati la Marsigliese, perché mi ricorda la rivoluzione francese e i principi della dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino e perché i socialisti, almeno fino al 1888, scelsero l'aria di questo inno per cantare le parole dell'Internazionale. Sono fatto così: tutte le volte che vedo Casablanca, quando nel bar di Rick, Laszlo chiede all'orchestra di suonare la Marsigliese e uno dopo l'altro tutti cominciano a cantare, sotto gli occhi rabbiosi dei tedeschi, mi commuovo sempre. Non mi sono mai commesso ascoltando Fratelli d'Italia.
Al di là di questa mia personale preferenza - che ho confessato qui ai miei sparuti lettori - so che ci sono alcune regole da rispettare; e a queste regole mi sono attenuto sia da amministratore sia da dipendente di un ente locale, incaricato tra l'altro di organizzare le feste civili. Tra queste norme ci sono prima di tutto le regole del cerimoniale che disciplinano l'uso della bandiera, l'esecuzione dell'inno nazionale, oltre a tutta un'altra serie di disposizioni che possono sembrare estremamente formali, ma sono state attentamente codificate. Se avete voglia di conoscere un po' queste norme, nel sito della Presidenza del Consiglio ci sono alcune pagine proprio dedicate al cerimoniale e al cosiddetto protocollo di Stato.
Dal momento che in questo paese non ci sono altri problemi, da alcuni giorni le cronache si stanno occupando dell'esecuzione dell'inno in occasione dell'inaugurazione di una scuola elementare a Vedelago, in provincia di Treviso, alla presenza del presidente del Veneto Zaia. Alcuni affermano che l'inno è stato suonato, altri dicono che è stato sostituito dal più leghista Va' pensiero - povero Verdi - altri che i due brani sono stati suonati in tempi diversi. Poi sono cominciate le dichiarazioni: a favore o contro la presunta decisione di Zaia; il ministro La Russa ha annunciato una legge per regolare l'esecuzione dell'inno, dimenticando che la legge esiste già. Quando si inaugura una scuola - a meno che non sia presente il Presidente della Repubblica - non è prevista l'esecuzione dell'inno nazionale, che va suonato solo in occasioni strettamente protocollari e non a sentimento dell'amministratore di turno o del direttore della banda civica. Riguardo al Va' pensiero poi, decenza vorrebbe che fosse suonato solo da chi è capace di farlo: questo per tutelare non il protocollo, ma la musica e la memoria del maestro Verdi.
In Italia - si sa - siamo refrettari alle regole e amiamo invece fare polemiche sul nulla.

Considerazioni libere (127): a proposito di "sistema gelatinoso"...

I media non hanno ancora trovato - e probabilmente a questo punto non troveranno più - un brutto neologismo per raccontare in una sola parola quello che sta emergendo nell'inchiesta sulla gestione dei cosiddetti grandi eventi; non si sta ripetendo quello che è avvenuto all'inizio degli anni novanta con tangentopoli, un fenomeno che ha goduto da subito di una sua specifica narrazione e ha rappresentato, al di là di ogni altro giudizio storico e politico, un passaggio nella storia recente del nostro paese.
Ci sono alcune analogie che balzano immediatamente agli occhi: una rete molto diffusa di corruzione, di connivenze, di omertà; l'enorme peso di un sistema capace di incidere negativamente sia sulla spesa pubblica, con gli incontrollati aumenti dei costi delle opere e dei servizi pubblici, sia sulle dinamiche del mercato provato, sempre più in difficoltà ad assorbire i costi delle tangenti; la sostanziale incapacità delle istituzioni di attivare forme, anche minime, di controllo.
Ci sono però anche grandi differenze. Se all'epoca di tangentopoli i protagonisti indiscussi, i grandi manovratori, i colpevoli insomma, erano i politici - tanto da portare a una radicale modifica del quadro politico, quando il sistema è stato scoperto - ora quelli che tirano le fila sono i funzionari pubblici, gli alti dirigenti dei ministeri e degli enti pubblici, personaggi capaci di muoversi con disinvoltura nella politica, tanto da essere confermati da governi di centrodestra e di centrosinistra, ma con notevoli entrature anche in altri ambienti, la chiesa, il mondo dell'informazione e dello spettacolo, la magistratura, oltre che naturalmente l'economia. Certo ci sono politici coinvolti, ma rimangono sullo sfondo, a volte complici, più spesso incapaci di capire quello che sta succedendo sotto i loro occhi. Dalle indagini appare quella che è definita la "cricca", sempre più potente, sempre più certa della propria impunità. Almeno i politici di tangentopoli li avevamo eletti, sapevamo chi erano, questi si muovono in un vuoto di potere davvero preoccupante.
La seconda differenza deriva direttamente dalla prima. Certo tra i politici coinvolti in tangentopoli ci sono state persone che hanno approfittato del proprio potere e del proprio ruolo, che si sono arricchite - l'occasione fa l'uomo ladro, recita il proverbio - ma in generale si rubava per finanziare i partiti. Ora invece l'obiettivo è esclusivamente arricchire se stessi e i propri famigliari - perché in Italia tutti "teniamo famiglia" - e per questo si è passati in maniera disinvolta ai pagamenti in natura: case, gioielli, viaggi, prostitute di alto bordo e così via, gli status symbol di questa ricchezza piuttosto pacchiana. Non voglio assolutamente esprimere giudizi etici, non voglio dire che prima era meglio: sarebbe una discussione complicata, mi limito a una semplice constatazione.
E da qui si arriva alla terza differenza. Allora, una volta aperto il coperchio, fu relativamente semplice scoprire i colpevoli, perché i reati erano più lineari. Il politico di turno spiegava all'imprenditore che l'appalto sarebbe stato suo, se versava una determinata quota nelle casse del partito: c'era una sorta di tariffario. Ora c'è un sistema di favori molto più articolato: x affida una consulenza alla figlia di y, y fa in modo che l'appalto lo vinca l'azienda di z, z paga le vacanze (e i relativi extra) a x; poi tutti si ritrovano a cena nei migliori ristoranti o a giocare a tennis nello stesso club, sempre a spese dell'erario. E' quel "sistema gelatinoso" in cui tutti i gatti finoscono per essere un po' appicicaticci. In diversi casi è difficile trovare una relazione diretta tra tangente e appalto.
Sui motivi per cui, anche ora che sono uscite le intercettazioni della "cricca", non cresce un moto di indignazione nell'opinione pubblica, mi è già capitato di scrivere: nel nostro paese finisce sempre per prevalere un'amoralità diffusa, un misto di rassegnazione al peggio e di complicità invidiosa verso chi in qualche modo ce l'ha fatta. Più passano gli anni più mi convinco che avevano ragione quegli esponenti del Psi che sostenevano che ci fu una regia occulta che fece crescere l'indignazione degli italiani verso la cosiddetta prima Repubblica, da soli non ce l'avremmo mai fatta. E infatti pare che stavolta non ci indigneremo, passata questa tempesta le cose si metterranno sui consueti binari, magari con po' più di discrezione.

domenica 13 giugno 2010

"Non come gli altri" di Marino Moretti


Io non son come gli altri e mi dispiace.
Io non son come gli altri, è un mio sconforto.
Io non son come gli altri, io so chi piace.
Io non son come gli altri, io vedo storto.

Io non son come gli altri, amo chi giace.
Io non son come gli altri, io penso all'orto.
Io non son come gli altri e non ho pace.
Io non son come gli altri e son già morto.

sabato 12 giugno 2010

Considerazioni libere (126): a proposito di Pomigliano d'Arco...

Sto cercando di farmi un'idea sulla "trattativa" tra la Fiat e le organizzazioni sindacali in vista della possibile riapertura dello stabilimento di Pomigliano d'Arco.
Ammetto di essere di parte e quindi il fatto che l'accordo sia definito storico dalla presidente di Confindustria e dal ministro Sacconi già mi fa sospettare una solenne fregatura ai danni dei lavoratori: i due, insieme a molti altri, sono gli stessi che sostengono la modernità della legge 30 del 2003 e quindi non possiamo aspettarci nulla di buono. A dire la verità non può neppure essere definito un accordo, viste le modalità con cui si è svolta quella che, solo con un eufemismo, viene chiamata trattativa; la Fiat ha semplicemente presentato il suo piano, non negoziabile, minacciando contemporaneamente la definitiva chiusura dello stabilimento di Pomigliano: di fatto un ricatto bello e buono.
Credo che la Fiom abbia fatto bene a non firmare quel testo e abbia mostrato senso di responsabilità dichiarando di accettare l'esito del referendum tra i lavoratori, qualunque sia il risultato. E credo che le altre sigle sindacali abbiano fatto un errore a mettere la loro firma su questo pseudo-accordo; questo è ormai il livello - basso - di parte del movimento sindacale italiano e francamente mi stupisco che una parte significativa del Parto Democratico continui a considerare la Cisl un interlocutore affidabile: ma questa è un'altra storia. D'altra parte, come dicono ormai in tantissimi, dobbiamo superare gli schemi del Novecento e di conseguenza accettare gli arbitrii dei padroni.
Al punto in cui è giunta la vicenda, dopo due anni di cassa integrazione e con la concreta minaccia di chiusura dello stabilimento, credo che sia giusto che la decisione sia in mano a quei lavoratori, devono decidere loro se accettare l'accordo-capestro proposto dalla Fiat. Probabilmente voteranno a favore, credo che anch'io in quella situazione farei così: per quei cinquemila lavoratori, e per le loro famiglie, non c'è nessun altra possibilità.
Occorre anche dire che quegli stessi lavoratori, e i loro rappresentanti sindacali, sono anch'essi responsabili della situazione che si è venuta a creare in quello stabilimento: il livello di assenteismo era troppo alto, i ritmi di produzione non adeguati; c'è stata troppa tolleranza verso comportamenti che hanno dato il destro alla proprietà di agire come ha agito, forse la segreta speranza che una soluzione, all'italiana, sarebbe stata comunque trovata, perché Pomigliano non avrebbe mai potuto essere chiusa. Chi andrà a votare porta su di sé parte di questa pesante responsabilità.
Oggettivamente l'accordo riduce i diritti di quei lavoratori, limitando di fatto la possibilità di fare sciopero, inoltre è un deciso passo indietro rispetto a quanto sancito dal contratto nazionale di lavoro, rispetto a straordinari, turni, organizzazione dei tempi di lavoro. Senza fare nessuna modifica costituzionale, di fatto con l'accordo di Pomigliano si sancisce la divisione del nostro paese, così come teorizzato dalla Lega e da Tremonti: nelle regioni del sud si possono limitare i diritti sindacali e contrattuali dei lavoratori. Di questo passo sarà naturale, come tante volte chiesto proprio dalla Lega, introdurre le gabbie salariali. L'accordo di Pomigliano contribuisce a dividere il nostro paese, non certo a renderlo moderno. Invece l'ideologia mercantilista - la stessa che pretende di modificare l'art. 41 della Costituzione - presenta questo accordo, così come è avvenuto con la legge 30, come un passo avanti sulla strada dell'innovazione. Stupisce che questo avvenga con l'avvallo di parte del mondo sindacale e il sostanziale silenzio della sinistra. Per inciso, sui giornali di oggi leggo che Fioroni ha lamentato il silenzio del Pd in difesa della Fiat.
Su Pomigliano si sta combattendo una battaglia che avrà ripercussioni pesanti nel futuro e gli sconfitti annunciati sono, ancora una volta, i lavoratori.