martedì 2 febbraio 2010

Considerazioni libere (67): a proposito di Israele e di Palestina...

Mentre il nostro Presidente del Consiglio si trova in Israele, accolto con tutti gli onori del caso, credo sia giusto raccontare una piccola storia di ordinaria stupidità di guerra, che si sta svolgendo a pochi chilometri da lì.
A Khan Younis, nella striscia di Gaza, l'Agenzia dell'Onu per il sostegno ai profughi palestinesi aveva avviato la costruzione di un complesso di edilizia sociale: 151 alloggi da destinare a famiglie le cui case sono state distrutte dalla guerra e che vivono in baracche, senza elettricità e acqua corrente. Dal giugno 2007 quelle case sono uno scheletro: mancano le porte, le finestre, le tubature, gli allacciamenti elettrici, in una parola tutta la sistemazione interna. Questi lavori potevano essere completati da mesi; le risorse finanziarie c'erano - e ci sono ancora - ma non ci sono i materiali, perché le autorità israeliane hanno deciso il blocco, appunto dalla metà del 2007, di tutti i materiali edili da destinare a questo e ad altri 25 progetti dell'Onu per la realizzazione di case, scuole, ospedali. I funzionari del ministero della difesa israeliano si giustificano con il timore che questi materiali possano essere utilizzati da Hamas a scopi militari, per la costruzione di bunker e di sistemi di difesa.
E' una storia che pare di ordinaria burocrazia militarista, eppure rappresenta il dramma di due popoli, costretti a combattersi, ed è la metafora di qualcosa di ben più drammatico. Le prime vittime di questa stupidità sono quelle 151 famiglie che si vedono negare giorno dopo giorno la possibilità di avere una casa normale. Ma le vittime finiscono per essere tutti i palestinesi e tutti gli israeliani. Fatalmente la povertà finisce per alimentare risentimento e odio verso Israele: sarà sempre più facile per gli uomini di Hamas reclutare nuovi combattenti tra quei disperati, in un circolo vizioso per cui violenza genera violenza. Queste 151 case non basterebbero da sole a fermare la violenza, ma sarebbero un passo importante.
Chissà se il Presidente del Consiglio nella sue estemporanea proposta di allargare i confini dell'Unione europea, si è ricordato di un'altra proposta, fatta alla fine degli anni ottanta, dal Gruppo interparlamentare per la pace, fondato da Raniero La Valle e validamente sostenuto dai radicali: far entrare nella Cee - allora si chiamava così - insieme Israele e Palestina. Probabilmente no, quella proposta era davvero troppo coraggiosa e infatti fu rapidamente dimenticata; purtroppo.

domenica 31 gennaio 2010

"Mi fermo un momento a guardare" di Roberto Roversi

Non correre. Fermati. E guarda.

Guarda con un solo colpo dell’occhio
la formica vicino alla ruota dell’auto veloce
che trascina adagio adagio un chicco di pane
e così cura paziente il suo inverno.
Guarda. Fermati. Non correre.
Tira il freno alza il pedale
abbassa la serranda dell’inferno.
Guarda nel campo fra il grano
lento e bianco il fumo di un camino
con la vecchia casa vicina al grande noce.
Non correre veloce. Guarda ancora.
Almeno per un momento.
Guarda il bambino che passa tenendo la madre per mano
il colore dei muri delle case
le nuvole in un cielo solitario e saggio
le ragazze che transitano in un raggio di sole
il volto con le vene di mille anni
di una donna o di un uomo venuti come Ulisse dal mare.
Fermati. Per un momento. Prima di andare.
Ascoltiamo le grida d’amore
o le grida d’aiuto
il tempo trascinato nella polvere del mondo
se ti fermi e ascolti non sarai mai perduto.

sabato 30 gennaio 2010

Considerazioni libere (66): a proposito di internet e di intelligenza...

La rivista statunitense, pubblicata solo on line, "Edge", che si occupa di scienza e di tecnologia, ha posto a scrittori, filosofi, scienziati, artisti, la domanda: "l'uso della rete ha cambiato il nostro modo di pensare?". Nel nr. 831 di "Internazionale" sono tradotte alcune delle risposte, che possono essere lette integralmente sul sito della rivista.
Sinceramente non ho le competenze per rispondere a questa domanda e probabilmente è una domanda a cui è impossibile dare una risposta, dal momento che la cosiddetta rivoluzione digitale è troppo recente per poter aver influito sulle caratteristiche della nostra specie. Eppure mi sembra molto stimolante e mi piacerebbe confrontarmi con i miei lettori su questo tema. Credo sia necessario partire dalle proprie esperienze - gran parte di quelli che hanno risposto su "Edge" hanno fatto così - per provare a tirar fuori qualche considerazione generale.
Io trascorro parecchio del mio tempo libero su internet: tengo aggiornato questo blog - che qualcuno ha perfino la pazienza di leggere -, ho amici con cui parlo e condivido idee attraverso Facebook, leggo i quotidiani on line, cerco informazioni su Wikipedia, ascolto musica grazie ad Accuradio, partecipo a un gioco di ruolo e così via. Mi dà ancora un certo senso di ebbrezza la possibilità di avere a disposizione una massa così incredibile di notizie, di foto, di video, di poter condividere qualcosa con persone che vivono in ogni parte del mondo. Sinceramente penso che senza la rete la mia vita sarebbe meno interessante: conoscerei meno persone, saprei meno cose, avrei meno opportunità.
Però non leggo meno libri. Leggo meno i giornali, ma più per un fattore economico - visto che devo cercare di risparmiare; li leggo comunque in maniera differente: le informazioni le ricevo generalmente dalla rete, ma i commenti, gli approfondimenti, le inchieste li leggo sulla carta. Guardo meno televisione, ma soprattutto perché ci sono sempre meno programmi interessanti da vedere.
Grazie a questo blog ho anche ricominciato a scrivere a mano, con la penna su un foglio di carta. Il desiderio di mantenerlo il più possibile aggiornato e l'impossibilità di essere davanti al computer quando ho qualcosa da raccontare - o perché sono fuori casa o perché non è il mio turno di utilizzo dello strumento - mi ha spinto a recuperare la manualità dello scrivere, che lavorando avevo perduto, perché scrivevo quasi esclusivamente al computer.
Certo navigare nella rete, porta a distrarsi, a passare in maniera non sempre logica da un argomento all'altro, a scartare, più o meno consciamente, i testi troppo lunghi, a evitare gli approfondimenti. Non so se questo influisce anche in qualche modo sull'intelligenza o sulle capacità di attenzione e di memoria; forse lo scopriremo tra qualche tempo. Ma certamente è una grande fonte di opportunità. Penso che se avessi un figlio non avrei timore a insegnargli a navigare.
C'è comunque un aspetto che mi preoccupa molto. Nonostante quanto dicono molti, internet è uno strumento molto meno democratico di un libro o di un giornale. O meglio, è molto democratico per coloro che ne usufruiscono, ma comporta anche un gran numero di persone che ne sono escluse. Per accedere alla rete non serve soltanto saper "leggere, scrivere e far di conto", ma occorre un computer, l'energia per alimentarlo e i cavi attraverso cui far passare il collegamento. Per troppe persone internet rischia di rimanere un miraggio.

giovedì 28 gennaio 2010

Considerazioni libere (65): a proposito di emergenze e di diritti umani...

A poco più di due settimane dal terremoto che ha distrutto Haiti, qui in Italia siamo tornati a parlarne quasi unicamente per le estemporanee dichiarazioni di Guido Bertolaso contro il modo con cui le truppe degli Stati Uniti gestiscono l'emergenza; evidentemente le troppe lodi che riceve in patria gli hanno fatto perdere il senso della misura, non appena varcati i confini nazionali. Frattini e poi Berlusconi hanno immediatamente smentito il sottosegretario, ristabilendo così i buoni rapporti con l'amministrazione Obama.
Al di là del folklore di tutte queste dichiarazioni, rimane il problema di come affrontare in maniera efficace e seria questa catastrofe; mi auguro che le Nazioni Unite e il governo degli Stati Uniti lo stiano facendo, partendo da quello che, secondo l'analisi di Amnesty International, è il tema chiave: il rispetto dei diritti umani.
Occorre che tutti gli attori coinvolti nella vicenda - tra cui il debole governo haitiano di René Préval - siano consapevoli che il rispetto dei diritti umani deve diventare l'elemento essenziale sia nella fase dell'emergenza che in quella - presumibilmente molto lunga - della ricostruzione. Non possiamo dimenticare che il popolo di Haiti non è stato vittima soltanto di un terribile disastro naturale, ma che è vittima da molti decenni della mancanza dei più elementari diritti dell'uomo: la povertà, la denutrizione, le diseguaglianze hanno amplificato in maniera terribile gli effetti del sisma (1,8 milioni di persone soffrono la fame, il 40% della popolazione non ha accesso all'acqua potabile, solo per ricordare due dati). Per questi motivi il soccorso prima e la ricostruzione poi devono essere basati sul rispetto e sulla promozione dei diritti umani. Gli aiuti devono essere forniti a tutti, in un paese dove le differenze razziali tra neri e mulatti hanno pesato in maniera forte e sono state fonti di conflitto; bisogna che i paesi ora impegnati ad Haiti garantiscano a ogni persona i livelli minimi essenziali di cibo, di acqua, di servizi sanitari, di alloggio e di educazione. Nell'ottica della ricostruzione e della crescita democratica del paese, quest'ultimo tema non è meno importante: ad Haiti il tasso di analfabetismo è alto, così come sono diffuse superstizioni, legate alle dottrine voodoo.
E naturalmente occorre pensare ai più deboli, che in queste situazioni di crisi, lo diventano sempre più. Ad Haiti c'è ora un numero imprecisato, ma verosimilmente molto alto, di bambine e di bambini rimasti senza famiglia, che si aggiungono al gran numero di orfani che già vivevano nell'isola: senza controlli efficaci si rischia di alimentare il mercato delle adozioni illegali, visto anche il prevedibile aumento di richieste di adozioni dettato dalla sensazione dell'evento. Lo sfruttamento e il traffico degli esseri umani - e dei bambini in particolare - esisteva ad Haiti prima del terremoto e le organizzazioni criminali internazionali che li controllano sono pronte.
In una situazione di crisi le donne e le ragazze rischiano moltissimo: sono oggetto di violenze sessuali, sono sfruttate nel mercato della prostituzione, si vedono ridotti i servizi a tutela della maternità. Per queste ragioni occorre prestare grande attenzione alla sorte delle donne e dei bambini.
Haiti era già una società violenta, dominata da bande armate, più o meno organizzate, più o meno regolari, dipendenti dal potente di turno; il venir meno di ogni struttura sociale e di ogni gerarchia rende ovviamente ancora più pericoloso questo stato di cose; inoltre la distruzione della principale prigione dello stato ha messo in libertà moltissimi criminali. Le forze di polizia inviate dai paesi occidentali devono svolgere un'azione decisa per reprimere le violenze, ma devono anche evitare di macchiarsi di crimini, come troppe volte è avvenuto in azioni di peacekeeping.
In qualche modo, il modo con cui sapremo aiutare e ricostruire Haiti sarà la cartina di tornasole della crescita dei diritti umani nell'intero pianeta.

mercoledì 27 gennaio 2010

"La paura" di Eva Picková


Eva Picková è morta a dodici anni, il 18 dicembre 1943,
nel campo di concentramento di Terezin


Di nuovo l’orrore ha colpito il ghetto,
un male crudele che ne scaccia ogni altro.
La morte, demone folle, brandisce una gelida falce
che decapita intorno le sue vittime.
I cuori dei padri battono oggi di paura
e le madri nascondono il viso nel grembo.
La vipera del tifo strangola i bambini
e preleva le sue decime dal branco.
Oggi il mio sangue pulsa ancora,
ma i miei compagni mi muoiono accanto.
Piuttosto di vederli morire
vorrei io stesso trovare la morte.
Ma no, mio Dio, noi vogliamo vivere!
Non vogliamo vuoti nelle nostre file.
Il mondo è nostro e noi lo vogliamo migliore.
Vogliamo fare qualcosa. E’ vietato morire!

lunedì 25 gennaio 2010

Considerazioni libere (64): a proposito di scandali bolognesi...

Ho preferito aspettare qualche giorno prima di scrivere questa "considerazione", dedicata a quello che sta succedendo a Bologna: generalmente è un buon sistema - purtroppo poco adottato - per evitare commenti e giudizi di cui alla fine si è costretti a pentirsi.
Quasi tutti i miei pochi e fedeli lettori non sono di Bologna, ma vista l'esposizione mediatica nazionale che in questi giorni hanno avuto il sindaco Flavio Delbono, la sua ex-compagna ed ex-segretaria Cinzia Cracchi, gli altri personaggi minori di questa non edificante storia bolognese, penso non sia necessario riassumere la vicenda. Da bolognese, da elettore della sinistra, da persona che ha avuto qualche responsabilità politica - nel Pds e in seguito nei Ds - ci sono diversi aspetti della storia che non mi piacciono, ma uno su tutti mi ha colpito e su questo permettetemi qualche annotazione.
Qualche tempo fa ho scritto una "considerazione" (la nr. 9, per la precisione) per denunciare un annuncio di lavoro gravemente "maschilista": si ricercava per uno studio professionale bolognese una donna laureata in ingegneria o in architettura, richiedendo come unico altro requisito la "bella presenza". Per tornare alla vicenda oggetto delle cronache, mi pare che questo caso nasconda la stessa logica. Da un lato c'è un uomo che ha utilizzato il proprio ruolo e la propria influenza, prima per favorire la sua compagna (assegnandole un lavoro più gratificante e meglio retribuito, portandola in giro nei suoi viaggi istituzionali e così via) e in seguito, finita la storia d'amore, per danneggiarla (togliendole il lavoro e tutti i benefit inclusi); dall'altro lato c'è una donna che ha accettato, forse ha preteso - non sono in grado di sapere come è andata e francamente non mi interessa molto saperlo - comunque ha approfittato di questa situazione, fino a che non ne ha dovuto pagare le conseguenze. Ci sono poi tante "comparse", persone che conoscevano la situazione, che hanno fatto chiacchiere a mezza bocca, che prima omaggiavano la signora e dopo hanno fatto finta di non conoscerla e così via. Sinceramente non considero Cinzia Cracchi una vittima, ma certo Flavio Delbono ha delle responsabilità maggiori.
Un uomo qualsiasi - virtuoso e peccatore nella media - che nella sua vita ha avuto anche solo un po' di potere, sa che ci si sente gratificati, e sotto sotto anche orgogliosi, delle attenzioni che gli vengono rivolte, specialmente da persone dell'altro sesso, anche quando si sospetta siano interessate. E' umano, però non bisognerebbe approfittarne e purtroppo temo che Delbono lo abbia fatto, al di là delle storie che si raccontano e che ovviamente a questo punto trovano spazio anche nei giornali seri. Questo non ha rilevanza penale, ma ha una forte valenza etica e politica. Io vorrei che il mio sindaco fosse convinto che il rispetto delle donne passa non solo attraverso la decisione di avere una giunta con molte donne, ma soprattutto attraverso un cambiamento profondo della mentalità, che è tipica di noi maschi, di approfittare della nostra forza.
Purtroppo ci sono anche donne che, entrate nella vita politica, hanno un atteggiamento decisamente maschile e penso che non sia un buon modello per riformare in profondità la politica. Il tema quindi non è solo quello di promuovere donne, ma quello di cambiare una mentalità che ha radici profonde. Alcuni giorni fa - prima che scoppiasse lo scandalo e quando a Bologna si parlava d'altro - di fronte alle difficoltà del partito bolognese di eleggere il nuovo segretario della federazione (per i veti, i contro-veti, le gelosie e le piccinerie dei tanti piccoli potentati , in cui si sta trasformando il partito), un autorevole esponente ha lanciato la proposta di eleggere in quel ruolo una donna. Inutile dire che quell'esponente è un uomo; questa proposta - forse al di là della buona fede del proponente - finisce per essere ancora più riduttiva per le donne. Il segretario di federazione si sceglie - o si dovrebbe scegliere - in base alle idee, alle esperienze, alle proposte, non in base al fatto che sia uomo o donna.
Un ulteriore appunto. Delle difficoltà del Partito Democratico ho già scritto altre volte (da ultimo nella "considerazione" nr. 61) e credetemi che lo faccio con amarezza, vorrei davvero poter dire con orgoglio che questo è il mio partito. Credo però che occorra riflettere su una scelta, quella di candidare Delbono, nata a tavolino, in una logica di equilibrio, senza riflettere su quello che è avvenuto davvero nella vita politica di questa città, almeno a partire dagli anni novanta, con tutto quello che c'è stato in mezzo (la lotta tra gruppi dirigenti che ha portato alla fine dell'esperienza di Vitali, gli anni di Guazzaloca e di Cofferati, per motivi diversi "estranei" a quella lotta ed entrambi incapaci di risolvere la questione). E' innegabile che la crisi della sinistra in questa città ha accompagnato la crisi della città nel suo complesso. Naturalmente ciascuno è responsabile per quello che fa. Se Delbono ha delle responsabilità penali, è giusto che paghi; personalmente credo che abbia responsabilità morali e di questo giudicherà la sua coscienza e, se ci sarà l'occasione, giudicheranno gli elettori. Ma la responsabilità del punto a cui siamo arrivati non è solo sua, è di molti, a livelli e in gradi diversi, anche nostra di militanti ed elettori.

p.s. So bene che in questo paese ci sono già moltissime leggi - e troppe non sono applicate - ma francamente ritengo urgente un codicillo che vieti, con pene severissime per i trasgressori, di coniare nuove parole con il suffisso -gate per indicare un qualsivoglia scandalo politico.

sabato 23 gennaio 2010

Considerazioni libere (63): a proposito di aiuti umanitari...

Mentre le notizie provenienti da Haiti scivolano piuttosto velocemente nelle pagine interne dei giornali (nel "Corriere della sera" di oggi si trovano alle pagine 16 e 17), ci si interroga su come sarà possibile organizzare e gestire in maniera efficace gli aiuti internazionali, che dovranno essere molto ingenti, viste la gravità del disastro e l'estrema povertà in cui già versava l'isola prima del sisma. Il governo haitiano, già molto debole, è stato spazzato via e fino a ora gli Stati Uniti pare stiano esercitando di fatto una sorta di protettorato sull'isola caraibica: mentre l'aereoporto è già, anche formalmente, controllato dalle truppe americane, il resto del territorio è in preda all'anarchia, alla mercé di bande armate che già erano operanti o che si sono formate in questi giorni, vista la situazione fuori controllo. E immagino - visto che non ci sono informazioni certe dall'interno e dalle città più piccole - che la situazione sia tanto più difficile, quanto più ci si allontani da Port-au-Prince.
Questa riflessione mi ha spinto a cercare un editoriale che avevo letto su un numero di "Internazionale" dell'anno scorso, dedicato alla difficoltà delle organizzazioni non governative a lavorare in teatri di guerra "non-convenzionali". La giornalista olandese Linda Polman spiega che, specialmente in situazioni di guerra civile, dove le strutture politico-amministrative sono saltate e il potere è di fatto nelle mani di bande ribelli, organizzazioni terroristiche, signori della guerra - attualmente la maggior parte delle situazioni di conflitto nel pianeta sono di questo tipo, piuttosto che guerre "classiche" tra stati sovrani che rispettano, o almeno fingono di farlo, le convenzioni internazionali - le ong sono costrette a scendere a patti con questi soggetti per poter continuare a svolgere il proprio impegno, assolutamente meritevole, verso le popolazioni colpite.
Polman fa alcuni esempi. In Cambogia negli anni ottanta le milizie dei khmer rossi si sono impadronite di una parte rilevante degli aiuti alimentari e sanitari destinati dalle Nazioni Unite alle popolazioni. Negli anni novanta gli aiuti alle popolazioni hutu fuggite in Zaire hanno permesso di armare le bande di quell'etnia, che hanno poi sterminato i tutsi in Ruanda. Attualmente in Somalia alcuni signori della guerra pretendono che l'80% degli aiuti sia destinato prima di tutto alle loro truppe o ai villaggi loro fedeli e si calcola che in Darfur le circa 130 ong presenti versino, più o meno direttamente, milioni di dollari al regime di Khartoum, mentre dall'interno dei campi i ribelli ricevono viveri e aiuti.
Il valore degli aiuti umanitari è di circa sei miliardi di dollari all'anno. Naturalmente per tantissime persone queste risorse sono fondamentali, fanno la differenza tra la vita e la morte, eppure queste risorse finiscono per alimentare quelle stesse guerre, di cui piangiamo le vittime. Paradossalmente gli aiuti rischiano di alimentare le guerre e di far crescere il numero delle vittime. E' una riflessione che le ong non vogliono fare, perché rischierebbe di vanificare la loro azione di raccolta di fondi nei paesi occidentali e che né i singoli governi né l'Onu fino a ora ha avviato in maniera seria.
Polman nell'articolo, di cui vi consiglio la lettura (nr. 822 di "Internazionale" del novembre scorso), non dà una risposta ai tanti interrogativi che nascono da queste riflessioni, ma mi pare importante cominciare a farsi queste domande.

"Diario bolognese" di Vittorio Sereni

Io non so come sempre
un disperato murmure m'opprima
nell'aria del tuo mezzogiorno
tanto diffusa ai colli dentro il sole
tanto quaggiù gremita e fumicosa.
E non è fiore in te che non m'esprima
il male che presto lo morde,
non per finestra musica s'inoltra
che amara non ricada sull'estate.
Invano sotto San Luca ogni strada
voluttuosa rallenta, alla tua gioia
sono cieco ed inerme.
E l'ombra dorata trabocca nel rogo serale,
l'amore sui volti s'imbestia,
fugge oltre i borghi il tempo irreparabile
della nostra viltà.

venerdì 22 gennaio 2010

da "Destra e sinistra" di Norberto Bobbio

Gli uomini sono tra loro tanto eguali che diseguali. Sono eguali per certi aspetti e diseguali per altri. Volendo fare l'esempio più ovvio: sono eguali di fronte alla morte perché tutti sono mortali, ma sono diseguali di fronte al modo di morire perché ognuno muore in modo diverso da ogni altro. Tutti parlano, ma vi sono migliaia di lingue diverse. Non tutti, ma milioni e milioni hanno un rapporto con un aldilà ignoto, ma ognuno adora o prega a suo modo il proprio Dio o i propri dei.
Si può dar conto di questo dato di fatto inoppugnabile precisando che sono eguali se si considerano come genus e li si confronta a un genus diverso come quello degli altri animali e degli altri essere viventi, da cui li differenzia qualche carattere specifico e particolarmente rilevante, come quello che per lunga tradizione ha consentito di definire l'uomo animal rationale. Sono diseguali tra loro, se li si considera uti singoli, cioè prendendoli uno per uno. Tra gli uomini tanto l'eguaglianza quanto la diseguaglianza sono fattualmente vere, perché le une e le altre sono confermate da prove empiriche irrefutabili. Ma l'apparente contraddittorietà delle due proposizioni "Gli uomini sono eguali" e "Gli uomini sono diseguali" dipende unicamente dal fatto che, nell'osservarli, nel giudicarli e nel trarre conseguenze pratiche, si metta l'accento su ciò che hanno in comune o piuttosto su ciò che li distingue. Ebbene, si possono chiamare correttamente egualitari coloro che, pur non ignorando che gli uomini sono tanto eguali quanto diseguali, apprezzano maggiormente e ritengono più importante per una buona convivenza ciò che li accomuna; inegualitari, al contrario, coloro che, partendo dallo stesso giudizio di fatto, apprezzano e ritengono più importante, per attuare una buona convivenza, la loro diversità.
Si tratta di un contrasto tra scelte ultime di cui è difficile sapere quale sia l'origine profonda. Ma è proprio il contrasto tra queste scelte ultime che riesce, a mio parere, meglio di ogni altro criterio a contrassegnare i due opposti schieramenti che siamo abituati ormai per lunga tradizione a chiamare sinistra e destra. Da un lato vi sono coloro che ritengono che gli uomini siano più eguali che diseguali, dall'altro coloro che ritengono siano più diseguali che uguali.
A questo contrasto di scelte ultime si accompagna anche una diversa valutazione del rapporto tra eguaglianza-diseguaglianza naturale ed eguaglianza-diseguaglianza sociale. L'egualitario parte dalla convinzione che la maggior parte delle diseguaglianza che lo indignano, e vorrebbe far sparire, sono sociali e, in quanto tali, eliminabili; l'inegualitario, invece, parte dalla convinzione opposta, che siano naturali e, in quanto tali, ineliminabili.
[...] Ancora una volta non sto dicendo che una maggiore eguaglianza è un bene e una maggiore diseguaglianza sia da preferire sempre e in ogni caso ad altri valori come la libertà, il benessere, la pace. Intendo semplicemente ribadire la mia tesi che l'elemento che meglio caratterizza le dottrine e i movimenti che si sono chiamati "sinistra", e come tali sono stati per lo più riconosciuti, è l'egualitarismo, quando esso sia inteso non come l'utopia di una società in cui tutti sono eguali in tutto, ma come tendenza, da un lato, a esaltare più ciò che rende gli uomini eguali che ciò che i rende diseguali, dall'altro, in sede pratica, a favorire le politiche che mirano a rendere più eguali i diseguali.
Una politica egualitaria è caratterizzata dalla tendenza a rimuovere gli ostacoli (per riprendere l'espressione del già citato articolo 3 della nostra Costituzione) che rendono gli uomini e le donne meno eguali. Una delle più convincenti prove storiche della tesi sin qui sostenuta secondo cui il carattere distintivo della sinistra è l'egualitarismo, si può dedurre dal fatto che uno dei temi principali, se non il principale, della sinistra storica, comune tanto ai comunisti quanto ai socialisti, è stato la rimozione di quello che è apparso, non solo nel secolo scorso ma sin dall'antichità, uno dei maggiori, se non il maggiore, ostacolo all'eguaglianza tra gli uomini, la proprietà individuale, il "terribile diritto". [...] La lotta per l'abolizione della proprietà individuale, per la collettivizzazione, ancorché non integrale, dei mezzi di produzione, è sempre stata, per la sinistra, una lotta per l'eguaglianza, per la rimozione dell'ostacolo principale all'attuazione di una società di eguali. Persino la politica delle nazionalizzazioni, che ha caratterizzato per un lungo tratto di tempo la politica economica dei partiti socialisti, è stata condotta in nome di un ideale egualitario, se pure non nel senso positivo di aumentare l'eguaglianza, ma nel senso negativo di diminuire una fonte di diseguaglianza.
Che la discriminazione tra ricchi e poveri, introdotta e perpetuata dalla persistenza del diritto considerato inalienabile della proprietà individuale, sia considerata la principale causa della diseguaglianza, non esclude il riconoscimento di altre ragioni di discriminazione, come quella tra uomini e donne, tra lavoro manuale e intellettuale, tra popoli superiori e popoli inferiori.
Non ho difficoltà ad ammettere quali e quanti siano stati gli effetti perversi dei modi con cui si è cercato di realizzare l'ideale. Mi è accaduto non molto tempo fa di parlare a questo proposito di "utopia capovolta" in seguito alla constatazione che una grandiosa utopia egualitaria, quella comunista, vagheggiata da secoli, si è capovolta nel suo contrario al primo tentativo storico di attuarla. Nessuna delle città ideali descritte dai filosofi era stata mai proposta come un modello da volgere in pratica. Platone sapeva che la repubblica ideale, di cui aveva parlato coi suoi amici e discepoli, non era destinata a esistere in nessun luogo, ma era vera soltanto, come dice Glaucone a Socrate, "nei nostri discorsi". E, invece, è avvenuto che la prima volta che un'utopia egualitaria è entrata nella storia, passando dal regno dei "discorsi" a quello delle cose, si è rovesciata nel suo contrario.
Ma, aggiungevo, il grande problema della diseguaglianza tra gli uomini e i popoli di questo mondo è rimasto in tutta la sua gravità e insopportabilità. E perché non dire, anche, nella sua minacciosa pericolosità per coloro che si ritengono soddisfatti? Anzi, nella accresciuta coscienza che andiamo ogni giorno di più acquistando delle condizioni del Terzo e del Quarto mondo, di quello che Latouche ha chiamato "il pianeta dei naufraghi", le dimensioni del problema si sono smisuratamente e drammaticamente allargate. Il comunismo storico è fallito. Ma la sfida che esso aveva lanciato è rimasta. Se per consolarci, andiamo dicendo che in questa parte del mondo abbiamo dato vita alla società dei due terzi, non possiamo chiudere gli occhi di fronte alla maggior parte dei paesi ove la società dei due terzi, o addirittura dei quattro quinti e dei nove decimi, è quell'altra.

da "La Guinea" di Pier Paolo Pasolini

per ricordare Stefano Cucchi...

[...]
L'intelligenza non avrà mai peso, mai
nel giudizio di questa pubblica opinione.
Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai

da uno dei milioni d'anime della nostra nazione,
un giudizio netto, interamente indignato:
irreale è ogni idea, irreale ogni passione,

di questo popolo ormai dissociato
da secoli, la cui soave saggezza
gli serve a vivere, non l'ha mai liberato.

Mostrare la mia faccia, la mia magrezza -
alzare la mia sola puerile voce -
non ha più senso: la viltà avvezza

a vedere morire nel modo più atroce
gli altri, nella più strana indifferenza.
Io muoio, ed anche questo mi nuoce.

martedì 19 gennaio 2010

"In questa notte d'autunno" di Nazim Hikmet


In questa notte d'autunno
sono pieno delle tue parole
parole eterne come il tempo
come la materia
parole pesanti come la mano
scintillanti come le stelle.
Dalla tua testa dalla tua carne
dal tuo cuore
mi sono giunte le tue parole
le tue parole cariche di te
le tue parole, madre
le tue parole, amore
le tue parole, amica.
Erano tristi, amare
erano allegre, piene di speranza
erano coraggiose, eroiche
le tue parole
erano uomini.

lunedì 18 gennaio 2010

In memoria di Andrea Costa...

Andrea Costa (Imola, 30 novembre 1851 - Imola, 19 gennaio 1910), tra i fondatori del Partito Socialista Italiano e primo deputato di idee socialiste nel parlamento italiano.

Dal discorso di autodifesa durante il processo davanti alla Corte d'Assise di Bologna, nell'udienza del 16 giugno 1876.

Cittadini Giurati!
Il Pubblico Ministero, cercando di suscitare contro di noi il fanatismo e la paura, si rivolgeva alle vostre cattive passioni, io mi rivolgo ai vostri sentimenti di equità e di giustizia; egli vi parlava come un profeta di guai e di sventure parla ad una moltitudine superstiziosa e ignorante, io parlo come uomo ad uomini.
[...] Noi vogliamo lo svolgimento pieno e completo di tutti gl'istinti, di tutte le facoltà, di tutte le passioni umane, noi vogliamo l'umanamento dell'uomo! Donde si deduce che non è la emancipazione della classe operaia quella per cui ci adoperiamo, ma la emancipazione intera e completa di tutto il genere umano.
"Le idee che voi professate, diceva il Pubblico Ministero, sono contrarie al senso comune; voi avete senso comune; dunque, professandole, siete in mala fede". Sì, Pubblico Ministero, se le idee che noi professiamo fossero quelle che voi esponeste, avreste ragione di chiamarci pazzi o malvagi: ma voi sapete per primo che quelle idee non le professiamo, e male vi opponeste quando credeste si ridesse di noi alla esposizione poco felice e poco originale di ciò che chiamavate i principii dell'internazionale! Non si rideva di noi, perché le idee nostre sono abbastanza conosciute e voi le avete fatte conoscere maggiormente; ma si rideva di voi, che tenevate e Giurati e Difensori e Cittadini tutti tanto ingenui da credere per un momento, che noi potessimo professare le idee da voi esposte. Quella accusa di mala fede, o Pubblico Ministero, non giunge fino a noi.
"Giù la maschera", diceva il Pubblico Ministero. Noi, non vogliamo ritorcere contro di voi questo grido, perché noi che secondo voi non crediamo in nulla, crediamo pur sempre nella integrità della natura umana; e questo grido facciamo conto di non aver udito, per non ritorcerlo contro di voi.
"Voi volete distruggere la scienza". Sì, la scienza che mette il mondo creato da seimila anni; la scienza che mandava al rogo Giordano Bruno, la scienza che torturava Galileo, la scienza vostra che tiene per disonesti coloro che non credono, questa scienza non siamo noi che vogliamo distruggerla: essa è già morta. Ma la scienza nuova, del progresso, della luce, la scienza che ha atterrati i vecchi idoli e i vecchi pregiudizi, e che atterrerà per la sua efficacia i vecchi privilegi, di quella scienza noi siamo modesti sì, ma appassionati cultori, ed è nostro vanto applicarla al sistema sociale, e da essa attingiamo la nostra forza.
"Voi non avete fede!" replicò il Pubblico Ministero. E come sopporteremmo allora calmi e tranquilli le vostre ingiurie, le vostre carceri, i vostri birri e le continue vessazioni alle quali siamo esposti se non avessimo fede profonda nella giustizia delle rivendicazioni sociali per le quali ci adoperiamo?
Via dunque, queste accuse di voi indegne, dettate da odio partigiano... [...] In vero, se noi consideriamo quegli avvenimenti per se stessi non possiamo fare a mano di ridere della pochezza dei mezzi di cui disponevano coloro che vi presero parte. Ma se consideriamo la condotta dei partecipanti, non rideremo più; ma saremo compresi di ammirazione per giovani che ad un fine non ben intraveduto, ma generoso, sacrificavano il loro avvenire ed andavano incontro a sacrificare la vita. E' ridicolo; ma è al tempo stesso sublime.
[...] Ci chiamate malfattori. Ebbene questo titolo lo accettiamo; e chi sa che un giorno come la croce da strumento di infamia divenne simbolo di redenzione, questo nome di malfattori dato a noi e dai noi accettato non indichi i precursori di una rigenerazione novella!
E con questo, cittadini giurati, ho finito. La coscienza popolare che voi rappresentate si è già abbastanza manifestata. Che, se nonostante tutto questo, voi doveste condannarci, noi non ci appelleremo ad una Corte di Cassazione del Regno; noi ci appelleremo invece ad un tribunale ben più severo e formidabile, un tribunale, o cittadini, che deve un giorno giudicare noi imputati, e voi giudici: noi ci appelleremo all'avvenire ed alla Storia!

domenica 17 gennaio 2010

Considerazioni libere (62): a proposito di calcio e di povertà...

Mentre sono qui che aspetto - come fanno tante altre persone - i risultati delle partite di calcio, temendo l'ennesima sconfitta della mia squadra, mi sembra giusto raccontare una brutta storia che in qualche modo c'entra con il calcio.
Tra alcuni mesi si giocherà in Sudafrica il campionato del mondo di calcio, la prima edizione che si svolge in Africa. Tra le città designate a ospitare alcune partite c'è anche Nelspruit, a nord est del paese, vicino al Kruger national park; ne sentiremo parlare ancora, perché il 20 giugno si giocherà proprio lì Italia-Nuova Zelanda. A Nelspruit però non c'era un impianto idoneo a ospitare le partite e così è stato investito più di un miliardo di rand per costruire il nuovo stadio Mbobela, con una capienza di 43.500 posti. Forse qualcuno potrebbe obiettare che investire una cifra simile per un impianto che sarà utilizzato solo per tre partite è uno spreco di risorse, ma certo noi italiani non siamo i più adatti a dare lezioni agli altri paesi riguardo alla gestione di grandi manifestazioni sportive.
Però lo stadio Mbobela è stato costruito vicino a una grande baraccopoli, dove non ci sono acqua corrente, fognature ed elettricità. Si può immaginare che chi abita in questa parte di Nelspruit non andrà a vedere le partite, nonostante il richiamo della squadra allenata da Lippi. La storia che volevo raccontare non è nemmeno questa.
Quando, nel 2007, i responsabili del consorzio franco-sudafricano, incaricato di costruire lo stadio, sono arrivati sul posto hanno chiesto la disponibilità di due edifici con elettricità e aria condizionata per sistemare gli uffici amministrativi e i tecnici che avrebbero dovuto gestire il cantiere. La richiesta in sé non era particolarmente esosa, se non che gli unici edifici con queste caratteristiche erano le scuole. Qui c'è la piccola storia: le scuole sono state requisite, i bambini hanno frequentato le lezioni in container senza aria condizionata e a tutt'oggi non sono state ancora costruite le scuole nuove promesse.
Chissà se qualcuno racconterà questa storia prima delle telecronache?

p.s. devo questa storia al giornalista inglese R.W. Johnson, autore di un articolo su London Review of Books, tradotto e pubblicato nel nr. 828 di Internazionale; ve ne consiglio la lettura

sabato 16 gennaio 2010

Considerazioni libere (61): a proposito di elezioni regionali...

Si sta completando - a dire la verità, con un certo ritardo e con parecchio affanno - la definizione delle candidature per le prossime elezioni regionali e purtroppo devo constatare che Bersani non è riuscito a dare al Partito Democratico quella capacità di proposta e quel pragmatismo emiliano che in tanti ci aspettavamo da lui. A onor del vero, bisogna dire che la responsabilità del triste spettacolo offerto in questi giorni dal Pd deve essere ripartita tra l'intero gruppo dirigente nazionale, i vari capi e capetti locali, le diverse anime e correnti.
Nel Lazio, dove sarebbe servito un colpo d'ala - dopo la triste storia di Marrazzo - il centrosinistra è riuscito effettivamente a trovare una candidata di valore, in grado di ribaltare un risultato che sembrava già scritto, ma la soluzione è venuta da fuori, mentre il Pd annaspava. In Umbria si sta andando alla conta tra Lorenzetti e Agostini, un'esponente della maggioranza e uno della minoranza, in un non previsto "terzo tempo" di un congresso, che è stato molto lungo, ma che con ogni evidenza non si è ancora del tutto concluso. In Veneto, dove il centrosinistra perderà, sarebbe comunque necessario trovare un candidato o una candidata per preparare l'opposizione, se non vogliamo rischiare di consegnare una regione così importante alla destra in eterno, come abbiamo già fatto in Lombardia; eppure il candidato del centrosinistra non c'è ancora. In Emilia-Romagna, dove il centrosinistra vincerà, la decisione di ricandidare un bravo presidente (che pure ha già fatto due mandati) è stata dettata più dalla necessità di mantenere un equilibrio tra le anime, più o meno palesi, del partito piuttosto che da una riflessione sul futuro incerto della regione. Nel sud assistiamo purtroppo all'affermarsi del potere di interdizione e di veto di troppi capi locali: Loiero è ancora del Pd? Emiliano che partita sta giocando in Puglia? E Bassolino? Senza dimenticare che in Sicilia - dove per fortuna non si vota - una parte del Pd sta cercando un accordo con Lombardo. Come ho già detto in un'altra "considerazione" (quella dedicata a Baarìa) ho grande rispetto delle compagne e dei compagni che hanno fatto (e fanno) politica nel Mezzogiorno con impegno e onestà e mi rendo conto che, vista la forza che in quelle regioni ha la criminalità, è ben più difficile farlo lì che qui in Emilia-Romagna; eppure bisogna denunciare che sta prevalendo nel centrosinistra di quelle regioni un modo di fare politica basato sulle clientele, attento ai rapporti e agli equilibri di potere, a volte colluso con le varie mafie: è quello che abbiamo combattuto per anni e che ora ci sta inghiottendo.
Mi rendo conto di essere pessimista e naturalmente spero di sbagliarmi.
I partiti appaiono totalmente assorbiti dalla scelta dei candidati per le prossime elezioni regionali. Al centro del dibattito campeggia da mesi il tema delle riforme istituzionali [...]. Se le due agende - quella degli italiani e quella della politica - non si incontrano e a milioni di cittadini giunge l'immagine di una politica che discute più di sé che dell'Italia, la distanza tra Paese e istituzioni crescerà e si diffonderà ancor di più un sentimento di estraneità.
Condivido queste parole che ho tratto da un bell'articolo che Piero Fassino ha scritto per il "Corriere della sera" di qualche giorno fa, riferendosi anche al partito di cui è un esponente nazionale. E' sempre più faticoso aspettare che cambi qualcosa.

"Salvezza" di Guido Gozzano

Vivere cinque ore?
Vivere cinque età?...
Benedetto il sopore
che m'addormenterà...

Ho goduto il risveglio
dell'anima leggiera:
meglio dormire, meglio
prima della mia sera.

Poi che non ha ritorno
il riso mattutino.
La bellezza del giorno
è tutta nel mattino.

venerdì 15 gennaio 2010

Considerazioni libere (60): a proposito di classi sociali...

In questi giorni l'ex ministro laburista Alan Milburn ha presentato i risultati di un'indagine condotta da una commissione della Camera dei comuni sulla mobilità sociale nel Regno Unito. I dati si commentano da soli: benché solo il 7% dei bambini inglesi frequenti le scuole private e quindi provenga da famiglie ricche che si possono permettere tali costi, il 75% dei giudici, il 70% dei finanzieri della City, il 45% degli alti funzionari dello stato e il 32% dei parlamentari hanno frequentato queste scuole. In sostanza in Gran Bretagna le carriere migliori sono ad appannaggio di chi ha avuto - e di chi ha - un'educazione migliore, ma chi ha un'educazione migliore è in grandissima maggioranza figlio e nipote di persone già facenti parte della classe dirigente britannica; c'è una scarsissima mobilità sociale e per citare lo stesso Milburn "abbiamo un sacco di ragazzi brillanti che non riescono a farsi strada perché non hanno gli agganci e non possono frequentare le scuole che contano".
Non ho trovato dati aggiornati sulla situazione nel nostro paese, ma l'esperienza mi porta a credere che la situazione sia ben peggiore, aggravata dal fatto che qui non esiste un sistema di scuole private di eccellenza (e anche le scuole pubbliche non sono messe bene) e le carriere si trasmettono semplicemente per via ereditaria, con la conseguenza che nella nostra classe dirigente e nel mondo delle professioni - dove peraltro c'è uno scarso ricambio generazionale - ci sono tantissimi "figli di".
Per tornare in Gran Bretagna, i bambini - per non parlare delle bambine - che nascono in famiglie povere sono decisamente svantaggiati: hanno meno opportunità di apprendere, di leggere, di viaggiare rispetto ai loro coetanei che hanno la fortuna di nascere in famiglie ricche. I ricercatori statunitensi Betty Hart e Todd Risley hanno dimostrato che i figli dei professionisti sentono in media 2.153 parole all'ora rispetto alle 616 dei figli di famiglie povere e che questo influisce in maniera diretta sullo sviluppo cognitivo dei bambini, fin dai primi anni di vita. Questo è naturalmente un limite grave per la società, che si priva di intelligenze e risorse potenziali solo per il fatto che hanno la sfortuna di nascere in famiglie "sbagliate", ma soprattutto è una grande ingiustizia sociale per quelle bambine e quei bambini.
Dal nostro vocabolario sono ormai sparite le espressioni "lotta di classe" e "nemico di classe": questo probabilmente è un bene. Ma è anche sparita la parola "classe". E questo credo sia un male, anche perché ci manca una categoria importante per interpretare quello che avviene intorno a noi. Ad esempio - scusate se riprendo un tema che ho appena affrontato, nella "considerazione" nr. 56 - per spiegare i fatti di Rosarno si è preferito utilizzare le categorie etniche piuttosto che quelle sociali: a mio avviso, non si è trattato di uno scontro tra bianchi e neri, tra italiani e stranieri, ma di uno scontro tra quelli che un tempo avremmo chiamato proletari e sottoproletari, oppure - per usare espressioni che Adriano Sofri utilizza nel saggio contenuto nel volume Sinistra senza sinistra, edito da Feltrinelli nell'ottobre 2008 - tra i "penultimi" e gli "ultimi". Può sembrare un paradosso, ma proprio quando l'economia è diventata l'elemento centrale delle nostre vite - molto più della politica - è venuta a mancare quell'idea di divisione in classi della società che serve a spiegarne le dinamiche.
Personalmente credo la sinistra europea dovrebbe ripartire da qui: dallo studio delle classi e dall'evidenza che queste tendono sempre più a chiudersi, con l'obiettivo di dare a tutti i bambini - e a tutte le bambine - le stesse opportunità.

p.s. ho preso spunto per questa "considerazione" dall'editoriale che l'ex direttore della rivista The Observer Will Hutton ha scritto per il nr. 829 di Internazionale; ve ne consiglio la lettura

mercoledì 13 gennaio 2010

Considerazioni libere (59): a proposito di Haiti...

Questa mattina ci siamo svegliati con la notizia del terribile terremoto che ha distrutto Port-au-Prince, la capitale di Haiti. Le immagini della televisione riescono a trasmettere solo parzialmente il dramma che si sta vivendo in quel paese e che stanno vivendo le persone che hanno i propri familiari in quell'inferno.
Ora è il tempo della solidarietà internazionale, ma non possiamo dimenticare che le donne e gli uomini di Haiti non stanno soffrendo soltanto a causa di un terremoto. Haiti è uno dei paesi più poveri al mondo. Secondo i dati pubblicati nel 2009 e riferiti al 2007, Haiti occupa la 149esima posizione su 182 nella classifica dell'Indice di sviluppo umano, che viene elaborato tenendo conto dell'aspettativa di vita, dell'alfabetizzazione e del Pil procapite. Circa l'80% della popolazione vive in una condizione di povertà degradante.
Noam Chomsky ha dedicato molti studi alla storia di Haiti e in particolare al ruolo svolto in quel paese dagli Stati Uniti in tutto il secolo scorso. Riprendo alcune delle considerazioni dall'articolo che egli ha scritto per The Boston Review, tradotto e pubblicato nel nr. 816 di Internazionale dello scorso ottobre, integrandole con alcune altre informazioni che è possibile trovare in rete. Haiti fu invasa dai marines nel 1915, durante la presidenza di Woodrow Wilson, per garantire gli interessi delle industrie degli Stati Uniti minacciate dalla concorrenza di quelle tedesche. L'occupazione durò fino al 1934. Seguì un periodo di grande incertezza, a cui pose fine, a partire dal 1957 , la dittatura di François Duvalier, soprannominato Papa Doc, sostenuto in chiave anticomunista e anticastrista dagli Stati Uniti (e dalla Francia, che, da antica potenza coloniale, ha sempre mantenuto degli interessi nell'isola); la dittatura di Duvalier è stata una delle più crudeli e voraci del continente americano. Haiti fino alla fine degli anni Novanta è stata sia un mercato per i prodotti statunitensi sia una fonte di manodopera, specialmente femminile, a basso reddito per le stesse industrie di proprietà di multinazionali americane. I presidenti degli Usa, nonostante i diversi orientamenti politici, hanno sempre mostrato grande attenzione per le vicende haitiane: dopo non aver fatto nulla per difendere il presidente Jean-Bertrand Aristide - eletto democraticamente nel 1991 e deposto pochi mesi dopo dai militari - nel '94 i marines sbarcarono nuovamente ad Haiti per insediare nuovamente il presidente Aristide, che in cambio promosse una politica fortemente neoliberista, aperta alle importazioni degli Usa. Perfino in un rapporto dell'Usaid, l'agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale, si dichiara che questa politica ha portato al tracollo i coltivatori di riso dell'isola caraibica. I marines sono sbarcati nuovamente ad Haiti nel 2004 per deporre Aristide. In sintesi le scelte politiche ed economiche degli Stati Uniti hanno condizionato profondamente la storia di Haiti e sono una delle cause principali dell'estrema povertà di quel paese: ora è doveroso da parte del presidente Obama non solo stanziare aiuti per salvare quel popolo, ma invertire una politica, che ha considerato quel paese una colonia di fatto degli Usa.
Per finire vi consiglio una lettura, il romanzo I commedianti di Graham Greene - uno dei miei libri preferiti, come vedete nell'elenco qui di fianco - una storia ambientata ad Haiti negli anni di Papa Doc; questo libro, pur raccontando una storia di fantasia riesce a descrivere in maniera viva sia l'orrore della dittatura sia le responsabilità di chi quel regime ha voluto non vedere per tanti anni.

martedì 12 gennaio 2010

"Nell'imminenza dei quarant'anni" di Mario Luzi

Il pensiero m'insegue in questo borgo
cupo ove corre un vento d'altipiano
e il tuffo del rondone taglia il filo
sottile in lontananza dei monti.

Sono tra poco quarant'anni d'ansia,
d'uggia, d'ilarità improvvise, rapide
com'è rapida a marzo la ventata
che sparge luce e pioggia, son gli indugi,
lo strappo a mani tese dai miei cari,
dai miei luoghi, abitudini di anni
rotte a un tratto che devo ora comprendere.
L'albero di dolore scuote i rami...

Si sollevano gli anni alle mie spalle
a sciami. Non fu vano, è questa l'opera
che si compie ciascuno e tutti insieme
i vivi i morti, penetrare il mondo
opaco lungo vie chiare e cunicoli
fitti d'incontri effimeri e di perdite
o d'amore in amore o in uno solo
di padre in figlio fino a che sia limpido.

E detto questo posso incamminarmi
spedito tra l'eterna compresenza
del tutto nella vita nella morte,
sparire nella polvere o nel fuoco
se il fuoco oltre la fiamma dura ancora.

lunedì 11 gennaio 2010

"La poesia che prese il posto di un monte" di Wallace Stevens

Era là, parola per parola,
la poesia che prese il posto di un monte.

Egli ne respirava l’ossigeno,
perfino quando il libro stava rivoltato nella polvere del tavolo.

Gli ricordava come avesse avuto bisogno
di un luogo da raggiungere nella sua direzione,

come egli avesse ricomposto i pini,
spostando le rocce e trovato un sentiero fra le nuvole,

per giungere al punto d’osservazione giusto,
dove egli sarebbe stato completo di una completezza inspiegata:

la roccia esatta dove le di lui inesattezze
scoprissero, alla fine, la vista che erano andate guadagnando,

dove egli potesse coricarsi e, fissando in basso il mare,
riconoscere la sua unica e solitaria casa.

Considerazioni libere (58): a proposito di strade e di memoria...

Capisco i motivi che hanno spinto una politica accorta come Letizia Moratti - subito seguita a Bologna da personaggi molto meno accorti - a proporre di intitolare una via o un parco di Milano a Bettino Craxi: da un lato ha mandato un segnale ai tanti craxiani che l'hanno sostenuta (e la dovranno ancora sostenere) e dall'altro ha creato imbarazzi e alimentato veleni nel campo del centrosinistra. Se ha raggiunto un risultato positivo per sé, non si può certo dire che abbia fatto un gran servizio alla memoria di Craxi e più in generale all'analisi della storia recente del nostro paese. Neppure i figli di Craxi mi pare rendano un gran servizio alla memoria del padre, dando il peggio di sé in polemiche francamente imbarazzanti. Tra le riforme istituzionali prossime venture ci dovrebbe essere il divieto di usare la storia come arma impropria, magari portando da dieci a cinquanta anni dalla morte il tempo necessario per passare dalla cronaca alla toponomastica.
Sinceramente credo non sia giusto intitolare una via a un politico su cui pesano delle sentenze di condanna passate in giudicato e che ha scelto di morire da latitante. Con altrettanta convinzione credo occorra ripensare agli anni in cui Craxi fu un protagonista della scena politica italiana.
Non so quanti altri militanti di sinistra si pongano con frequenza questo stesso mio interrogativo, ma per me il problema cruciale è essenzialmente questo: come mai in Italia, a differenza di tutti gli altri paesi europei, non esiste un partito socialista che abbia la forza e i numeri per governare? Se riguardiamo alla nostra storia recente credo sia innegabile dire che la responsabilità di questa sconfitta epocale ricada sia sul Pci che sul Psi. Francamente adesso mi sembra inutile cercare di quantificare la percentuale di responsabilità: sarebbe un esercizio sterile e innescherebbe soltanto nuove polemiche. Probabilmente Berlinguer non riuscì a capire i cambiamenti che stavano avvenendo nel profondo della società italiana, come invece riuscì a intuirli Craxi, ma nessuno dei due seppe dare le risposte necessarie a quel mondo che cambiava. Forse entrambi erano prigionieri di una storia molto lunga di cui erano gli eredi, una storia fatta di scontri più o meno aperti, di sospetti, di divisioni profonde. Nessuno dei due ebbe la forza e il coraggio di pensare a uno schema diverso, oppure non ne ebbero la possibilità: in fasi diverse cercarono entrambi un accordo con la Democrazia Cristiana e in entrambi i casi la Dc riuscì a imporre loro non solo la propria agenda politica, ma anche il proprio stile politico. E' vero che ci furono fortissimi condizionamenti esterni, il terrorismo, le trame di cui ancora non sappiamo molto, eppure c'è una responsabilità storica di questi due partiti se si è permessa la vittoria delle forze ostili alle riforme, proprio grazie alla divisione delle due forze principali della sinistra italiana.
Io credo che su questo punto non abbiamo ancora riflettuto in maniera sufficiente e non è bastato neppure eludere il problema, come ha tentato di fare la componente della sinistra proveniente dal Pci, ponendo un obiettivo più avanzato con la creazione del Partito Democratico. Se non capiamo perché non siamo riusciti a fare un partito socialista in Italia sarà molto difficile per me fare qualcosa di nuovo.