"Si vis pacem, para bellum", recita il noto detto latino. Deve esserne ricordato anche il segretario generale della Nato, l'ex-premier danese Rasmussen, noto anche per la sua avvenenza, come fece notare un evidentemente invidioso Silvio Berlusconi un po' di tempo fa. Lunedì scorso, insieme a Madeleine Albright, ha presentato a Bruxelles il nuovo "Concetto strategico", ossia il documento di orientamento politico-strategico con cui periodicamente la Nato ridefinisce il proprio ruolo e le proprie funzioni. Nell'enfasi della presentazione Rasmussen ha detto, tra le altre cose: "Nonostante le grandi sfide economiche che gravano sui singoli stati" - evidentemente anche lui si è accorto che in Europa c'è la crisi, deve averlo letto in qualche memorandum riservato - "è preoccupante osservare il crescente divario nella spesa militare tra Stati Uniti e alleati europei". Infatti il bilancio della spesa militare degli Stati Uniti è quasi il 4,7% del Pil, mentre i ventisei alleati europei - quasi ventisei piccoli indiani - spendono in media l'1,7%. Sono soltanto sei i paesi europei che hanno un bilancio militare superiore al 2% e tra questi c'è la Grecia, che arriva al 3,2%, la percentuale più alta dopo quella degli Stati Uniti. Un esempio da lodare e da imitare, secondo Rasmussen; e infatti la Grecia è messa come ben sappiamo, gli stipendi e le pensioni sono stati congelati, le tasse sono state aumentate e così via. Il governo greco, pur incassando le lodi di Rasmussen e della Nato - le uniche lodi internazionali che riceve in questo periodo - ha deciso di ridurre un po' le proprie spese militari, passando da 6,8 a 6 miliardi. Mentre gli altri paesi europei hanno richiesto a voce la politica di rigore, di fronte a questa decisione di Atene hanno storto il naso. Il governo francese pretende che comunque la Grecia acquisti le sei navi da guerra già ordinate alla Dcns, per un totale di 2,5 milardi di euro e il governo tedesco che vengano acquistati i due nuovi sottomarini che sta costruendo la Thyssen-Krupp - sì, proprio la stessa azienda ben nota a Torino - per 150 milioni.
Chissà cosa farà il governo italiano, che spende soltanto 23 miliardi all'anno per il bilancio della difesa? Rinuncerà al programma di acquisto di 131 cacciabombardieri F-35, rischiando di scendere ancora nella considerazione di Rasmussen e degli esperti della Nato?
venerdì 21 maggio 2010
giovedì 20 maggio 2010
Considerazioni libere (114): a proposito di olimpiadi...
A proposito della decisione di Roma e di Venezia di candidarsi per le olimpiadi del 2020 e della successiva scelta del Coni di presentare al Cio la capitale come unica candidata italiana, francamente mi è sembrato paradossale che tutti coloro che sono intervenuti nel dibattito si siano schierati per l'una o l'altra città, con argomenti più o meno condivisibili, con accenti più o meno campanilistici, ma che nessuno abbia sollevato questioni sull'opportunità di una candidatura italiana, a prescindere dalla città.
A parte i casi virtuosi di Genova e di Torino, che hanno saputo utilizzare bene due importanti manifestazioni come l'Expo del '92 e le recenti olimpiadi invernali, la tradizione italiana dei cosiddetti "grandi eventi" non mi pare che sia a nostro favore. Italia '90 non è stato certo un esempio di capacità amministrativa: sono state spese risorse ingentissime per costruire impianti ampiamente sottoutilizzati e non sono state completate molte delle opere infrastrutturali previste per quell'evento. A quello che si legge, la Figc sta cercando il modo di ritirarsi con onore dalla corsa per l'assegnazione dei campionati europei di calcio del 2016, per evitare una certa bocciatura, che certo non gioverebbe all'immagine del paese. Nonostante uno sbandierato impegno bipartisan e nonostante il centrodestra sia al governo nel Comune, nella Provincia e nella Regione e abbia nominato a capo dell'evento un ex-ministro dalla fama di manager, i lavori per l'Expo 2015 sono in grande ritardo; come spesso succede le uniche cose che si stanno realizzando sono gli insediamenti residenziali e commerciali privati, che hanno visto in questa manifestazione una grande opportunità di investimento, a scapito dell'interesse generale. Il fatto poi che i funzionari "esperti" nella realizzazione delle opere per i "grandi eventi" siano praticamente tutti in carcere non è certo il miglior viatico per la nostra candidatura: le irregolarità negli appalti e gli alti costi delle opere in relazione ai mondiali di nuoto sono a tutt'oggi oggetto di indagine.
Evidentamente non ci ha insegnato nulla l'esperienza della Grecia, che sta pagando, insieme a una corruzione sociale diffusa e all'inefficienza del settore pubblico - due elementi che accomunano i nostri paesi - anche i debiti fatti per ospitare le olimpiadi del 2004. Ho stima di due amministratori come Cacciari e Galan che per primi hanno sostenuto la candidatura ddi Venezia e credo che abbiano fatto delle valutazioni corrette; ho molta meno stima degli amministratori di Roma, di centrodestra e di centrosinistra, che dovrebbero preoccuparsi di far funzionare la città, di curare la manutenzione, piuttosto che immaginarsi come i promotori di nuovi grandi eventi. Nonostante la stima per la candidatura di Venezia, continuo a pensare che il nostro paese abbia bisogno di altro, ad esempio un grande piano per mettere in sicurezza gli edifici scolastici oppure interventi per l'assetto idrogeologico, che è sempre più fragile. Le risorse sono davvero poche, abbiamo proprio bisogno di un'olimpiade?
A parte i casi virtuosi di Genova e di Torino, che hanno saputo utilizzare bene due importanti manifestazioni come l'Expo del '92 e le recenti olimpiadi invernali, la tradizione italiana dei cosiddetti "grandi eventi" non mi pare che sia a nostro favore. Italia '90 non è stato certo un esempio di capacità amministrativa: sono state spese risorse ingentissime per costruire impianti ampiamente sottoutilizzati e non sono state completate molte delle opere infrastrutturali previste per quell'evento. A quello che si legge, la Figc sta cercando il modo di ritirarsi con onore dalla corsa per l'assegnazione dei campionati europei di calcio del 2016, per evitare una certa bocciatura, che certo non gioverebbe all'immagine del paese. Nonostante uno sbandierato impegno bipartisan e nonostante il centrodestra sia al governo nel Comune, nella Provincia e nella Regione e abbia nominato a capo dell'evento un ex-ministro dalla fama di manager, i lavori per l'Expo 2015 sono in grande ritardo; come spesso succede le uniche cose che si stanno realizzando sono gli insediamenti residenziali e commerciali privati, che hanno visto in questa manifestazione una grande opportunità di investimento, a scapito dell'interesse generale. Il fatto poi che i funzionari "esperti" nella realizzazione delle opere per i "grandi eventi" siano praticamente tutti in carcere non è certo il miglior viatico per la nostra candidatura: le irregolarità negli appalti e gli alti costi delle opere in relazione ai mondiali di nuoto sono a tutt'oggi oggetto di indagine.
Evidentamente non ci ha insegnato nulla l'esperienza della Grecia, che sta pagando, insieme a una corruzione sociale diffusa e all'inefficienza del settore pubblico - due elementi che accomunano i nostri paesi - anche i debiti fatti per ospitare le olimpiadi del 2004. Ho stima di due amministratori come Cacciari e Galan che per primi hanno sostenuto la candidatura ddi Venezia e credo che abbiano fatto delle valutazioni corrette; ho molta meno stima degli amministratori di Roma, di centrodestra e di centrosinistra, che dovrebbero preoccuparsi di far funzionare la città, di curare la manutenzione, piuttosto che immaginarsi come i promotori di nuovi grandi eventi. Nonostante la stima per la candidatura di Venezia, continuo a pensare che il nostro paese abbia bisogno di altro, ad esempio un grande piano per mettere in sicurezza gli edifici scolastici oppure interventi per l'assetto idrogeologico, che è sempre più fragile. Le risorse sono davvero poche, abbiamo proprio bisogno di un'olimpiade?
mercoledì 19 maggio 2010
"Siamo tutti politici (e animali) di Edoardo Sanguineti

Siamo tutti politici (e animali):
premesso questo, posso dirti che
odio i politici odiosi: (e ti risparmio anche soltanto un parco abbozzo di catalogo
esemplificativo e ragionato): (puoi sceglierti da te cognomi e nomi, e sparare
nel mucchio): (e sceglierti i perché, caso per caso)
ma, per semplificare,
ti aggiungo che, se è vero che, per me (come dico e ridico) è politica tutto,
a questo mondo, non è poi tutto, invece, la politica: (e questo mi definisce,
sempre per me, i politici odiosi, e il mio perché:
amo, così, quella grande politica
che è viva nei gesti della vita quotidiana, nelle parole quotidiane (come ciao,
pane, fica, grazie mille): (come quelle che ti trovi graffite dentro i cessi,
spraiate sopra i muri, tra uno slogan e un altro, abbasso, viva):
(e poi,
lo so che non si dice, ma, alla fine, mi sono odiosi e uomini e animali):
Considerazioni libere (113): a proposito dell'irruzione nella scuola Diaz e della fiducia nello stato...
Sono passati quasi nove anni, ma questa notte finalmente è stata emessa una sentenza che serve a far luce su quello che è successo a Genova in occasione delle manifestazioni contro il G8, in particolare durante l'irruzione nella scuola Diaz. La terza sezione della Corte d'appello della città ligure ha ribaltato la sentenza di primo grado, che aveva assolto i vertici della polizia e condannato a pene lievi solo 13 dei 27 imputati. La nuova sentenza ne condanna 25. Il capo dell'anticrimine Francesco Gratteri è stato condannato a quattro anni, l'ex comandante del primo reparto mobile di Roma Vincenzo Canterini a cinque anni, l'ex vicedirettore dell'Ucigos Giovanni Luperi - che oggi lavora presso l'Agenzia per le informazioni e la sicurezza interna - a quattro anni, l'ex dirigente della Digos di Genova Spartaco Mortola - che adesso è vicequestore vicario a Torino - a tre anni e otto mesi, l'ex vicecapo dello Sco Gilberto Caldarozzi a tre anni e otto mesi. Pietro Troiani e Michele Burgio, accusati di aver portato le molotov nella scuola, sono stati condannati a tre anni e nove mesi. Per i 13 poliziotti già condannati in primo grado le pene sono state inasprite.
Quello che è successo nella notte del 21 luglio del 2001 nella scuola Diaz, che il Comune di Genova aveva adibito come ostello per i giovani venuti da ogni parte d'Europa, è stato definito da uno degli stessi poliziotti "macelleria messicana". Ci sono video, foto, testimonianze: furono arrestati 93 giovani, che furono poi prosciolti, una sessantina di loro rimasero feriti, qualcuno anche in maniera grave. I poliziotti portarono loro stessi all'interno della scuola due bottiglie molotov per giustificare gli arresti.
Da parte mia non c'è davvero nessuna intenzione di criminalizzare la polizia e le forze dell'ordine; durante questi anni ho avuto modo di apprezzare tanti poliziotti, dirigenti e semplici agenti, che hanno fatto e fanno con coscienza e impegno il proprio lavoro, troppo spesso non riconosciuto. Mi disturbano certe semplificazioni, che purtroppo ancora si leggono, che portano a dire "polizia fascista". Probabilmente neppure nel caso della Diaz abbiamo assistito a un esempio di "polizia fascista", ma a una miscela di inesperienza, incapacità, malcelato senso di autoritarismo, che ha portato a questo episodio. Proprio per tutelare le donne e gli uomini che lavorano in polizia bisogna che chi si è macchiato di queste responsabilità sia allontanato da quel corpo. Francamente trovo vergognosa l'affermazione del sottosegretario Mantovano che stamattina si è affrettato a dichiarare che i condannati di Genova "resteranno al loro posto, perché hanno e continuano ad avere la piena fiducia del sistema di sicurezza e del Viminale". Su quello che è successo alla caserma Diaz negli anni si è alimentato un sistema di coperture e di omissioni che forse è perfino più grave dei fatti in sé, che pure sono molto gravi. Nessuno dei governi che si è avvicendato in questi anni, di centrodestra e di centrosinistra, ha avuto la forza per dire una parola chiara su quell'accaduto e il capo della polizia di allora è stato promosso, con il beneplacito di tutte le forze politiche, a capo dei servizi segreti. L'allora ministro dell'interno, Claudio Scajola, si dimise in seguito, ma solo per l'incredibile leggerezza con cui definì il professor Biagi un "rompicoglioni". Per inciso, Mantovano era già allora sottosegretario e francamente suona abbastanza interessata la sua difesa degli uomini che agirono nella scuola Diaz.
Sinceramente è difficile avere fiducia in uno stato che non riconosce le colpe delle proprie forze dell'ordine e non fa nulla per far sì che fatti del genere non avvengano. E' difficile avere fiducia in uno stato che di fronte al caso di un ragazzo morto in carcere per un'incredibile serie di responsabilità di guardie penitenziarie manesche, di dirigenti ligi solo alla burocrazia e di dottori incapaci, non riesce a dire una parola in grado di attenuare il dolore della famiglia e la rabbia dei cittadini, e soprattutto non riesce a definire norme che tutelino i carcerati. E' difficile avere fiducia in uno stato in cui dall'inizio dell'anno si sono suicidate in carcere 26 persone, una ogni cinque giorni.
Quello che è successo nella notte del 21 luglio del 2001 nella scuola Diaz, che il Comune di Genova aveva adibito come ostello per i giovani venuti da ogni parte d'Europa, è stato definito da uno degli stessi poliziotti "macelleria messicana". Ci sono video, foto, testimonianze: furono arrestati 93 giovani, che furono poi prosciolti, una sessantina di loro rimasero feriti, qualcuno anche in maniera grave. I poliziotti portarono loro stessi all'interno della scuola due bottiglie molotov per giustificare gli arresti.
Da parte mia non c'è davvero nessuna intenzione di criminalizzare la polizia e le forze dell'ordine; durante questi anni ho avuto modo di apprezzare tanti poliziotti, dirigenti e semplici agenti, che hanno fatto e fanno con coscienza e impegno il proprio lavoro, troppo spesso non riconosciuto. Mi disturbano certe semplificazioni, che purtroppo ancora si leggono, che portano a dire "polizia fascista". Probabilmente neppure nel caso della Diaz abbiamo assistito a un esempio di "polizia fascista", ma a una miscela di inesperienza, incapacità, malcelato senso di autoritarismo, che ha portato a questo episodio. Proprio per tutelare le donne e gli uomini che lavorano in polizia bisogna che chi si è macchiato di queste responsabilità sia allontanato da quel corpo. Francamente trovo vergognosa l'affermazione del sottosegretario Mantovano che stamattina si è affrettato a dichiarare che i condannati di Genova "resteranno al loro posto, perché hanno e continuano ad avere la piena fiducia del sistema di sicurezza e del Viminale". Su quello che è successo alla caserma Diaz negli anni si è alimentato un sistema di coperture e di omissioni che forse è perfino più grave dei fatti in sé, che pure sono molto gravi. Nessuno dei governi che si è avvicendato in questi anni, di centrodestra e di centrosinistra, ha avuto la forza per dire una parola chiara su quell'accaduto e il capo della polizia di allora è stato promosso, con il beneplacito di tutte le forze politiche, a capo dei servizi segreti. L'allora ministro dell'interno, Claudio Scajola, si dimise in seguito, ma solo per l'incredibile leggerezza con cui definì il professor Biagi un "rompicoglioni". Per inciso, Mantovano era già allora sottosegretario e francamente suona abbastanza interessata la sua difesa degli uomini che agirono nella scuola Diaz.
Sinceramente è difficile avere fiducia in uno stato che non riconosce le colpe delle proprie forze dell'ordine e non fa nulla per far sì che fatti del genere non avvengano. E' difficile avere fiducia in uno stato che di fronte al caso di un ragazzo morto in carcere per un'incredibile serie di responsabilità di guardie penitenziarie manesche, di dirigenti ligi solo alla burocrazia e di dottori incapaci, non riesce a dire una parola in grado di attenuare il dolore della famiglia e la rabbia dei cittadini, e soprattutto non riesce a definire norme che tutelino i carcerati. E' difficile avere fiducia in uno stato in cui dall'inizio dell'anno si sono suicidate in carcere 26 persone, una ogni cinque giorni.
martedì 18 maggio 2010
"Ballata della guerra" di Edoardo Sanguineti

dove stanno i vichinghi e gli aztechi,
e gli uomini e le donne di Cro-Magnon?
dove stanno le vecchie e nuove Atlantidi,
la Grande Porta e la Invincibile Armata,
la Legge Salica e i Libri Sibillini,
Pipino il Breve e Ivan il Terribile?
tutto è finito, lì a pezzi e a bocconi,
dentro le moli mascelle del tempo:
qui, se a una cosa non ci pensa un guerra,
un'altra guerra ci ha lì pronto il rimedio:
dove stanno le Triplici e Quadruplici,
la Belle Epoque e le Guardie di Ferro?
dove stanno Tom Mix e Tom Pouce,
il Celeste Impero, gli Zeppelin, il New Deal,
l'Orient Express, l'elettroshock, il situazionismo,
il twist, l'O.A.S., i capelli all'umberta?
tutto è finito, lì a pezzi e a bocconi,
dentro la pancia piena della storia:
qui, se a una cosa non ci pensa una guerra,
un'altra guerra ci ha lì pronto il rimedio:
oh, dove siete, guerre di porci e di rose,
guerre di secessione e successione?
oh, dove siete, guerre sante e fredde,
guerre di trenta, guerre di cento anni,
di sei giorni e di sette settimane,
voi, grandi guerre lampo senza fine?
finite siete, lì a pezzi e a bocconi,
dentro il niente del niente di ogni niente:
qui, se a una guerra non ci pensa una pace,
un'altra pace c'ha lì pronta la guerra:
principi, presidenti, eminenti militesenti potenti,
erigenti esigenti monumenti indecenti,
guerra alle guerre è una guerra da andare,
lotta di classe è la guerra da fare.
domenica 16 maggio 2010
"Hai viso di pietra scolpita" di Cesare Pavese

Hai viso di pietra scolpita,
sangue di terra dura,
sei venuta dal mare.
Tutto accogli e scruti
e respingi da te
come il mare. Nel cuore
hai silenzio, hai parole
inghiottite. Sei buia.
Per te l'alba è silenzio.
E sei come le voci
della terra; l'urto
della secchia nel pozzo,
la canzone del fuoco,
il tonfo di una mela;
le parole rassegnate
e cupe sulle soglie,
il grido del bimbo; le cose
che non passano mai.
Tu non muti. Sei buia.
Sei la cantina chiusa,
dal battuto di terra,
dov'è entrato una volta
ch'era scalzo il bambino,
e ci ripensa sempre.
Sei la camera buia
cui si ripensa sempre,
come il cortile antico
dove s'apriva l'alba.
sabato 15 maggio 2010
Considerazioni libere (112): a proposito delle leggi del capitalismo...
Ho già scritto qualcosa a proposito della crisi della Grecia e delle lezioni che dovremmo ricavarne, anche qui in Italia (per chi fosse interessato, si tratta della "considerazione" nr. 107).
Vorrei provare a fare un breve riassunto di quello che è successo, per vedere, insieme a voi, miei cari e sparuti lettori, se ho ci ho capito qualcosa: la materia infatti è assai ostica.
Il 15 settembre del 2008 i dirigenti della Lehman Brothers, una delle più importanti società attive nei servizi finanziari a livello globale, hanno chiesto l'avvio della procedura di fallimento pilotato, innescando una reazione a catena che ha portato alla bancarotta di banche e di società finanziarie negli Stati Uniti e in Europa.
Nelle settimane successive, sull'onda della crisi e incalzati dalla prospettiva di aumento della disoccupazione, i governi sono intervenuti per salvare le aziende sul rischio del fallimento, investendo un'enorme massa di denaro pubblico. La crisi finanziaria del 2008 ha portato alla crisi economica del 2009 e alle vicende di questi giorni, proprio per l'aumento della spesa pubblica: ora a rischio di fallimento sono gli stati, a causa del debito che è cresciuto e della difficoltà di ripianarlo in tempi certi. Gli stessi mercati finanziari, "salvati" poco più di un anno fa dai governi, oggi contribuiscono ad aggravare la crisi, minando la fiducia degli investitori nei titoli dei paesi considerati a rischio.
Forse ho saltato qualche passaggio, ma mi pare che il punto essenziale stia qui. Il problema non che all'improvviso una sorta di "cupola" degli speculatori ha deciso che la Grecia non era più solvibile e che l'euro poteva essere oggetto di attacchi speculativi, ma che è il mercato, con le sue regole - a cui non si è voluto mettere alcun limite - a dettare legge. Il mercato non è il male in sé, ma deve essere sottomesso all'interesse generale, anche con regole severe, che fino ad ora, nonostante qualche enunciazione, sono mancate. In buona sostanza quello che è successo in questi giorni non è una degenerazione del sistema capitalistico, ma la sua naturale evoluzione, quando smette di essere regolato, imbrigliato, appunto sottomesso all'interesse generale.
Perché non proviamo a ripartire da qui?
Vorrei provare a fare un breve riassunto di quello che è successo, per vedere, insieme a voi, miei cari e sparuti lettori, se ho ci ho capito qualcosa: la materia infatti è assai ostica.
Il 15 settembre del 2008 i dirigenti della Lehman Brothers, una delle più importanti società attive nei servizi finanziari a livello globale, hanno chiesto l'avvio della procedura di fallimento pilotato, innescando una reazione a catena che ha portato alla bancarotta di banche e di società finanziarie negli Stati Uniti e in Europa.
Nelle settimane successive, sull'onda della crisi e incalzati dalla prospettiva di aumento della disoccupazione, i governi sono intervenuti per salvare le aziende sul rischio del fallimento, investendo un'enorme massa di denaro pubblico. La crisi finanziaria del 2008 ha portato alla crisi economica del 2009 e alle vicende di questi giorni, proprio per l'aumento della spesa pubblica: ora a rischio di fallimento sono gli stati, a causa del debito che è cresciuto e della difficoltà di ripianarlo in tempi certi. Gli stessi mercati finanziari, "salvati" poco più di un anno fa dai governi, oggi contribuiscono ad aggravare la crisi, minando la fiducia degli investitori nei titoli dei paesi considerati a rischio.
Forse ho saltato qualche passaggio, ma mi pare che il punto essenziale stia qui. Il problema non che all'improvviso una sorta di "cupola" degli speculatori ha deciso che la Grecia non era più solvibile e che l'euro poteva essere oggetto di attacchi speculativi, ma che è il mercato, con le sue regole - a cui non si è voluto mettere alcun limite - a dettare legge. Il mercato non è il male in sé, ma deve essere sottomesso all'interesse generale, anche con regole severe, che fino ad ora, nonostante qualche enunciazione, sono mancate. In buona sostanza quello che è successo in questi giorni non è una degenerazione del sistema capitalistico, ma la sua naturale evoluzione, quando smette di essere regolato, imbrigliato, appunto sottomesso all'interesse generale.
Perché non proviamo a ripartire da qui?
Considerazioni libere (111): a proposito della ricchezza dei rifiuti...
L'India è un paese che si sta rapidamente trasformando. Questo enorme paese, che ha più di un miliardo di abitanti, è la dodicesima più grande economia del mondo in termini nominali e la quarta in termini di potere di acquisto. Le riforme economiche degli ultimi anni hanno trasformato l'India nella seconda economia in più rapida crescita del mondo; questi risultati non bastano a nascondere le contraddizioni di questo sviluppo, l'altissima percentuale di poveri e la grande sperequazione nella distribuzione delle risorse. Così come il numero sempre crescente di matematici e di informatici indiani non nasconde il fatto che l'analfabetismo sia ancora una piaga di questa società.
Mi pare però che il tema che dovrebbe preoccupare non solo la società indiana, ma tutti noi, siano le forme con cui le classi dirigenti indiane hanno fatto sì che quel paese conoscesse questi livelli di crescita. In una mia precedente "considerazione" (la nr. 105, per la precisione) ho raccontato alcune delle conseguenze sulla società, e sulle donne in particolare, causate dalla decisione del governo di sviluppare il cosiddetto "turismo medico": per molte famiglie statunitensi ed europee l'India è diventata la meta per praticare quelle forme di inseminazione che non sono permesse nei loro paesi e per molte donne indiane fare la madre surrogata è diventato un vero e proprio lavoro: la mancanza di normative ha favorito la crescita di questo legalizzato "mercato" della fertilità.
C'è un altro terreno su cui l'India ha deciso di investire, quello dei rifiuti, uno dei grandi affari di questi anni. Anche qui è stato deciso di eliminare ogni regola e di liberalizzare le importazioni di rifiuti. I risultati sono stati stupefacenti. L'importazione di rifiuti e rottami di acciaio inossidabile è passata dalle 100mila tonnellate del 2003-04, per un valore di circa 80 milioni di euro, alle 336mila tonnellate del 2007-08, per un valore di 680 milioni di euro. E lo stesso è avvenuto per l'alluminio (passato da 99mila a 225mila tonnellate), per l'ottone (passato da 36mila a 75mila tonnellate) e per altri metalli; le ceneri e i residui dell'incenerimento sono passati dalle 400 tonnellate del 2003-20 alle 38mila del 2008-09; nello stesso periodo le batterie sono passate da 10o tonnellate a 2,8mila. Le industrie indiane si trovano così a disposizione grandi quantità di materie prime, anche se non di prima scelta, comunque a buon mercato.
La totale assenza di controlli provoca degli incidenti, perché non c'è nessuna distinzione tra rifiuti pericolosi e no. Nell'aprile scorso a Mayapuri, un mercato di rottami di New Delhi, undici persone sono state contaminate da un elemento radioattivo, il cobalto-60, presente in una partita di rottami di acciaio. E non si tratta del primo caso. Nel 2008 le autorità francesi non hanno permesso l'importazione di una partita di interruttori prodotti in India perché presentavano tracce di cobalto-60: evidentemente erano stati prodotti con acciaio ricavato da materiale riciclato e contaminato, arrivato in India magari dalla stessa Francia. Quello che giustamente non va bene per i lavoratori statunitensi o europei viene utilizzato regolarmente e senza nessun controllo dai lavoratori indiani. Oltre all'incidente du Mayapuri non ci sono dati su casi di contaminazione tra i lavoratori, anche perché non vengono effettuati controlli. E ora si sta aprendo la strada per l'importazione dei rifiuti elettronici, che, come ho scritto in un'altra "considerazione" (la nr. 100, per la precisione) ora sono spediti in Africa, anche qui in assenza di controlli.
Lo sviluppo dell'India, che pure è un elemento positivo, sta avvenendo a scapito della salute dei lavoratori e della tutela dell'ambiente. Quanto tempo occorrerà per capire che non è questo il tipo di cui abbiamo bisogno?
Mi pare però che il tema che dovrebbe preoccupare non solo la società indiana, ma tutti noi, siano le forme con cui le classi dirigenti indiane hanno fatto sì che quel paese conoscesse questi livelli di crescita. In una mia precedente "considerazione" (la nr. 105, per la precisione) ho raccontato alcune delle conseguenze sulla società, e sulle donne in particolare, causate dalla decisione del governo di sviluppare il cosiddetto "turismo medico": per molte famiglie statunitensi ed europee l'India è diventata la meta per praticare quelle forme di inseminazione che non sono permesse nei loro paesi e per molte donne indiane fare la madre surrogata è diventato un vero e proprio lavoro: la mancanza di normative ha favorito la crescita di questo legalizzato "mercato" della fertilità.
C'è un altro terreno su cui l'India ha deciso di investire, quello dei rifiuti, uno dei grandi affari di questi anni. Anche qui è stato deciso di eliminare ogni regola e di liberalizzare le importazioni di rifiuti. I risultati sono stati stupefacenti. L'importazione di rifiuti e rottami di acciaio inossidabile è passata dalle 100mila tonnellate del 2003-04, per un valore di circa 80 milioni di euro, alle 336mila tonnellate del 2007-08, per un valore di 680 milioni di euro. E lo stesso è avvenuto per l'alluminio (passato da 99mila a 225mila tonnellate), per l'ottone (passato da 36mila a 75mila tonnellate) e per altri metalli; le ceneri e i residui dell'incenerimento sono passati dalle 400 tonnellate del 2003-20 alle 38mila del 2008-09; nello stesso periodo le batterie sono passate da 10o tonnellate a 2,8mila. Le industrie indiane si trovano così a disposizione grandi quantità di materie prime, anche se non di prima scelta, comunque a buon mercato.
La totale assenza di controlli provoca degli incidenti, perché non c'è nessuna distinzione tra rifiuti pericolosi e no. Nell'aprile scorso a Mayapuri, un mercato di rottami di New Delhi, undici persone sono state contaminate da un elemento radioattivo, il cobalto-60, presente in una partita di rottami di acciaio. E non si tratta del primo caso. Nel 2008 le autorità francesi non hanno permesso l'importazione di una partita di interruttori prodotti in India perché presentavano tracce di cobalto-60: evidentemente erano stati prodotti con acciaio ricavato da materiale riciclato e contaminato, arrivato in India magari dalla stessa Francia. Quello che giustamente non va bene per i lavoratori statunitensi o europei viene utilizzato regolarmente e senza nessun controllo dai lavoratori indiani. Oltre all'incidente du Mayapuri non ci sono dati su casi di contaminazione tra i lavoratori, anche perché non vengono effettuati controlli. E ora si sta aprendo la strada per l'importazione dei rifiuti elettronici, che, come ho scritto in un'altra "considerazione" (la nr. 100, per la precisione) ora sono spediti in Africa, anche qui in assenza di controlli.
Lo sviluppo dell'India, che pure è un elemento positivo, sta avvenendo a scapito della salute dei lavoratori e della tutela dell'ambiente. Quanto tempo occorrerà per capire che non è questo il tipo di cui abbiamo bisogno?
"Già letto" di Yang Lian

nei cimiteri cinesi i pini respirano così come crescono
ma il vento cambia tranquillo la direzione della giornata
l'aratro va avanti e indietro fino alla fine del campo
verde fertile libro di agosto
la vita semina i semi dei morti
la notte tutte le stelle viaggiano in un pozzo di giada
per tutta l'estate leggi una biografia
l'ombra del pino è immersa nell'acqua
una sedia piena d'acqua è incisa in un bassorilievo
il mare lontano va in collera da solo
canti di uccelli inondano il cielo quasi non cantassero
leggi come se non avessi letto niente
c'è solo l'arte che scuote un pomeriggio e lo rende nero
venerdì 14 maggio 2010
Considerazioni libere (110): a proposito di donne e di crisi...
Forse vi è capitato di sentire una canzone degli anni Trenta intitolata "Ma cos'è questa crisi?": un motivo allegro, scanzonato, tipico di quegli anni, che pure allegri non erano per gli italiani e preparavano un futuro che sarebbe stato ancora più drammatico. Dopo più di settant'anni siamo ancora qui a chiederci: "ma cos'è questa crisi?", cercando di capire come ci colpirà, a cosa dovremo rinunciare, quali sacrifici saremo costretti a fare. Come si faceva nell'Italia degli anni Trenta, anche noi preferiamo nascondere gli aspetti più drammatici di questa crisi, di cui non capiamo tutta la portata. Alcuni giorni fa ho dedicato una mia "considerazione" alle persone che non riescono a sopportare il peso di questa situazione, che si lasciano travolgere a volte più dalla stessa idea della crisi che dalle vere e proprie difficoltà della loro vita, che decidono di lasciare andare tutto, fino ad arrivare alla più estrema delle scelte.
Oggi voglio raccontare un aspetto di cui nessuno parla, perché si svolge tanto lontano da noi da permetterci di trascurarlo. Parliamo tanto di "villaggio globale", ma non sappiamo - o forse non vogliamo sapere - quello che succede nell'altra parte di questo villaggio che è il nostro pianeta.
La Cambogia è uno dei paesi che sta pagando maggiormente gli effetti della crisi finanziaria globale: il tasso di crescita è sceso dal 6,7% del 2008 al 2,1% del 2009 e le prospettive per il 2010 sono ancora peggiori. Il settore che ha più sofferto di questo calo è stato quello tessile, che aveva rappresentato fin dall'inizio degli anni '90 uno degli elementi più dinamici dell'economia cambogiana, grazie soprattutto al lavoro delle donne, una manodopera meno istruita e conseguentemente meno retribuita. In Cambogia il settore tessile impiega 350mila persone, per il 90% donne, e ha innalzato l'occupazione femminile dal 28% del '98 al 40% del 2004. Naturalmente, qui in occidente, non ci siamo mai posti il problema del costo della manodopera delle donne cambogiane quando acquistavamo capi di abbigliamento a prezzi estremamente conveniente né ora ci poniamo il problema di cosa sta succedendo a quelle stesse donne, dal momento che il mercato mondiale ha subito una forte contrazione e il settore del tessile in quel paese ha cominciato a licenziare moltissime donne. Le donne continuano a essere l'anello debole della catena, prima lo erano in quanto lavoratrici con meno diritti - ma almeno erano lavoratrici - ora lo sono come merce per il sempre fiorente mercato del sesso. Non ci sono numeri precisi, ma ogni giorno molte donne cambogiane sono oggetto di traffico e ridotte in schiavitù, usate nei bordelli e nei centri massaggi, mandate all'estero per alimentare il mercato della pornografia e della pedopornografia. Questo pare sia un mercato che non conosca crisi, grazie naturalmente ai dollari e agli euro che spendiamo noi occidentali, anzi per la precisione noi maschi occidentali. La crisi colpisce sempre più le famiglie e mette a rischio le generazioni più giovani; in Cambogia il livello di analfabetismo tra le donne è già al 40% - contro il 15% degli uomini - e naturalmente questa condizione economica spinge le famiglie a mandare le bambine a lavorare o peggio a ingrossare le fila delle schiave del sesso.
Ma cos'è questa crisi?
Oggi voglio raccontare un aspetto di cui nessuno parla, perché si svolge tanto lontano da noi da permetterci di trascurarlo. Parliamo tanto di "villaggio globale", ma non sappiamo - o forse non vogliamo sapere - quello che succede nell'altra parte di questo villaggio che è il nostro pianeta.
La Cambogia è uno dei paesi che sta pagando maggiormente gli effetti della crisi finanziaria globale: il tasso di crescita è sceso dal 6,7% del 2008 al 2,1% del 2009 e le prospettive per il 2010 sono ancora peggiori. Il settore che ha più sofferto di questo calo è stato quello tessile, che aveva rappresentato fin dall'inizio degli anni '90 uno degli elementi più dinamici dell'economia cambogiana, grazie soprattutto al lavoro delle donne, una manodopera meno istruita e conseguentemente meno retribuita. In Cambogia il settore tessile impiega 350mila persone, per il 90% donne, e ha innalzato l'occupazione femminile dal 28% del '98 al 40% del 2004. Naturalmente, qui in occidente, non ci siamo mai posti il problema del costo della manodopera delle donne cambogiane quando acquistavamo capi di abbigliamento a prezzi estremamente conveniente né ora ci poniamo il problema di cosa sta succedendo a quelle stesse donne, dal momento che il mercato mondiale ha subito una forte contrazione e il settore del tessile in quel paese ha cominciato a licenziare moltissime donne. Le donne continuano a essere l'anello debole della catena, prima lo erano in quanto lavoratrici con meno diritti - ma almeno erano lavoratrici - ora lo sono come merce per il sempre fiorente mercato del sesso. Non ci sono numeri precisi, ma ogni giorno molte donne cambogiane sono oggetto di traffico e ridotte in schiavitù, usate nei bordelli e nei centri massaggi, mandate all'estero per alimentare il mercato della pornografia e della pedopornografia. Questo pare sia un mercato che non conosca crisi, grazie naturalmente ai dollari e agli euro che spendiamo noi occidentali, anzi per la precisione noi maschi occidentali. La crisi colpisce sempre più le famiglie e mette a rischio le generazioni più giovani; in Cambogia il livello di analfabetismo tra le donne è già al 40% - contro il 15% degli uomini - e naturalmente questa condizione economica spinge le famiglie a mandare le bambine a lavorare o peggio a ingrossare le fila delle schiave del sesso.
Ma cos'è questa crisi?
mercoledì 12 maggio 2010
Considerazioni libere (109): a proposito di fertilità e povertà...
Probabilmente ricordate dalla scuola l'espressione "mezzaluna fertile": nei libri di storia e di archeologia si definisce così quella vasta regione che si estende dalla Mesopotamia alla valle del Nilo, passando per la valle del Giordano. Proprio la presenza di questi grandi fiumi e la particolare vocazione agricola hanno fatto sì che in queste terre si sviluppassero le prime grandi civiltà dell'uomo. Tra queste terre particolarmente ricca era la "terra in mezzo ai fiumi", ossia quel cuneo di terra tra il Tigri e l'Eufrate che ora fa parte dell'Iraq.
Per gli iracheni la fertilità della loro terra è ormai un ricordo. Nel 2008 l'Iraq ha importato dall'estero 2,54 milioni di tonnellate di grano e 610mila tonnellate di riso; nel 2009 queste importazioni sono salite rispettivamente a 3,55 milioni e 1,7 milioni e i funzionari dell'Ente statale per le granaglie, un organo del Ministero del commercio, prevedono che queste quote aumenteranno ancora nel 2010. L'Iraq deve importare dall'estero circa l'80% del grano e del riso necessari per sfamare la sua popolazione.
La responsabilità di questa situazione è dell'uomo. L'Eufrate arriva dalla frontiera con la Siria con una portata di 250 metri cubi al secondo: un record negativo; il Tigri ha una portata dimezzata rispetto al 2003, da 1.680 a 836 metri cubi al secondo. Nella "considerazione" nr. 75 ho parlato dei progetti della Turchia di costruire una serie di grandi dighe sull'alto corso dei due fiumi e questo non potrà far altro che peggiorare la situazione. La mancanza d'acqua ha fatto aumentare la salinità dei terreni, rendendoli di fatto inutilizzabili per scopi agricoli: il 40% delle terre agricole dell'Iraq sta subendo questo processo di salinizzazione. La mancanza d'acqua e il sempre più diffuso bisogno di tagliare gli alberi per avere legna da ardere ha provocato la desertificazione del 50% della terra che era produttiva negli anni Settanta. Il continuo stato di guerra, le lotte tribali, lo stato di insicurezza, la scelta di investire unicamente sull'industria petrolifera hanno provocato i mancati investimenti nell'innovazione e nella meccanizzazione dell'agricoltura e così, per colpa dell'uomo - unicamente per colpa dell'uomo - una delle terre più fertili del mondo è diventata poverissima e costretta a vivere con le importazioni straniere, naturalmente pagate a caro prezzo. Un terzo della popolazione irachena vive nelle aree rurali e naturalmente sono queste persone quelle che stanno soffrendo di più; secondo i dati delle organizzazioni internazionali il 69% della popolazione irachena definita in "povertà estrema" vive proprio in queste aree rurali.
Quando ci sono queste condizioni di sussistenza, francamente credo che qualunque altra analisi debba essere ricondotta a questo dato. Per anni abbiamo letto articoli e saggi sullo scontro di civiltà o analisi geopolitiche sulla situazione mediorientale, ma continuiamo a dimenticare, più o meno scientemente, questo dato di fatto: in una zona fertile si soffre la fame, per responsabilità precise e definite degli uomini. Sarà forse banale, ma la soluzione del problema passa inevitabilmente da qui.
Per gli iracheni la fertilità della loro terra è ormai un ricordo. Nel 2008 l'Iraq ha importato dall'estero 2,54 milioni di tonnellate di grano e 610mila tonnellate di riso; nel 2009 queste importazioni sono salite rispettivamente a 3,55 milioni e 1,7 milioni e i funzionari dell'Ente statale per le granaglie, un organo del Ministero del commercio, prevedono che queste quote aumenteranno ancora nel 2010. L'Iraq deve importare dall'estero circa l'80% del grano e del riso necessari per sfamare la sua popolazione.
La responsabilità di questa situazione è dell'uomo. L'Eufrate arriva dalla frontiera con la Siria con una portata di 250 metri cubi al secondo: un record negativo; il Tigri ha una portata dimezzata rispetto al 2003, da 1.680 a 836 metri cubi al secondo. Nella "considerazione" nr. 75 ho parlato dei progetti della Turchia di costruire una serie di grandi dighe sull'alto corso dei due fiumi e questo non potrà far altro che peggiorare la situazione. La mancanza d'acqua ha fatto aumentare la salinità dei terreni, rendendoli di fatto inutilizzabili per scopi agricoli: il 40% delle terre agricole dell'Iraq sta subendo questo processo di salinizzazione. La mancanza d'acqua e il sempre più diffuso bisogno di tagliare gli alberi per avere legna da ardere ha provocato la desertificazione del 50% della terra che era produttiva negli anni Settanta. Il continuo stato di guerra, le lotte tribali, lo stato di insicurezza, la scelta di investire unicamente sull'industria petrolifera hanno provocato i mancati investimenti nell'innovazione e nella meccanizzazione dell'agricoltura e così, per colpa dell'uomo - unicamente per colpa dell'uomo - una delle terre più fertili del mondo è diventata poverissima e costretta a vivere con le importazioni straniere, naturalmente pagate a caro prezzo. Un terzo della popolazione irachena vive nelle aree rurali e naturalmente sono queste persone quelle che stanno soffrendo di più; secondo i dati delle organizzazioni internazionali il 69% della popolazione irachena definita in "povertà estrema" vive proprio in queste aree rurali.
Quando ci sono queste condizioni di sussistenza, francamente credo che qualunque altra analisi debba essere ricondotta a questo dato. Per anni abbiamo letto articoli e saggi sullo scontro di civiltà o analisi geopolitiche sulla situazione mediorientale, ma continuiamo a dimenticare, più o meno scientemente, questo dato di fatto: in una zona fertile si soffre la fame, per responsabilità precise e definite degli uomini. Sarà forse banale, ma la soluzione del problema passa inevitabilmente da qui.
lunedì 10 maggio 2010
da "Trenta giorni con Tonino Guerra" di Tonino Guerra
Domenica, 28 marzo. Ricordo spesso la Casa Nobel di San Pietroburgo, abbandonata da molti anni. Scrissi già qualcosa su questo piccolo viaggio facendone protagonista il grande clown Polunin. Da alcuni giorni sto rendendo più corposo il suo incontro con gli specchi ammassati contro le pareti del primo stanzone. Polunin si avvicina allo specchio più grande che è proprio all'inizio del muro di fondo. Riesce a intravedere parti del suo corpo e del suo viso. Con un fazzoletto toglie lo strato di polvere, ma sotto la polvere non c' è più la sua faccia ma il viso di un uomo anziano che indossa un cappello militare di vecchia foggia. Polunin si ritrae sbalordito. Ripete gli stessi gesti sugli altri specchi e sempre incontra individui diversi. Torna a controllare lo specchio più grande e finalmente si rivede. E si ritrova anche negli altri specchi. Ma quando passa davanti al primo si accorge che c'è un'intera famiglia che sta in posa. Polunin sosta davanti a questo gruppo di persone e vede che piano piano tutti scompaiono per mostrare un uomo che passa con un mobile sulle spalle. Adesso una farfalla si muove in quello spazio. Poi Polunin si rivede ma subito la sua faccia diventa il viso sudato di una donna che si asciuga con un panno. Emozionato Polunin va a vedere quello che succede negli altri specchi e scopre immagini sepolte che affiorano, quasi che gli specchi volessero raccontare la loro storia. Nell'ultimo si intravede un morto sopra un vecchio letto d'angolo e alcune donne vestite di nero che pregano muovendo le dita sulle bianche corone. La cosa più sconvolgente è che Polunin sente un bisbiglio sommesso. Allora si allontana spaventato e si trova in un corridoio delimitato da armadi che all'improvviso si aprono e gli rotolano addosso una montagna di carte che gli si ammucchiano attorno e lo bloccano fino al petto. Si accorge che ci sono delle cose scritte a mano su quei fogli. Si muove appena per riuscire a leggere quei messaggi. Ne ripete qualcuno a voce alta per confermare la forza delle frasi.
sabato 8 maggio 2010
Considerazioni libere (108): a proposito della solitudine dei lavoratori...
Il 7 maggio un operaio di 38 anni ha tentato di uccidersi con un coltello: nella sua azienda, dopo un periodo di cassa integrazione a rotazione, deve cominciare un periodo di cassa integrazione straordinaria; probabilmente lui non sarebbe stato coinvolto, ma l'incertezza di queste settimane lo ha spinto a questo gesto estremo, da cui è stato salvato grazie all'intervento della moglie e al coraggio di un vicino di casa. Il 17 aprile un operaio di 41 anni si è impiccato: la sua azienda era in cassa integrazione da un anno ed è destinata al fallimento; anche sua moglie era disoccupata e con i piccoli lavori che avevano trovato, lei a fare le pulizie, lui come cantante nei piano-bar, facevano fatica a mandare avanti la famiglia. Sono due storie diverse, successe in meno di un mese tra Bologna e la sua provincia.
Il 18 febbraio un ingegnere informatico della Pennsylvania ha noleggiato un piccolo aereo e si è schiantato contro gli uffici del fisco di Austin, nel Texas; era stato rovinato dalla crisi e ha scritto prima di morire di sentirsi tradito sia dalle imprese per cui aveva lavorato sia dal governo che non lo aveva in alcun modo tutelato, mentre si era impegnato nel salvataggio di quelle banche che erano le responsabili della perdita del suo lavoro. Nonostante le notizie trapelino a fatica da quel paese, alcuni studiosi hanno potuto verificare che nel nord-est della Cina sta crescendo il numero dei suicidi tra gli operai; il governo di Pechino ha deciso di chiudere le fabbriche in questa regione, tradizionale area produttiva del paese, per far crescere le più arretrate regioni del sud e molti lavoratori si sono sentiti traditi dal proprio paese, da quei principi di solidarietà comunista e di etica confuciana che pure vengono sbandierati in ogni occasione ufficiale.
Confesso di parlare a fatica di questo argomento, perché ho vissuto tempo fa nella mia famiglia il dramma di un suicidio e perché quotidianamente mi scontro con le difficoltà che si provano ad avere un lavoro precario, con la tensione che spesso ti tiene sveglio e ti fa vedere nero il futuro. Personalmente ritengo che ogni suicidio sia una storia a sé, un evento drammatico e privato, che coinvolge quella singola persona, le sue paure, le sue debolezze, le sue disillusioni; una storia personale, un dissidio con la propria coscienza, che naturalmente ricade e coinvolge le persone vicine, le famiglie. E per questo ritengo anche che sarebbe un errore leggere in questi fatti una causa comune, un unico elemento scatenante, anche perché sono naturalmente ben di più i lavoratori senza lavoro che decidono di andare avanti, di non rinunciare alla vita. Eppure questi casi, che coinvolgono persone diverse, in paesi diversi, con culture diverse, ci raccontano qualcosa di quello che sta succedendo nel nostro mondo. Ed è qualcosa che dovrebbe preoccuparci tutti.
I lavoratori sono sempre meno tutelati, sono sempre più in balia di decisioni che vengono prese in luoghi che non conoscono e su cui loro non possono incidere. I lavoratori sono e si sentono soli. Di fronte alla perdita del lavoro o anche solo alla minaccia - reale o immaginata - di perderlo, non hanno strumenti per reagire, si sentono impotenti. E in qualche modo - come ha scritto il suicida della Pennsylvania - si sentono traditi, dalle imprese per cui hanno lavorato, hanno investito tempo, risorse, intelligenza e si sentono traditi dallo stato. In questi giorni in cui le prime pagine dei giornali e i titoli dei telegiornali sono occupati dalla crisi greca e dal pericolo che alcune manovre speculative mettano in grave difficoltà l'economia europea, mi colpisce come si affronti questo tema in maniera asettica, parlando di numeri, di percentuali, di ripercussioni sulle monete e sulle banche. Certo c'è anche questo, ma la crisi è soprattutto crisi del lavoro, che ricade immediatamente su chi è più povero. Credo che i cittadini greci che in questi giorni stanno manifestando contro le politiche di sacrifici decise dal governo e imposte dall'Europa vogliano dire soprattutto questo: ricordiamoci che questa crisi è una crisi delle persone e che queste persone non sono numeri, ma sono storie, vite, amori. Forse fare una manifestazione serve anche a questo, a farci sentire vicini, a vedere negli occhi degli altri la sofferenza che è anche nostra, a farci essere meno soli, meno indifesi. Naturalmente questo non può bastare, ad alcuni comunque non basta.
L'operaio che si è ucciso nella sua casa di Molinella aveva lottato, insieme ai suoi colleghi e al sindacato per difendere il proprio posto lavoro, eppure è stato comunque travolto. Probabilmente le organizzazioni sindacali, i partiti, le amministrazioni locali dovrebbero cominciare a pensare a forme di aiuto e di sostegno che non siano generiche, ma rispondano ai bisogni di ciascuno: all'operaio di Molinella non sono bastate le consuete forme di sostegno al reddito - che pure per la maggioranza dei suoi colleghi sono stati sufficienti a non lasciarsi vincere dalla disperazione - sarebbe servito un sostegno psicologico, per salvarlo dal male che alla fine ha vinto e lo ha fatto cadere.
Forse bisognerebbe tornare ad avere l'ambizione di cambiare il mondo.
Il 18 febbraio un ingegnere informatico della Pennsylvania ha noleggiato un piccolo aereo e si è schiantato contro gli uffici del fisco di Austin, nel Texas; era stato rovinato dalla crisi e ha scritto prima di morire di sentirsi tradito sia dalle imprese per cui aveva lavorato sia dal governo che non lo aveva in alcun modo tutelato, mentre si era impegnato nel salvataggio di quelle banche che erano le responsabili della perdita del suo lavoro. Nonostante le notizie trapelino a fatica da quel paese, alcuni studiosi hanno potuto verificare che nel nord-est della Cina sta crescendo il numero dei suicidi tra gli operai; il governo di Pechino ha deciso di chiudere le fabbriche in questa regione, tradizionale area produttiva del paese, per far crescere le più arretrate regioni del sud e molti lavoratori si sono sentiti traditi dal proprio paese, da quei principi di solidarietà comunista e di etica confuciana che pure vengono sbandierati in ogni occasione ufficiale.
Confesso di parlare a fatica di questo argomento, perché ho vissuto tempo fa nella mia famiglia il dramma di un suicidio e perché quotidianamente mi scontro con le difficoltà che si provano ad avere un lavoro precario, con la tensione che spesso ti tiene sveglio e ti fa vedere nero il futuro. Personalmente ritengo che ogni suicidio sia una storia a sé, un evento drammatico e privato, che coinvolge quella singola persona, le sue paure, le sue debolezze, le sue disillusioni; una storia personale, un dissidio con la propria coscienza, che naturalmente ricade e coinvolge le persone vicine, le famiglie. E per questo ritengo anche che sarebbe un errore leggere in questi fatti una causa comune, un unico elemento scatenante, anche perché sono naturalmente ben di più i lavoratori senza lavoro che decidono di andare avanti, di non rinunciare alla vita. Eppure questi casi, che coinvolgono persone diverse, in paesi diversi, con culture diverse, ci raccontano qualcosa di quello che sta succedendo nel nostro mondo. Ed è qualcosa che dovrebbe preoccuparci tutti.
I lavoratori sono sempre meno tutelati, sono sempre più in balia di decisioni che vengono prese in luoghi che non conoscono e su cui loro non possono incidere. I lavoratori sono e si sentono soli. Di fronte alla perdita del lavoro o anche solo alla minaccia - reale o immaginata - di perderlo, non hanno strumenti per reagire, si sentono impotenti. E in qualche modo - come ha scritto il suicida della Pennsylvania - si sentono traditi, dalle imprese per cui hanno lavorato, hanno investito tempo, risorse, intelligenza e si sentono traditi dallo stato. In questi giorni in cui le prime pagine dei giornali e i titoli dei telegiornali sono occupati dalla crisi greca e dal pericolo che alcune manovre speculative mettano in grave difficoltà l'economia europea, mi colpisce come si affronti questo tema in maniera asettica, parlando di numeri, di percentuali, di ripercussioni sulle monete e sulle banche. Certo c'è anche questo, ma la crisi è soprattutto crisi del lavoro, che ricade immediatamente su chi è più povero. Credo che i cittadini greci che in questi giorni stanno manifestando contro le politiche di sacrifici decise dal governo e imposte dall'Europa vogliano dire soprattutto questo: ricordiamoci che questa crisi è una crisi delle persone e che queste persone non sono numeri, ma sono storie, vite, amori. Forse fare una manifestazione serve anche a questo, a farci sentire vicini, a vedere negli occhi degli altri la sofferenza che è anche nostra, a farci essere meno soli, meno indifesi. Naturalmente questo non può bastare, ad alcuni comunque non basta.
L'operaio che si è ucciso nella sua casa di Molinella aveva lottato, insieme ai suoi colleghi e al sindacato per difendere il proprio posto lavoro, eppure è stato comunque travolto. Probabilmente le organizzazioni sindacali, i partiti, le amministrazioni locali dovrebbero cominciare a pensare a forme di aiuto e di sostegno che non siano generiche, ma rispondano ai bisogni di ciascuno: all'operaio di Molinella non sono bastate le consuete forme di sostegno al reddito - che pure per la maggioranza dei suoi colleghi sono stati sufficienti a non lasciarsi vincere dalla disperazione - sarebbe servito un sostegno psicologico, per salvarlo dal male che alla fine ha vinto e lo ha fatto cadere.
Forse bisognerebbe tornare ad avere l'ambizione di cambiare il mondo.
venerdì 7 maggio 2010
da "L'artefice" di Jorge-Luis Borges

Del rigore della scienza
... In quell'Impero, l'Arte della Cartografia raggiunse tale Perfezione che la mappa di una sola Provincia occupava un'intera Città, e la mappa dell'Impero un'intera Provincia. Col tempo, queste Mappe Smisurate non soddisfecero più e i Collegi dei Cartografi crearono una Mappa dell'Impero che aveva la grandezza stessa dell'Impero e con esso coincideva esattamente. Meno Dedite allo Studio della Cartografia, le Generazioni Successive capirono che quella immensa Mappa era Inutile e non senza Empietà l'abbandonarono alle Inclemenze del Sole e degli Inverni. Nei deserti dell'Ovest restano ancora lacere Rovine della Mappa, abitate da Animali e Mendicanti; nell'intero Paese non vi sono altre reliquie delle Discipline Geografiche.
Suarez Miranda, Viajes de varones prudentes, Libro Quarto, cap. XLV, Lérida, 1658
giovedì 6 maggio 2010
Considerazioni libere (107): a proposito della Grecia e dell'Europa...
Probabilmente io continuo a essere il solito inguaribile pessimista, eppure mi sembra che qui in Italia si stia sottovalutando quello che sta avvenendo in questi giorni in Grecia. Certo ieri sera i telegiornali hanno aperto sugli scontri di Atene e hanno dato la notizia delle tre persone uccise da una frangia, per fortuna molto minoritaria, dei manifestanti, ma non c'è stato alcun approfondimento; d'altra parte i morti fanno sempre notizia e probabilmente a qualcuno ha fatto anche piacere poter far "retrocedere" a seconda notizia il coinvolgimento di Denis Verdini nell'ennesimo scandalo che ha investito la maggioranza di governo. Anche sui giornali mi pare ci si concentri più sulla cronaca degli scontri che sui motivi che li hanno causati.
Comunque sia della Grecia, a mio avviso, non si parla abbastanza. Eppure dovremmo farlo, perché le analogie tra la Grecia e l'Italia sono purtroppo molte. In entrambi i paesi c'è un'economia fragile, un alto debito pubblico, elevati tassi di disoccupazione, specialmente tra i giovani; in entrambi i paesi cresce tra i giovani la consapevolezza che loro vivranno peggio dei loro genitori. In entrambi i paesi c'è una diffusa corruzione sociale, un pericoloso allentamento, a tutti i livelli, dei vincoli etici tra le persone. In entrambi i paesi c'è una forte sfiducia verso le istituzioni e verso la classe politica, che peraltro in entrambi i paesi merita ampiamente questa sfiducia. Probabilmente non fa piacere cogliere queste analogie e magari preferiremmo confrontarci con le regioni più ricche e più avanzate dell'Europa, ma dobbiamo renderci conto che nel resto del mondo guardano al nostro paese con la stessa preoccupazione con cui guardano ad altri paesi in difficoltà, come il Portogallo, la Spagna, l'Irlanda. E anche se probabilmente alcune regioni del nord Italia possono davvero competere con le più ricche regioni europee, questo non cambia in maniera sostanziale il quadro dello sviluppo del nostro paese. In Italia credo ci sia la stessa tensione sociale che c'è in questi giorni in Grecia e temo che questa tensione sia pronta a esplodere, magari per l'interesse di qualcuno, come è accaduto nelle settimane scorse a Rosarno, dove per l'ndrangheta è stato piuttosto semplice far scoppiare una sorta di rivolta contro gli immigrati, per difendere i propri interessi e lanciare un messaggio trasversale alle istituzioni. Mi sembra che troppi sottovalutino questi campanelli d'allarme.
I motivi per cui la Grecia sta rischiando di "fallire" sono piuttosto semplici: sono stati "aggiustati" i bilanci per farli apparire migliori di quanto effettivamente fossero, ci si è indebitati per sostenere il piano di opere pubbliche e di infrastrutture necessarie a ospitare i giochi olimpici del 2004, non si è intervenuti per combattere con coraggio la corruzione e l'inefficenza della pubblica amministrazione. Anche qui le analogie tra i nostri paesi sono piuttosto evidenti. Ora il governo greco, incalzato dall'Europa e dalle istituzioni internazionali, chiede sacrifici, ma - credo giustamente - i cittadini greci vogliono che siano individuati i colpevoli di questa situazione e soprattutto chiedono che questi sacrifici non ricadano unicamente sulle fasce più deboli della popolazione, lasciando ai molto ricchi e ai molto furbi quello che hanno accumulato in questi anni.
Personalmente credo che la questione centrale non sia tanto quella delle responsabilità. Come ho già avuto modo di scrivere a proposito del nostro paese, in una democrazia la classe politica è lo specchio della società: se la classe politica è inefficiente e corrotta, non è che la società civile sia esente da ogni vizio, tutt'altro. I tanti greci impiegati nelle amministrazioni pubbliche hanno approfittato del loro ruolo, dei loro piccoli o grandi privilegi, di un sistema che garantiva - e garantisce - loro di poter far poco nel miglior dei casi e di potersene approfittare nei casi peggiori. Come vedete, anche qui torna l'analogia con il sistema italiano. Credo che nella società, prima ancora che nella politica, debba aprirsi una riflessione su quello che si è permesso che succedesse. E francamente spero che un'analoga riflessione possa cominciare anche in Italia, una riflessione che dovrebbe iniziare grazie al contributo degli scrittori, dei registi, degli intellettuali.
Sul tema della ridistribuzione dei sacrifici credo invece che si misurerà la capacità del governo di Atene di imboccare una strada diversa e si misurerà anche la capacità della sinistra, visto che a capo di quel paese c'è uno dei pochi esponenti del Pse che ancora ha responsabilità di governo. Capisco la preoccupazione dei sindacati e dei lavoratori greci: le ricette per il cosiddetto risanamento sono imposte al loro paese da quelle istituzioni internazionali, a partire dal Fondo monetario, che in questi anni si sono caratterizzate per un'adesione acritica al modello ultraliberista, che tanti danni ha fatto in molti paesi. In alcuni mie precedenti "considerazioni" ho raccontato cosa hanno significato i piani di risanamento dell'economia per paesi come Haiti o alcuni stati africani: l'ulteriore impoverimento della popolazione e il conseguente arricchimento di poche fortissime aziende multinazionali. E giustamente i greci non vogliono - e non possono - fidarsi neppure dei super-burocrati di Bruxelles, le cui ricette rischiano di ammazzare il cavallo.
Per questo credo che serva più politica e, almeno per come la vedo io, serve più politica di sinistra. Non credo che si debba lasciare questa enorme responsabilità sulle sole spalle di George Papandreou, mi piacerebbe sentire anche le idee degli altri socialisti e qui purtroppo le voci latitano. Per i socialisti europei sarebbe il tempo di essere meno tedeschi, meno francesi, meno inglesi e più europei, riscoprire quella dimensione internazionale che in fondo è un elemento costitutivo della nostra storia. Non ho dimenticato gli italiani, ma qui, come è noto, il maggior partito di ispirazione socialista ha scientemente deciso di tirarsi fuori da questa storia. Mi piacerebbe che i socialisti europei ripartissero da alcuni temi chiave, dagli impegni assunti con la cosiddetta strategia di Lisbona. Quel documento ha segnato un punto alto dell'ispirazione sociale dell'Europa e non credo sia un caso che sia stato assunto quando molti paesi erano governati da coalizioni di centrosinistra e da esponenti del Pse. Con altrettanta franchezza bisogna anche dire che proprio il non avere fatto nulla, o quasi nulla, per tradurre in pratica quegli ambiziosi obiettivi ha fatto sì che quella stagione sia sfumata e che oggi il quadro europeo sia molto diverso da dieci anni fa. Proprio oggi molto probabilmente si chiuderà in Gran Bretagna la lunga esperienza del governo laburista e anche i socialisti spagnoli sono destinati a passare la mano. Molto banalmente i socialisti europei hanno pagato questa incapacità di adeguare il dire al fare. Speriamo che non continui così.
Comunque sia della Grecia, a mio avviso, non si parla abbastanza. Eppure dovremmo farlo, perché le analogie tra la Grecia e l'Italia sono purtroppo molte. In entrambi i paesi c'è un'economia fragile, un alto debito pubblico, elevati tassi di disoccupazione, specialmente tra i giovani; in entrambi i paesi cresce tra i giovani la consapevolezza che loro vivranno peggio dei loro genitori. In entrambi i paesi c'è una diffusa corruzione sociale, un pericoloso allentamento, a tutti i livelli, dei vincoli etici tra le persone. In entrambi i paesi c'è una forte sfiducia verso le istituzioni e verso la classe politica, che peraltro in entrambi i paesi merita ampiamente questa sfiducia. Probabilmente non fa piacere cogliere queste analogie e magari preferiremmo confrontarci con le regioni più ricche e più avanzate dell'Europa, ma dobbiamo renderci conto che nel resto del mondo guardano al nostro paese con la stessa preoccupazione con cui guardano ad altri paesi in difficoltà, come il Portogallo, la Spagna, l'Irlanda. E anche se probabilmente alcune regioni del nord Italia possono davvero competere con le più ricche regioni europee, questo non cambia in maniera sostanziale il quadro dello sviluppo del nostro paese. In Italia credo ci sia la stessa tensione sociale che c'è in questi giorni in Grecia e temo che questa tensione sia pronta a esplodere, magari per l'interesse di qualcuno, come è accaduto nelle settimane scorse a Rosarno, dove per l'ndrangheta è stato piuttosto semplice far scoppiare una sorta di rivolta contro gli immigrati, per difendere i propri interessi e lanciare un messaggio trasversale alle istituzioni. Mi sembra che troppi sottovalutino questi campanelli d'allarme.
I motivi per cui la Grecia sta rischiando di "fallire" sono piuttosto semplici: sono stati "aggiustati" i bilanci per farli apparire migliori di quanto effettivamente fossero, ci si è indebitati per sostenere il piano di opere pubbliche e di infrastrutture necessarie a ospitare i giochi olimpici del 2004, non si è intervenuti per combattere con coraggio la corruzione e l'inefficenza della pubblica amministrazione. Anche qui le analogie tra i nostri paesi sono piuttosto evidenti. Ora il governo greco, incalzato dall'Europa e dalle istituzioni internazionali, chiede sacrifici, ma - credo giustamente - i cittadini greci vogliono che siano individuati i colpevoli di questa situazione e soprattutto chiedono che questi sacrifici non ricadano unicamente sulle fasce più deboli della popolazione, lasciando ai molto ricchi e ai molto furbi quello che hanno accumulato in questi anni.
Personalmente credo che la questione centrale non sia tanto quella delle responsabilità. Come ho già avuto modo di scrivere a proposito del nostro paese, in una democrazia la classe politica è lo specchio della società: se la classe politica è inefficiente e corrotta, non è che la società civile sia esente da ogni vizio, tutt'altro. I tanti greci impiegati nelle amministrazioni pubbliche hanno approfittato del loro ruolo, dei loro piccoli o grandi privilegi, di un sistema che garantiva - e garantisce - loro di poter far poco nel miglior dei casi e di potersene approfittare nei casi peggiori. Come vedete, anche qui torna l'analogia con il sistema italiano. Credo che nella società, prima ancora che nella politica, debba aprirsi una riflessione su quello che si è permesso che succedesse. E francamente spero che un'analoga riflessione possa cominciare anche in Italia, una riflessione che dovrebbe iniziare grazie al contributo degli scrittori, dei registi, degli intellettuali.
Sul tema della ridistribuzione dei sacrifici credo invece che si misurerà la capacità del governo di Atene di imboccare una strada diversa e si misurerà anche la capacità della sinistra, visto che a capo di quel paese c'è uno dei pochi esponenti del Pse che ancora ha responsabilità di governo. Capisco la preoccupazione dei sindacati e dei lavoratori greci: le ricette per il cosiddetto risanamento sono imposte al loro paese da quelle istituzioni internazionali, a partire dal Fondo monetario, che in questi anni si sono caratterizzate per un'adesione acritica al modello ultraliberista, che tanti danni ha fatto in molti paesi. In alcuni mie precedenti "considerazioni" ho raccontato cosa hanno significato i piani di risanamento dell'economia per paesi come Haiti o alcuni stati africani: l'ulteriore impoverimento della popolazione e il conseguente arricchimento di poche fortissime aziende multinazionali. E giustamente i greci non vogliono - e non possono - fidarsi neppure dei super-burocrati di Bruxelles, le cui ricette rischiano di ammazzare il cavallo.
Per questo credo che serva più politica e, almeno per come la vedo io, serve più politica di sinistra. Non credo che si debba lasciare questa enorme responsabilità sulle sole spalle di George Papandreou, mi piacerebbe sentire anche le idee degli altri socialisti e qui purtroppo le voci latitano. Per i socialisti europei sarebbe il tempo di essere meno tedeschi, meno francesi, meno inglesi e più europei, riscoprire quella dimensione internazionale che in fondo è un elemento costitutivo della nostra storia. Non ho dimenticato gli italiani, ma qui, come è noto, il maggior partito di ispirazione socialista ha scientemente deciso di tirarsi fuori da questa storia. Mi piacerebbe che i socialisti europei ripartissero da alcuni temi chiave, dagli impegni assunti con la cosiddetta strategia di Lisbona. Quel documento ha segnato un punto alto dell'ispirazione sociale dell'Europa e non credo sia un caso che sia stato assunto quando molti paesi erano governati da coalizioni di centrosinistra e da esponenti del Pse. Con altrettanta franchezza bisogna anche dire che proprio il non avere fatto nulla, o quasi nulla, per tradurre in pratica quegli ambiziosi obiettivi ha fatto sì che quella stagione sia sfumata e che oggi il quadro europeo sia molto diverso da dieci anni fa. Proprio oggi molto probabilmente si chiuderà in Gran Bretagna la lunga esperienza del governo laburista e anche i socialisti spagnoli sono destinati a passare la mano. Molto banalmente i socialisti europei hanno pagato questa incapacità di adeguare il dire al fare. Speriamo che non continui così.
mercoledì 5 maggio 2010
"Il mio cuore è stanco" di Daniel Varujan

Il mio cuore è stanco, ferito:
non aspetta nessun fiore di primavera:
una donna con vacuo accanimento
lo squarciò: e ora dalle sue dieci dita di luce
è il mio sangue che cola, goccia dopo goccia,
come i chicchi di melagrana.
Il mio cuore è stanco
e il mio amore al suo interno è ferito.
La mia lira è triste, infranta:
non aspetta nessun vino della festa:
una donna con incosciente perfidia
strappò le sue corde come le mie viscere:
e nell'ombelico di bosso
colò i veleni delle sue poppe e della sua lingua.
La mia lira è triste,
e il mio canto al suo interno è ferito.
martedì 4 maggio 2010
"Ma dove" di Mario Luzi

"Non è più qui" insinua una voce di sorpresa
"il cuore della tua città" e si perde
nel dedalo già buio
se non fosse una luce
piovosa di primavera in erba
visibile al di sopra dei tetti alti.
Io non so che rispondere e osservo
le api di questo viridario antico,
i doratori d'angeli, di stipi,
i lavoranti di metalli e d'ebani
chiudere ad uno ad uno i vecchi antri
e spandersi un po' lieti e un po' spauriti nei vicoli attorno.
"Non è più qui, ma dove?" mi domando
mentre l'accidentale e il necessario
imbrogliano l'occhio della mente
e penso a me e ai miei compagni, al rotto
conversare con quelle anime in pena
di una vita che quaglia poco, al perdersi
del loro brulicame di pensieri in cerca di un polo.
Qualcuno cede, qualcuno resiste nella sua fede tenuta stretta.
domenica 2 maggio 2010
"Nessun uomo è un'isola" di John Donne

per Stefano Cucchi
Nessun uomo è un'isola,
completo in se stesso;
ogni uomo è un pezzo del continente,
una parte del tutto.
Se anche solo una zolla
venisse lavata via dal mare,
l'Europa ne sarebbe diminuita,
come se le mancasse un promontorio,
come se venisse a mancare
una dimora di amici tuoi,
o la tua stessa casa.
La morte di qualsiasi uomo
mi sminuisce,
perché io sono parte dell'umanità.
E dunque non chiedere mai
per chi suona la campana:
essa suona per te.
Considerazioni libere (106): a proposito di un povero cristo...
La storia di Stefano Cucchi descrive bene quello sta diventando - o forse è già diventato - il nostro sfortunato paese. Qualunque sarà l'esito dei processi, che temo arriverà tra molto tempo e sarà pieno di contraddizioni, in questa vicenda c'è un dato certo: il 15 ottobre Stefano è entrato in carcere con le proprie gambe e il 22 ottobre è uscito dall'ospedale morto.
Come è ovvio, adesso la magistratura ha il dovere di verificare le responsabilità e di punire i colpevoli. In questi giorni la pubblica accusa ha presentato l'esito delle proprie indagini, descrivendo un quadro preoccupante di responsabilità: Stefano sarebbe stato prima picchiato da alcuni agenti della polizia penitenziaria, poi trasferito in ospedale dove medici e infermieri avrebbero sottovalutato colpevolmente le sue condizioni di salute. Sarà probabilmente molto difficile stabilire se Stefano sia morto per le lesioni inflitte in carcere o per la noncuranza con cui è stato trattato in ospedale e su questo sicuramente si aprirà un lungo cammino processuale, il cui esito adesso non è prevedibile. Ma non è su questi aspetti giuridici, per quanto importanti, che ora voglio riflettere.
Stefano è morto, trascorrendo gli ultimi sette giorni della sua vita in due strutture pubbliche, un carcere e un ospedale, e di questo dobbiamo parlare. Stefano non è stato vittima di un incidente, ma, nella migliore delle ipotesi, di una serie impressionante di incapacità e di omissioni: Stefano è vittima di quello Stato che lo aveva arrestato e lo doveva punire, ma che lo doveva anche tutelare e curare. Ma ora, anche da morto, continua a essere vittima della nostra colpevole indifferenza.
Sul "Corriere della sera" di ieri l'articolo in cui si parla della morte di Stefano Cucchi e della decisione della Procura di Roma di indagare le persone coinvolte occupava due terzi di pagina 30; a fianco l'intera pagina 31 era dedicata a una nuova prova, un capello biondo, sul caso di Garlasco. Ammetto di non avere letto questo articolo, ma sinceramente non credo possa avere la stessa rilevanza. Eppure il "Corriere" si è occupato del caso di Stefano, con articoli e editoriali, non ha nascosto nulla, è stato duro nel sottolineare le responsabilità: non si tratta di volontà di nascondere o di insabbiare, semplicemente di una scelta di gerarchia delle notizie. Non ho a disposizione nessun dato, ma sono certo che la morte di Stefano Cucchi abbia avuto sui giornali e in televisione molto meno spazio di uno dei casi di cronaca che hanno acceso la curiosità dell'opinione pubblica in questi mesi, ad esempio l'omicidio di Chiara Poggi. Con tutto il rispetto per chi è morto e per le loro famiglie, che hanno vissuto e stanno vivendo drammi che nessuno può capire, francamente non credo che nessuna di queste storie sia più importante di quello che è successo a Stefano.
Quello che mi preoccupa - e mi spaventa - è l'indifferenza dell'opinione pubblica. Penso a un'altra persona che è entrata in questura con le proprie gambe e ne è uscita morta: il povero Giuseppe Pinelli. Certo per molte ragioni non bisogna rimpiangere quegli anni, il clima di violenza, gli attentati, l'esasperazione della lotta politica, e non posso dimenticare che a quella morte - ancora senza una spiegazione dopo quarant'anni - è seguita la morte violenta di Luigi Calabresi, che pure non era responsabile della morte di Pinelli. Eppure la morte di Pinelli indignò una parte importante e consistente dell'opinione pubblica, spinse giornalisti a scrivere articoli e condurre inchieste, ispirò i versi di poeti e scrittori, animò una discussione profonda nel paese, che ancora continua, tanto che ci sono due distinte lapidi a ricordare quella morte. Non so se ci sarà mai una lapide per ricordare la morte di Stefano Cucchi. Lo ripeto, a scanso di equivoci, non rimpiango quegli anni - che per altro, non ho vissuto, e di cui posso solo parlare per esperienza indiretta - ma la morte di Stefano Cucchi non ha sollevato la stessa indignazione, è passata nella nostra indifferenza.
La stessa indifferenza che ha contribuito a ucciderlo. Stefano in fondo è uno dei tanti ragazzi con problemi di droga che ogni notte vengono portati nei commissariati di polizia e nelle caserme dei carabinieri, uno delle migliaia di volti con cui si scontrano ogni giorno uomini delle forze dell'ordine sotto organico e mal pagati. Uno dei tanti giovani che arrivano nei pronto soccorso degli ospedali, che - lo sappiamo bene - hanno problemi di risorse e di strutture. Uno di quelli che ciascuno di noi scansa per strada, magari cambiando marciapiede. Forse l'agente che ha picchiato Stefano ha pensato che quello era l'unico modo per farlo stare zitto e che non sarebbe successo niente, forse il medico che non ha sentito il polso di Stefano ha pensato che si sarebbe ripreso e che non sarebbe successo niente. Invece qualcosa è successo. Stefano alla fine di quei sette giorni è morto.
A leggere gli stralci dei verbali, mi ha colpito soprattutto l'inumanità di certi passaggi burocratici. Per trasferire Stefano all'ospedale "Pertini" serviva un'autorizzazione dell'amministrazione penitenziaria, ma gli uffici chiudono alle 14 del sabato. Quando i genitori arrivano in ospedale non si capisce chi li può autorizzare a vedere il figlio, che infatti morirà senza che loro possano essergli accanto. Mentre Stefano sta morendo e dopo che è morto vengono scritti documenti, autorizzazioni, referti, vengono apposti timbri e firme, ma nessuno gli sente il polso. Naturalmente so bene che tutte le organizzazioni hanno bisogno di regole e queste si portano dietro una certa dose di formalismo e di burocrazia, ma in questa storia probabilmente le formalità hanno prevalso su ogni altra considerazione, tanto non sarebbe successo niente. E invece qualcosa è successo. O forse non è successo davvero niente, perché nessuno ha la forza di indignarsi, di scrivere una canzone per Stefano, di firmare appelli o di scendere in piazza. C'è stata anche una commissione parlamentare d'inchiesta che ha, nel limite delle proprie competenze, accertato delle responsabilità, ma non ha detto nulla sulle "regole" e sul "sistema"che hanno portato alla morte di Stefano.
Rimane la lotta della famiglia, la dignità con cui la sorella di Stefano risponde alle domande dei giornalisti, rimangono le foto di Stefano, quelle allegre quando era vivo e quelle terribili dopo la sua morte. Ha scritto Adriano Sofri in un articolo pubblicato su "la Repubblica" il giorno di Pasqua, intitolato significativamente "Resurrezione":
Stefano è questo povero cristo e noi siamo quelli che non lo sappiamo riconoscere.
Come è ovvio, adesso la magistratura ha il dovere di verificare le responsabilità e di punire i colpevoli. In questi giorni la pubblica accusa ha presentato l'esito delle proprie indagini, descrivendo un quadro preoccupante di responsabilità: Stefano sarebbe stato prima picchiato da alcuni agenti della polizia penitenziaria, poi trasferito in ospedale dove medici e infermieri avrebbero sottovalutato colpevolmente le sue condizioni di salute. Sarà probabilmente molto difficile stabilire se Stefano sia morto per le lesioni inflitte in carcere o per la noncuranza con cui è stato trattato in ospedale e su questo sicuramente si aprirà un lungo cammino processuale, il cui esito adesso non è prevedibile. Ma non è su questi aspetti giuridici, per quanto importanti, che ora voglio riflettere.
Stefano è morto, trascorrendo gli ultimi sette giorni della sua vita in due strutture pubbliche, un carcere e un ospedale, e di questo dobbiamo parlare. Stefano non è stato vittima di un incidente, ma, nella migliore delle ipotesi, di una serie impressionante di incapacità e di omissioni: Stefano è vittima di quello Stato che lo aveva arrestato e lo doveva punire, ma che lo doveva anche tutelare e curare. Ma ora, anche da morto, continua a essere vittima della nostra colpevole indifferenza.
Sul "Corriere della sera" di ieri l'articolo in cui si parla della morte di Stefano Cucchi e della decisione della Procura di Roma di indagare le persone coinvolte occupava due terzi di pagina 30; a fianco l'intera pagina 31 era dedicata a una nuova prova, un capello biondo, sul caso di Garlasco. Ammetto di non avere letto questo articolo, ma sinceramente non credo possa avere la stessa rilevanza. Eppure il "Corriere" si è occupato del caso di Stefano, con articoli e editoriali, non ha nascosto nulla, è stato duro nel sottolineare le responsabilità: non si tratta di volontà di nascondere o di insabbiare, semplicemente di una scelta di gerarchia delle notizie. Non ho a disposizione nessun dato, ma sono certo che la morte di Stefano Cucchi abbia avuto sui giornali e in televisione molto meno spazio di uno dei casi di cronaca che hanno acceso la curiosità dell'opinione pubblica in questi mesi, ad esempio l'omicidio di Chiara Poggi. Con tutto il rispetto per chi è morto e per le loro famiglie, che hanno vissuto e stanno vivendo drammi che nessuno può capire, francamente non credo che nessuna di queste storie sia più importante di quello che è successo a Stefano.
Quello che mi preoccupa - e mi spaventa - è l'indifferenza dell'opinione pubblica. Penso a un'altra persona che è entrata in questura con le proprie gambe e ne è uscita morta: il povero Giuseppe Pinelli. Certo per molte ragioni non bisogna rimpiangere quegli anni, il clima di violenza, gli attentati, l'esasperazione della lotta politica, e non posso dimenticare che a quella morte - ancora senza una spiegazione dopo quarant'anni - è seguita la morte violenta di Luigi Calabresi, che pure non era responsabile della morte di Pinelli. Eppure la morte di Pinelli indignò una parte importante e consistente dell'opinione pubblica, spinse giornalisti a scrivere articoli e condurre inchieste, ispirò i versi di poeti e scrittori, animò una discussione profonda nel paese, che ancora continua, tanto che ci sono due distinte lapidi a ricordare quella morte. Non so se ci sarà mai una lapide per ricordare la morte di Stefano Cucchi. Lo ripeto, a scanso di equivoci, non rimpiango quegli anni - che per altro, non ho vissuto, e di cui posso solo parlare per esperienza indiretta - ma la morte di Stefano Cucchi non ha sollevato la stessa indignazione, è passata nella nostra indifferenza.
La stessa indifferenza che ha contribuito a ucciderlo. Stefano in fondo è uno dei tanti ragazzi con problemi di droga che ogni notte vengono portati nei commissariati di polizia e nelle caserme dei carabinieri, uno delle migliaia di volti con cui si scontrano ogni giorno uomini delle forze dell'ordine sotto organico e mal pagati. Uno dei tanti giovani che arrivano nei pronto soccorso degli ospedali, che - lo sappiamo bene - hanno problemi di risorse e di strutture. Uno di quelli che ciascuno di noi scansa per strada, magari cambiando marciapiede. Forse l'agente che ha picchiato Stefano ha pensato che quello era l'unico modo per farlo stare zitto e che non sarebbe successo niente, forse il medico che non ha sentito il polso di Stefano ha pensato che si sarebbe ripreso e che non sarebbe successo niente. Invece qualcosa è successo. Stefano alla fine di quei sette giorni è morto.
A leggere gli stralci dei verbali, mi ha colpito soprattutto l'inumanità di certi passaggi burocratici. Per trasferire Stefano all'ospedale "Pertini" serviva un'autorizzazione dell'amministrazione penitenziaria, ma gli uffici chiudono alle 14 del sabato. Quando i genitori arrivano in ospedale non si capisce chi li può autorizzare a vedere il figlio, che infatti morirà senza che loro possano essergli accanto. Mentre Stefano sta morendo e dopo che è morto vengono scritti documenti, autorizzazioni, referti, vengono apposti timbri e firme, ma nessuno gli sente il polso. Naturalmente so bene che tutte le organizzazioni hanno bisogno di regole e queste si portano dietro una certa dose di formalismo e di burocrazia, ma in questa storia probabilmente le formalità hanno prevalso su ogni altra considerazione, tanto non sarebbe successo niente. E invece qualcosa è successo. O forse non è successo davvero niente, perché nessuno ha la forza di indignarsi, di scrivere una canzone per Stefano, di firmare appelli o di scendere in piazza. C'è stata anche una commissione parlamentare d'inchiesta che ha, nel limite delle proprie competenze, accertato delle responsabilità, ma non ha detto nulla sulle "regole" e sul "sistema"che hanno portato alla morte di Stefano.
Rimane la lotta della famiglia, la dignità con cui la sorella di Stefano risponde alle domande dei giornalisti, rimangono le foto di Stefano, quelle allegre quando era vivo e quelle terribili dopo la sua morte. Ha scritto Adriano Sofri in un articolo pubblicato su "la Repubblica" il giorno di Pasqua, intitolato significativamente "Resurrezione":
Le carceri sono fitte come non mai, anche se è improbabile che vi si trovi un Gesù. Ancora meno probabile che ci sia più qualcuno capace di riconoscerlo. Ma poveri cristi sì, a migliaia. Dentro, e fuori. A volte lasciano un’impronta su un sudario, l’impronta di un ragazzo macilento tossico e pestato.
Stefano è questo povero cristo e noi siamo quelli che non lo sappiamo riconoscere.
sabato 1 maggio 2010
da "Antologia di Spoon River" di Edgar Lee Masters

"Butch" Weddy
Quando mi convertii e misi giudizio
mi diedero lavoro alla fabbrica di scatolette,
e ogni mattina dovevo riempire
di benzina la cisterna del cortile
che nella rimessa alimentava i bruciatori
per scaldare i saldatoi.
E salivo una scaletta sgangherata,
portando secchi di quella roba.
Una mattina, che stavo lì versando,
l’aria si fece immobile e sembrò gonfiarsi,
e saltai in aria con l’esplosione della cisterna,
e piombai a terra con le gambe spezzate,
e gli occhi sfrigolanti come due uova fritte.
Qualcuno aveva lasciato acceso un bruciatore,
e qualcosa aveva risucchiato la fiamma nella cisterna.
Il Giudice distrettuale disse che certo
era stato un mio compagno di lavoro, e quindi
il figlio del vecchio Rhodes non mi doveva un soldo.
E io sedevo sul banco dei testimoni, cieco
come Jack il violinista e continuavo a ripetere,
"No, non lo conosco affatto".
venerdì 30 aprile 2010
"Amore dopo amore" di Derek Walcott

Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognun sorriderà al benvenuto dell'altro
e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato
per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d'amore,
le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. E' festa: la tua vita è in tavola.
Considerazioni libere (105): a proposito di madri e di bambini...
Anche se nessuno ha il coraggio di ammetterlo in maniera così secca e brutale, per molte donne indiane fare la madre surrogata è diventato se non un lavoro, certamente un modo per contribuire in maniera rilevante al mantenimento della propria famiglia.
Non lo ammette naturalmente il parlamento indiano, che però era ben consapevole di quello che faceva quando ha approvato, nel 2002, una legge che permette di impiantare gli ovuli fecondati di una coppia nell'utero di un'altra donna, che ha quindi il compito di portare avanti la gravidanza; questa decisione, anche se nessuno lo dichiara ufficialmente, è stata presa per favorire il cosiddetto "turismo medico", che sta diventando una voce importante nell'economia indiana. Non lo ammettono i molti medici che praticano gli impianti e che anzi si proclamano benefattori, perché permettono a tante famiglie di avere figli, naturalmente dietro il pagamento di parcelle in dollari. Non lo ammettono nemmeno le donne che accettano di essere per una o due volte una madre surrogata, di mettere al mondo un figlio che non è loro e che non vedranno mai più, loro non lo ammettono per pudore, sono le uniche in questa storia che ne hanno ancora e sanno cosa significa.
Nel 2007 la più celebre conduttrice tv degli Stati Uniti Oprah Winfrey - una che entra sempre nelle classifiche delle donne con maggior potere nel mondo - ha deciso di parlare in tono estremamente elogiativo della clinica per l'infertilità Akanksha, che si trova nella città di Anand, nella parte nord-occidentale dell'India; da allora la clinica feconda ovuli, impianta embrioni, li fa crescere e infine consegna i bambini al ritmo di quasi uno alla settimana alle riconoscenti famiglie statunitensi che si sono rivolte ad essa. Le famiglie - non solo statunitensi, ma anche inglesi, francesi, israeliane, giapponesi - in lista di attesa sono centinaia e tutte loro alimentano un indotto fatto di viaggi, pernottamenti negli alberghi, cene nei ristoranti e così via.
Le donne che hanno accettato di portare a termine la gravidanza per conto di queste coppie vivono tutte insieme in due edifici della clinica, lontane dalle loro famiglie. Ciascuna di loro riceve 50 dollari al mese e altri 500 dollari alla
fine di ogni trimestre e il saldo dopo il parto; una donna che "lavora" per la clinica Akanksha riceve dai cinquemila ai seimila dollari per ogni parto, un po' di più se il parto è gemellare, cosa per altro abbastanza frequente, dopo le cure contro l'infertilità. Se la donna perde il bambino può tenere i soldi che ha guadagnato fino al quel momento, se decidesse di abortire dovrebbe restituire i soldi e pagare i danni alla clinica, cosa peraltro che non si è mai verificata. Per molte donne indiane cinquemila dollari è molto di più di quanto potrebbero guadagnare in anni di lavoro. Le cliniche mettono annunci nei giornali locali e ingaggiano delle "reclutatrici" che definiscono, in maniera piuttosto ipocrita "assistenti sanitarie sociali".
Durante i nove mesi della gestazione le donne vivono di fatto come recluse in dormitori allestiti dalle stesse cliniche, ufficialmente per poter essere sottoposte a controlli medici, anche se questi sono piuttosto rari, se non al momento dell'"assunzione". Ma nessuna di loro ha dove altro andare; quasi tutte loro vengono dalle campagne e non possono rimanere nei loro villaggi, anche per non alimentare pettegolezzi e voci sulle loro gravidanze. Tutte loro aspettano, sanno che saranno sottoposte a un taglio cesareo, perché più veloce rispetto al parto naturale, anche se più rischioso - soprattutto per loro - e naturalmente sperano di non perdere il bambino, il che significherebbe la perdita del saldo.
La salute e il benessere di queste donne non interessa molto alle cliniche, che devono garantire solo la salute del neonato che dovranno consegnare alle famiglie che hanno pagato per avere un figlio. Nel maggio del 2009 una donna di nome Easwari è morta in seguito a una emorragia seguita al parto, perché la clinica non era attrezzata per affrontare queste complicazioni; le denunce del marito sono cadute nel vuoto e la clinica continua tuttora la sua attività. Il consiglio di ricerca medica dell'India ha presentato una serie di linee guida sulla maternità surrogata che condannano alcune procedure già largamente utilizzate nelle cliniche indiane, ma le autorità non intendono affrontare una legislazione del settore, che rischierebbe di compromettere il settore.
Una coppia statunitense o europea paga tra i 15 e i 20 mila dollari per tutta la procedura, dalla fecondazione al parto. Nei pochi stati degli Usa dove questa pratica è permessa il costo varia dai 50 ai 100 mila dollari. Inoltre le donne indiane non bevono e non fumano e questa è una garanzia per le ansiose mamme statunitensi. Non esistono dati attendibili, ma le cliniche della fertilità in India dovrebbero essere oltre 350, attirando ciascuna centinaia di clienti. La confederazione degli industriali indiani stima che nel 2011 il giro di affari del turismo medico, compreso quello legato alla fertilità, sarà di 2,2 milardi di dollari. Di fronte alla crescita di questo fenomeno le autorità indiane hanno deciso di non esercitare nessun tipo di controllo, di fatto permettendo lo sfruttamento di queste donne.
La Winfrey nel presentare il caso di una coppia americana che è riuscita finalmente ad avere figli grazie alla clinica Akanksha ha detto che tutto si è concluso bene, dal momento che loro sono i felici genitori del loro bambino e la donna indiana è stata aiutata. Purtroppo non è così o almeno non è solo così: le cliniche e i genitori dei paesi ricchi sfruttano la povertà delle donne indiane e ottengono da loro condizioni che probabilmente non accetterebbero, se non fossero in condizione di bisogno per sé e per i propri figli. E' davvero un atto di altruismo da parte delle famiglie statunitensi ed europee o è un modo per risparmiare?
C'è un'affermazione che mi ha molto colpito e con cui voglio concludere questa "considerazione" per lasciarla alla vostra riflessione. Una madre statunitense ha raccontato la sua esperienza e il brevissimo incontro con la donna che per nove mesi avrebbe portato in grembo suo figlio; tra loro non c'è più stato alcun contatto, perché "la clinica preferisce mantenere una linea di separazione, io sono la madre, lei il recipiente".
p.s. devo questa storia al giornalista statunitense Scott Carney, autore di un articolo su Mother Jones, tradotto e pubblicato nel nr. 843 di Internazionale; ve ne consiglio la lettura
Non lo ammette naturalmente il parlamento indiano, che però era ben consapevole di quello che faceva quando ha approvato, nel 2002, una legge che permette di impiantare gli ovuli fecondati di una coppia nell'utero di un'altra donna, che ha quindi il compito di portare avanti la gravidanza; questa decisione, anche se nessuno lo dichiara ufficialmente, è stata presa per favorire il cosiddetto "turismo medico", che sta diventando una voce importante nell'economia indiana. Non lo ammettono i molti medici che praticano gli impianti e che anzi si proclamano benefattori, perché permettono a tante famiglie di avere figli, naturalmente dietro il pagamento di parcelle in dollari. Non lo ammettono nemmeno le donne che accettano di essere per una o due volte una madre surrogata, di mettere al mondo un figlio che non è loro e che non vedranno mai più, loro non lo ammettono per pudore, sono le uniche in questa storia che ne hanno ancora e sanno cosa significa.
Nel 2007 la più celebre conduttrice tv degli Stati Uniti Oprah Winfrey - una che entra sempre nelle classifiche delle donne con maggior potere nel mondo - ha deciso di parlare in tono estremamente elogiativo della clinica per l'infertilità Akanksha, che si trova nella città di Anand, nella parte nord-occidentale dell'India; da allora la clinica feconda ovuli, impianta embrioni, li fa crescere e infine consegna i bambini al ritmo di quasi uno alla settimana alle riconoscenti famiglie statunitensi che si sono rivolte ad essa. Le famiglie - non solo statunitensi, ma anche inglesi, francesi, israeliane, giapponesi - in lista di attesa sono centinaia e tutte loro alimentano un indotto fatto di viaggi, pernottamenti negli alberghi, cene nei ristoranti e così via.
Le donne che hanno accettato di portare a termine la gravidanza per conto di queste coppie vivono tutte insieme in due edifici della clinica, lontane dalle loro famiglie. Ciascuna di loro riceve 50 dollari al mese e altri 500 dollari alla
fine di ogni trimestre e il saldo dopo il parto; una donna che "lavora" per la clinica Akanksha riceve dai cinquemila ai seimila dollari per ogni parto, un po' di più se il parto è gemellare, cosa per altro abbastanza frequente, dopo le cure contro l'infertilità. Se la donna perde il bambino può tenere i soldi che ha guadagnato fino al quel momento, se decidesse di abortire dovrebbe restituire i soldi e pagare i danni alla clinica, cosa peraltro che non si è mai verificata. Per molte donne indiane cinquemila dollari è molto di più di quanto potrebbero guadagnare in anni di lavoro. Le cliniche mettono annunci nei giornali locali e ingaggiano delle "reclutatrici" che definiscono, in maniera piuttosto ipocrita "assistenti sanitarie sociali".
Durante i nove mesi della gestazione le donne vivono di fatto come recluse in dormitori allestiti dalle stesse cliniche, ufficialmente per poter essere sottoposte a controlli medici, anche se questi sono piuttosto rari, se non al momento dell'"assunzione". Ma nessuna di loro ha dove altro andare; quasi tutte loro vengono dalle campagne e non possono rimanere nei loro villaggi, anche per non alimentare pettegolezzi e voci sulle loro gravidanze. Tutte loro aspettano, sanno che saranno sottoposte a un taglio cesareo, perché più veloce rispetto al parto naturale, anche se più rischioso - soprattutto per loro - e naturalmente sperano di non perdere il bambino, il che significherebbe la perdita del saldo.
La salute e il benessere di queste donne non interessa molto alle cliniche, che devono garantire solo la salute del neonato che dovranno consegnare alle famiglie che hanno pagato per avere un figlio. Nel maggio del 2009 una donna di nome Easwari è morta in seguito a una emorragia seguita al parto, perché la clinica non era attrezzata per affrontare queste complicazioni; le denunce del marito sono cadute nel vuoto e la clinica continua tuttora la sua attività. Il consiglio di ricerca medica dell'India ha presentato una serie di linee guida sulla maternità surrogata che condannano alcune procedure già largamente utilizzate nelle cliniche indiane, ma le autorità non intendono affrontare una legislazione del settore, che rischierebbe di compromettere il settore.
Una coppia statunitense o europea paga tra i 15 e i 20 mila dollari per tutta la procedura, dalla fecondazione al parto. Nei pochi stati degli Usa dove questa pratica è permessa il costo varia dai 50 ai 100 mila dollari. Inoltre le donne indiane non bevono e non fumano e questa è una garanzia per le ansiose mamme statunitensi. Non esistono dati attendibili, ma le cliniche della fertilità in India dovrebbero essere oltre 350, attirando ciascuna centinaia di clienti. La confederazione degli industriali indiani stima che nel 2011 il giro di affari del turismo medico, compreso quello legato alla fertilità, sarà di 2,2 milardi di dollari. Di fronte alla crescita di questo fenomeno le autorità indiane hanno deciso di non esercitare nessun tipo di controllo, di fatto permettendo lo sfruttamento di queste donne.
La Winfrey nel presentare il caso di una coppia americana che è riuscita finalmente ad avere figli grazie alla clinica Akanksha ha detto che tutto si è concluso bene, dal momento che loro sono i felici genitori del loro bambino e la donna indiana è stata aiutata. Purtroppo non è così o almeno non è solo così: le cliniche e i genitori dei paesi ricchi sfruttano la povertà delle donne indiane e ottengono da loro condizioni che probabilmente non accetterebbero, se non fossero in condizione di bisogno per sé e per i propri figli. E' davvero un atto di altruismo da parte delle famiglie statunitensi ed europee o è un modo per risparmiare?
C'è un'affermazione che mi ha molto colpito e con cui voglio concludere questa "considerazione" per lasciarla alla vostra riflessione. Una madre statunitense ha raccontato la sua esperienza e il brevissimo incontro con la donna che per nove mesi avrebbe portato in grembo suo figlio; tra loro non c'è più stato alcun contatto, perché "la clinica preferisce mantenere una linea di separazione, io sono la madre, lei il recipiente".
p.s. devo questa storia al giornalista statunitense Scott Carney, autore di un articolo su Mother Jones, tradotto e pubblicato nel nr. 843 di Internazionale; ve ne consiglio la lettura
martedì 27 aprile 2010
Considerazioni libere (104): a proposito di energia nucleare...
Ammetto di avere qualche pregiudizio sull'energia nucleare, però non posso non notare che i più entusiasti sostenitori di questa forma di energia sono quelli che vendono la tecnologia per realizzare le centrali nucleari e allora, istintivamente, comincio a sospettare. So bene che una centrale nucleare non produce lo stesso tipo di inquinamento di una centrale a carbone o a petrolio, eppure questi "ambientalisti", che sostengono la necessità di sviluppare il nucleare come unica forma di energia pulita, mi pare dimentichino troppi aspetti, a partire da quello dello stoccaggio delle scorie. Dimenticano anche di dire che l'uranio è anch'esso una fonte esauribile e che se davvero si facessero tutte le centrali che i costruttori di centrali sperano di realizzare le scorte del pianeta sarebbero destinate a finire entro pochi decenni. Il nostro capo del governo, convinto nuclearista, ha annunciato una campagna di informazione radio-televisiva per spiegarci quanto è utile il nucleare. Nell'attesa della "pubblicità progresso" a favore dell'atomo, mi sembra utile raccontare quello che sta succedendo adesso in Africa.
Il Niger è uno dei più importanti produttori mondiali di uranio. In questo paese africano, uno dei più poveri del mondo, all'ultimo posto secondo i parametri fissati dallo Human Development Index, il maggior concessionario impegnato nello sfruttamento delle miniere di uranio è la società francese Areva, il cui maggior azionista, con il 90% delle quote, è lo stesso Tesoro francese. Da anni Areva sfrutta alcune miniere intorno alle città di Akokan a di Arlit, a circa 850 chilometri a norest della capitale Niamey. Nonostante Areva si sia impegnata a bonificare l'area di queste due città, dove vivono oltre 80 mila persone, i risultati delle ultime analisi sono sconfortanti: nell'aria di Akokan è stata registrata una concentrazione di radon, un gas naturale tossico, 500 volte superiore a quella normale, anche perché le pietre utilizzate per la costruzione delle strade vengono dallo scarto radioattivo della produzione mineraria; ad arlit l'80% dei campioni di acqua analizzata registra livelli di tossicità superiori ai limiti fissati dall'organizzazione Mondiale della Sanità. Secondo gli ultimi studi chi trascorresse meno di un'ora al giorno in queste due città sarebbe esposto a una quantità di radiazioni superiore a quella annuale fissata come limite dalla International Commission on Radiological protection, che è il limite accolto dalla legislazioni di molti paesi. Per intenderci, per legge nessun cittadino francese potrebbe vivere esposto a queste concentrazioni di radiazioni - e, fortunatamente per loro, nessuno lo è, neppure chi vive a fianco di una delle tante centrali nucleari che ci sono in Francia - ma i cittadini di Akokan e Arlit vivono ogni giorno esposte a queste radiazioni, per garantire l'energia "pulita" alle famiglie francesi. Inoltre l'attività estrattiva richiede moltissima acqua, ma in quella regione del Niger le risorse idriche sono già scarse e quindi la presenza delle miniere ha di fatto cancellato ogni forma di agricoltura e di allevamento, costringendo molte popolazioni che vivevano lì, come i Tuareg, i Kounta, i Fula, a cercare nuove terre.
I dati sono ben conosciuti dalle autorità nigerine, così come gli effetti sull'economia, ma le compagnie occidentali sono troppo potenti e così tra qualche anno Areva aprirà una terza grande miniera a Imouraren, che potrebbe rimanere attiva per circa 35 anni, con un effetto devastante sul territorio. Solo nel 2009 il governo di Niamey ha autorizzato l'avvio di 139 progetti di ricerca dell'uranio a compagnie canadesi, cinesi e australiane. Se mai torneremo a costruire centrali nucleari nel nostro paese quasi certamente una parte dell'uranio verrà da qui.
Naturalmente non c'è solo il Niger. Tra il 2006 e il 2009 sono state aperte nuove miniere in Namibia, in Malawi, in Sudafrica. E nuove ne apriranno nella Repubblica Centrafricana, in Botswana e in molti altri paesi. In previsione dello sfruttamento delle miniere di uranio il governo del Botswana ha cacciato la popolazione dei Boscimani dalla regione del Kalahari. Le grandi compagnie hanno capito che l'effetto Chernobyl sta svanendo e sperano che il nucleare torni in molti paesi e si stanno preparando, grazie alla compiacenza - per non dir di peggio - dei governi africani.
Pensiamoci quando vedremo i prossimi spot sul nucleare energia pulita.
Il Niger è uno dei più importanti produttori mondiali di uranio. In questo paese africano, uno dei più poveri del mondo, all'ultimo posto secondo i parametri fissati dallo Human Development Index, il maggior concessionario impegnato nello sfruttamento delle miniere di uranio è la società francese Areva, il cui maggior azionista, con il 90% delle quote, è lo stesso Tesoro francese. Da anni Areva sfrutta alcune miniere intorno alle città di Akokan a di Arlit, a circa 850 chilometri a norest della capitale Niamey. Nonostante Areva si sia impegnata a bonificare l'area di queste due città, dove vivono oltre 80 mila persone, i risultati delle ultime analisi sono sconfortanti: nell'aria di Akokan è stata registrata una concentrazione di radon, un gas naturale tossico, 500 volte superiore a quella normale, anche perché le pietre utilizzate per la costruzione delle strade vengono dallo scarto radioattivo della produzione mineraria; ad arlit l'80% dei campioni di acqua analizzata registra livelli di tossicità superiori ai limiti fissati dall'organizzazione Mondiale della Sanità. Secondo gli ultimi studi chi trascorresse meno di un'ora al giorno in queste due città sarebbe esposto a una quantità di radiazioni superiore a quella annuale fissata come limite dalla International Commission on Radiological protection, che è il limite accolto dalla legislazioni di molti paesi. Per intenderci, per legge nessun cittadino francese potrebbe vivere esposto a queste concentrazioni di radiazioni - e, fortunatamente per loro, nessuno lo è, neppure chi vive a fianco di una delle tante centrali nucleari che ci sono in Francia - ma i cittadini di Akokan e Arlit vivono ogni giorno esposte a queste radiazioni, per garantire l'energia "pulita" alle famiglie francesi. Inoltre l'attività estrattiva richiede moltissima acqua, ma in quella regione del Niger le risorse idriche sono già scarse e quindi la presenza delle miniere ha di fatto cancellato ogni forma di agricoltura e di allevamento, costringendo molte popolazioni che vivevano lì, come i Tuareg, i Kounta, i Fula, a cercare nuove terre.
I dati sono ben conosciuti dalle autorità nigerine, così come gli effetti sull'economia, ma le compagnie occidentali sono troppo potenti e così tra qualche anno Areva aprirà una terza grande miniera a Imouraren, che potrebbe rimanere attiva per circa 35 anni, con un effetto devastante sul territorio. Solo nel 2009 il governo di Niamey ha autorizzato l'avvio di 139 progetti di ricerca dell'uranio a compagnie canadesi, cinesi e australiane. Se mai torneremo a costruire centrali nucleari nel nostro paese quasi certamente una parte dell'uranio verrà da qui.
Naturalmente non c'è solo il Niger. Tra il 2006 e il 2009 sono state aperte nuove miniere in Namibia, in Malawi, in Sudafrica. E nuove ne apriranno nella Repubblica Centrafricana, in Botswana e in molti altri paesi. In previsione dello sfruttamento delle miniere di uranio il governo del Botswana ha cacciato la popolazione dei Boscimani dalla regione del Kalahari. Le grandi compagnie hanno capito che l'effetto Chernobyl sta svanendo e sperano che il nucleare torni in molti paesi e si stanno preparando, grazie alla compiacenza - per non dir di peggio - dei governi africani.
Pensiamoci quando vedremo i prossimi spot sul nucleare energia pulita.
lunedì 26 aprile 2010
"Confessione. Alle rovine dello Yuanmingyuan" di Yang Lian
nascita
possa questa pietra taciturna
testimoniare la mia nascita
possa questo canto
risuonare
nella nebbia fluttuante
in cerca dei miei occhi
dove si infrange la luce grigia
archi e colonne proiettano ombre
e ricordi più oscuri della terra bruciata
immobili come nell’estrema agonia
braccia tese convulsamente al cielo
come ultime volontà
consegnate al tempo
ultime volontà
divenute la maledizione della mia nascita
sono venuto tra queste rovine
in cerca di quella debole stella intempestiva
sola speranza che mi ha illuminato
destino – nuvole cieche
segnano impietosamente la mia anima
non per piangere la morte! non è la morte
che mi ha attratto verso questo mondo desolato
io resisto a tutta
la desolazione e la vergogna
le fasce del neonato
sono un sole incompatibile con la tomba
nella mia precoce solitudine
chi sa
a quale spiaggia porta questa strada
fosforescente che cantando va verso la notte
un orizzonte segreto
ondeggiando porta a galla sogni remoti
quasi infinitamente remoti
invece della meridiana spezzata sepolta nel fango
c’è solo il vento che alzando una canzone
indica la mia aurora
da "Lettere dal carcere" di Antonio Gramsci (VII)
20 maggio 1929
Cara Giulia,
chi ti ha detto che io possa scrivere di piú? Purtroppo non è vero. Posso scrivere solo due volte al mese e solo per Pasqua e Natale dispongo di una lettera straordinaria. Ti ricordi ciò che ti diceva Bianco, nel 23, quando partii? Bianco aveva ragione dal punto di vista della sua esperienza; avevo sempre avuto una invincibile avversione all’epistolografia. Da quando sono in carcere ho scritto almeno il doppio di lettere che nel periodo antecedente: devo aver scritto almeno 200 lettere, un vero orrore!
Cosí non è esatto che io non sia calmo. Sono invece piú che calmo, sono apatico e passivo. E non me ne maraviglio e neanche faccio uno sforzo qualsiasi per uscire dal marasma. D’altronde, forse questo è una forza e non uno stato di marasma. Ci sono stati dei lunghi periodi in cui mi sentivo molto isolato, tagliato fuori da ogni vita che non fosse la mia propria; soffrivo terribilmente; un ritardo di corrispondenza, l’assenza di risposte congrue a ciò che avevo domandato,
mi provocavano stati di irritazione che mi stancavano molto. Poi il tempo è passato e si è sempre piú allontanata la prospettiva del periodo anteriore; tutto ciò che di accidentale, di transitorio esisteva nella zona dei sentimenti e della volontà è andato via via scomparendo e sono rimasti solo i motivi essenziali e permanenti della vita. È naturale che ciò avvenisse, ti pare? Per qualche tempo non si può evitare che il passato e le immagini del passato siano dominanti, ma, in fondo, questo guardare sempre al passato finisce con l’essere incomodo e inutile. Io credo di aver superato la crisi che si produce in tutti, nei primi anni di carcere, e che spesso determina una netta rottura col passato, in senso radicale. A dire il vero, questa crisi l’ho sentita e vista negli altri, piú che in me stesso, mi ha fatto sorridere e questo era già un superamento. Io non avrei mai creduto che tanta gente avesse una cosí grande paura della morte; ebbene è proprio in questa paura che consiste la causa di tutti i fenomeni psicologici carcerari. In Italia dicono che uno diventa vecchio quando incomincia a pensare alla morte; mi pare una osservazione molto assennata. In carcere questa svolta psicologica si verifica appena il carcerato sente di essere preso nella morsa e di non poterle piú sfuggire: avviene un cambiamento rapido e radicale, tanto piú forte quanto piú fino a quel punto si era presa poco sul serio la propria vita di idee e di convinzioni. Io ne ho visto abbrutirsi in modo incredibile. E mi ha servito, come ai ragazzi spartani serviva il vedere la depravazione degli iloti.
Cosí adesso sono assolutamente calmo e non mi fa stare in ansia neanche la mancanza di notizie prolungata, sebbene sappia che ciò potrebbe essere evitato con un po’ di buona volontà… anche da parte tua. Poi Tania provvede a darmi tutte le notizie che riceve lei. Mi ha trasmesso, per esempio, le caratteristiche dei bambini fissate da tuo padre, che mi hanno interessato molto, per molti giorni. E altre notizie, commentate da lei con molta grazia. Bada che non voglio farti dei rimproveri! Ho riletto in questi giorni le tue lettere da un anno in qua e ciò mi ha fatto sentire nuovamente la tua tenerezza. Sai che quando ti scrivo, qualche volta mi pare di essere troppo secco e arcigno, in confronto a te che cosí naturalmente mi scrivi. Mi pare di essere come quando qualche volta ti ho fatto piangere, specialmente la prima volta, ti ricordi?, quando fui proprio cattivo per partito preso. Vorrei sapere cosa ti ha scritto Tania del suo viaggio a Turi. Perché mi pare che Tania concepisca la mia vita in modo troppo idillico e arcadico, tanto che mi tormenta non poco. Non riesce a persuadersi che io debbo stare entro certi limiti e che non deve mandarmi nulla che io non abbia domandato, perché non ho a mia disposizione un magazzino particolare. Adesso mi annunzia alcune cose, assolutamente inutili e che non potrò mai utilizzare, invece di attenersi strettamente a ciò che io le ho raccomandato. Ti mando due fotografie: la grande riproduce i due figli di mia sorella Teresina: Franco e Maria, l’altra mia madre con in braccio la stessa bambina un po’ piú grandicella. Mio padre sostiene che la bambina rassomiglia a Giuliano; io non sono in grado di giudicare. Certo il maschietto non rassomiglia a nessuno della mia famiglia: è il ritratto del padre, che è un sardo autentico, mentre noi siamo solo metà sardi: la bambina invece ha piú l’aria di famiglia. Qual’è il tuo giudizio?
Ho finito di leggere in questi giorni una storia della Russia del prof. Platonof, dell’ex Università di Pietroburgo, un grosso volume di circa 1000 pagine. Mi pare una vera truffa editoriale. Chi era questo prof. Platonof? Mi pare che la storiografia del passato fosse molto bassa, se questo prof. Platonof ne era uno dei corifei, come vedo scritto dal prof. Lo Gatto nei suoi lavori sulla cultura russa. Sull’origine delle città e del commercio russo al tempo dei Normanni ho letto una ventina di pagine dello storico belga Pirenne, che valgono tutta la zuppa di cavoli del Platonof. Il volume arriva solo fino al 1905 con due pagine supplementari fino all’abdicazione del granduca Michele e con in nota la data della morte di Nicola II, ma ha il titolo di Storia dalle origini fino al 1918: una doppia truffa, come vedi.
Cara Giulia, scrivimi sui commenti di Delio all’epistola che gli scrivo; ti abbraccio teneramente.
Antonio
Cara Giulia,
chi ti ha detto che io possa scrivere di piú? Purtroppo non è vero. Posso scrivere solo due volte al mese e solo per Pasqua e Natale dispongo di una lettera straordinaria. Ti ricordi ciò che ti diceva Bianco, nel 23, quando partii? Bianco aveva ragione dal punto di vista della sua esperienza; avevo sempre avuto una invincibile avversione all’epistolografia. Da quando sono in carcere ho scritto almeno il doppio di lettere che nel periodo antecedente: devo aver scritto almeno 200 lettere, un vero orrore!
Cosí non è esatto che io non sia calmo. Sono invece piú che calmo, sono apatico e passivo. E non me ne maraviglio e neanche faccio uno sforzo qualsiasi per uscire dal marasma. D’altronde, forse questo è una forza e non uno stato di marasma. Ci sono stati dei lunghi periodi in cui mi sentivo molto isolato, tagliato fuori da ogni vita che non fosse la mia propria; soffrivo terribilmente; un ritardo di corrispondenza, l’assenza di risposte congrue a ciò che avevo domandato,
mi provocavano stati di irritazione che mi stancavano molto. Poi il tempo è passato e si è sempre piú allontanata la prospettiva del periodo anteriore; tutto ciò che di accidentale, di transitorio esisteva nella zona dei sentimenti e della volontà è andato via via scomparendo e sono rimasti solo i motivi essenziali e permanenti della vita. È naturale che ciò avvenisse, ti pare? Per qualche tempo non si può evitare che il passato e le immagini del passato siano dominanti, ma, in fondo, questo guardare sempre al passato finisce con l’essere incomodo e inutile. Io credo di aver superato la crisi che si produce in tutti, nei primi anni di carcere, e che spesso determina una netta rottura col passato, in senso radicale. A dire il vero, questa crisi l’ho sentita e vista negli altri, piú che in me stesso, mi ha fatto sorridere e questo era già un superamento. Io non avrei mai creduto che tanta gente avesse una cosí grande paura della morte; ebbene è proprio in questa paura che consiste la causa di tutti i fenomeni psicologici carcerari. In Italia dicono che uno diventa vecchio quando incomincia a pensare alla morte; mi pare una osservazione molto assennata. In carcere questa svolta psicologica si verifica appena il carcerato sente di essere preso nella morsa e di non poterle piú sfuggire: avviene un cambiamento rapido e radicale, tanto piú forte quanto piú fino a quel punto si era presa poco sul serio la propria vita di idee e di convinzioni. Io ne ho visto abbrutirsi in modo incredibile. E mi ha servito, come ai ragazzi spartani serviva il vedere la depravazione degli iloti.
Cosí adesso sono assolutamente calmo e non mi fa stare in ansia neanche la mancanza di notizie prolungata, sebbene sappia che ciò potrebbe essere evitato con un po’ di buona volontà… anche da parte tua. Poi Tania provvede a darmi tutte le notizie che riceve lei. Mi ha trasmesso, per esempio, le caratteristiche dei bambini fissate da tuo padre, che mi hanno interessato molto, per molti giorni. E altre notizie, commentate da lei con molta grazia. Bada che non voglio farti dei rimproveri! Ho riletto in questi giorni le tue lettere da un anno in qua e ciò mi ha fatto sentire nuovamente la tua tenerezza. Sai che quando ti scrivo, qualche volta mi pare di essere troppo secco e arcigno, in confronto a te che cosí naturalmente mi scrivi. Mi pare di essere come quando qualche volta ti ho fatto piangere, specialmente la prima volta, ti ricordi?, quando fui proprio cattivo per partito preso. Vorrei sapere cosa ti ha scritto Tania del suo viaggio a Turi. Perché mi pare che Tania concepisca la mia vita in modo troppo idillico e arcadico, tanto che mi tormenta non poco. Non riesce a persuadersi che io debbo stare entro certi limiti e che non deve mandarmi nulla che io non abbia domandato, perché non ho a mia disposizione un magazzino particolare. Adesso mi annunzia alcune cose, assolutamente inutili e che non potrò mai utilizzare, invece di attenersi strettamente a ciò che io le ho raccomandato. Ti mando due fotografie: la grande riproduce i due figli di mia sorella Teresina: Franco e Maria, l’altra mia madre con in braccio la stessa bambina un po’ piú grandicella. Mio padre sostiene che la bambina rassomiglia a Giuliano; io non sono in grado di giudicare. Certo il maschietto non rassomiglia a nessuno della mia famiglia: è il ritratto del padre, che è un sardo autentico, mentre noi siamo solo metà sardi: la bambina invece ha piú l’aria di famiglia. Qual’è il tuo giudizio?
Ho finito di leggere in questi giorni una storia della Russia del prof. Platonof, dell’ex Università di Pietroburgo, un grosso volume di circa 1000 pagine. Mi pare una vera truffa editoriale. Chi era questo prof. Platonof? Mi pare che la storiografia del passato fosse molto bassa, se questo prof. Platonof ne era uno dei corifei, come vedo scritto dal prof. Lo Gatto nei suoi lavori sulla cultura russa. Sull’origine delle città e del commercio russo al tempo dei Normanni ho letto una ventina di pagine dello storico belga Pirenne, che valgono tutta la zuppa di cavoli del Platonof. Il volume arriva solo fino al 1905 con due pagine supplementari fino all’abdicazione del granduca Michele e con in nota la data della morte di Nicola II, ma ha il titolo di Storia dalle origini fino al 1918: una doppia truffa, come vedi.
Cara Giulia, scrivimi sui commenti di Delio all’epistola che gli scrivo; ti abbraccio teneramente.
Antonio
sabato 24 aprile 2010
per il 25 aprile...

Forse non farò cose importanti, ma la storia è fatta di piccoli gesti anonimi, forse domani morirò, magari prima di quel tedesco, ma tutte le cose che farò prima di morire e la mia morte stessa saranno pezzetti di storia, e tutti i pensieri che sto facendo adesso influiscono sulla mia storia di domani, sulla storia di domani del genere umano.
da "Il sentiero dei nidi di ragno" di Italo Calvino
venerdì 23 aprile 2010
"Gioia del sogno" di Juan Ramón Jiménez
giovedì 22 aprile 2010
Considerazioni libere (103): a proposito di case e di ferrovie...
In questi giorni in Kenya, in particolare nelle vaste periferie della sua capitale Nairobi si sta consumando, nell'indifferenza dell'opinione pubblica, l'allontanamento di migliaia di persone che vivevano lì da anni. La legittima necessità di potenziare il sistema stradale e ferroviario del paese e la volontà, per molte ragioni giustificata, di allontanare le persone che vivono sotto le linee elettriche hanno spinto il governo ad avviare un grande piano di demolizioni, dalle conseguenze sociali drammatiche e per ora difficilmente prevedibili.
Attualmente a Nairobi più di due milioni di persone - circa il 55% della popolazione totale della città - vivono in 168 insediamenti, che rappresentano però soltanto il 5% della superficie totale della città: questa convivenza forzata, con un'altissima densità demografica, prova grandi problemi dal punto di vista igienico e sanitario. Questi insediamenti sono nati per l'incapacità dei vari governi di affrontare il problema della realizzazione di residenze a basso costo per i poveri; per questa ragione, negli ultimi trent'anni migliaia di residenti hanno invaso le poche terre libere, incluse quelle poste ai lati delle strade, delle linee ferroviarie, dei servizi pubblici, creando delle strutture semi-permanenti. Nel corso degli anni la maggior parte delle famiglie che possiedono degli edifici in queste zone hanno pagato una “tassa” all’amministrazione locale o ai "capi-villaggio" o alla stessa polizia, in cambio di un permesso, più o meno ufficiale, per occupare gli spazi dove vivono. Fino al febbraio del 2004 anche la compagnia dei trasporti ferroviari, la Kenya Railways, ha emesso ricevute per gli "affitti" pagati dalle famiglie che occupavano pezzi di terreno nei corridoi operativi della rete ferroviaria. Evidentamente si tratta di una situazione dai rischi sociali altissimi, ma la soluzione rischia di essere peggiore del male.
Il 21 marzo scorso la stessa Kenya Railways ha pubblicato un annuncio sulla stampa, intimando alle circa 50.000 persone che vivono in una fascia di 30 metri su entrambi i lati della ferrovia, di abbandonare entro 30 giorni le loro case, pena la denuncia se non lo faranno. Trascorso questo periodo, le abitazioni, così come i banchi e le povere attività economiche saranno demolite. Né la Kenya Railways né il governo kenyota hanno offerto a queste persone una sistemazione alternativa dove vivere. Il loro accesso, già estremamente precario, all'acqua potabile e ai servizi igienici sarà ulteriormente compromesso, così come la possibilità di avere servizi sanitari e scolastici. Trenta giorni sono troppo pochi per trovare una nuova soluzione e fatalmente queste persone si trasferiranno in aree già occupate, creando tensioni con gli occupanti precedenti. Da parte delle autorità è mancato qualsiasi tipo di coinvolgimento della popolazione, che è stata semplicemente informata del futuro sgombero e naturalmente c'è il rischio che chi eseguirà gli sfratti, che sia la polizia o personale privato incaricato dalla Kenya Railways, non rispetti i diritti di queste persone.
Questo non è progresso.
Attualmente a Nairobi più di due milioni di persone - circa il 55% della popolazione totale della città - vivono in 168 insediamenti, che rappresentano però soltanto il 5% della superficie totale della città: questa convivenza forzata, con un'altissima densità demografica, prova grandi problemi dal punto di vista igienico e sanitario. Questi insediamenti sono nati per l'incapacità dei vari governi di affrontare il problema della realizzazione di residenze a basso costo per i poveri; per questa ragione, negli ultimi trent'anni migliaia di residenti hanno invaso le poche terre libere, incluse quelle poste ai lati delle strade, delle linee ferroviarie, dei servizi pubblici, creando delle strutture semi-permanenti. Nel corso degli anni la maggior parte delle famiglie che possiedono degli edifici in queste zone hanno pagato una “tassa” all’amministrazione locale o ai "capi-villaggio" o alla stessa polizia, in cambio di un permesso, più o meno ufficiale, per occupare gli spazi dove vivono. Fino al febbraio del 2004 anche la compagnia dei trasporti ferroviari, la Kenya Railways, ha emesso ricevute per gli "affitti" pagati dalle famiglie che occupavano pezzi di terreno nei corridoi operativi della rete ferroviaria. Evidentamente si tratta di una situazione dai rischi sociali altissimi, ma la soluzione rischia di essere peggiore del male.
Il 21 marzo scorso la stessa Kenya Railways ha pubblicato un annuncio sulla stampa, intimando alle circa 50.000 persone che vivono in una fascia di 30 metri su entrambi i lati della ferrovia, di abbandonare entro 30 giorni le loro case, pena la denuncia se non lo faranno. Trascorso questo periodo, le abitazioni, così come i banchi e le povere attività economiche saranno demolite. Né la Kenya Railways né il governo kenyota hanno offerto a queste persone una sistemazione alternativa dove vivere. Il loro accesso, già estremamente precario, all'acqua potabile e ai servizi igienici sarà ulteriormente compromesso, così come la possibilità di avere servizi sanitari e scolastici. Trenta giorni sono troppo pochi per trovare una nuova soluzione e fatalmente queste persone si trasferiranno in aree già occupate, creando tensioni con gli occupanti precedenti. Da parte delle autorità è mancato qualsiasi tipo di coinvolgimento della popolazione, che è stata semplicemente informata del futuro sgombero e naturalmente c'è il rischio che chi eseguirà gli sfratti, che sia la polizia o personale privato incaricato dalla Kenya Railways, non rispetti i diritti di queste persone.
Questo non è progresso.
"Matteotti: eroe tutto prosa" di Carlo Rosselli
Matteotti è diventato il simbolo dell'antifascismo e dell'eroismo antifascista. In qualunque riunione si faccia il suo nome, il pubblico balza in piedi o applaude.Comitati Matteotti, Fondi Matteotti, Circoli Matteotti, Case Matteotti. Matteotti, come l'ombra di Banco, accompagna Mussolini. E Mussolini lo sa.
Eppure, nessun uomo fu meno simbolo, meno "eroe", nel senso usuale dell'espressione, di Matteotti.
Gli mancavano per questo le doti di popolarità, di oratoria, di facilità che creano nel popolo il feticcio; e la sua vita breve non registra neppure uno di quei gesti drammatici che colpiscono la fantasia e promuovono ad "eroe" il semplice mortale.
Matteotti possedeva però in grado eminente una qualità rara tra gli italiani e rarissima tra i parlamentari: il carattere. Era tutto d'un pezzo. Alle sue idee ci credeva con ostinazione, e con ostinazione le applicava. Quando lo conobbi a Torino, insieme a Gobetti, ricordo che entrambi rimanemmo colpiti dalla sua serietà e dal suo stile antiretorico e ci comunicammo la nostra impressione. Era magro, smilzo nella persona,non assumeva pose gladiatorie, rideva volentieri, ma da tutto il suo atteggiamento e soprattutto da certe sue dichiarazioni brevi si sprigionava una grande energia.
L'antifascismo era in Matteotti un fatto istintivo, intimo, d'ordine morale prima che politico. Tra lui e i fascisti correva una differenza di razza e di clima.
Due mondi, due concezioni opposte della vita. In questo senso egli poteva dirsi veramente l'anti-Mussolini.
Le astuzie tattiche e oratorie di Mussolini restavano senza presa su Matteotti. Quando Mussolini parlava alla Camera entrando in quello stato di eccitazione morbosa che pare contraddistingua la sua oratoria e possa esercitare un fascino magnetico, Matteotti, pessimo medium, restava impenetrabile e ai passaggi goffi rideva col suo riso un po' stridulo e nervoso.
Quando invece era Matteotti a parlare, Mussolini gettava fiamme dagli occhi.
Eppure Matteotti non era eloquente; o per lo meno la sua eloquenza era tutto l'opposto dell'oratoria tradizionale socialista. Ragionava a base di fatti, freddo, preciso, tagliente. Metodo salveminiano. Quando affermava, provava.
Niente esasperò più i fascisti del metodo di analisi di Matteotti che sgonfiava un dopo l'altro tutti i loro palloni retorici.
"Abbiamo lasciato 3.000 morti per le strade d'Italia", tuonava Mussolini. "Pardon, 144, secondo il vostro giornale", replicava Matteotti.
"Il fascismo ha messo fine agli scioperi. Le ferrovie camminano. L'autorità dello Stato è stata restaurata". Matteotti, tra la stupefazione dei fascisti, interrompeva per rinfacciare al duce gli articoli del '19-20 inneggianti agli scioperi, alla invasione delle fabbriche,delle terre, dei negozi.
Dopo la famosa requisitoria di Matteotti contro i metodi elettorali fascisti (maggio 1924) gridata alla Camera tra altissime minacce e interruzioni, Mussolini pubblicò il 3 giugno sul "Popolo d'Italia" il seguente corsivo: "Mussolini ha trovato fin troppo longanime la condotta della maggioranza, perché l'On. Matteotti ha tenuto un discorso mostruosamente provocatorio che avrebbe meritato qualche cosa di più tangibile che l'epiteto "masnada" lanciato dall'On. Giunta".
L'8 giugno il giornale dichiarava che "Matteotti è una molecola di questa masnada che una mossa energica del Duce penserà a spazzare".
Il 10 giugno Dumini, Volpi e Putato spazzavano....
Il 3 gennaio 1925 Mussolini dichiarava: "Come potevo pensare, senza essere colpito da morbosa follia, di far commettere non dico un delitto, ma nemmeno il più tenue, il più ridicolo sfregio a quell'avversario che io stimavo perché aveva una certa cranerie, un certo coraggio, che rassomigliavano al mio coraggio e alla mia ostinatezza nel sostenere la tesi?".
Due cose colpiscono in questa disperata difesa: il "morbosa follia" che tocca uno degli aspetti della personalità mussoliniana (Mussolini è intelligentissimo, ma la sua intelligenza si innesta su un fondo psicopatico), ed il "mi rassomigliava". Dopo l'assassinio, Mussolini è stato costretto ad ammirare Matteotti. Ma Matteotti ha sempre disprezzato Mussolini.
Il socialismo di Matteotti fu una cosa estremamente seria. Non l'avventura del giovane borghese eretico che è rivoluzionario a venti anni, radicale a trenta (matrimonio più carriera), forcaiolo a quaranta. No. Fu una consapevole e maschia elezione del destino.
Nato ricco, dovette superare le difficoltà che ai socialisti ricchi giustamente si oppongono. Non lo superò con le sparate demagogiche, con le rinunce mistiche, o profondendo denari in banchetti elettorali o in paternalismi cooperativi e sindacali. Ma partecipando in persona prima al moto di emancipazione proletaria, costituendo libere istituzioni operaie, organizzando i contadini delle sue terre ai quali dirigeva manifesti di una sobrietà che era poco in uso attorno al '19.
Solo a un temperamento del suo stampo poteva venire in mente, nel corso delle elezioni del 1924, di scendere in Piazza Colonna con un pentolino di colla ad appiccicare sotto il naso dei fascisti i manifesti elettorali del partito che erano stati tutti stracciati. Matteotti, l'economista, il giurista, il ricco Matteotti appiccicava manifesti, scorazzava l'Italia per mettere in piedi le traballanti organizzazioni. Saltava dai treni, si travestiva per sottrarsi agli inseguimenti fascisti, prendeva con disinvoltura le bastonate e, nel pieno della lotta, faceva una punta a Asolo per i funerali della Duse, rientrando poi in camion coi fascisti, perché cosi spiegò, gli pareva giusto che il proletariato italiano fosse rappresentato ai funerali della Duse.
Quanto al camion fascista era stato necessario servirsene per essere presente a una adunanza del partito.
Se i fascisti lo avessero riconosciuto sarebbe stata la fine. Ma Matteotti scherzava ormai con la morte, con grande orrore dei compagni posapiano.
Era fatale quindi che morisse l'antifascista-tipo Matteotti, eroe tutto prosa. Come dovevano morire nello stesso torno di tempo Amendola e Gobetti. Come dovranno morire, se non li salveremo, Rossi, Gramsci, Bauer e molti altri Matteotti che si sono formati in questi anni. Tutti caratteri, psicologie, che sono l'opposto del carattere e della sensibilità mussoliniana.
Mussolini sente, sa quali sono i suoi autentici avversari. Ha il fiuto dell'oppositore. Imbattibile con uomini del suo stampo. singolarmente impotente con uomini che sfuggono al suo orizzonte mentale. Perciò li sopprime.
Uccidendo Matteotti ha indicato all'antifascismo quali debbono essere le sue preoccupazioni costanti e supreme: il carattere; l'antirettorica; l'azione.
dall'Almanacco Socialista 1934
martedì 20 aprile 2010
"L'avere" di Vinícius de Moraes

Resta, al sommo di tutto, questa capacità di tenerezza
Questa perfetta intimità con il silenzio
Resta questa voce intima che chiede perdono di tutto:
- Pietà! perché essi non hanno colpa d’esser nati…
Resta quest’antico rispetto per la notte, questo parlar fioco
Questa mano che tasta prima di stringere, questo timore
Di ferire toccando, questa forte mano d’uomo
Piena di dolcezza verso tutto ciò che esiste.
Resta quest’immobilità, questa economia di gesti
Quest’inerzia ogni volta maggiore di fronte all’infinito
Questa balbuzie infantile di chi vuol esprimere l’inesprimibile
Questa irriducibile ricusa della poesia non vissuta.
Resta questa comunione con i suoni, questo sentimento
Di materia in riposo, questa angustia della simultaneità
Del tempo, questa lenta decomposizione poetica
In cerca d’una sola vita, una sola morte, un solo Vinícius.
Resta questo cuore che brucia come un cero
In una cattedrale in rovina, questa tristezza
Davanti al quotidiano; o quest’improvvisa allegria
Di sentir passi nella notte che si perdono senza memoria…
Resta questa voglia di piangere davanti alla bellezza
Questa collera di fronte all’ingiustizia e all’equivoco
Questa immensa pena di se stesso, questa immensa
Pena di se stesso e della sua forza inutile.
Resta questo sentimento dell’infanzia sventrato
Di piccole assurdità, questa sciocca capacità
Di rider per niente, questo ridicolo desiderio d’esser utile
E questo coraggio di compromettersi senza necessità.
Resta questa distrazione, questa disponibilità, questa vaghezza
Di chi sa che tutto è già stato come è nel tornar ad essere
E allo stesso tempo questa volontà di servire, questa contemporaneità
Con il domani di quelli che non ebbero ieri né oggi.
Resta questa incoercibile facoltà di sognare
Di trasformare la realtà, dentro questa incapacità
Di non accettarla se non come è, e quest’ampia visione
Degli avvenimenti, e questa impressionante
E non necessaria prescienza, e questa memoria anteriore
Di mondi inesistenti, e questo eroismo
Statico, e questa piccolissima luce indecifrabile
Cui i poeti a volte danno il nome di speranza.
Resta questo desiderio di sentirsi uguale a tutti
Di riflettersi in sguardi senza curiosità e senza storia
Resta questa povertà intrinseca, questa vanità
Di non voler essere principe se non del proprio regno.
Resta questo dialogo quotidiano con la morte, questa curiosità
Di fronte al momento a venire, quando, di fretta
Ella verrà a socchiudermi la porta come una vecchia amante
Senza sapere che è la mia ultima innamorata.
domenica 18 aprile 2010
Considerazioni libere (102): a proposito di una montagna sacra e di una miniera...
I Dongria Kondh sono circa 8.000 persone e vivono sulle colline di Niyamgiri, nello stato indiano di Orissa, nella parte orientale del paese: sono una delle tribù più isolate del continente indiano e vivono in piccoli villaggi disseminati lungo i pendii delle colline, un territorio di grande bellezza, dominato dalle foreste, in cui si trovano molte specie di animali, tra cui tigri, elefanti e leopardi. Con la loro religione e con il loro stile di vita hanno contribuito, da secoli, a tenere in vita questo delicato sistema ecologico, alimentando le dense foreste dell’area e proteggendo la sua ricchissima fauna. Infatti i Dongria Kondh si sono dati il nome di Jharnia, ovvero "protettori dei torrenti", perché a loro spetta il compito, sacro secondo la loro religione, di proteggere la montagna Niyam Dongar e i fiumi che sgorgano dalle sue foreste. Secondo la religione dei Dongria Kondh la cima di questa montagna è la dimora del loro dio e quindi un luogo sacro, da proteggere.
Ora la multinazionale inglese Vedanta Resources ha progettato di aprire un'imponente miniera di bauxite proprio sulla cima di quella montagna, con conseguenze devastanti per quel piccolo popolo. Conseguenze non solo materiali, ma anche culturali e religiose.
La Vedanta ha già in attività una miniera di bauxite e una raffineria di alluminio ai piedi della collina. Altri gruppi Kondh stanno già subendo gli effetti dell'inquinamento provocati da queste attività. Molte famiglie sono state sfrattate per far posto alla raffineria e ora non hanno né casa né la possibilità di coltivare la terra. La raffineria inquina l'aria e l'acqua del fiume, un bene fondamentale per quella popolazione. Naturalmente sono i più poveri, specialmente i paria e le donne, coloro che stanno soffrendo di più per questa situazione, quelli che ricavavano il loro sostentamento dalla terra e dal fiume. "Una volta ci lavavamo nel fiume, ma ora ho paura di portarci i miei figli. Entrambi hanno avuto vesciche e irritazioni cutanee", ha raccontato una madre alle organizzazioni che stanno lottando per difendere i diritti dei Kondh. Nonostante queste testimonianze, che raccontano anche di epidemie tra il bestiame e di danni ai raccolti, e nonostante la commissione per il controllo dell’inquinamento del governo dello Stato di Orissa abbia dichiarato che le emissioni chimiche provenienti dalla raffineria sono "continue e allarmanti", la Vedanta ha in progetto di aumentare fino a sei volte l'attività della raffineria e appunto di aprire una nuova miniera sulla cima della montagna sacra, che si è rivelata ricca del prezioso minerale.
La Corte Suprema indiana ha approvato il progetto e naturalmente la Vedanta si sta facendo forte di questa sentenza, nonostante le resistenzze della popolazione. Probabilmente la necessità di aumentare la ricchezza del paese e la volontà di non scontetare un così importante investitore, ha fatto velo rispetto alla necessità di tutelare una popolazione, la sua cultura e la sue religione. Una delle condizioni imposte dalla Corte è stata la destinazione di parte dei profitti minerari a progetti di "sviluppo tribale". Ma i Dongria Kondh sostengono che non ci può essere risarcimento che possa compensare la perdita della loro montagna sacra, con tutto ciò che questo comporta: la distruzione di un ambiente e di una cultura assolutamente unici. I rappresentanti della comunità sono decisi a combattere: "La miniera porta profitti solamente ai ricchi. Se la compagnia distruggerà la nostra montagna e le nostre foreste per soldi, noi diventeremo tutti mendicanti. Noi non vogliamo la miniera e non vogliamo alcun tipo di aiuto da parte della compagnia".
Una commisisone dell’OCSE ha indagato sulle attività della compagnia inglese e ha concluso che Vedanta aveva mancato di "rispetto dei diritti umani" nei confronti dei Dongria Kondh; la commissione concludeva il suo rapporto definendo "essenziale" un cambiamento d’atteggiamento della compagnia. L'azione di organizzazioni come Survival e Amnesty International e la decisione della chiesa anglicana di condannare l'azione della Vedanta e di vendere le proprie azioni della compagnia, perché incompatibili con i valori etici della chiesa, ha spinto il governo britannico ad avviare un'indagine e nelle sue conclusioni, pubblicate nel mese di marzo di quest'anno, ha di fatto ribadito le critiche delle organizzazioni umanitarie e dell'Ocse. La Vedanta ha dichiarato di non accettare il giudizio del governo inglese in quanto la compagnia sarebbe "prevalentemente indiano, in termini sia di proprietà che di struttura direttiva"; la Vedanta, pur essendo di proprietà di un uomo di affari indiano, è una compagnia britannica, costituita nel Regno Unito allo scopo di essere quotata alla borsa londinese e quindi sottoposta alle leggi che regolano le compagnie britanniche.
Speriamo che la lotta dei Dongria Kondh sia alla fine vittoriosa, ma per questo è necessario che questa storia sia raccontata, raccontata e ancora raccontata.
Ora la multinazionale inglese Vedanta Resources ha progettato di aprire un'imponente miniera di bauxite proprio sulla cima di quella montagna, con conseguenze devastanti per quel piccolo popolo. Conseguenze non solo materiali, ma anche culturali e religiose.
La Vedanta ha già in attività una miniera di bauxite e una raffineria di alluminio ai piedi della collina. Altri gruppi Kondh stanno già subendo gli effetti dell'inquinamento provocati da queste attività. Molte famiglie sono state sfrattate per far posto alla raffineria e ora non hanno né casa né la possibilità di coltivare la terra. La raffineria inquina l'aria e l'acqua del fiume, un bene fondamentale per quella popolazione. Naturalmente sono i più poveri, specialmente i paria e le donne, coloro che stanno soffrendo di più per questa situazione, quelli che ricavavano il loro sostentamento dalla terra e dal fiume. "Una volta ci lavavamo nel fiume, ma ora ho paura di portarci i miei figli. Entrambi hanno avuto vesciche e irritazioni cutanee", ha raccontato una madre alle organizzazioni che stanno lottando per difendere i diritti dei Kondh. Nonostante queste testimonianze, che raccontano anche di epidemie tra il bestiame e di danni ai raccolti, e nonostante la commissione per il controllo dell’inquinamento del governo dello Stato di Orissa abbia dichiarato che le emissioni chimiche provenienti dalla raffineria sono "continue e allarmanti", la Vedanta ha in progetto di aumentare fino a sei volte l'attività della raffineria e appunto di aprire una nuova miniera sulla cima della montagna sacra, che si è rivelata ricca del prezioso minerale.
La Corte Suprema indiana ha approvato il progetto e naturalmente la Vedanta si sta facendo forte di questa sentenza, nonostante le resistenzze della popolazione. Probabilmente la necessità di aumentare la ricchezza del paese e la volontà di non scontetare un così importante investitore, ha fatto velo rispetto alla necessità di tutelare una popolazione, la sua cultura e la sue religione. Una delle condizioni imposte dalla Corte è stata la destinazione di parte dei profitti minerari a progetti di "sviluppo tribale". Ma i Dongria Kondh sostengono che non ci può essere risarcimento che possa compensare la perdita della loro montagna sacra, con tutto ciò che questo comporta: la distruzione di un ambiente e di una cultura assolutamente unici. I rappresentanti della comunità sono decisi a combattere: "La miniera porta profitti solamente ai ricchi. Se la compagnia distruggerà la nostra montagna e le nostre foreste per soldi, noi diventeremo tutti mendicanti. Noi non vogliamo la miniera e non vogliamo alcun tipo di aiuto da parte della compagnia".
Una commisisone dell’OCSE ha indagato sulle attività della compagnia inglese e ha concluso che Vedanta aveva mancato di "rispetto dei diritti umani" nei confronti dei Dongria Kondh; la commissione concludeva il suo rapporto definendo "essenziale" un cambiamento d’atteggiamento della compagnia. L'azione di organizzazioni come Survival e Amnesty International e la decisione della chiesa anglicana di condannare l'azione della Vedanta e di vendere le proprie azioni della compagnia, perché incompatibili con i valori etici della chiesa, ha spinto il governo britannico ad avviare un'indagine e nelle sue conclusioni, pubblicate nel mese di marzo di quest'anno, ha di fatto ribadito le critiche delle organizzazioni umanitarie e dell'Ocse. La Vedanta ha dichiarato di non accettare il giudizio del governo inglese in quanto la compagnia sarebbe "prevalentemente indiano, in termini sia di proprietà che di struttura direttiva"; la Vedanta, pur essendo di proprietà di un uomo di affari indiano, è una compagnia britannica, costituita nel Regno Unito allo scopo di essere quotata alla borsa londinese e quindi sottoposta alle leggi che regolano le compagnie britanniche.
Speriamo che la lotta dei Dongria Kondh sia alla fine vittoriosa, ma per questo è necessario che questa storia sia raccontata, raccontata e ancora raccontata.
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