sabato 21 agosto 2010

Considerazioni libere (153): a proposito di pubblico cordoglio...

Dopo la rigenerante vacanza salentina, durante la quale sono rimasto "senza rete" e quindi nell'impossibilità di aggiornare questo blog, ricomincio a scrivere "in diretta" (l'altra sera ho pubblicato alcune "considerazioni" che, per non perdere il vizio, ho scritto nei giorni di vacanza, quando una qualche notizia mi "costringeva" al commento).
Scrivo comunque di una cosa accaduta nei giorni scorsi: la morte del ex presidente della repubblica Francesco Cossiga e il successivo unanime cordoglio espresso da politici, giornalisti e opinionisti vari. La morte di qualsiasi persona ci deve indurre rispetto ed è naturale che in una tale circostanza i ricordi siano volti a mettere in evidenza più le cose positive che quelle negative, ma credo anche che quando muoia una persona che ha avuto un ruolo nella vita politica, culturale e sociale di un paese non ci si possa esimire da un giudizio su quello che quella persona ha fatto e ha rappresentato, nel bene e nel male.
Cossiga ha avuto responsabilità di rilievo in due momenti particolari della vita politica italiana: era ministro dell'interno quando le Brigate rosse hanno rapito e ucciso Aldo Moro, era presidente del consiglio quando i terroristi neofascisti hanno compiuto la strage alla stazione di Bologna. In entrambe le situazioni la sua azione è stata piena di ombre e se l'Italia è riuscita a uscire da quella tragica stagione non è merito di uomini come Cossiga. Da ministro prima e da presidente del consiglio poi non ha potuto o non ha voluto fare piena chiarezza sugli avvenimenti di cui era testimone. Passata quella stagione e in particolare dopo il suo mandato al Quirinale, Cossiga è tornato spesso a parlare di quegli anni, continuando purtroppo ad alimentare sospetti e divisioni.
Sul rapimento e sull'uccisione di Moro, Cossiga ha ribadito testardamente che quell'azione terroristica fu compiuta e gestita in piena autonomia dalle Brigate rosse e non ha mai detto nulla del ruolo che giocarono quei vertici politici e militari che rispondevano ad altri poteri, attraverso la loggia P2; se non si rese conto che i più alti gradi delle forze armate, delle forze dell'ordine e dei servizi segreti, che pure lui coordinava, prendevano ordini da altri o era un incapace o era in qualche modo coinvolto in un disegno che ormai, a livello storico - purtroppo non giudiziario - è, se non chiarito, almeno delineato. In quegli anni ci fu il tentativo, peraltro riuscito, di condizionare l'evoluzione del sistema politico, per evitare eccessive aperture verso la sinistra, e fu usato ogni mezzo, lecito e illecito, per raggiungere tale obiettivo.
Sulla strage di Bologna, Cossiga ha continuato a compiere, fino a pochi mesi dalla morte, un'opera di vero e proprio depistaggio, accreditando - forte della sua presunta conoscenza di chissà quali segreti - la tesi che la strage di Bologna sia stata un incidente, provocata dallo scoppio accidentale di un ordigno trasportato in treno da un terrorista palestinese, che aveva scelto le ferrovie italiane per portare una bomba, già innescata, nel nord Europa. Cossiga finge di ignorare le sentenze, passate in giudicato, che condannano da un lato i terroristi neofascisti di aver materialmente portato la bomba, quel giorno e a quell'ora, per uccidere il massimo numero di persone e dall'altro lato alcuni uomini dei servizi segreti, ancora coinvolti nella P2, di aver ripetutamente depistato le indagini, facendo trovare false bombe, inventando testimoni e così via. Ancora non sappiamo i motivi che spinsero qualcuno ad armare in questo modo i neofascisti, probabilmente neppure Cossiga lo sapeva, ma allora avrebbe fatto meglio a tacere, per rispetto di chi in quella strage ha perso la vita.
Il cordoglio per una persona non può velo alla verità. Una democrazia non se lo può permettere.

venerdì 20 agosto 2010

"Un estraneo" di Maram al-Masri


Un estraneo mi guarda,
un estraneo mi parla,
sorrido ad un estraneo,
parlo ad un estraneo,
un estraneo m’ascolta,
davanti
alle sue pene
pulite e bianche
piango,
sulla solitudine che unisce
gli stranieri.

giovedì 19 agosto 2010

Considerazioni libere (152): a proposito di moschee...

Una buona notizia di ferragosto.
Dopo un primo momento di riserbo e il tentativo dei suoi portavoce di considerare la questione di esclusivo interesse locale, il presidente Obama ha deciso di prendere posizione a favore della decisione del sindaco di New York di autorizzare la costruzione di una moschea a tre isolati da Ground zero. Si tratta di una decisione impopolare, che, secondo i sondaggi, è giudicata negativamente dal 68% dei cittadini statunitensi e che ha trovato l'ostilità di gran parte dei familiari delle vittime degli attentati dell'11 settembre. Immagino che ora non mancheranno neppure qui da noi i detrattori della proposta: i fanatici epigoni della Fallaci, gli ideologi dello scontro di civiltà, la Santanchè versione Giovanna d'Arco, il crociato Magdi Cristiano Allam e compagnia cantante. Fortuntamente a New York tra i primi a sostenere la proposta ci sono stati i rappresentanti delle altre confessioni religiose, compresi gli ebrei, e spero che il Vaticano abbia il coraggio di esprimere una propria posizione sull'argomento.
Come dimostra il giudizio dell'opinione pubblica statunitense, è ormai prevalsa una lettura secondo cui questo primo decennio del nuovo secolo sarebbe segnato dallo scontro inconciliabile tra civiltà occidentale e islam, così come la seconda metà del secolo scorso è stato segnato dalla dicotomia comunismo/anticomunismo. Si tratta di una lettura sbagliata e motivata dall'interesse di una parte importante dell'establishment statunitense di alimentare la guerra in Afghanistan e in Iraq e di giustificare un possibile attacco all'Iran. Questa lettura è sbagliata prima di tutto perché non è chiaro cosa sia la civiltà occidentale che dovremmo difendere: l'identità cristiana? i valori del liberalismo? la difesa dei diritti umani? La stessa vicenda della costruzione della moschea vicino a Ground zero dimostra che c'è da parte della maggioranza degli statunitensi un'intolleranza verso il mondo mussulmano almeno pari a quella alimentata da una parte delle classi dirigenti mussulmane contro l'occidente. Come ha cercato di spiegare Obama, l'idea di fondo della Costituzione americana viene negata se si impedisce a una parte dei cittadini di professare il proprio credo religioso. E, per altro, è paradossale che la difesa di una presunta identità cristiana passi attraverso una società così fortemente secolarizzata come quella statunitense e quella dei paesi europei, dove i credenti cristiani sono ormai una minoranza, per quanto influente nella vita politica.
Personalmente penso che dovremmo abbandonare i toni apocalittici dello scontro di civiltà e cominciare a ragionare sulle vere differenze che ci sono nel mondo: tra chi gode dei diritti politici e civili e chi ne è escluso, tra i paesi in cui le donne hanno riconosciuto il loro ruolo politico, economico e sociale e quelli in cui sono soggetti con meno o senza diritti, tra chi sfrutta e chi viene sfruttato, parole che sembrano antiche, ma che hanno una loro terribile attualità.

Considerazione scritta domenica 15 agosto

Considerazioni libere (151): a proposito delle difficoltà del centrosinistra...

Al punto in cui è giunto lo scontro politico all'interno della maggioranza che ha vinto le elezioni del 2008, non è improbabile che il parlamento venga sciolto prima della scadenza naturale e che si torni a votare nella prossima primavera.
Purtroppo il Partito Democratico è la forza politica al momento più impreparata ad affrontare il voto, perché mancano - o almeno non appaiono ai più - né uno schema strategico né un disegno tattico. Purtroppo altrettanto impreparato è lo schieramento a sinistra del Pd, che non si è ripreso dalla sconfitta bruciante di due anni fa e non riesce ancora a trovare in Vendola un leader capace di riunire le forze della sinistra che ci sono nella società; lo stesso Vendola peraltro fatica a trovare un proprio ruolo e probabilmente il fatto di avere un compito istituzionale piuttosto complesso non lo aiuta in questo lavoro.
E' comunque il Pd a essere in maggior difficoltà. Il leader del maggior partito di opposizione dovrebbe essere il candidato naturale a guidare la coalizione e a proporsi come futuro capo dell'esecutivo, ma da diversi settori del partito questo automatismo è più o meno implicitamente negato: Chiamparino si è autocandidato a future primarie, Fioroni dice che è necessario un nuovo Prodi capace di essere sintesi di una coalizione vasta che dovrebbe andare dalla sinistra radicale all'Udc, lo stesso Bersani pare incerto, dando l'impressione che tema la sconfitta e il conseguente dibattito interno sulla sua segreteria che ne deriverebbe.
Tutte la valutazioni che in questi giorni fanno i dirigenti del Pd ruotano attorno al tema delle alleanze ed è naturale che sia così, ma il Pd pare sempre in posizione subordinata. Nella fantasiosa ipotesi si una sorta di rassemblement democratico, che includerebbe anche Fini, il Pd si troverebbe gioco forza in una posizione di minoranza. Nello schema che vede un'alleanza tra l'Udc e il Pd, guidata da Casini, al di là di un forte ridimensionamento delle tematiche progressiste, non ci sarebbe nulla di quello che rappresentò Prodi nel '96; in quel caso non si trattava soltanto di un'alleanza tattica, guidata da una personalità di centro potenzialmente capace di attrarre maggiormente i ceti moderati, ma c'era un progetto politico con caratteri innovativi, c'era l'idea di costruire un nuovo polo politico, l'Ulivo, che finì purtroppo senza riuscire a mostrare il suo potenziale riformista e che non si riuscì più a far rinascere nel 2006. Anche l'ipotesi di tornare alla cosiddetta vocazione maggioritaria, se fosse vissuta come nel 2008, ossia come un elemento di isolamento - magari mantenendo la sola alleanza con l'Italia dei valori - sarebbe un segno di debolezza e l'annuncio di una nuova sconfitta. I dirigenti del Pd, e Bersani prima di tutto, dovrebbero lavorare affinché il partito diventasse l'elemento catalizzatore della futura alleanza di centrosinistra: sono le altre forze politiche che dovrebbero porsi il problema se e come allearsi con il Pd, e non il contrario, come sta avvenendo invece ora. Questo naturalmente richiede una chiarezza di proposte che, al momento, non c'è.
Come è noto, comunque, i dirigenti del Pd pensano che la soluzione migliore allo stallo provocato dalla rottura traumatica avvenuta nel principale partito del centrodestra non sia il ricorso al voto, ma la formazione di un nuovo governo - definito di volta in volta di garanzia o di transizione o di responsabilità istituzionale - che abbia il compito minimo di cambiare l'attuale legge elettorale, la "porcata", secondo la definizione di Calderoli, che l'ha elaborata. A parte il fatto che investire tutto su questa unica possibilità è piuttosto rischioso, perché le variabili sono davvero tante e piuttosto aleatorie, non è affatto chiaro come dovrebbe essere cambiata la legge elettorale. I dirigenti del Pd dicono che occorre restituire ai cittadini la facoltà di scegliere i propri parlamentari, ma questo risultato si può ottenere sia con un sistema maggioritario a collegi elettorali sia con il ritorno al proporzionale puro con le preferenze, per citare soltanto i due estremi, tra cui si trovano una serie piuttosto ampia di varianti, come dimostra anche la nostra storia recente in fatto di sistemi elettorali. Qual è il sistema sostenuto dal Pd? Forse i sostenitori della vocazione maggioritaria preferiranno un sistema con una forte quota maggioritaria, mentre coloro che lavorano per una nuova aggregazione delle forze politiche preferirebbero un sistema con una più forte proporzionale. Non si tratta di una questione peregrina, ma l'ennesima dimostrazione della difficoltà di avere una linea chiara e comunque questa indecisione renderà ancora più difficile, se non impossibile, coagulare una maggioranza ampia su una proposta di riforma. O, anche in questo caso, il Pd dovrà andare a traino di una proposta non sua, come quella elaborata dall'Udc e dai fautori del cosiddetto "terzo polo".
A scanso di equivoci, ripeto che non sono contento dei problemi del Pd; spero sempre che qualcosa cambi...

Considerazione scritta giovedì 12 agosto

Considerazioni libere (150): a proposito di federalismo e di turismo...

Ho scoperto il Salento grazie a Zaira, che è originaria, da parte della famiglia paterna, di questa splendida terra. Da due anni passiamo qui le vacanze estive: sono luoghi che davvero meritano di essere visitati, per il mare, per la natura, per l'arte, per la cucina, per la musica.
La lettura dei giornali locali riserva qualche curiosità, che mi fa piacere condividere con i miei sparuti lettori. Di ieri è la notizia che il movimento di Adriana Poli Bortone, che qui è piuttosto radicato - visto che la stessa Poli Bortone, già ministro in quota An nel primo governo Berlusconi, è stata una capace sindaco a Lecce - e che ha un rapporto conflittuale con il centrodestra - sul modello del Mpa del siciliano Lombardo - si è fatto promotore di un ordine del giorno nel consiglio comunale di Lecce per promuovere la nascita di una nuova regione, il "grande Salento", unendo le province di Lecce, Brindisi e Taranto. Un bell'esempio di risparmio dei soldi pubblici, visto che il nuovo ente dovrebbe avere un nuovo presidente, una nuova giunta e un nuovo consiglio, con tutto quello che ne consegue. Non pensate che la proposta sia così peregrina, visto che solo un anno fa in Puglia è nata una nuova provincia "tricefala", con tre capoluoghi, Barletta, Andria e Trani, denominata Bat.
Invece i giornali di oggi annunciano che la provincia di Lecce promuoverà il marchio "Salento d'amare" in maniera autonoma nelle principali città europee e a New York. Sul Corriere del Mezzogiorno si ricorda come la Puglia ha partecipato nello scorso mese di febbraio alla Borsa internazionale del turismo di Milano: accanto allo stand della regione, c'erano uno spazio della Capitanata e della Terra di Bari, uno spazio di Lecce e del Salento, uno spazio di Taranto - che allora rivendicava il fatto di non essere in Salento e presentava il proprio marchio "Terra jonica". Anche la provincia di Brindisi in febbraio non voleva essere considerata in Salento e così ha acquistato uno spazio al Bit per presentare il marchio "Filia solis"; peccato che la decisione non sia stata condivisa da Brindisi e dai comuni di Ostuni, Carovigno, Fasano e Ceglie, che sono andati a Milano, presentando il marchio "Terra di Brindisi". Immaginate lo stupore dell'operatore statunitense - che probabilmente non ha ben chiaro quale sia il delicato ruolo istituzionale delle province in Italia - che si è trovato davanti a due stand di Brindisi.
Il problema non è naturalmente solo quello della proliferazione dei marchi - che è comunque un dato negativo, visto che le altre regioni riescono a presentare in forme unitarie territori altrettanto "complessi" quanto quello pugliese - ma la capacità di controllare in maniera effettiva che a quello promesso da un marchio corrispondano servizi e offerte per i turisti. Visitando il Salento pare che questa capacità istituzionale non ci sia, supplita in qualche modo da molte iniziative singole di valore, che solo raramente fanno rete. Così ad esempio alcune associazioni della zona attorno a Santa Maria di Leuca si sono date un'organizzazione per non far coincidere e pubblicizzare in maniera unitaria le sagre che si svolgono in ogni paese oppure i Comuni della Grecìa collaborano per le iniziative della "Notte della taranta": sono momenti utili, ma non bastano. Naturalmente questi problemi non saranno risolti né da un nuovo marchio né da una nuova regione.

Considerazione scritta mercoledì 11 agosto

Considerazioni libere (149): a proposito di informazione libera...

In questa insolitamente attiva estate della politica italiana, per capire gli umori del centrodestra, è un'utile lettura Il Giornale diretto da Vittorio Feltri. Naturalmente non è necessario comprarlo, basta guardare il titolo che campeggia su tutta la prima pagina, in questi giorni "scagliato" contro Fini e i suoi sostenitori. Quello di ieri, lunedì 9 agosto, era, nel suo genere un piccolo capolavoro: "Fini come Scajola". Ossia, per insultare nel modo peggiore il Presidente della Camera e per dire che ha approfittato della sua posizione per favorire il fratello della propria compagna, lo si paragona all'incauto ministro che ha detto che gli è stata acquistata una casa "a sua insaputa". Peccato però che l'ingenuo Scajola non sia un'esponente dell'odiato e vituperato centrosinistra, ma un insigne rappresentante della più stretta cerchia di consiglieri di Berlusconi e che in diverse occasioni autorevoli esponenti del centrodestra abbiano espresso la loro solidarietò a Scajola, spiegandoci che le sue dimissioni sono state un atto di responsabilità, non dovute, e dipingendolo come l'ennesima vittima della magistratura politicizzata di sinistra.
Povero Scajola, si sarà rammaricato a leggere il titolo de Il Giornale, proprio ora che stava tornando alla ribalta, avendo dato vita all'ennesima fondazione all'interno del Pdl, intitolata a Cristoforo Colombo - ligure come lui e altrettanto capace a superare infidi scogli - con il nobile obiettivo di superare le correnti per ridare slancio al partito. C'è perfino chi ha ipotizzato un suo ritorno al ministero per lo sviluppo economico, visto che continua un interim ormai imbarazzante, dopo una serie di rifiuti più o meno eccellenti. "Scajola" è diventato per i pasdaran, le guardie armate, del declinante berlusconismo un insulto da lanciare in faccia al nemico di turno.
Francamente i due casi sono difficilmente paragonabili, se non per un aspetto prettamente immobiliare. Scajola ha ricevuto in "dono" una casa da parte di un costruttore che nel corso degli anni ha ottenuto diversi e importanti appalti dall'amministrazione pubblica; Fini ha venduto una casa che era a disposizione del suo partito e quindi un bene privato a tutti gli effetti. Sarebbe stato più opportuno che la vendita non fosse stata fatta a una società off-shore, e quindi nata per frodare il fisco, e certo non depone a favore del Presidente della Camera che il fratello della sua compagna sia dietro a questa società off-shore e quindi sia un possibile evasore, ma se dovessimo sempre rispondere della dabbennaggine dei nostri cognati...
E che dire se Berlusconi dovesse rispondere di quello che ha fatto il fratello...

Considerazione scritta martedì 10 agosto

Considerazioni libere (148): a proposito di cognati...

Se la memoria non mi inganna - e d'altra parte, non avendo la possibilità di collegarmi alla rete, non posso consultare Wikipedia e quindi posso solo affidarmi ai ricordi di qualche lontana lettura - in Spagna, durante la dittatura del generalissimo Francisco Franco, ebbe una posizione di rilievo il fratello della moglie del Caudillo, che la voce popolare cominciò a chiamare il "cognatissimo".
Le cronache di questa estate italiana ci riportano le gesta di un più modesto cognato, il fratello dell'attuale compagna del Presidente della Camera. Questo personaggio pare non sia nuovo ad approfittare del proprio ruolo di cognato; grazie ai buoni uffici dell'allora fidanzato della sorella, il ruspante e delinquente Gaucci, riuscì addirittura a diventare vicepresidente della Ternana, ruolo certo di prestigio, ma forse insufficiente per l'ambizione del giovane. Figurarsi cosa avrà pensato quando la sorella è diventata la compagna di un personaggio ben più presentabile e potente. Pare che il nostro abbia frequentato i corridoi della Rai, vantando appunto il proprio ruolo di cognato illustre. Non è difficile immaginare che il cognato abbia trovato attenzione e credito in diversi ambienti, anche da parte di quelli che ora si sono affrettati a sbattergli la porta in faccia, visto il cattivo momento di cui gode Fini.
C'è una bella commedia di Gogol', intitolata L'ispettore generale, che, pur ambientata nella Russia dell'Ottocento, sembra descrivere tanti vizi del nostro paese. In una remota città dell'impero arriva la notizia che da San Pietroburgo è in arrivo un ispettore generale per indagare sui funzionari pubblici della regione; questo annuncio getta nel panico i notabili della città, tanto corrotti quanto incapaci. Poco dopo arriva un giovane spiantato, accompagnato da un servo perennemente affamato, partito per la Russia profonda in cerca di fortuna. Naturalmente i notabili credono si tratti del misterioso ispettore e fanno a gara per invitarlo a pranzo e a cena; tutti lo blandiscono, le donne tentano di sedurlo e gli si offrono più o meno scopertamente, gli uomini ne lodano l'intelligenza e l'arguzia, gli fanno regali, gli prestano soldi, fin quando il servo, intuita la verità, convince il padrone a scappare, poco prima dell'arrivo del vero ispettore. In Italia avviene lo stesso: è sufficiente essere un potente o un supposto potente o un parente - perché in Italia, si sa, tutti tengono famiglia - perché tante porte si schiudano. Non è necessario chiedere, c'è sempre qualcuno pronto a offrire.
Immagino che il povero cognato avrebbe preferito che l'illustre parente fosse rimasto tranquillo nel suo ruolo istituzionale, senza l'alzata di testa di sfidare Berlusconi. Ora si godrebbe il suo appartamento a Montecarlo e soprattutto avrebbe potuto continuare a sfruttare il suo ruolo, senza troppa fatica. Magari ora gli tocca cercare un lavoro, ma c'è sempre la possibilità di approdare all'Isola dei famosi.

Considerazione scritta lunedì 9 agosto

Considerazioni libere (147): a proposito dei paradossi della politica...

La politica italiana sta andando in vacanza e ci consegna un divertente paradosso. Berlusconi, per storia personale e soprattutto per sua naturale indole, è la persona più estranea alle regole, scritte e non scritte, della vita istituzionale e politica italiana, tanto da teorizzare una sorta di democrazia carismatica, in cui conta unicamente il legame diretto tra il leader e il suo popolo, senza alcuna altra mediazione. Questa è in fondo l'unica riforma istituzionale che davvero sia stata introdotta in Italia in questi sedici anni: la divisione del paese in due schiere nettamente avverse e inconciliabili, i berlusconiani e gli antiberlusconiani.
Ora, anche se la netta maggioranza degli italiani continua a essere berlusconiana nelle proprie viscere più profonde, Berlusconi si ritrova a guidare un governo senza maggioranza parlamentare, e il fatto divertente è che siano rispuntate alcune definizioni che sembravano ormai definitivamente consegnate alla storia recente della vita politica italiana: "governo balneare" o "governo della non-sfiducia", come se Berlusconi fosse uno di quei notabili democristiani degli anni sessanta, da televisione in bianco e nero, un Rumor qualsiasi ad esempio. Anzi - e qui sta il paradosso - proprio a queste regole, a queste pratiche politiche, che egli considera stantie e bolla solitamente come "teatrino della politica", deve la possibilità di rimanere a Palazzo Chigi, nonostante la nascita del nuovo partito di Fini segni di fatto la fine di questa legislatura. Ma finché non ci sarà un esplicito voto di sfiducia, il governo Berlusconi potrà continuare a vivacchiare, sperando nelle assenze o in qualche transfuga: il berlusconismo meritava forse una fine migliore, almeno più drammatica e spettacolare, come quella immaginata da Moretti ne "Il caimano". Vedremo cosa succederà nelle prossime settimane.
Da questa crisi - e mi dispiace moltissimo, come potrete immaginare - esce comunque sconfitto il centrosinistra. Più che sconfitto, annichilito. Considerare come unica alternativa credibile a questo governo un esecutivo di transizione o di larghe intese, guidato magari da Tremonti, significa rinunciare in partenza al proprio ruolo di alternativa. Il centrosinistra - in particolare il Partito Democratico - immagina per sé un ruolo di opposizione o di irrilevanza politica per i prossimi anni. A questo paese occorre proporre un progetto alternativo a quello portato avanti con coerenza dal centrodestra e per farlo bisogna ripartire da alcuni concetti da sempre fondamentali della sinistra: ridistribuzione, giustizia sociale, lotta contro i privilegi, coniungadoli con valori che sono diventati via via nostro patrimonio, come la tutela delle pari opportunità, la difesa dei diritti individuali e la lotta per la legalità. Ci vorrà forse tempo, ma perché rinunciare in partenza?

Considerazione scritta giovedì 5 agosto

Storie (III). "Maria e Angela..."

Maria e Angela stanno per arrivare in treno a Bologna. È la mattina del 2 agosto 2010. Vivono a Empoli. Maria ha 54 anni, lavora alla cassa di un grande supermercato; per alcuni anni, prima dell'incidente - lei lo continua a chiamare pudicamente così - ha lavorato in una fabbrica di confezioni, poi ha trovato questo lavoro, che le ha permesso di ottenere un part time e di stare più tempo con la figlia. Angela ha 33 anni, lavora in un'agenzia di viaggi e da tre anni non vive più insieme a sua madre; si è sposata con Giulio e l'anno prossimo sperano di avere un bambino.
Il loro treno sta entrando in stazione. Maria è arrivata in questa stazione alcune altre volte prima dell'incidente, ma ormai non riesce a ricordarne nemmeno una. 

Angela invece è arrivata in stazione a Bologna per la prima volta il 2 agosto del 1980, trent'anni fa. Stavano andando in vacanza sul lago di Garda, insieme a due amiche di Maria; dovevano aspettare la coincidenza e stavano nella sala di attesa di seconda classe. Era davvero caldo quella mattina a Bologna e Angela non voleva star ferma. La sala d'attesa era piena di persone, sul binario 1, lì davanti, era fermo un treno. Nessuno nota l'uomo che appoggia una valigia sotto il tavolino della sala d'attesa, proprio dove è seduta Maria. Sono le 10.15. Angela corre tra le sedie, inciampa in una borsa, Maria la raggiunge, la prende in braccio, le amiche controllano i suoi bagagli, Maria porta Angela fuori, a vedere il treno che sta per ripartire. Sono le 10.25.
Maria si risveglia su un taxi, vede Angela accanto a sé, tutte e due hanno il viso coperto di sangue, sente il taxista chiederle come sta, perde di nuovo i sensi. Maria si sveglia di nuovo, è in un letto con le braccia fasciate, chiede a un medico notizie di sua figlia; è all'ospedale anche lei, sta bene, la rassicura il medico. In quel momento passa il presidente Pertini a salutare i feriti, stringe la mano di Maria, le fa coraggio con il suo fare paterno. Lentamente Maria viene a sapere quello che è successo: è scoppiata una bomba in stazione, proprio lì, nella sala d'attesa di seconda classe, è stata una strage.

Maria e Angela vanno ogni anno alla manifestazione che ricorda la strage, portano un fiore per le due amiche che sono rimaste accanto ai bagagli. Solo un anno, l'85, non sono andate: Angela aveva il morbillo. Altre volte sono passate per quella stazione, insieme o da sole: Angela è passata per la stazione di Bologna con la gita delle superiori e poi per la prima vacanza con Giulio, ma quel viaggio, il 2 agosto di ogni anno, lo devono fare insieme, loro due sole, per ricordare. Si fermano a guardare l'orologio fermo alle 10.25, leggono i nomi delle 83 persone morte nella strage. Si stringono le mani.

Questa è una storia di fantasia. Le vittime della strage alla stazione di Bologna furono 85: tra loro, la vittima più piccola, Angela Fresu, di 3 anni, e sua madre Maria Fresu, di 24 anni, il cui corpo - l'unico che non è stato trovato - è stato disintegrato dalla bomba.
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sabato 31 luglio 2010

Stazione di Bologna, 2 agosto 1980


Antonella Ceci, anni 19
Angela Marino, anni 23
Leo Luca Marino, anni 24
Domenica Marino, anni 26
Errica Frigerio in Diomede Fresa, anni 57
Vito Diomede Fresa, anni 62
Cesare Francesco Diomede Fresa, anni 14
Anna Maria Bosio in Mauri, anni 28
Carlo Mauri, anni 32
Luca Mauri, anni 6
Eckhardt Mader, anni 14
Margret Rohrs in Mader, anni 39
Kai Mader, anni 8
Sonia Burri, anni 7
Patrizia Messineo, anni 18
Silvana Serravalli in Barbera, anni 34
Manuela Gallon, anni 11
Natalia Agostini in Gallon, anni 40
Marina Antonella Trolese, anni 16
Anna Maria Salvagnini in Trolese, anni 51
Roberto De Marchi, anni 21
Elisabetta Manea ved. De Marchi, anni 60
Eleonora Geraci in Vaccaro, anni 46
Vittorio Vaccaro, anni 24
Velia Carli in Lauro, anni 50
Salvatore Lauro, anni 57
Paolo Zecchi, anni 23
Viviana Bugamelli in Zecchi, anni 23
Catherine Helen Mitchell, anni 22
John Andrew Kolpinski, anni 22
Angela Fresu, anni 3
Maria Fresu, anni 24
Loredana Molina in Sacrati, anni 44
Angelica Tarsi, anni 72
Katia Bertasi, anni 34
Mirella Fornasari, anni 36
Euridia Bergianti, anni 49
Nilla Natali, anni 25
Franca Dall'olio, anni 20
Rita Verde, anni 23
Flavia Casadei, anni 18
Giuseppe Patruno, anni 18
Rossella Marceddu, anni 19
Davide Caprioli, anni 20
Vito Ales, anni 20
Iwao Sekiguchi, anni 20
Brigitte Drouhard, anni 21
Roberto Procelli, anni 21
Mauro Alganon, anni 22
Maria Angela Marangon, anni 22
Verdiana Bivona, anni 22
Francesco Gomez Martinez, anni 23
Mauro Di Vittorio, anni 24
Sergio Secci, anni 24
Roberto Gaiola, anni 25
Angelo Priore, anni 26
Onofrio Zappalà, anni 27
Pio Carmine Remollino, anni 31
Gaetano Roda, anni 31
Antonino Di Paola, anni 32
Mirco Castellaro, anni 33
Nazzareno Basso, anni 33
Vincenzo Petteni, anni 34
Salvatore Seminara, anni 34
Carla Gozzi, anni 36
Umberto Lugli, anni 38
Fausto Venturi, anni 38
Argeo Bonora, anni 42
Francesco Betti, anni 44
Mario Sica, anni 44
Pier Francesco Laurenti, anni 44
Paolino Bianchi, anni 50
Vincenzina Sala in Zanetti, anni 50
Berta Ebner, anni 50
Vincenzo Lanconelli, anni 51
Lina Ferretti in Mannocci, anni 53
Romeo Ruozi, anni 54
Amorveno Marzagalli, anni 54
Antonio Francesco Lascala, anni 56
Rosina Barbaro in Montani, anni 58
Irene Breton in Boudouban, anni 61
Pietro Galassi, anni 66
Lidia Olla in Cardillo, anni 67
Maria Idria Avati, anni 80
Antonio Montanari, anni 86

giovedì 29 luglio 2010

"Appuntamento a ora insolita" di Vittorio Sereni


La città - mi dico - dove l'ombra
quasi più deliziosa è della luce
come sfavilla tutta nuova al mattino...
"... asciuga il temporale di stanotte"... ride
la mia gioia tornata accanto a me
dopo un breve distacco.
"Asciuga al sole le sue contraddizioni"
- torvo, già sul punto di cedere, ribatto.
Ma la forma l'immagine il sembiante
- d'angelo avrei detto in altri tempi -
risorto accanto a me nella vetrina:
"caro - mi dileggia apertamente - caro,
con quella faccia di vacanza. E pensi
alla città socialista?"
Ha vinto. E già mi sciolgo: "Non
arriverò a vederla" le rispondo.
(Non saremo più insieme dovrei dire).
"Ma è giusto,
fai bene a non badarmi se dico queste cose,
se le dico per odio di qualcuno
o rabbia per qualcosa. Ma credi all'altra
cosa che si fa strada in me di tanto in tanto
che in sé le altre include e le fa splendide,
rara come questa mattina di settembre...
giusto di te fra me e me parlavo:
della gioia."
Mi prende sottobraccio.
"Non è vero che è rara, - mi correggo - c'è,
la si porta come una ferita
per le strade abbaglianti. È
quest'ora di settembre in me repressa
per tutto un anno, è la volpe rubata che il ragazzo
celava sotto i panni e il fianco gli straziava,
un'arma che si reca con abuso, fuori
dal breve sogno di una vacanza.
Potrei
con questa uccidere, con la sola gioia..."
Ma dove sei, dove ti sei mai persa?
"È a questo che penso se qualcuno
mi parla di rivoluzione"
dico alla vetrina ritornata deserta.

martedì 27 luglio 2010

Considerazioni libere (146): a proposito di risorse per la cultura....

Mi sembra utile far conoscere ai miei sparuti lettori - che sempre caldamente ringrazio per la loro attenzione e la loro benevolenza - alcuni dati che Carla Moreni ha illustrato in un suo interessante articolo apparso sull'inserto culturale de Il Sole 24 ore di domenica scorsa.
Da alcuni anni il 65% del pubblico del Rossini Opera Festival - che si tiene a fine estate a Pesaro da 31 anni - è fatto di stranieri. Sempre al Rof dei 120 giornalisti accreditati, 70 sono stranieri, da tutte le parti del mondo.
Gli organizzatori del Festival Verdi di Parma hanno destinato quattromila biglietti, circa un quarto del totale, a operatori turistici stranieri: sono già stati tutti venduti attraverso pacchetti turistici che prevedono soggiorni brevi nel nostro paese. Si calcola che l'indotto generato da questi visitatori sia di circa 12 milioni di euro, per un festival che costa la metà.
Si tratta evidentemente di appuntamenti importanti, con interpreti e allestimenti di grande livello, e non si può pensare di ripetere esperienze come queste in tutto il nostro paese, eppure questi numeri ci dovrebbero far riflettere sulle grandi potenzialità di questo settore del nostro panorama culturale. So bene che ci sono in giro per l'Italia enti lirici che sprecano risorse da decenni, so bene che in troppi casi gli orchestrali godono di privilegi e di rendite di posizione francamente ingiustificabili, eppure la soluzione non può essere quella proposta dal ministro Bondi - e di tanti altri suoi predecessori e, temo, successori - di tagliare in maniera indiscriminata le risorse da destinare al teatro musicale italiano. La soluzione non può neppure essere di lasciare tutto come è adesso - come sperano in troppi, che in questi anni ci hanno guadagnato, al di là dei loro meriti - pena la fine di tante esperienze importanti e di una tradizione importante, che è profondamente italiana.
Dire che la cultura può essere una delle principali risorse del nostro paese è stato detto così tante volte da suonare fin banale: il problema è che nessuno ci crede davvero. Dovrebbe essere un caposaldo del programma di governo di qualsiasi forza politica, ma invece...

lunedì 26 luglio 2010

Considerazioni libere (145): a proposito di guerre "pulite"...

Le cronache della prima guerra mondiale ci raccontano di comandanti che ordinavano insensati attacchi contro le linee nemiche, in cui perdevano la vita decine e decine di giovani soldati: operazioni votate all'insuccesso, destinate a spezzare, con la conquista di una collina o di pochi metri di terreno, la tragica immobilità della guerra di trincea.
Questo succedeva quasi un secolo fa; ora i generali sono ben più attenti all'opinione pubblica e quindi cercano di combattere una guerra asettica, "pulita", senza morti, almeno dalla propria parte del fronte. Un bravo generale, capace di controllare i giornalisti in una conferenza-stampa quanto i nemici sul campo di battaglia, sa che non solo deve vincere, ma non deve perdere neppure uno dei suoi uomini.
A Gaza l'esercito israeliano sta sperimentando da qualche tempo un sistema di fucili radiocomandati, posti sulle mura che delimitano i confini della Striscia, e manovrati in una sala di controllo, lontana e sicura, da donne soldato in forza all'Israel Defense Forces. Israele ha addestrato infatti un corpo scelto di donne soldato, di 19 e 20 anni, con il compito di stare sedute davanti a una consolle, controllando sullo schermo la linea di confine e manovrando i joystick di comando dei fucili. E' quasi un videogioco, ma naturalmente coloro che si trovano nel mirino di questi fucili non sono animazioni virtuali, ma persone in carne e ossa. Queste giovani donne soldato forse non potrebbero definirsi cecchini, eppure il loro compito è proprio quello: pattugliare attraverso una telecamera un tratto di muro, osservare movimenti sospetti e in caso che avvenga qualcosa di anomalo, sparare. Basta un click, la pressione sul bottone del joystick, e l'uomo al di là dello schermo cade a terra, senza alcun rischio per la ragazza che spara, che la sera può tranquillamente tornare a casa. Immagino che nessuna di loro sarà davvero tranquilla una volta ritornata a casa: decidere in pochi secondi della vita e della morte di una persona è una responsabilità che forse non andrebbe lasciato a un giovane da poco maggiorenne.
Non voglio in questa mia "considerazione" parlare di Israele e della Palestina, ho già avuto modo in altre occasioni di esprimere la mia opinione. Avrei scritto le stesse cose se il sistema di controllo radiocomandato fosse stato allestito da Hamas e gestito da giovani ragazze palestinesi. D'altra parte, nelle guerre in Iraq e in Afghanistan, gli Stati Uniti stanno utilizzando in misura sempre più massiccia i droni radiocomandati, controllati da basi militari nel Nevada. E altri stati si stanno dotando di questa tecnologia, se già non l'hanno sperimentata. E non voglio neppure soffermarmi sugli errori: i droni statunitensi hanno ucciso decine di civili, anche bambini, scambiati per terroristi così come i fucili israeliani hanno diverse volte colpito bersagli sbagliati: è in fondo una conseguenza inevitabile della guerra, visto che non esistono né bombe intelligenti né soldati infallibili.
Al di là di chi spara, mi preoccupa che vengano banalizzati la morte e il rischio di morire. In fondo chi si trova a guidare un drone o a maneggiare un fucile posto a chilometri a distanza finisce per non essere troppo diverso dal proprio coetaneo che quotidianamente siede davanti al suo computer, armato di joystick, per combattere una battaglia virtuale. Naturalmente non è così per chi si trova al centro del mirino, ma questo il soldato-giocatore, il soldato che non corre mai pericolo, rischia di non saperlo mai.

venerdì 23 luglio 2010

Considerazioni libere (144): a proposito di Faith...

Questa è una storia che è cominciata in Nigeria, è continuata a Bologna e ora rischia di finire in maniera tragica là dove è iniziata. Si è svolta e sta andando avanti nell'indifferenza di una città che pensa ad altro - alle ferie, al Civis, alle primarie - e che evidentemente ha dimenticato parte della propria anima. Per fortuna qualcuno ne ha parlato e quindi - grazie anche alla velocità della rete - possiamo sperare che la storia di Faith venga conosciuta dal maggior numero di persone. Possiamo sperare che questa giovane donna nigeriana venga salvata da un destino che sembra segnato e soprattutto possiamo sperare che questa vicenda ci insegni qualcosa per il futuro.
Faith Aiworo è una ragazza nigeriana di 23 anni che è fuggita dal suo paese perché condannata a morte: ha ucciso l'uomo che stava tentando di violentarla. Circa tre anni fa è arrivata in Emilia-Romagna, ha cercato di rifarsi una vita; è riuscita ad evitare la strada - dove "lavorano" tante sue connazionali - e ha trascorso questi anni lavorando duramente, senza diritti e senza permesso di soggiorno. Due settimane fa ha subito un nuovo tentativo di violenza sessuale, ma fortunatamente le sue urla hanno allarmato i vicini che hanno chiamato i carabinieri. Il suo aggressore è finito in carcere, mentre Faith è stata condotta nel Cie di Bologna, il Centro di identificazione ed espulsione. Contro di lei è stato emesso un provvedimento di espulsione, che, dal momento che è il terzo, è stato immediatamente eseguito. Ora Faith è in Nigeria, di nuovo in carcere e su di lei pesa la condanna a morte.
Faith doveva essere considerata una rifugiata politica, doveva essere accolta nel nostro paese perché nel suo rischia la vita ingiustamente. Faith deve essere salvata dalla mobilitazione delle istituzioni italiane - prima di tutto il Ministero degli esteri - e delle associazioni, come Amnesty che si occupano quotidianamente dei diritti umani. Questa è la prima cosa da fare, senza tentennamenti. Ma poi bisogna anche riscrivere una legge ingiusta, che non ha saputo difendere i diritti di questa giovane donna; evidentemente esistono degli automatismi nei provvedimenti di fermo ed espulsione che bisogna saper fermare in casi estremi come quelli che ora stiamo raccontando. Infine bisogna che ci sia un sussulto nelle coscienze, perché questa storia non può essere relegata in una pagina di cronaca, ci mette davanti a problemi enormi: i diritti delle donne nei paesi in via di sviluppo, i rapporti tra il nostro paese e quei paesi che non rispettano i diritti umani elementari, le politiche di accoglienza e di asilo. La storia di Faith non è una storia di cronaca estiva.

giovedì 22 luglio 2010

"Oh, che será" di Chico Buarque De Hollanda


O que será que será
Que andam suspirando pelas alcovas
Que andam sussurando em versos e trovas
Que andam combinando no breu das tocas
Que anda nas cabeças, anda nas bocas
Que andam acendendo velas nos becos
Que estão falando alto pelos botecos
Que gritam nos mercados, que com certeza
Está na natureza, será que será
O que não tem certeza, nem nunca terá
O que não tem conserto, nem nunca terá
O que não tem tamanho
O que será que será
Que vive nas idéias desses amantes
Que cantam os poetas mais delirantes
Que juram os profetas embriagados
Que está na romaria dos mutilados
Que está na fantasia dos infelizes
Que está no dia-a-dia das meretrizes
No plano dos bandidos, dos desvalidos
Em todos os sentidos, será que será
O que não tem decéncia, nem nunca terá
O que não tem censura, nem nunca terá
O que não faz sentido
O que será que será
Que todos os avisos não vão evitar
Porque todos os risos vão desafiar
Porque todos os sinos irão repicar
Porque todos os hinos irão consagrar
E todos os meninos vão desembestar
E todos os destinos irão se encontrar
E o mesmo Padre Eterno que nunca foi lá
Olhando aquele inferno, vai abbençoar
O que não tem governo, nem nunca terá
O que não tem vergonha nem nunca terá
O que não tem juízo

ascoltate la canzone, interpretata dallo stesso Chico Buarque, cliccando qui

Oh, che sarà, che sarà
che vanno sospirando nelle alcove
che vanno sussurrando in versi e strofe
che vanno combinando in fondo al buio
che gira nelle teste, nelle parole
che accende le candele nelle processioni
che va parlando forte nei portoni
e grida nei mercati che con certezza
sta nella natura nella bellezza
quel che non ha ragione
né mai ce l'avrà
quel che non ha rimedio
né mai ce l'avrà
quel che non ha misura.
Oh, che sarà, che sarà
che vive nell'idea di questi amanti
che cantano i poeti più deliranti
che giurano i profeti ubriacati
che sta sul cammino dei mutilati
e nella fantasia degli infelici
che sta nel dai-e-dai delle meretrici
nel piano derelitto dei banditi.
Oh, che sarà, che sarà
quel che non ha decenza
né mai ce l'avrà
quel che non ha censura
né mai ce l'avrà
quel che non ha ragione.
Ah che sarà, che sarà
che tutti i loro avvisi non potranno evitare
che tutte le risate andranno a sfidare
che tutte le campane andranno a cantare
e tutti gli inni insieme a consacrare
e tutti i figli insieme a purificare
e i nostri destini ad incontrare
persino il Padreterno da così lontano
guardando quell'inferno dovrà benedire
quel che non ha governo
né mai ce l'avrà
quel che non ha vergogna
né mai ce l'avrà
quel che non ha giudizio.

ascoltate la canzone, adattata da Ivano Fossati e intrepretata da Fiorella Mannoia, cliccando qui

da "Il fu Mattia Pascal" di Luigi Pirandello

Tutto sudato e impolverato, don Eligio scende dalla scala e viene a prendere una boccata d'aria nell'orticello che ha trovato modo di far sorgere qui dietro l'abside, riparato giro giro da stecchi e spuntoni. "Eh, mio reverendo amico", gli dico io, seduto sul murello, col mento appoggiato al pomo del bastone, mentr'egli attende alle sue lattughe. "Non mi par più tempo, questo, di scriver libri, neppure per ischerzo. In considerazione anche della letteratura, come per tutto il resto, io debbo ripetere il mio solito ritornello: Maledetto sia Copernico!". "Oh oh oh, che c'entra Copernico!", esclama don Eligio, levandosi su la vita, col volto infocato sotto il cappellaccio di paglia. "C'entra, don Eligio. Perché, quando la Terra non girava...". "E dàlli! Ma se ha sempre girato!". "Non è vero. L'uomo non lo sapeva, e dunque era come se non girasse. Per tanti, anche adesso non gira. L'ho detto l'altro giorno a un vecchio contadino, e sapete come m'ha risposto? ch'era una buona scusa per gli ubriachi. Del resto, anche voi scusate, non potete mettere in dubbio che Giosuè fermò il Sole. Ma lasciamo star questo. Io dico che quando la Terra non girava, e l'uomo, vestito da greco o da romano, vi faceva così bella figura e così altamente sentiva di sé e tanto si compiaceva della propria dignità, credo bene che potesse riuscire accetta una narrazione minuta e piena d'oziosi particolari. Si legge o non si legge in Quintiliano, come voi m'avete insegnato, che la storia doveva esser fatta per raccontare e non per provare?". "Non nego", risponde don Eligio, "ma è vero altresì che non si sono mai scritti libri così minuti, anzi minuziosi in tutti i più riposti particolari, come dacché, a vostro dire, la Terra s'è messa a girare". "E va bene! Il signor conte si levò per tempo, alle ore otto e mezzo precise... La signora contessa indossò un abito lilla con una ricca fioritura di merletti alla gola... Teresina si moriva di fame... Lucrezia spasimava d'amore... Oh, santo Dio! e che volete che me n'importi? Siamo o non siamo su un'invisibile trottolina, cui fa da ferza un fil di sole, su un granellino di sabbia impazzito che gira e gira e gira, senza saper perché, senza pervenir mai a destino, come se ci provasse gusto a girar così, per farci sentire ora un po' più di caldo, ora un po' più di freddo, e per farci morire - spesso con la coscienza d'aver commesso una sequela di piccole sciocchezze - dopo cinquanta o sessanta giri? Copernico, Copernico, don Eligio mio ha rovinato l'umanità, irrimediabilmente. Ormai noi tutti ci siamo a poco a poco adattati alla nuova concezione dell'infinita nostra piccolezza, a considerarci anzi men che niente nell'Universo, con tutte le nostre belle scoperte e invenzioni e che valore dunque volete che abbiano le notizie, non dico delle nostre miserie particolari, ma anche delle generali calamità? Storie di vermucci ormai le nostre. Avete letto di quel piccolo disastro delle Antille? Niente. La Terra, poverina, stanca di girare, come vuole quel canonico polacco, senza scopo, ha avuto un piccolo moto d'impazienza, e ha sbuffato un po' di fuoco per una delle tante sue bocche. Chi sa che cosa le aveva mosso quella specie di bile. Forse la stupidità degli uomini che non sono stati mai così nojosi come adesso. Basta. Parecchie migliaja di vermucci abbrustoliti. E tiriamo innanzi. Chi ne parla più? Don Eligio Pellegrinotto mi fa però osservare che per quanti sforzi facciamo nel crudele intento di strappare, di distruggere le illusioni che la provvida natura ci aveva create a fin di bene, non ci riusciamo. Per fortuna, l'uomo si distrae facilmente. Questo è vero. Il nostro Comune, in certe notti segnate nel calendario, non fa accendere i lampioni, e spesso - se è nuvolo - ci lascia al bujo. Il che vuol dire, in fondo, che noi anche oggi crediamo che la luna non stia per altro nel cielo, che per farci lume di notte, come il sole di giorno, e le stelle per offrirci un magnifico spettacolo. Sicuro. E dimentichiamo spesso e volentieri di essere atomi infinitesimali per rispettarci e ammirarci a vicenda, e siamo capaci di azzuffarci per un pezzettino di terra o di dolerci di certe cose, che, ove fossimo veramente compenetrati di quello che siamo, dovrebbero parerci miserie incalcolabili".

Considerazioni libere (143): a proposito di rifiuti galleggianti...

Saramago, in suo celebre romanzo, La zattera di pietra, immagina che la penisola iberica si stacchi dall'Europa e si metta a navigare per l'oceano.
Nell'oceano Pacifico da diversi anni di trova il cosiddetto Pacific trash vortex, noto anche come Great Pacific garbage patch, ossia la grande chiazza di immondizia del Pacifico: un accumulo galleggiante formato prevalemtemente di plastica che "naviga" tra il 135° e il 155° meridiano ovest e tra il 35° e il 42° parallelo nord. Secondo le stime che registrano un'estensione minore sarebbe di 700mila kmq - ossia più grande della penisola iberica - per un totale di 3 milioni di tonnellate di plastica. Ma ci sono scienziati che danno numeri ben più preoccupanti.
L'accumulo di immondizia proprio in quella zona è cominciato a partire dagli anni '50, per effetto di una corrente oceanica dotta di un movimento a spirale in senso orario, che fa sì che i rifiuti tendano ad aggreggarsi. Naturalmente la corrente era presente ben prima degli anni '50 e probabilmente anche i rifiuti, ma solo dalla metà del secolo scorso si trova la plastica che non è biodegrabile e rimane a galleggiare sull'oceano. I rifiuti arrivano per l'80% dalla terraferma, ossia dalla costa occidentale dell'America del nord e dalle coste orientali dell'Asia e per la restante parte dai rifiuti delle navi e delle piattaforme petrolifere e dalla perdita di container, a causa della imprevidibilità delle correnti.
Sono facilmente intuibili i danni all'ambiente marino e alle specie viventi che vivono in quella zona; secondo una stima dell'Onu nella zona del Pacific trash vortex muoiono ogni anno un milioni di uccelli e oltre 100mila mammiferi marini.
Questi rifiuti sono abbastanza lontani dalla terraferma perché nessun governo se ne preoccupi troppo, ma rimangono comunque un problema per tutti, che ci dovrebbe finalmente interrogare sul nostro modello di sviluppo.

Considerazioni libere (142): a proposito di madri povere...

Tra le pur scarse notizie di ieri - quest'anno ai giornalisti manca terribilmente il consueto "giallo dell'estate" - non è riuscita a emergere la denuncia dello psicologo e psicoterapeuta Giuseppe Raspadori su quanto avvenuto nelle scorse settimane al tribunale dei minori di Trento.
Questa, in breve, la storia. Una giovane donna, che può contare unicamente sul suo reddito di 500 euro al mese, rimasta incinta, ha deciso di portare comunque avanti la gravidanza, chiedendo un affido condiviso per il bambino che in questa prima fase non sarebbe stata in grado di mantenere. Il tribunale, nonostante la ragazza non abbia problemi di tossicodipendenza né siano emersi altri elementi per giustificare un provvedimento del genere, senza convocarla e senza parlare con lei, ha deciso di avviare un procedimento di adozione, togliendole il bambino alla nascita, con una tempestività inconsueta per i tribunali italiani. Solo dopo un mese la giovane ha potuto incontrare il magistrato - qui si ricominciano a riconoscere i tempi "normali" della giustizia italiana - che ha deciso di avviare una perizia per verificare le sue capacità genitoriali. Rivedrà probabilmente il proprio figlio tra otto mesi: questi mesi, fondamentali per la crescita di un bambino, sono stati rubati a lei e a suo figlio, con un atto di incredibile violenza. I diritti della madre e del bambino sono stati calpestati e naturalmente per quel giudice non ci sarà nessuna conseguenza.
Temo però che la responsabilità di questa vicenda non sia soltanto di un giudice incompetente e forse frettoloso, ma di una società che tollera con sempre più fastidio i poveri. In fondo l'unica "colpa" della madre di Trento è appunto quella di essere povera. I poveri ci sono - e purtroppo aumentano in questi tempi di crisi - eppure di loro non si parla mai. A volte può capitare di parlare dei poverissimi, dei senzatetto, dei barboni - magari per lamentare che la loro presenza è un elemento di degrado delle nostre città - ma praticamente nessuno si occupa mai di quelle persone che non sanno come andare avanti, che dipendono dalle buone azioni delle parrocchie e delle associazioni di volontariato. E ancora meno ci si occupa di quelli che scivolano verso la povertà, di quelli che, per una gran numero di motivi, vedono perdere le certezze delle loro vite.
Non so cosa abbia fatto scattare la decisione di quel giudice, ma probabilmente in tanti avrebbero tratto la conseguenza che una madre povera non può essere una buona madre. Naturalmente non è così, la capacità di una madre - e anche di un padre, ovviamente - si misura con altri metri: certo è importante che abbia le risorse per nutrire suo figlio, ma occorre soprattutto che lo desideri e lo ami. La madre di Trento ha tanto desiderato suo figlio da non prendere una decisione che nessuno le avrebbe rinfacciato, in quelle condizioni. Se non quei soloni che poi, dall'alto delle loro responsabilità, non fanno nulla per attivare veri servizi alle donne e alle famiglie. La madre di Trento ha chiesto aiuto, ma non le è stato risposto, la sua voce non è neppure arrivata. In fondo i poveri non esistono.
La povertà non è una malattia incurabile, da tempo abbiamo scoperto la cura.

martedì 20 luglio 2010

da "Lezioni americane" di Italo Calvino

Dedicherò la prima conferenza all'opposizione leggerezza-peso, e sosterrò le ragioni della leggerezza. Questo non vuol dire che io consideri le ragioni del peso meno valide, ma solo che sulla leggerezza penso d'aver più cose da dire. Dopo quarant'anni che scrivo fiction, dopo aver esplorato varie strade e compiuto esperimenti diversi, è venuta l'ora che io cerchi una definizione complessiva per il mio lavoro; proporrei questa: la mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso; ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio. [...] Oggi ogni ramo della scienza sembra ci voglia dimostrare che il mondo si regge su entità sottilissime: come i messaggi del Dna, gli impulsi dei neuroni, i quarks, i neutrini vaganti nello spazio dall'inizio dei tempi... Poi, l'informatica. E' vero che il software non potrebbe esercitare i poteri della sua leggerezza se non mediante la pesantezza del hardware; ma è il software che comanda, che agisce sul mondo esterno e sulle macchine, le quali esistono solo in funzione del software, si evolvono in modo d'elaborare programmi sempre più complessi. La seconda rivoluzione industriale non si presenta come la prima con immagini schiaccianti quali presse di laminatoi o colate d'acciaio, ma come i bits d'un flusso d'informazione che corre sui circuiti sotto forma d'impulsi elettronici. Le macchine di ferro ci sono sempre, ma obbediscono ai bits senza peso. E' legittimo estrapolare dal discorso delle scienze un'immagine del mondo che corrisponda ai miei desideri? Se l'operazione che sto tentando mi attrae, è perché sento che essa potrebbe riannodarsi a un filo molto antico nella storia della poesia. Il De rerum natura di Lucrezio è la prima grande opera di poesia in cui la conoscenza del mondo diventa dissoluzione della compattezza del mondo, percezione di ciò che è infinitamente minuto e mobile e leggero. Lucrezio vuole scrivere il poema della materia ma ci avverte subito che la vera realtà di questa materia è fatta di corpuscoli invisibili. E' il poeta della concretezza fisica, vista nella sua sostanza permanente e immutabile, ma per prima cosa ci dice che il vuoto è altrettanto concreto che i corpi solidi. La più grande preoccupazione di Lucrezio sembra quella di evitare che il peso della materia ci schiacci. Al momento di stabilire le rigorose leggi meccaniche che determinano ogni evento, egli sente il bisogno di permettere agli atomi delle deviazioni imprevedibili dalla linea retta, tali da garantire la libertà tanto alla materia quanto agli esseri umani. La poesia dell'invisibile, la poesia delle infinite potenzialità imprevedibili, cosi come la poesia del nulla nascono da un poeta che non ha dubbi sulla fisicità del mondo. Questa polverizzazione della realtà s'estende anche agli aspetti visibili, ed è là che eccelle la qualità poetica di Lucrezio: i granelli di polvere che turbinano in un raggio di sole in una stanza buia (II, 114-124); le minute conchiglie tutte simili e tutte diverse che l'onda mollemente spinge sulla bibula barena, sulla sabbia che s'imbeve (II, 374-376); le ragnatele che ci avvolgono senza che noi ce ne accorgiamo mentre camminiamo (III, 381-390). [...] Come la melanconia è la tristezza diventata leggera, cosi lo humour è il comico che ha perso la pesantezza corporea (quella dimensione della carnalità umana che pur fa grandi Boccaccio e Rabelais) e mette in dubbio l'io e il mondo e tutta la rete di relazioni che li costituiscono. Melanconia e humour mescolati e inseparabili caratterizzano l'accento del Principe di Danimarca che abbiamo imparato a riconoscere in tutti o quasi i drammi shakespeariani sulle labbra dei tanti avatars del personaggio Amleto. Uno di essi, Jaques in As You Like It, cosi definisce la melanconia (atto IV, scena I):

... but it is a melancholy of my own,
compounded of many simples, extracted from

many objects, and indeed the sundry
contemplation of my travels, which, by

often rumination, wraps me in a most
humorous sadness.

... è la mia peculiare malinconia

composta da elementi diversi, quintessenza
di varie sostanze, e più precisamente di

tante differenti esperienze di viaggi
durante i quali quel perpetuo ruminare mi
ha sprofondato in una capricciosissima
tristezza.

Non è una melanconia compatta e opaca, dunque, ma un velo di particelle minutissime d'umori e sensazioni, un pulviscolo d'atomi come tutto ciò che costituisce l'ultima sostanza della molteplicità delle cose.

lunedì 19 luglio 2010

da "Se questo è un uomo" di Primo Levi

Il canto di Ulisse. Chissà come e perché mi è venuto in mente: ma non abbiamo tempo di scegliere, quest’ora già non è più un’ora. Se Jean è intelligente capirà. Capirà: oggi mi sento da tanto.
…Chi è Dante. Che cosa è la Commedia. Quale sensazione curiosa di novità si prova, se si cerca di spiegare in breve che cosa è la Divina Commedia. Come è distribuito l’Inferno, cosa è il contrappasso. Virgilio è la Ragione, Beatrice la Teologia. Jean è attentissimo, ed io comincio, lento e accurato:

Lo maggior corno della fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica.
Indi, la cima in qua e in là menando
come fosse la lingua che parlasse,
mise fuori la voce, e disse: Quando…

Qui mi fermo e cerco di tradurre. Disastroso: povero Dante e povero francese! Tuttavia l’esperienza pare che prometta bene: Jean ammira la bizzarra similitudine della lingua, e mi suggerisce il termine appropriato per rendere “antica”.
E dopo “Quando”? Il nulla, Un buco della memoria. Prima che sì Enea la nominasse. Altro buco. Viene a galla qualche frammento non utilizzabile: …la pietà del vecchio padre, né ’l debito amore che doveva Penelope far lieta… sarà poi esatto?

…Ma misi me per l’alto mare...

Di questo sì, di questo sono sicuro, sono in grado di spiegare a Pikolo, di distinguere perché “misi me” non è “je me mis”, è molto più forte e più audace, è un vincolo infranto, è scagliare se stessi al di là della barriera, noi conosciamo bene questo impulso. L’alto mare aperto: Pikolo ha viaggiato per mare e sa cosa vuol dire, è quando l’orizzonte si chiude su se stesso, libero diritto e semplice, e non c’è ormai che odore di mare: dolci cose ferocemente lontane.
Siamo arrivati a Kraftwerk, dove lavora il Kommando dei posacavi. Ci dev’essere l’ingegner Levi. Eccolo, si vede solo la testa fuori dalla trincea. Mi fa un cenno con la mano, è un uomo in gamba, non l’ho mai visto giù di morale, non parla mai di mangiare.
“Mare aperto”. “Mare aperto”. So che rima con “diserto”: …quella compagna picciola, dalla qual non fui diserto, ma non rammento più se viene prima o dopo. E anche il viaggio, il temerario viaggio al di là delle colonne d’Ercole, che tristezza, sono costretto a raccontarlo in prosa: un sacrilegio. Non ho salvato che un verso, ma vale la pena di fermarcisi:

…Acciò che l’uom più oltre non si metta...

“Si metta”: dovevo venire in Lager per accorgermi che è la stessa espressione di prima, “e misi me”. Ma non ne faccio parte a Jean, non sono sicuro che sia un’osservazione importante. Quante altre cose ci sarebbero da dire, e il sole è già alto, mezzogiorno è vicino. Ho fretta, una fretta furibonda.
Ecco, attento Pikolo, apri gli occhi e la mente, ho bisogno che tu capisca:

Considerate la vostra semenza:
fatte non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza.

Come se anch’io lo sentissi per la prima volta: come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento, ho dimenticato chi sono e dove sono.
Pikolo mi prega di ripetere. Come è buono Pikolo, si è accorto che mi sta facendo bene. O forse è qualcosa di più: forse, nonostante la traduzione scialba e il commento pedestre e frettoloso, ha ricevuto il messaggio, ha sentito che lo riguarda, che riguarda tutti gli uomini in travaglio, e noi in specie; e che riguarda noi due, che osiamo ragionare di queste cose con le stanghe della zuppa sulle spalle.

Li miei compagni fec’io sì acuti…

…e mi sforzo, ma invano, di spiegare quante cose vuol dire questo “acuti”. Qui ancora una lacuna, questa volta irreparabile. …Lo lume era di sotto della luna o qualcosa di simile; ma prima?… Nessuna idea, “keine Ahnung” come si dice qui. Che Pikolo mi scusi, ho dimenticato almeno quattro terzine.
- ça ne fait rien, vas-y tout de meme.

Quando mi apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
che mai veduta non ne avevo alcuna.

Sì, sì, “alta tanto”, non “molto alta”, proposizione consecutiva. E le montagne, quando si vedono di lontano… le montagne… oh Pikolo, Pikolo, di’ qualcosa, parla, non lasciarmi pensare alle mie montagne, che comparivano nel bruno della sera quando tornavo in treno da Milano a Torino!
Basta, bisogna proseguire, queste sono cose che si pensano ma non si dicono. Pikolo attende e mi guarda.
Darei la zuppa di oggi per sapere saldare “non ne avevo alcuna” col finale. Mi sforzo di ricostruire per mezzo delle rime, chiudo gli occhi, mi mordo le dita: ma non serve, il resto è silenzio. Mi danno per il capo altri versi: …la terra lagrimosa diede vento… no, è un’altra cosa. E’ tardi, è tardi, siamo arrivati alla cucina, bisogna concludere:

Tre volte il fe’ girar con tutte l’acque,
alla quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, come altrui piacque…

Trattengo Pikolo, è assolutamente necessario e urgente che ascolti, che comprenda questo “come altrui piacque”, prima che sia troppo tardi, domani lui o io possiamo essere morti, o non vederci mai più, devo dirgli, spiegargli del Medioevo, del così umano e necessario e pure inaspettato anacronismo, e altro ancora, qualcosa di gigantesco che io stesso ho visto ora soltanto, nell’intuizione di un attimo, forse il perché del nostro destino, del nostro essere oggi qui…
Siamo oramai nella fila per la zuppa, in mezzo alla folla sordida e sbrindellata dei porta-zuppa degli altri Kommandos. I nuovi giunti ci si accalcano alle spalle. - Kraut und Ruben? - Kraut und Ruben -. Si annuncia ufficialmente che oggi la zuppa è di cavoli e rape: - Choux et navets. - Kaposzta es repark.

Infin che ’l mar fu sopra noi rinchiuso.